Filosofia per molti e non per tutti

Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.

Di questi tempi, tutti corriamo come dei matti, siamo sempre e di più trafelati, oberati da mille impegni che ci sobbarchiamo come illudendoci – non so – di essere immortali. Già, perché va bene dimenticarci come meccanismo di autodifesa la nostra dimensione mortale – a volte meglio non pensarci per godere appieno della nostra vita al presente –, però non dobbiamo nemmeno essere troppo schizofrenici, cioè a dire: perdere contatto con la realtà di ciò che siamo, creature che fingono soltanto di non sapere ciò aspetta loro, che eternizzano il loro presente e lo vivono come se non fosse quello stillicidio di anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi che è in effetti. Appunto, considerando la meta, meglio capire come godersi il viaggio. Questo è ciò di cui si preoccupano i filosofi. Per voler essere dei guastafeste, si potrebbe senz’altro ribattere che c’è chi muore e non l’ha ancora capito. E con questo? “Capire” vale il prezzo del biglietto, anche se questo può voler dire soffrire proprio perché si è meglio compresa l’essenza di questa nostra vita: la sofferenza.
Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.
Credo si debba riscoprire una dimensione agonica del vivere, che vorrà pure dire soffrire e, per chi vuole vivere filosoficamente, capire questa sofferenza. Non è un caso se Edipo si acceca dopo avere appreso di avere ammazzato suo padre e avere generato figli con sua madre. Sapere questo, capirlo – “capire” è lo step successivo del “conoscere” – farebbe impazzire il migliore degli uomini, figuriamoci un assassino incestuoso. Comunque, meglio non accecarsi perché gli occhi vanno tenuti bene aperti e ci servono per vedere bene, con chiarezza, ci aiutano a capire. La visione, la vista è un coadiuvante della comprensione, la dilata, la fortifica. Perciò non mi resta che raccomandarvi di tenere gli occhi spalancati e augurarvi buon viaggio, con o senza filosofia, con o senza consapevolezza, a voi la scelta.
Costringere ad amare la filosofia è l’ultimo obiettivo che mi pongo. Non la penso come Epicuro e nemmeno come Nietzsche, la penso come me stesso e dico che la filosofia no, non è per tutti, ma per molti sì. Per quelli che non si accontentano a vivere e basta, ma vogliono vivere meglio, con più qualità, facendosi delle domande per darsi risposte funzionali, cioè che funzionino per sé. Il filosofo si pone domande “materiali”: cosa mangiare a pranzo o a cena, che film o serie televisiva vedere, che marca di crema solare comprare, che tragitto percorrere per andare al lavoro, eccetera. Come pure domande “spirituali”: chi siamo, da dove veniamo, che ci stiamo a fare qui sulla Terra, c’è vita solo “qui sulla Terra” o anche altrove, che cos’è la vita, perché c’è il tutto anziché il nulla e così via.
A costo di esagerare, la sparo grossa: forse persino Socrate si sbagliava a ritenere indegna una vita senza ricerca filosofica. Si può vivere “senza” filosofia (senza consapevolezza), ne sono convinto. È solo che, come Socrate, anche a me convince di più una vita “con” filosofia (con consapevolezza). Questo vuol dire che i filosofi sono maniaci del controllo? Non lo so, forse. O forse l’unico controllo che s’illudono o sanno di avere – chi può dirlo – è la consapevolezza di non poter controllare tutto e che a volte la corrente non si combatte, si asseconda se non si vuole affogare, come sa bene il nuotatore esperto. Oltretutto, ora che ci penso, non saprei in che altro modo vivere se non applicando, in ogni cosa che faccio, la mia filosofia di vita. In definitiva, la filosofia per me è tutto, ma questo “tutto” non lo è per tutti.

Come criceti nella ruota

Come criceti nella ruota siamo condannati a girare e rigirare a vuoto, ma, come ben sanno i criceti, chi si ferma è perduto.

A mio avviso, la parte dello “Zarathustra” più interessante è quella intitolata “La visione e l’enigma”; è intrisa di simboli e senza un cospicuo sforzo interpretativo si capirebbe ben poco, e capire è costruire un senso, malgrado il nonsenso apparente, che è un po’ la chiave della ricerca filosofica nietzscheana. Se la vita è quello che è, che senso ha viverla? Il bello è “cercare” questo senso più che trovarlo, questo c’insegna la filosofia di Nietzsche e più in generale è ciò che dovrebbe inculcarci la filosofia tutta. Checché ne dicano alcuni, per la filosofia pura, quella (socratica) delle origini: la ricerca del sapere è più importante del sapere stesso. Così come la ricerca della verità è più importante della verità stessa.

Se ve la devo dire tutta, io per primo non mi accontento di questa ricerca. Quando, però, tento di andare oltre e mi metto a caccia di risposte, mi rendo conto che sto flirtando con la teologia, a discapito della filosofia. E in questo sono poco nietzscheano, il relativismo dei valori e della verità non mi basta. Perciò credo che la Verità (con la maiuscola), a cercare bene, ci sia, ma credo pure che il percorso filosofico-avventuroso del relativismo nietzscheano sia stimolante, malgrado sia convinto – in ultima analisi – che Nietzsche avesse torto.

Il buon “Federico” è un filosofo che va apprezzato a piccole dosi: dargli troppo retta può nuocere a sé e agli altri. Ascoltarlo “quel tanto che serve” ritengo sia un vero toccasana e le sue massime, i suoi aforismi un balsamo per l’anima afflitta dell’uomo di ogni luogo ed epoca. Perlomeno gli esiti nefandi dell’influenza nietzscheana sul Nazismo m’inducono a pensare questo.

Con ciò cosa voglio dire, che Nietzsche era nazista? Certamente no anche per la semplice evidenza che quando lui è morto, nel 1900, Hitler ha solo undici anni. Ad ogni modo, mentirei se affermassi che la sua filosofia non contenga la scintilla del nazismo. D’altra parte, però, sento di poter perdonare il suo antisemitismo – il suo bersaglio polemico è San Paolo, basti leggere “L’Anticristo” per rendersene conto – in quanto, che lo abbia voluto o meno, persino lui che si considerava tanto “inattuale” in questo, nell’antisemitismo appunto, fu fin troppo “attuale”, intendendo con ciò figlio della sua epoca malata.

D’altronde, ogni epoca ha il suo male. Qual è la malattia della nostra epoca? Il capitalismo. Un male spirituale prima che economico, il cui sintomo più evidente e preoccupante è: l’avidità. Ammettendo questo, non mi schiero però con Marx, poiché la storia ci ha mostrato l’inefficacia dell’antitesi comunista, che vorrebbe sconfessare il capitalismo su basi economiche, mentre io credo si dovrebbe combatterlo e criticarlo per la sua miseria spirituale, per il modo in cui ci ha tramutati tutti in bestie simili all’animale mitologico denominato Caradrio, che mangiano e defecano simultaneamente in preda a un’insaziabilità divorante. All’orizzonte di cure comprovate per arginare questo male non se ne vedono, semmai s’intravvedono solo sperimentazioni palliative, capaci di attenuare i sintomi senza operare però sulle cause che li hanno originati; non credo infatti alla possibilità di riuscita di decrescite felici, per quanto le adoro e ne condivido i principi basilari.

Io una sintesi che potrebbe funzionare l’avrei in mente e non brilla di certo per originalità (d’altronde è mia opinione che, filosoficamente parlando, l’originalità è sopravvalutata), ma non per questo è meno rivoluzionaria nel senso più autentico del termine, intendendo con rivoluzione l’etimo latino “revolvere”, che significa “tornare indietro”. A che cosa? Al Cristo dei “Vangeli”. Non so voi, ma nonostante abbia studiato autori su autori, non ho trovato niente di più rivoluzionario del comandamento di Cristo, che così sintetizzo: “Ama i tuoi nemici”.

Nonostante non ne sia capace, ammiro più di ogni altro chi riesce a fare di questo comandamento evangelico il suo imperativo categorico. Se tutti diventassimo capaci di questo, non vi sarebbero più guerre, ma la pace regnerebbe sulla Terra. Con i “se”, però, non si fa neanche un metro di strada.

Fra tutti gli amori, quello per i nemici mi resta difficile da digerire sia a livello intellettuale sia viscerale. Lo confesso, non sono ancora pronto a farlo mio. Chiamo in causa Kierkegaard, secondo il quale si possono rintracciare tre stadi esistenziali: quello estetico, quello etico e quello religioso. Be’, direi che io sono fermo al secondo. Per amare i nemici occorre raggiungere il terzo, che – in tutta franchezza – credo sia riservato a una ristrettissima minoranza. Ed è questo il problema, che rende la kantiana “pace perpetua” una grandiosa idea, poco praticabile però. Dire che lo è “poco” non equivale a dire che non lo sia affatto. Dunque, credo che sia impossibile realizzarla? No. Credo allora che sia improbabile? Sì. Perché per renderla possibile bisognerebbe che ogni uomo arrivi ad amare il proprio nemico e sia da quest’ultimo riamato dello stesso amore. Facile, no? Come bere un bicchiere d’acqua, che, a proposito, si può sapere com’è: se mezzo pieno o mezzo vuoto?

Di fronte a problematiche del genere rimpiango di non essere un orientalista, che facilmente risponderebbe: il bicchiere è sia pieno sia vuoto. Vuoto e pieno sono le due facce di un’unica medaglia. Perciò mi sento di rispondere: il bicchiere è mezzo pieno fino a che non ne bevi il liquido, da quando cominci a berlo diventa mezzo vuoto, però vuoi mettere, almeno ti disseti, anche se poi ti viene voglia di riempirlo di nuovo.

Qual è la morale? Che la vita è una coazione a ripetere e ne sapeva qualcosa Sisifo, costretto a far rotolare la pietra giù dalla rupe per poi ricaricarsela, riportarla di nuovo su in cima e farla rotolare giù ancora e ancora.

Vi ha fatto venire in mente qualcosa Sisifo? A me sì, la ruota di un criceto, che gira e rigira fino a che non muore, se non fosse che quel povero Sisifo è condannato all’eterna ripetizione.

Ebbene? Come criceti nella ruota siamo condannati a girare e rigirare a vuoto, ma, come ben sanno i criceti, chi si ferma è perduto.

Pessimismo, ovvero, realismo

Un certo pessimismo è sano, perché ci tiene con i piedi ben piantati per terra, ci cura dalla sindrome del Padreterno che ce n’è uno – almeno per me – e non milioni di milioni. Trovo interessante il modo di concepire la storia proprio di Tolstoj, il quale, romanzando la figura del generale russo Kutuzov (fautore dell’annientamento progressivo dell’esercito napoleonico grazie a una tattica attendista), veicola l’idea che l’atteggiamento proprio di chi fa la storia è fatalistico. Il punto è questo: siccome non siamo noi a dominare gli eventi, piuttosto è il contrario, tanto vale lasciare andare le cose così come il fato, il caso o Dio vuole che vadano.

Un certo pessimismo è sano, perché ci tiene con i piedi ben piantati per terra, ci cura dalla sindrome del Padreterno che ce n’è uno – almeno per me – e non milioni di milioni. Trovo interessante il modo di concepire la storia proprio di Tolstoj, il quale, romanzando la figura del generale russo Kutuzov (fautore dell’annientamento progressivo dell’esercito napoleonico grazie a una tattica attendista), veicola l’idea che l’atteggiamento proprio di chi fa la storia è fatalistico. Il punto è questo: siccome non siamo noi a dominare gli eventi, piuttosto è il contrario, tanto vale lasciare andare le cose così come il fato, il caso o Dio vuole che vadano.

I romantici credono nel fato, gli scienziati nel caso, i mistici in Dio. Poco importa come lo si chiama, sempre a un concetto superiore e travalicante l’umana piccolezza si fa riferimento. Nietzsche – che, per quanto critica il Romanticismo, si può considerare un romantico, seppure “sui generis” – usa il termine “amor fati” per descrivere il suo fatalismo. Con la loro hit “Let it be”, i Beatles dicono più o meno la stessa cosa.

È pessimistico questo modo di vedere le cose? Forse, o forse è soltanto realistico. A dirla tutta, mi definirei più un realista che un pessimista, che poi: dire che l’uomo è soverchiato da forze più grandi di lui ed è libero solo entro certi limiti è un po’ come riscoprire l’acqua calda. Tuttavia, a volte, un po’ di sana “acqua calda” fa bene all’anima. Concepito in questi termini, allora sì che il pessimismo, o realismo che dir si voglia, può essere salutare per l’uomo.

Prendo a esempio il caso emblematico delle guerre. Gli idealisti, in malafede o ingenui (spero più la seconda), credono nella “pace perpetua” di kantiana memoria. Dunque, sono fiduciosi che altre carneficine mondiali non verranno compiute, perché si sa – dopo Hiroshima e Nagasaki – finalmente gli esseri umani hanno capito la lezione e non commetteranno più gli stessi sbagli. La politica di deterrenza nucleare dà e continuerà a dare i suoi frutti pacifici. Certo, come no, credeteci pure, pensano i realisti. In fondo un realista dice semplicemente le cose come stanno e in materia di conflitti: la guerra è la regola, la pace è l’eccezione. “La pace è l’intervallo tra due guerre”, per dirlo con il celebre aforisma di Jean Giraudoux; intervallo che può essere più o meno lungo. Basta aprire qualsiasi manuale di storia per capire chi ha ragione, se gli idealisti o i realisti. Come diceva mio nonno: “La ragione si dà ai fessi”. Da realista, in questo caso, non ci tengo ad avere ragione, anzi. Spero con tutto me stesso che non si combatteranno più guerre cosiddette “mondiali” (quelle “locali” non si sono mai interrotte), ma a un livello più razionale non mi stupirei se dovessimo ricadere nel medesimo errore. E una cosa è certa, tra idealisti e realisti, i secondi – più pragmatici – hanno fatto molto più dei primi e delle loro belle parole per assicurare una pace duratura. Da qui però a darla per scontata ce ne vuole e sarebbe un errore imperdonabile, oltretutto dalle conseguenze catastrofiche.

La storia è “magistra vitae”, diceva Cicerone. A mio avviso, a vedere la cocciutaggine degli uomini, la storia non è maestra di niente; eppure dagli errori passati si dovrebbe trarre un qualche insegnamento. Parafrasando Einstein: non so se verrà mai combattuta una terza guerra mondiale, ma se dovesse capitare so per certo con quali armi verrebbe combattuta la quarta, con le clave di pietra. Prima ho detto che sono tra quelli che ritengono sacra e inviolabile la vita umana, ma ci tengo a precisare che questo principio morale – non saprei come altro definirlo – non si applica a coloro che non ritengono sacra e inviolabile la vita altrui. C’è un detto latino che dice: “Vuoi la pace, preparati alla guerra”. Lo condivido in pieno. Con chi vuole il mio annientamento non credo di avere la forza morale di un Gandhi. La non violenza è tanto bella quanto inapplicabile per me. Se tu mi attacchi io ti rispondo: “Mors tua vita mea”. E a pensarla così sono in buona compagnia, persino lo Stato del Vaticano è per l’autodifesa, se attaccato.

Accettazione stoica e amor fati superomistico

Sia negli stoici sia in Nietzsche vi è un’accettazione della propria condizione. Tuttavia quella degli stoici è un’accettazione passiva, subìta.

Esiste una relazione di vicinanza tra il modo di accettare il fato degli stoici e quello di Nietzsche? No, non credo. Lo stoicismo è fin troppo imparentato con il cristianesimo, la cui “morale” viene definita da Nietzsche senza mezzi termini “da schiavi”. La concezione superomistica nietzscheana è di ben altra pasta. Sia negli stoici sia in Nietzsche vi è un’accettazione della propria condizione. Tuttavia quella degli stoici è un’accettazione passiva, subìta. Basta leggere i “Pensieri” di Marco Aurelio o le “Lettere a Lucilio” di Seneca per desumerlo.

L’amor fati di Nietzsche è invece, dapprima, scelta consapevole, volontaria del proprio destino e, successivamente, legittimazione-accettazione dello stesso. Nietzsche elegge il destino a missione da compiere, a qualunque costo; ragion per cui accettarlo è una scelta volontaria, superomistica appunto. È il Superuomo stesso che si fa carico del destino prescelto, qualsiasi esso sia. Sta qui la grandezza e l’originalità del Superuomo, almeno dal punto di vista del suo teorizzatore.

Volere è davvero potere?

Malgrado la componente casualistica, fatalistica o divina dimostrino la precaria e fragile condizione impressa nella filigrana delle nostre esistenze, non possiamo né dobbiamo prescindere dalla componente volontaristica. Altrimenti significherebbe arrendersi senza lottare, quando la lotta è precisamente la condizione necessaria e ineludibile dello stare al mondo. Al contrario, credo che abbiamo bisogno di sviluppare una volontà ponderata, non onnipotente, commisurata al nostro essere creature a cui è dato un certo tempo – per agire e patire, agire è patire – e abitanti un certo spazio.

Volere è davvero potere? Mi è stato obiettato di tenere troppo in conto il detto baconiano “volere è potere”. Rispondo con quella che a me sembra un’ovvietà: se non vuoi, nemmeno puoi. Non è che puoi senza volere. È tecnicamente difficile, per non dire impossibile; anche se i pubblicitari dell’Adidas risponderebbero sulle rime di un loro famoso spot che “impossible is nothing”. Non so voi, ma ripensando alla mia vita, non posso non convenire che quello che ho, ce l’ho proprio perché l’ho fortemente voluto. Per questo do ragione all’affermazione di Francis Bacon, pur non condividendone l’accezione prometeica (da Prometeo, quello che rubò il fuoco sacro agli dèi per favorire il genere umano e inaugurò così l’èra della tecnica). Direi piuttosto d’interpretare – ogni comprensione non può che essere un’interpretazione soggettiva – l’affermazione baconiana più in chiave psicologico-motivazionale.  Ergo per me: volere – il più delle volte, non sempre – è davvero potere.

Dalla volontà baconiana il passo per arrivare alla volontà di potenza nietzscheana non è breve, ma neppure troppo lungo. Nel mio libro “Filosofi da Oscar” mi avventuro in una disamina del capolavoro nietzscheano, “Così parlò Zarathustra”, in particolare della sezione dell’opera intitolata “La visione e l’enigma”. Qui espongo quella che è secondo me la peculiarità della volontà di potenza nietzscheana intesa come “affermazione suprema della vita, che rifugge il tanfo sepolcrale di un vissuto passivo, parassitario”; Nietzsche infatti “valorizza la vita, in quanto valore accorpante tutti gli altri” (“Filosofi da Oscar”, pp. 48-49). Cos’altro aggiungere se non che: il segreto della volontà come di tutte le cose è nella misura, nel “giusto mezzo” direbbe Aristotele. Perciò volere è bene, eccedere però ci porta dritti ad Auschwitz, a compiere cioè le più nefande aberrazioni in nome di una volontà onnipotente.

Mi viene in mente l’immagine montaliana della storia; immagine, questa, applicabile anche alla storia individuale, non solo a quella universale; la storia dipinta come una catena di anelli che non sempre tengono. Ciò per dire che qualcosa che ci sovrasta e che ci sfugge c’è e – ho motivo di credere – ci sarà sempre. Che sia il caso, il fato o Dio non importa, poiché si tratta di parole diverse che indicano lo stesso, identico dato di fatto, la precarietà e fragilità dell’essere umano.

Malgrado la componente casualistica, fatalistica o divina dimostrino la precaria e fragile condizione impressa nella filigrana delle nostre esistenze, non possiamo né dobbiamo prescindere dalla componente volontaristica. Altrimenti significherebbe arrendersi senza lottare, quando la lotta è precisamente la condizione necessaria e ineludibile dello stare al mondo. Al contrario, credo che abbiamo bisogno di sviluppare una volontà ponderata, non onnipotente, commisurata al nostro essere creature a cui è dato un certo tempo – per agire e patire, agire è patire – e abitanti un certo spazio.

A proposito della sciagurata volontà di potenza nietzscheana, mi viene da dire che il bello – e anche il più grande limite – di Nietzsche è che ciascuno può fornire una chiave interpretativa differente del suo pensiero. A ogni modo, se la potenza dev’essere sopraffazione della altrui volontà per affermare ed espandere la propria, be’, allora credo sia meglio – nel senso di meno dannoso – un pensatore “impotente”. La volontà di sopraffazione è sempre e comunque becera, lo dico pur essendo un grande estimatore di Nietzsche. Ciò non toglie che pure i grandi possono prendere delle “grandi” cantonate. Comunque, riflettendo su Nietzsche, non si può non tenere presente il delicato rapporto tra pensiero e patologia; a volte, nei suoi scritti, a emergere non è tanto la sua genialità quanto la sua condizione patologica.

Detto questo, come mia abitudine, da ogni filosofo, Nietzsche compreso, cerco di prendere quello che per me è il meglio, mettendo da parte ciò che ritengo non lo sia. La volontà di potenza “non” è quanto di “meglio” può offrire la filosofia nietzscheana. Di Nietzsche preferisco prendermi altro, per esempio: la concezione dell’amare il proprio destino, o “amor fati”.

Diventare ciò che si è

Uno dei consigli più utili e azzeccati – almeno secondo me – che Nietzsche ci dà è: divenire ciò che siamo. Realizzare cioè la nostra potenza; ciò che si è in potenza appunto. Purché ciò, però, non comporti sopraffare il potenziale altrui; di contro, la volontà di potenza è uno dei più grandi abbagli di Nietzsche. Occorre semmai competere con la potenza dell’altro per affermare la propria; affermazione, questa, che non coincide con sopraffazione.

Dopotutto due o tre intuizioni sensate “Federico” Nietzsche ce le ha avute. Attenzione, però, il pensiero nietzscheano – come per stessa ammissione dell’autore – è dinamite pura. Ergo: va maneggiato con cura. E oltre a essere dinamitardo, a volte – aggiungo io – va preso con le molle e non come oro colato tutto quello che dice. Cosa, questa, che andrebbe fatta peraltro con qualsiasi filosofo. Essere filosofo infatti non significa essere infallibile, al contrario vuole dire confessare apertamente la propria fallibilità, il famoso “so di non saperesocratico.

Uno dei consigli più utili e azzeccati – almeno secondo me – che Nietzsche ci dà è: divenire ciò che siamo. Realizzare cioè la nostra potenza; ciò che si è in potenza appunto. Purché ciò, però, non comporti sopraffare il potenziale altrui; di contro, la volontà di potenza è uno dei più grandi abbagli di Nietzsche. Occorre semmai competere con la potenza dell’altro per affermare la propria; affermazione, questa, che non coincide con sopraffazione.

In questo decisivo punto sta il mio scarto con il Nietzsche-pensiero, la cui filosofia apprezzo in molti passaggi, pur senza condividerla in toto, anzi. Per questo e per altri aspetti siamo ai lati opposti della barricata. Un esempio su tutti? Lui è un feroce aristocratico, io un incallito democratico.

La forza (benefica) delle illusioni

Dunque, secondo me, non tutte le illusioni vengono per nuocere; alcune sono indispensabili per vivere. Un esempio? Prendiamo Freud, uno dei tre “maestri del sospetto” (gli altri due sono Marx e Nietzsche), stando a Derrida. Dei tre è forse quello che ci va giù più duro nel condannare le illusioni. La sua intera teoria psicanalitica che cos’è se non un’illusione di controllo? Freud si è illuso di poter vivere senza illusioni rendendo l’uomo consapevole dei suoi limiti “in quanto uomo”. E che cos’è questa consapevolezza – appunto – se non un’illusione di controllo? L’illusione di chi si sente in pieno controllo del proprio destino, quando poi tutti – in cuor nostro – sappiamo bene che è il caso, il fato o Dio ad avere il controllo sulle nostre vite. E se persino Freud, il paladino dei disillusi, s’illudeva, non c’è che arrendersi all’evidenza: l’illusione ci è necessaria per non impazzire, vista la realtà fondamentalmente inaccettabile della vita, la morte. Piaccia o meno tutti abbiamo bisogno d’illuderci per non spararci un colpo in testa alla maniera di Kirillov, uno dei protagonisti dei “Demoni” di Dostoevskij. D’altronde se non ci si potesse illudere, che senso avrebbe vivere?

L’uomo acquisisce la consapevolezza del proprio essere “nel” tempo la prima volta che fa esperienza della morte. La morte di una persona a noi vicina, o anche di un animale domestico, perfora il “velo di Maya” delle illusioni. Anche se questa consapevolezza deve durare il tempo di un bagliore, poiché per poter vivere – checché se ne dica – ciascuno di noi ha bisogno di alimentare la più dolce e irreale delle illusioni: pensare alla morte come se fosse una cosa a noi “estranea”, che riguarda solo gli altri. Perché questo? Il pensiero della nostra morte ci è intollerabile.

Dunque, secondo me, non tutte le illusioni vengono per nuocere; alcune sono indispensabili per vivere. Un esempio? Prendiamo Freud, uno dei tre “maestri del sospetto” (gli altri due sono Marx e Nietzsche), stando a Derrida. Dei tre è forse quello che ci va giù più duro nel condannare le illusioni. La sua intera teoria psicanalitica che cos’è se non un’illusione di controllo? Freud si è illuso di poter vivere senza illusioni rendendo l’uomo consapevole dei suoi limiti “in quanto uomo”. E che cos’è questa consapevolezza – appunto – se non un’illusione di controllo? L’illusione di chi si sente in pieno controllo del proprio destino, quando poi tutti – in cuor nostro – sappiamo bene che è il caso, il fato o Dio ad avere il controllo sulle nostre vite. E se persino Freud, il paladino dei disillusi, s’illudeva, non c’è che arrendersi all’evidenza: l’illusione ci è necessaria per non impazzire, vista la realtà fondamentalmente inaccettabile della vita, la morte. Piaccia o meno tutti abbiamo bisogno d’illuderci per non spararci un colpo in testa alla maniera di Kirillov, uno dei protagonisti dei “Demoni” di Dostoevskij. D’altronde se non ci si potesse illudere, che senso avrebbe vivere?

Inoltre, le illusioni sono anche importanti per alzare l’asticella dei propri obiettivi. A dare retta alla magra realtà, tutti ci dovremmo accontentare della solita minestra riscaldata. Ecco, le illusioni sono il pepe che dà sapore alla vita. Ovvio che ogni tanto tocca pure fare i conti con la realtà. Ma solo “ogni tanto”, troppo spesso non fa bene e, di sicuro, non aiuta.

L’eccesso è sempre sbagliato, sia esso di realtà o d’illusioni. In questo mi rifaccio ad Aristotele e predico anch’io la via mediana come la più opportuna.

Per chiudere il cerchio del mio ragionamento: la vita è troppo amara senza la dolcezza zuccherosa delle illusioni.