Il problema della “volontà di potenza”

[…] ritengo la filosofia nietzscheana un pensiero a uso e consumo del singolo, non delle masse.
La storia ci ha insegnato che quando si è tentato sciaguratamente di applicare il pensiero nietzscheano alle masse ne sono emersi tutti i punti negativi, che in fin dei conti sono riscontrabili in tutte le filosofie. Il nazismo dunque ha strumentalizzato per i suoi fini distorti Nietzsche.

Diventare ciò che si è” significa nietzscheanamente realizzare la propria “volontà di potenza”, oltrepassare il ponte che dall’uomo proietta al Superuomo, ovvero divenendo a tutti gli effetti: il dio di se stesso. E se ognuno è il proprio dio, non c’è bisogno del Dio nei cieli e per ogni uomo c’è una morale propria che gli si addice. Per questo Nietzsche apre la breccia al relativismo dei valori della nostra epoca, da alcuni ritenuto una liberazione, gli anticristiani che vedono nietzscheanamente nel cristianesimo l’origine di tutti i mali dell’uomo, e da altri invece un’aberrazione, i cristiani o coloro che sono idealmente vicini alle istanze cristiane. A chi vada la ragione è da vedere, anche se, abbracciando una visione relativistica dell’esistenza, si potrebbe dire che la ragione vada sia agli uni sia agli altri, in quanto con alcuni funziona di più una certa visione del mondo, mentre con altri un’altra, è relativo appunto, dipende dal singolo. Motivo per cui ritengo la filosofia nietzscheana un pensiero a uso e consumo del singolo, non delle masse.
La storia ci ha insegnato che quando si è tentato sciaguratamente di applicare il pensiero nietzscheano alle masse ne sono emersi tutti i punti negativi, che in fin dei conti sono riscontrabili in tutte le filosofie. Il nazismo dunque ha strumentalizzato per i suoi fini distorti Nietzsche. Badate bene, non voglio dire che lo abbia snaturato. Di certo qualcosa della filosofia nietzscheana è compatibile con la perversione nazista (soprattutto per quanto concerne il concetto di “volonta di potenza” mi vien da dire), però credo ci sia fra le righe una parte del pensiero nietzscheano che si possa e si debba salvare. A cosa mi riferisco? Alla valenza che esso ha per il singolo individuo, lo stimolo vitalistico che le parole di Nietzsche riescono a infondere nel lettore non del tutto sprovveduto, ovvero quello capace di farsi ispirare dal genio “sano” e perdonare il folle “malato”. Sanità e malattia sono infatti due categorie imprescindibili che si devono tenere in debito conto se si vuole meglio comprendere, cioè abbracciare, la complessità nietzscheana.
In ultima analisi, ciò che dico è molto semplice: c’è un Nietzsche “sano” che credo vada tutelato come patrimonio dell’umanità e un Nietzsche “malsano” che ritengo vada compatito. Perché? Non so voi, ma io ho un rispetto enorme per le persone che soffrono sia a livello fisico sia psichico e Nietzsche credo si possa ragionevolmente dire che abbia sofferto abbastanza nella sua vita. Ragion per cui se in alcune delle sue pagine a prevalere è più il livore della genialità, da uomo a uomo, non mi sento – in tutta franchezza – di fargliene una colpa.

Nietzsche e il dio di se stesso

In ultima istanza, la curiosità di Eva è propria di chi mira a farsi dio, il dio di se stesso e con ciò tradisce il patto di obbedienza stipulato con il proprio Creatore.

In materia religiosa ne “L’anticristoNietzsche elogia il “codice di Manu” come a significare, che in altre religioni, diversamente da quella cristiana, la figura della donna non è poi vista come causa di tutti i problemi, bensì viene addirittura idealizzata fino a essere identificata come portatrice del valore più sacro di tutti: quello di dare la vita. Infatti secondo questo codice, ma anche secondo una certa non trascurabile letteratura gnostica (la gnosi è la più antica eresia cristiana), la donna simboleggia la fusione con la spiritualità divina (la Pistis Sophia). Mentre l’uomo sarebbe invece legato alla dimensione carnale, dunque terrena.
A riprova di tutto ciò vi è il peccato originale commesso da Eva; peccato che simboleggia l’insaziabile sete di conoscenza propria della donna ma anche dell’uomo (se ci rifacciamo alla visione del libro della “Genesi”, la donna è stata tratta dall’uomo in quanto ne è una costola). La spinta conoscitiva di Eva, che vuole conoscere i segreti del bene e del male, sta a significare la tensione connaturata alla creatura umana che vuole oltrepassare i confini della propria limitata umanità, “umana troppo umana” direbbe Nietzsche. In ultima istanza, la curiosità di Eva è propria di chi mira a farsi dio, il dio di se stesso e con ciò tradisce il patto di obbedienza stipulato con il proprio Creatore.

Il sapiente Nietzsche

Che dire poi del rapporto di Nietzsche con il vicino Oriente, se non che il suo pensiero ha più cose in comune con lo spirito sapienziale degli orientali piuttosto che con lo spirito fin troppo razionale degli occidentali.

Fra i pensatori occidentali il maestro indiscusso di Nietzsche fu senz’altro Schopenhauer, con il quale l’autore de “L’anticristo” condivide il concetto di volontà. Soltanto che se per l’allievo Nietzsche questa è una forza positiva (si veda la sua volontà di potenza), per il maestro Schopenhauer la volontà è una forza fondamentalmente negativa, che ci rende più schiavi che liberi.
Una certa parentela Nietzsche ce l’ha pure con un filosofo dell’antichità: Eraclito, la cui filosofia del divenire è riassumibile con l’adagio “panta rei”, ovvero “tutto scorre”.
Più problematico è il rapporto con i tre grandi e illustri mostri sacri della filosofia antica: Socrate, Platone e Aristotele, direi soprattutto con quest’ultimo di cui non sopporta l’opprimente “principio di non contraddizione”, che mal si concilia con la visione nietzscheana della vita come contraddizione inevitabile e incessante.
Che dire poi del rapporto di Nietzsche con il vicino Oriente, se non che il suo pensiero ha più cose in comune con lo spirito sapienziale degli orientali piuttosto che con lo spirito fin troppo razionale degli occidentali.
Tra sapienza e ragione Nietzsche sceglie la prima a occhi chiusi, sin dal suo esordio nella filosofia che conta con il saggio “La nascita della tragedia”; esordio nel quale si scaglia con veemenza contro lo spirito razionale-socratico-apollineo uccisore dell’essenza migliore irrazionale-tragica-dionisiaca della cultura greca antica.
Oltretutto la sua vicinanza di pensiero con gli orientali è facilmente riscontrabile anche nella scelta, tutt’altro che casuale, di rendere il profeta indoiranico Zoroastro: l’eroe del suo capolavoro sia poetico sia filosofico “Also sprach Zarathustra”.

Nietzsche nella cultura popolare

Gli influssi di Nietzsche sulla cultura popolare testimoniano del suo largo successo, anche – e soprattutto – al di fuori del dibattito accademico.

“Solo chi ha un caos dentro di sé può generare una stella danzante” scrive in “Così parlò Zarathustra” e potrebbe dirsi il motto della sua tribolata esistenza. Pensiero, questo nietzscheano, parafrasato da una nota canzone “Baila (sexy thing)” del bluesman Zucchero “Sugar” Fornaciari a dimostrazione di quanto cultura alta e cultura popolare siano più allineate di quanto non si pensi.
Gli influssi di Nietzsche sulla cultura popolare testimoniano del suo largo successo, anche – e soprattutto – al di fuori del dibattito accademico. Cito solo alcuni casi senza nessuna pretesa di esaustività: sempre Zucchero che gli ha dedicato la canzone “Nice (Nietzsche) che dice”; a seguire il rapper Mezzosangue che lo menziona spesso nei suoi testi; e poi nietzscheano è – non so quanto consapevolmente – anche un altro cantautore italiano del calibro di Vasco Rossi. A proposito di quest’ultimo, si prenda la canzone intitolata “Un senso” e si presti bene ascolto quando recita: “Voglio trovare un senso a questa vita / Anche se questa vita un senso non ce l’ha”. Strofe, queste di Vasco, che sulla scia del pensiero nietzscheano rivelano quanto ciascuno di noi sia figlio del caos primordiale – ciascuno di noi se lo porta dentro volente o nolente – e proprio questa nostra discendenza c’induce a ricercare spasmodicamente un ordine superiore improponibile, ma che ci è però indispensabile anche solo per dare un’approssimativa rotta alle nostre esistenze bisognose di senso e il cui senso – appunto – va ricercato vivendole.
In definitiva: vivere è ricercare senso, perlomeno è quanto ho dedotto studiando e rielaborando la filosofia nietzscheana.

Nietzsche, filosofo o moralista?

[…] Nietzsche più che un filosofo è da ritenere un moralista, ovviamente non nel senso di uno che vuol farci la morale, anche perché la morale nietzscheana è nientemeno che un “sì” incondizionato alla vita, laddove il cristianesimo dice “no” a tutto ciò che è invece esaltazione del vivere […]

Di Nietzsche tutto si può dire tranne che sia stato un nichilista, semmai un umanista non del tutto compreso. Seppure di sicuro è stato un grande studioso del nichilismo, ma solo perché così ebbe almeno modo di riscontrare le crepe dei vecchi valori, fin troppo condizionati dal cristianesimo.
L’intento della sua filosofia era quello di distruggere il vecchio mondo morale per costruirne uno nuovo, da zero (“ex nihilo” cioè “dal nulla”), migliore e per i migliori. Motivo per cui secondo alcuni studiosi – Sossio Giametta in primis, grande traduttore e conoscitore del pensiero nietzscheano – Nietzsche più che un filosofo è da ritenere un moralista, ovviamente non nel senso di uno che vuol farci la morale, anche perché la morale nietzscheana è nientemeno che un “sì” incondizionato alla vita, laddove il cristianesimo dice “no” a tutto ciò che è invece esaltazione del vivere. Si veda la stigmatizzazione cristiana della vita sessuale, che per il dionisiaco Nietzsche è inammissibile essendo – per esempio – il sesso quanto di meglio la vita possa offrirci, o comunque fra quelle attività da considerare più vitalistiche.
La massima teorizzazione nietzscheana, vale a dire la volontà di potenza, cos’è se non un’orgogliosa e vibrante affermazione della vita e, di conseguenza, lotta senza quartiere e senza requie contro tutto ciò che vuole negarla o, a ogni modo, sminuirla. Definendo “peccato” il sesso al di fuori dello stretto recinto matrimoniale, il cristianesimo nega e sminuisce la vita stessa. D’altronde cos’è il sesso se non la massima espressione della potenza vitale anche nietzscheanamente concepita, poiché il sesso è vita e può produrre altra vita, se è quella la volontà di chi lo pratica. Quindi se un atto così bello e piacevole come il sesso incrementa la vita, perché contrastarlo alla maniera del cristianesimo paolino?

Filosofia per molti e non per tutti

Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.

Di questi tempi, tutti corriamo come dei matti, siamo sempre e di più trafelati, oberati da mille impegni che ci sobbarchiamo come illudendoci – non so – di essere immortali. Già, perché va bene dimenticarci come meccanismo di autodifesa la nostra dimensione mortale – a volte meglio non pensarci per godere appieno della nostra vita al presente –, però non dobbiamo nemmeno essere troppo schizofrenici, cioè a dire: perdere contatto con la realtà di ciò che siamo, creature che fingono soltanto di non sapere ciò aspetta loro, che eternizzano il loro presente e lo vivono come se non fosse quello stillicidio di anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi che è in effetti. Appunto, considerando la meta, meglio capire come godersi il viaggio. Questo è ciò di cui si preoccupano i filosofi. Per voler essere dei guastafeste, si potrebbe senz’altro ribattere che c’è chi muore e non l’ha ancora capito. E con questo? “Capire” vale il prezzo del biglietto, anche se questo può voler dire soffrire proprio perché si è meglio compresa l’essenza di questa nostra vita: la sofferenza.
Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.
Credo si debba riscoprire una dimensione agonica del vivere, che vorrà pure dire soffrire e, per chi vuole vivere filosoficamente, capire questa sofferenza. Non è un caso se Edipo si acceca dopo avere appreso di avere ammazzato suo padre e avere generato figli con sua madre. Sapere questo, capirlo – “capire” è lo step successivo del “conoscere” – farebbe impazzire il migliore degli uomini, figuriamoci un assassino incestuoso. Comunque, meglio non accecarsi perché gli occhi vanno tenuti bene aperti e ci servono per vedere bene, con chiarezza, ci aiutano a capire. La visione, la vista è un coadiuvante della comprensione, la dilata, la fortifica. Perciò non mi resta che raccomandarvi di tenere gli occhi spalancati e augurarvi buon viaggio, con o senza filosofia, con o senza consapevolezza, a voi la scelta.
Costringere ad amare la filosofia è l’ultimo obiettivo che mi pongo. Non la penso come Epicuro e nemmeno come Nietzsche, la penso come me stesso e dico che la filosofia no, non è per tutti, ma per molti sì. Per quelli che non si accontentano a vivere e basta, ma vogliono vivere meglio, con più qualità, facendosi delle domande per darsi risposte funzionali, cioè che funzionino per sé. Il filosofo si pone domande “materiali”: cosa mangiare a pranzo o a cena, che film o serie televisiva vedere, che marca di crema solare comprare, che tragitto percorrere per andare al lavoro, eccetera. Come pure domande “spirituali”: chi siamo, da dove veniamo, che ci stiamo a fare qui sulla Terra, c’è vita solo “qui sulla Terra” o anche altrove, che cos’è la vita, perché c’è il tutto anziché il nulla e così via.
A costo di esagerare, la sparo grossa: forse persino Socrate si sbagliava a ritenere indegna una vita senza ricerca filosofica. Si può vivere “senza” filosofia (senza consapevolezza), ne sono convinto. È solo che, come Socrate, anche a me convince di più una vita “con” filosofia (con consapevolezza). Questo vuol dire che i filosofi sono maniaci del controllo? Non lo so, forse. O forse l’unico controllo che s’illudono o sanno di avere – chi può dirlo – è la consapevolezza di non poter controllare tutto e che a volte la corrente non si combatte, si asseconda se non si vuole affogare, come sa bene il nuotatore esperto. Oltretutto, ora che ci penso, non saprei in che altro modo vivere se non applicando, in ogni cosa che faccio, la mia filosofia di vita. In definitiva, la filosofia per me è tutto, ma questo “tutto” non lo è per tutti.

Come criceti nella ruota

Come criceti nella ruota siamo condannati a girare e rigirare a vuoto, ma, come ben sanno i criceti, chi si ferma è perduto.

A mio avviso, la parte dello “Zarathustra” più interessante è quella intitolata “La visione e l’enigma”; è intrisa di simboli e senza un cospicuo sforzo interpretativo si capirebbe ben poco, e capire è costruire un senso, malgrado il nonsenso apparente, che è un po’ la chiave della ricerca filosofica nietzscheana. Se la vita è quello che è, che senso ha viverla? Il bello è “cercare” questo senso più che trovarlo, questo c’insegna la filosofia di Nietzsche e più in generale è ciò che dovrebbe inculcarci la filosofia tutta. Checché ne dicano alcuni, per la filosofia pura, quella (socratica) delle origini: la ricerca del sapere è più importante del sapere stesso. Così come la ricerca della verità è più importante della verità stessa.

Se ve la devo dire tutta, io per primo non mi accontento di questa ricerca. Quando, però, tento di andare oltre e mi metto a caccia di risposte, mi rendo conto che sto flirtando con la teologia, a discapito della filosofia. E in questo sono poco nietzscheano, il relativismo dei valori e della verità non mi basta. Perciò credo che la Verità (con la maiuscola), a cercare bene, ci sia, ma credo pure che il percorso filosofico-avventuroso del relativismo nietzscheano sia stimolante, malgrado sia convinto – in ultima analisi – che Nietzsche avesse torto.

Il buon “Federico” è un filosofo che va apprezzato a piccole dosi: dargli troppo retta può nuocere a sé e agli altri. Ascoltarlo “quel tanto che serve” ritengo sia un vero toccasana e le sue massime, i suoi aforismi un balsamo per l’anima afflitta dell’uomo di ogni luogo ed epoca. Perlomeno gli esiti nefandi dell’influenza nietzscheana sul Nazismo m’inducono a pensare questo.

Con ciò cosa voglio dire, che Nietzsche era nazista? Certamente no anche per la semplice evidenza che quando lui è morto, nel 1900, Hitler ha solo undici anni. Ad ogni modo, mentirei se affermassi che la sua filosofia non contenga la scintilla del nazismo. D’altra parte, però, sento di poter perdonare il suo antisemitismo – il suo bersaglio polemico è San Paolo, basti leggere “L’Anticristo” per rendersene conto – in quanto, che lo abbia voluto o meno, persino lui che si considerava tanto “inattuale” in questo, nell’antisemitismo appunto, fu fin troppo “attuale”, intendendo con ciò figlio della sua epoca malata.

D’altronde, ogni epoca ha il suo male. Qual è la malattia della nostra epoca? Il capitalismo. Un male spirituale prima che economico, il cui sintomo più evidente e preoccupante è: l’avidità. Ammettendo questo, non mi schiero però con Marx, poiché la storia ci ha mostrato l’inefficacia dell’antitesi comunista, che vorrebbe sconfessare il capitalismo su basi economiche, mentre io credo si dovrebbe combatterlo e criticarlo per la sua miseria spirituale, per il modo in cui ci ha tramutati tutti in bestie simili all’animale mitologico denominato Caradrio, che mangiano e defecano simultaneamente in preda a un’insaziabilità divorante. All’orizzonte di cure comprovate per arginare questo male non se ne vedono, semmai s’intravvedono solo sperimentazioni palliative, capaci di attenuare i sintomi senza operare però sulle cause che li hanno originati; non credo infatti alla possibilità di riuscita di decrescite felici, per quanto le adoro e ne condivido i principi basilari.

Io una sintesi che potrebbe funzionare l’avrei in mente e non brilla di certo per originalità (d’altronde è mia opinione che, filosoficamente parlando, l’originalità è sopravvalutata), ma non per questo è meno rivoluzionaria nel senso più autentico del termine, intendendo con rivoluzione l’etimo latino “revolvere”, che significa “tornare indietro”. A che cosa? Al Cristo dei “Vangeli”. Non so voi, ma nonostante abbia studiato autori su autori, non ho trovato niente di più rivoluzionario del comandamento di Cristo, che così sintetizzo: “Ama i tuoi nemici”.

Nonostante non ne sia capace, ammiro più di ogni altro chi riesce a fare di questo comandamento evangelico il suo imperativo categorico. Se tutti diventassimo capaci di questo, non vi sarebbero più guerre, ma la pace regnerebbe sulla Terra. Con i “se”, però, non si fa neanche un metro di strada.

Fra tutti gli amori, quello per i nemici mi resta difficile da digerire sia a livello intellettuale sia viscerale. Lo confesso, non sono ancora pronto a farlo mio. Chiamo in causa Kierkegaard, secondo il quale si possono rintracciare tre stadi esistenziali: quello estetico, quello etico e quello religioso. Be’, direi che io sono fermo al secondo. Per amare i nemici occorre raggiungere il terzo, che – in tutta franchezza – credo sia riservato a una ristrettissima minoranza. Ed è questo il problema, che rende la kantiana “pace perpetua” una grandiosa idea, poco praticabile però. Dire che lo è “poco” non equivale a dire che non lo sia affatto. Dunque, credo che sia impossibile realizzarla? No. Credo allora che sia improbabile? Sì. Perché per renderla possibile bisognerebbe che ogni uomo arrivi ad amare il proprio nemico e sia da quest’ultimo riamato dello stesso amore. Facile, no? Come bere un bicchiere d’acqua, che, a proposito, si può sapere com’è: se mezzo pieno o mezzo vuoto?

Di fronte a problematiche del genere rimpiango di non essere un orientalista, che facilmente risponderebbe: il bicchiere è sia pieno sia vuoto. Vuoto e pieno sono le due facce di un’unica medaglia. Perciò mi sento di rispondere: il bicchiere è mezzo pieno fino a che non ne bevi il liquido, da quando cominci a berlo diventa mezzo vuoto, però vuoi mettere, almeno ti disseti, anche se poi ti viene voglia di riempirlo di nuovo.

Qual è la morale? Che la vita è una coazione a ripetere e ne sapeva qualcosa Sisifo, costretto a far rotolare la pietra giù dalla rupe per poi ricaricarsela, riportarla di nuovo su in cima e farla rotolare giù ancora e ancora.

Vi ha fatto venire in mente qualcosa Sisifo? A me sì, la ruota di un criceto, che gira e rigira fino a che non muore, se non fosse che quel povero Sisifo è condannato all’eterna ripetizione.

Ebbene? Come criceti nella ruota siamo condannati a girare e rigirare a vuoto, ma, come ben sanno i criceti, chi si ferma è perduto.