La scuola che vorrei

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle.

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle. Ricordo un mio ex studente di una vecchia quinta simpatizzante revisionista, talmente coraggioso e volenteroso nel voler difendere la sua libertà di pensiero che in occasione di un’interrogazione di Storia diede mostra di sé. Aveva studiato come si deve, per cui non mi feci problemi a dargli un otto, valutando il suo grado di preparazione e mettendo tra parentesi il giudizio personale sulla pericolosità delle sue idee. Gli ridarei otto all’infinito, perché quel voto ha rispecchiato il mio giudizio ponderato sul lavoro di studio e documentazione che aveva svolto a casa, lui che nelle precedenti interrogazioni non era mai andato oltre a uno stiracchiato sei e mezzo. Questo per dire che ho premiato e sempre premierò chi sarà disposto a metterci la faccia, anche se non la penserà come, perché dimostrerà maturità, che è la qualità che un professore apprezza di gran lunga in uno studente. Non a caso l’esame di fine ciclo di studi si chiama proprio: “Maturità”.

Chi critica perché vede frustrata la propria aspettativa di voto, ha capito poco le finalità della scuola. Non sono così ipocrita da dire che il voto è l’ultima cosa, di certo però non è l’aspetto principale e più importante dell’essere studenti. Di solito tendono ad avere voti più alti proprio quegli studenti che capiscono questo, mentre si trovano più in difficoltà quelli che stentano ad accettare una valutazione magari non soddisfacente ma data senza pregiudizi, con imparzialità, rigore e la massima onestà intellettuale. “Non riesco a capire perché ho preso questo voto, che certamente non mi merito”, quante volte e quanti studenti avranno pensato qualcosa del genere? Tante volte e tanti studenti, io credo. Be’, sono nel torto e sono lontani dal capire perché devono imparare a crescere, a essere più maturi per arrivare finalmente a comprendere che un sette sudato può fare notevolmente più bene di un otto gonfiato.

Sono i voti più sofferti che preparano a quello che c’è fuori dalla scuola: una società cannibale in cui essere bravi a volte non basta e per questo occorre farsi il mazzo per meritarsi il lavoro dei propri sogni. La scuola non è una preparazione alla vita, è già vita, per parafrasare John Dewey, filosofo dell’educazione americano. Per questo l’atteggiamento migliore è lagnarsi di meno e rimboccarsi di più le maniche. I professori sono i vostri migliori alleati degli studenti, sono quelli che li accompagnano in quel processo di crescita che potrà portarli a realizzare ciò che si prefiggono, prima lo capiranno e meglio affronteranno le difficoltà della scuola, che non sono insormontabili ma ampiamente alla portata, solo che ci vuole impegno, ci vuole partecipazione attiva, ci vuole senso di responsabilità, ci vuole soprattutto volontà di migliorarsi accettando i consigli di chi ha più preparazione ed esperienza. Insomma, una storia vecchia come il mondo.

Meritatelo!

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Sarebbe bello che i propri studenti capissero la differenza fra tenere una lezione scimmiottando il manuale di testo, apponendovi qua e là dei commenti integrativi, e preparare una lezione personalizzata, con tanto di materiali curati e selezionati dal docente, che invitino a una riflessione davvero filosofica sui testi degli autori in programma. Sarebbe davvero bello far capire quanto lavoro occulto ci sia dietro a una lezione del secondo tipo e quanto più comodo, facile e poco stimolante sia invece erogare una prestazione del primo tipo neanche si avesse davanti un’utenza acefala che non necessita di essere formata in maniera consapevole e responsabile.

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Fare lezione alla maniera tradizionale, manco ci si trovasse al cospetto di vasi da riempire, non è nel mio stile e se lo facessi mi sembrerebbe di rubare lo stipendio. Lo saprei fare e lo potrei anche fare, ma non lo voglio fare, c’è differenza; una differenza sottile che non tutti possono capire né sono sicuro approvano, non m’importa; non vado in giro a dire agli altri come fare il loro mestiere e altrettanto non vorrei che si facesse con me. Se ciascuno pensasse al suo il mondo sarebbe un posto migliore, così la vedo io.

Credo sia controproducente far passare il messaggio di faciloneria a scuola, ovvero: che la vita sia tutto un continuo scherzo, un gioco da non prendere con la giusta dose di serietà e non invece qualcosa di dannatamente serioso, difficoltoso, perché no. Le difficoltà non si possono sempre svicolare. Magari si potessero zigzagare le traversie della nostra complicata esistenza di esseri umani. A ogni modo, non so quanto possa aiutare i nostri studenti un’eccessiva dose di faciloneria, temo piuttosto che possa danneggiarli. Ci troviamo già ogni giorno a scontrarci con una realtà complessa, come fior d’intellettuali ci hanno più volte fatto notare (penso soprattutto a Edgar Morin). Ragion per cui: non abituare i nostri studenti alle inevitabili difficoltà/complessità che si troveranno a dover fronteggiare usciti da scuola, credo che più che fare loro un favore si faccia loro un torto; non tutto è facile, anzi, niente lo è. Tutto va guadagnato con il sudore della propria fronte, meritato. Si fa tanto un gran parlare di merito, ma quanti di noi docenti sono disposti a rendersi antipatici agli occhi dei loro studenti pur di scovarlo e premiarlo in quelli che davvero se lo meritano? Non è facile, insegnare è tutt’altro che facile, direi che oltre a essere un lavoro è anche una vocazione e io questa vocazione la sento eccome. Perciò, quando le circostanze mi costringono a fare – malgrado non ne abbia voglia – il duro con i miei studenti, non mi sottraggo perché so che è di preciso: il mio dovere.

La vita è un cammino faticoso, non è una passeggiata spensierata. Bisogna sforzarsi, impegnarsi, studiare molto, altro che poco, per ricavarne poi in futuro qualche soddisfazione e, cosa non da meno, comprendere meglio, più in profondità, il presente che si sta vivendo; non basta abituarsi a fare il minimo indispensabile, bisogna fare di più e farlo meglio. Io lo so questo, perciò voglio insegnarlo ad altri. Quando i miei attuali ed ex studenti mi riconoscono questo sforzo sono lieto e mi rammarico invece quando non se ne accorgono, ma non demordo e paziento. Quello dell’insegnante è anche e soprattutto un lavoro di pazienza, paragonabile all’instancabile acqua che scava la roccia.

Ricordo con affetto una mia ex quarta. Il primo mese con loro è stata una lotta senza quartiere, voci di corridoio di miei colleghi mi avevano riportato lamentele sul fatto che fossi con loro troppo esigente, poi però è accaduto qualcosa di bello, che mi ha sorpreso in positivo: hanno cominciato a farsi via via più attenti, disciplinati, studiosi, appassionati alle mie lezioni. All’inizio dell’anno scorso mi hanno inviato una mail che – non mi vergogno a dire – mi ha fatto piangere di commozione. Quei ragazzi che non avevano più bisogno di catturare la mia benevolenza, visto che non ero più il loro professore e tanto più insegnavo in un’altra provincia, mi hanno ringraziato per tutto quello che ho dato loro, non solo in termini di nozioni culturali ma anche in termini umani, di quanto il mio insegnamento sia stato capace di avere un impatto sulle loro vite. Anche altre classi mi hanno dimostrato affetto, ma non fanno testo, perché nelle classi cosiddette facili insegnare è talmente un piacere che neanche sembra un lavoro. Invece questo riconoscimento palesatomi da una classe tutt’altro che facile, mi ha convinto sempre più di avere scelto la professione giusta.

Fra gli insegnamenti che vorrei impartire ai miei ragazzi c’è quello di abituarli a sapersela cavare fuori dall’ambiente protetto delle aule scolastiche, molto simile a quella giungla senza esclusione di colpi che aveva paventato nella sua concezione dello stato di natura Thomas Hobbes; una giungla dove chi ha dei meriti, se non si arrende, poi alla fine qualche soddisfazione riesce a togliersela. Per farcela – però – devo abituarli alle cose difficili. Lo diceva anche Platone nel testo intitolato “Ippia Maggiore”: “Le cose belle sono difficili”. Abituare chi si educa alle cose difficili, significa abituarli alla bellezza e alla complessità della vita, dove nessuno ti regala niente e tutto va meritato. L’imperativo categorico per uno studente? Meritatelo!

Cosa occorre per fare di uno studente un buon cittadino?

Questa società di rado ci abitua a pensare che è colpa nostra, bensì che è molto più conveniente incolpare gli altri in quanto facili capri espiatori; scarico di responsabilità che – spesso – affonda le radici nelle famiglie; gli zii dicono che la colpa è dei nonni, i nonni sostengono che è dei genitori, i genitori che è dei professori. Insomma, è tutto un patetico scarica-barile, che non aiuta per niente i ragazzi; loro soltanto è il merito o il demerito dei risultati ottenuti.

Sapete cos’è la sindrome del “docente amico”? Quell’atteggiamento proprio di quei professori che tendono a credere meglio alle lamentele degli studenti piuttosto che alla buona fede dei colleghi. Ecco, se devo essere onesto, a me non piace. Con questo non voglio dire che fra colleghi bisogna avere uno smisurato spirito di corpo che ti porti a dare la ragione a qualcuno solo perché fa il tuo stesso mestiere, questo no di certo; oltretutto, una simile solidarietà a prescindere dalle singole casistiche è più da stupidi che da persone intelligenti.
Nei limiti di una tranquilla e pacata conversazione, in passato mi è capitato di dissentire con l’operato di qualche collega. Malgrado ciò, le mie idee differenti gliele ho sempre dette in faccia, perché confido di avere innumerevoli difetti tranne quello di essere una persona sleale. A conti fatti, per quel che ho potuto constatare dalla mia esperienza d’insegnamento: hanno più ragione i colleghi degli studenti.
Dopo un’attenta analisi, la maggior parte delle critiche degli studenti – mi guardo bene dal dire la totalità – si rivelano “strumentali”. Un esempio a scelta: il voto non soddisfacente che suscita immotivata indignazione nello studente. Perché “immotivata”? Questa società di rado ci abitua a pensare che è colpa nostra, bensì che è molto più conveniente incolpare gli altri in quanto facili capri espiatori; scarico di responsabilità che – spesso – affonda le radici nelle famiglie; gli zii dicono che la colpa è dei nonni, i nonni sostengono che è dei genitori, i genitori che è dei professori. Insomma, è tutto un patetico scarica-barile, che non aiuta per niente i ragazzi; loro soltanto è il merito o il demerito dei risultati ottenuti.
Attribuirsi la responsabilità di qualche mancanza è sintomo di maturità. Poi è lecito domandarsi: ma come possono i figli essere maturi se i loro genitori non lo sono? Sapete qual è il colmo per un professore? Quando ti accorgi di avere davanti un genitore più immaturo del figlio, in occasione dei colloqui con le famiglie. A quel punto ti capita di rivalutare quel ragazzo, guardarlo sotto un’altra lente d’ingrandimento e capirlo anche meglio, non dico giustificarlo perché per me rimane comunque – in minima o maggiore parte – responsabile del proprio operato.
In generale, devo confessare che non sopporto le falsità che si dicono pur di non prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Contro il vizio della menzogna, credo che noi docenti dovremmo essere instancabili nel rimarcare il valore imprescindibile dell’onestà. Rimango dell’idea che la Scuola debba essere un’agenzia educativa, seconda solo alla famiglia; quest’ultima ha ovviamente più importanza perché è lì che in teoria – dico “in teoria” perché ci sono famiglie e famiglie – i ragazzi trascorrono la maggior parte del tempo e si formano diventando ogni giorno un po’ più grandi. A tal proposito, credo che più tardi si cominci a fare leva sul senso di onestà, di responsabilità degli alunni e meno possibilità questi ultimi avranno di sviluppare tali doti.
Onestà e responsabilità, ecco cosa occorre per fare di uno studente un buon cittadino.

Corso di CineFilosofia

Sono aperte le iscrizioni al CORSO DI CINEFILOSOFIA (II edizione), che prenderà il via il prossimo 24 FEBBRAIO 2020 presso la Biblioteca Zavatti di Civitanova Marche. Il ciclo di tre incontri, tenuto dal Professore Marco Apolloni – docente di Filosofia e Storia – avrà cadenza settimanale, dalle ore 18 alle 20. Partendo dal saggio “FILOSOFI DA OSCAR”, il docente stuzzicherà la curiosità dei presenti – siano essi cultori della disciplina o meno – verso la filosofia. Come suggerisce il titolo, il libro propone un accostamento tra la filosofia e il cinema e, attraverso la presentazione di pellicole famose, Apolloni proporrà alcune “riflessioni filosofiche” su temi universali e sempre attuali. Per info/prenotazioni: 333.3495829 – marcoapolloni83@gmail.com. Si tratta di una seconda edizione del corso, tuttavia il non aver partecipato alla prima non preclude l’iscrizione a questi nuovi appuntamenti, dato che verranno approfonditi argomenti diversi.

Meglio antipatico che incompetente

Un’inclinazione erronea da combattere nei propri studenti è il vittimismo, che li porta – a volte – a far dire loro bugie che hanno “le gambe corte” e che il meno dotato degli azzeccagarbugli potrebbe facilmente sconfessare. Nel corso degli anni ne ho sentite di lamentele su colleghi che – per esempio – non fornirebbero motivazioni dopo avere assegnato un voto. In tutta franchezza, faccio fatica a immaginarmi un collega che non motiva un proprio voto. Può darsi che gli studenti confondano il dare una motivazione, che loro “non” accettano, con il non darne alcuna.

Hanno ancora un senso i voti? Comincio col rispondere che “un senso” per me ce l’hanno ed è quello di stimolare il miglioramento senza il quale ogni giorno non saremo spinti a fare meglio del giorno prima e così via. Questa tendenza a farci migliorare è ciò che salverei del voto.
Un’inclinazione erronea da combattere nei propri studenti è il vittimismo, che li porta – a volte – a far dire loro bugie che hanno “le gambe corte” e che il meno dotato degli azzeccagarbugli potrebbe facilmente sconfessare. Nel corso degli anni ne ho sentite di lamentele su colleghi che – per esempio – non fornirebbero motivazioni dopo avere assegnato un voto. In tutta franchezza, faccio fatica a immaginarmi un collega che non motiva un proprio voto. Può darsi che gli studenti confondano il dare una motivazione, che loro “non” accettano, con il non darne alcuna. Magari questi docenti avranno dato loro una motivazione più o meno stringata, ciononostante loro polemizzano e allora vanno in giro a calunniare il singolo docente. Questa è una cosa che proprio non sopporto, lo confesso. Anche perché gli studenti che te lo raccontano – di solito – cercano il tuo appoggio esterno, che io mi guardo bene dal prestare perché “fino a prova contraria” do ragione e tendo a credere ai miei colleghi, vista la natura – spesso – “strumentale” delle lamentele degli studenti che nove volte su dieci coincidono con un brutto voto.
Come insegna l’etica di Aristotele, la verità sta nel mezzo. Cosa voglio dire? La ragione – di solito – non ce l’ha mai al cento per cento una sola parte; magari una parte ha più ragione dell’altra, non è insolito però che colpe e meriti siano condivisi. In fondo la giustizia stessa – così come dovrebbe essere concepita in un paese civile e democratico – ci invita a credere “fino a prova contraria” alla non colpevolezza di un presunto reo, si chiama: “presunzione d’innocenza”. E non utilizzare questa forma di cortesia con un collega, non concedendogli quantomeno la “presunzione d’innocenza”, oltre a essere un comportamento scorretto, mi pare anche chiaro indizio di giustizialismo.
Ammetto di non nutrire simpatia alcuna per delatori e forcaioli che – talvolta con la bava agli angoli della bocca – chiedono di far saltare teste a destra e a manca al solo fine di salvare la loro di testa. La Rivoluzione francese dovrebbe pur averci insegnato qualcosa… un conto è la giustizia e ben altro paio di maniche è il giustizialismo. Motivo per cui “fino a prova contraria” credo alla buona fede di un collega e solo in caso di prova schiacciante ai suoi danni sono disposto a riconoscerlo colpevole; la prova in questione dev’essere però incontrovertibile. Cosa intendo per “incontrovertibile”? Dimostrata coi fatti e non con le chiacchiere, perché a chiacchierare alle spalle sono tutti bravi, quando si tratta però di portare dei “fatti” a supporto, solo in pochi si fanno avanti (ammesso e non concesso che si facciano “avanti”).
Dunque, di chi è la colpa del brutto voto dato ai nostri eccezionali figli, dei docenti forse? No, fino a prova contraria. Poi le eccezioni ci sono, altrimenti non avrebbe più senso la regola. La norma però parla chiara: i docenti sono esseri umani che possono sbagliare, ma se – in effetti – lo fanno è quasi sempre in buona fede. Come dicevano quei gran filosofi dei miei nonni: “Solo chi non alza mai un dito, non sbaglia mai”. Purtroppo, essendo umani, quel “quasi sempre” comprende alcune eccezioni, ma da qui a farmi credere a tutte le malefatte che sento dire dei miei colleghi, troppo ce ne vuole. Tra l’altro non sono così ingenuo da credere di non essere mai stato vittima io stesso di simili calunnie. Fare il professore e dover mettere dei voti rende simile a un arbitro di calcio: come sa bene chi frequenta gli stadi, ogni tanto qualcuno lo si scontenta, è inevitabile direi. Inoltre, non ambisco a ottenere l’unanimità dei consensi attorno alla mia persona; se lo facessi significherebbe che sarei un totalitarista incline a promuovere il culto della mia persona. Per quanto nutra stima nei confronti di me medesimo, certi giorni non mi vado per niente a genio; dunque, mi guardo bene dal voler suscitare unanimi simpatie. E poi, a dirla tutta, per quanto la simpatia giovi, un professore così come un dottore, un politico, un uomo di legge, un parrucchiere, un cuoco – e qualsiasi altro mestierante che non ho menzionato – non dev’essere per forza di cose simpatico, purché sia bravo. Solo la bravura è davvero richiesta nell’esercizio di una professione. La simpatia è accessoria, sopravvalutata e vi dirò di più: meglio antipatico che incompetente.

Dallo zero al dieci

Un bel voto – è inutile negarlo – è una gradita iniezione di autostima anche per il docente che lo mette, perché “potrebbe” significare che ha lavorato bene. Poi è ovvio che il dieci inteso come perfezione assoluta non ha senso, nessuno studente – così come nessun professore – offre la prestazione perfetta, infallibile. Come esseri umani siamo tutti imperfetti, fallibili. Tutti potevamo fare meglio. Persino Dante poteva scrivere meglio certi passaggi della “Divina Commedia”. Blasfemia? Semplice ammissione di umanità.

Nel recente passato mi è capitato di intrattenere un’edificante chiacchierata con un mio collega secondo il quale dare dieci non avrebbe senso, perché equivarrebbe a dire allo studente che è stato perfetto e, di conseguenza, lo indurrebbe a montarsi troppo la testa. Trovo questa argomentazione del collega poco convincente, perché il dieci a volte serve proprio per incoraggiare un ragazzo che ha una spiccata propensione per la tua materia, ha stoffa insomma, e tu dandoglielo vuoi invogliarlo a mantenere questo standard elevato.

Ci tengo a precisare che mi capita di mettere in guardia ogni studente a cui do dieci, che – sarà pure scontato ma credo sia bene ribadire – con me non vale la regola del “dieci una volta, dieci per sempre”. Ogni volta gli darò il voto che si merita, anche dovesse essere quello che per me è il minimo, ossia tre. Come se non bastasse, quelle rare volte in cui do dieci puntualizzo allo studente beneficiato che questa valutazione non implica che ha fatto una prova perfetta; in quanto esseri “umani”, cioè “fallibili”, il massimo a cui possiamo ambire è essere “perfettibili”, no di certo all’impossibile perfezione con cui la nostra natura di esseri “limitati” fa a pugni. Se attribuisco il voto più alto è perché apprezzo le prestazioni di spessore, dove lo studente mi dimostra di cavarsela per via di un’esposizione particolarmente brillante, forbita e appassionata; soprattutto in quest’ultimo caso, mi sembra un’eresia inaccettabile non premiare chi ti dimostra di avere passione unita alle competenze/abilità/conoscenze per la tua disciplina.

Un bel voto – è inutile negarlo – è una gradita iniezione di autostima anche per il docente che lo mette, perché “potrebbe” significare che ha lavorato bene. Poi è ovvio che il dieci inteso come perfezione assoluta non ha senso, nessuno studente – così come nessun professore – offre la prestazione perfetta, infallibile. Come esseri umani siamo tutti imperfetti, fallibili. Tutti potevamo fare meglio. Persino Dante poteva scrivere meglio certi passaggi della “Divina Commedia”. Blasfemia? Semplice ammissione di umanità.

Ciò detto, quando a noi professori si presentano casi – e ce ne sono – di alunni palesemente meritevoli, credo sia sbagliato non assegnare loro il voto massimo, che vuole anche servire loro da incoraggiamento, da sprone a continuare a meritarselo, a ogni interrogazione o verifica successiva. Mi è capitato durante lo stesso anno scolastico di dare un tre e un dieci a uno studente. Che dire, difendo il mio operato e sostengo che entrambi i voti se li sia meritati. Motivo per cui: perché non avrei dovuto darglieli? Dopo il tre avrei dovuto farmi condizionare nelle valutazioni successive? Non credo proprio, infatti non l’ho fatto. Sono stato bravo ad agire così? No, penso solo di essere stato onesto, né più né meno.

In ultima analisi, così come rivendico la mia scelta di optare per una scala valutativa che va dal tre al dieci, al contempo difendo – applicando il principio della tolleranza tanto caro a Voltaire – quei colleghi che per ragioni loro – che starà a “loro” motivare – hanno una scala di valutazione che va dallo zero al dieci.

Qual è la più importante qualità di un professore?

Uno dei tanti compiti del docente è mettere voti onesti, né troppo severi né troppo generosi. Una valutazione, affinché sia utile, dev’essere “formativa”, deve cioè “formare” la persona che si ha davanti, renderla consapevole su cosa e come migliorare. Di fronte a una scena muta o quasi, per quanto ci dispiaccia, non si può lasciar correre.

Trovo assurde quelle interrogazioni dove devi parlare tu e non lo studente, perché quest’ultimo non riesce a spiccicare parola, magari perché si è bloccato, o ha la personalità fragile, o non si ricorda quanto ha o – diversamente – “non ha” studiato. Quando capita, tu professore che vuoi essere di aiuto ai tuoi studenti, non vuoi mostrarti troppo rigido, fiscale (anche se non ci sarebbe nulla di male a esserlo). Al contrario, provi ad andargli incontro: cominciare tu il discorso, deviare su una domanda in teoria più facile… perché dico “in teoria”? Perché “in pratica” tutte le domande sono difficili per chi non studia. Alcune volte, in situazioni del genere, si può finire con il rifare daccapo la spiegazione per quanto parli solo tu, dato che chi dall’altra parte dovrebbe esporti dei contenuti non è capace di farlo. Quando capita questo, però, più che mettere il voto alla prestazione dello studente, dovresti metterla a te stesso.

Per quanto mi riguarda, cerco di evitare una situazione tanto ridicola, dal momento che trovo diseducativo farla passare franca a uno studente che non si presenta preparato a un’interrogazione. Infatti, che insegnamento potrà mai trarne se il professore non lo aiuterà a capire che ha sbagliato? Siccome, oltre a essere professori, siamo anche educatori, mi pare doveroso correggere comportamenti erronei per far sbocciare il senso di responsabilità nei nostri studenti. Quando un professore s’interroga da solo e mette un voto a sé stesso più che alla pessima prestazione di chi ha davanti, oltre a non agire secondo deontologia, rende un pessimo servizio al ragazzo, come se – implicitamente – lo invitasse a riprovarci la volta successiva, quella dopo ancora e così via in un continuo prendere/prendersi in giro.

Uno dei tanti compiti del docente è mettere voti onesti, né troppo severi né troppo generosi. Una valutazione, affinché sia utile, dev’essere “formativa”, deve cioè “formare” la persona che si ha davanti, renderla consapevole su cosa e come migliorare. Di fronte a una scena muta o quasi, per quanto ci dispiaccia, non si può lasciar correre.

Con la mia scala valutativa già cerco – nei limiti del possibile – di aiutare i miei studenti, visto che come voto minimo parto dal tre e non disdegno – in rari casi ma succede – di mettere il massimo, cioè dieci. Quindi, per scelta didattico-educativa ho deciso di escludere dal novero delle valutazioni possibili i voti minimi che reputo lesivi della dignità della persona. Mi posso permettere questo perché mi guardo bene dal fare verifiche a crocette, preferendo quelle a domanda aperta, che – peraltro – mi sembrano più consone a materie quali Filosofia e Storia che si basano molto sul saper argomentare. Uno studente che non ha argomenti e non riesce a svilupparci sopra un discorsetto di senso compiuto “non” ha colto uno degli aspetti principali della disciplina filosofica. Inoltre, uno studente incapace di esporre le proprie idee, nel corso della sua vita sarà sempre dimezzato perché non in grado di comunicare “a parole” e “per concetti” ciò che sente dentro di sé, ciò che pensa.

Pensare è quel che rende l’uomo un “animale razionale”, che rispetto alle altre specie animali possiede quel “quid plus”, quel valore aggiunto costituito dalla ragione. Quest’ultima tutti ce l’abbiamo, anche se non tutti ne facciamo uso o perlomeno non sempre, altrimenti avrebbe avuto ragione Kant con il suo trattato “Per la pace perpetua” a ritenere possibile – grazie al progredire della ragione – un mondo privo di guerre.

Di certo non condanno quei miei colleghi che somministrano prove strutturate, in particolare quelli delle materie scientifiche. Nel loro caso è impossibile non partire dallo zero perché – faccio un esempio – se in un test “a crocette” do dieci domande e un alunno non ne indovina neanche una, questi logicamente si dovrà beccare un rotondo quanto scoraggiante zero. Vorrei anche aggiungere che in verifiche formato quiz – per quanto ben congegnate – vi sono più rischi che: lo studente possa rispondere nella maniera corretta tirando a indovinare, oppure possa copiare – con più agio che in quelle discorsive – da qualche compagno.

A ogni modo, con le domande aperte che propongo ai miei studenti, aggiro allegramente il problema dei voti minimi e, andando come scala di valutazione dal tre al dieci, mi sembra di operare “in aiuto” dei miei alunni. Perciò, quando uno studente non mi riconosce questa forma di premura nei suoi confronti ma – anzi – protesta per un voto che non lo soddisfa, be’, non nego che ci rimango male. Poi, per carità, il dispiacere mi passa subito e dimentico in fretta perché non voglio essere un professore vendicativo. So bene di avere “il coltello dalla parte del manico” e non mi sembra corretto accanirmi su chi – come uno studente al cospetto di un “prof” – è in una posizione di debolezza; approfittarsene sarebbe da vigliacchi, da chi fa il forte coi deboli e il debole coi forti.

Tutti i professori ambiscono a esseri giusti, si sa, ma giacché la giustizia è prerogativa divina e non è cosa di questo mondo, di solito ci si accontenta di essere equi, ovvero: capaci di trattare con la massima equità i propri studenti. Motivo per cui per essere in pace con quello che faccio, mi basta pensare – e sperare – di essere equo. Equità, ecco qual è la più importante qualità di un professore.

Saper stare al mondo

Pretendere di essere capiti senza però fare lo sforzo di capire gli altri è troppo comodo, a parere mio. Vuoi che gli altri ti capiscano? Bene, allora sforzati di “capire” tu per primo gli altri.

Fra le competenze da far maturare nei miei studenti, di sicuro ingloberei l’empatia. Questo perché non provare vicinanza, non riuscire a mettersi nei panni di un compagno ma – per esempio – schiamazzare durante le altrui interrogazioni, significa avere una competenza umana davvero nulla, perché non si fa lo sforzo di immedesimarsi nell’altro. Inoltre, questo “sforzo” altro non è che un atto dovuto, perché per quieto vivere noi esseri umani dobbiamo essere reciprocamente solidali gli uni con gli altri.

Già la vita è difficile, ci porta a dover essere in competizione e affrontare tante avversità, che se non fossimo quantomeno “solidali” fra noi non ci saremmo neanche evoluti. Se l’homo sapiens ha fatto un percorso evolutivo sorprendente è grazie a questo spirito di solidarietà che gli “umani” hanno più di altre specie animali. Quindi, se non insegniamo ai nostri ragazzi a essere di sostegno fra loro, un’unica grande squadra che combatte per un comune obiettivo, se non insegniamo loro a essere empatici, ebbene, allora significa che non stiamo rendendo loro un buon servizio.

Nel corso dei miei anni d’insegnamento, ho notato un atteggiamento che ritengo sbagliato in alcuni ragazzi durante le interrogazioni. Quelli che non sono coinvolti – in prima persona – tendono a distrarsi e a chiacchierare. Ho provato a farli ragionare che – proprio in questi momenti – dovrebbero stare ancora più attenti, perché la restituzione dei contenuti in classe è importante tanto quanto lo è la spiegazione degli stessi.

Ebbene, quando in alcune classi mi è capitato di rimproverare gli elementi più ciarlieri chiedendo loro di non disturbare la concentrazione dei loro stessi compagni intenti a sostenere la verifica orale, a volte è successo che questi “elementi” mi abbiano guardato storto manco fossi stato un marziano che ha avuto l’ardire di costringerli a un silenzio tanto ingiusto quanto odioso. Devo ammettere che in questi casi – per fortuna – sporadici sia rimasto a dir poco perplesso per questa assenza di empatia fra compagni di classe.

In generale, fra le cose che fatico a tollerare nei miei studenti vi è l’incapacità di mettersi nei panni dei compagni. Pretendere di essere capiti senza però fare lo sforzo di capire gli altri è troppo comodo. Vuoi che gli altri ti capiscano? Bene, allora sforzati di “capire” tu per primo gli altri.

Gli antichi e pragmatici Romani ci avevano visto giusto con il loro slogan “do ut des”, tu dai comprensione a me e io in cambio prometto di comprendere te. A mio avviso, questo significa saper stare al mondo.

Il tranello della condiscendenza

Noi docenti abbiamo pregi e difetti come tutti, ne dovremmo essere consapevoli noi per primi. Tuttavia, credo che se non si è un minimo consapevoli dei propri mezzi, delle proprie capacità, non si possa fare il mestiere che facciamo ogni giorno districandoci fra i banchi delle aule scolastiche e cercando in tutti i modi di suscitare l’interesse di un uditorio difficile come quello di ragazzi nel pieno dell’età dello sviluppo, con le loro naturali turbolenze, le loro inevitabili distrazioni e i loro comprensibili sbalzi d’umore.

D’inclinazione sono per fare poche cose ma fatte bene. Poi, certo, nessuno è perfetto, non credo esista il docente che ha tutte le qualità di questo mondo. Siamo persone e non ologrammi collegati a qualche cloud da cui attingere un numero illimitato di informazioni; ologrammi che da qui a qualche anno – stando a recenti sperimentazioni – magari prenderanno il posto di noi professori in carne e ossa, che siamo molto più fallibili e con molti più difetti. Gli studenti faranno le domande agli ologrammi e riceveranno in cambio una freddezza artificiale ma – in compenso – un’esattezza millimetrica nelle risposte.

Noi docenti abbiamo pregi e difetti come tutti, ne dovremmo essere consapevoli noi per primi. Tuttavia, credo che se non si è un minimo consapevoli dei propri mezzi, delle proprie capacità, non si possa fare il mestiere che facciamo ogni giorno districandoci fra i banchi delle aule scolastiche e cercando in tutti i modi di suscitare l’interesse di un uditorio difficile come quello di ragazzi nel pieno dell’età dello sviluppo, con le loro naturali turbolenze, le loro inevitabili distrazioni e i loro comprensibili sbalzi d’umore.

Credo di avere consapevolezza della importanza della professione che svolgo; “consapevolezza”, questa, che non va confusa con la pericolosa e sbagliata presunzione. Ai miei studenti offro competenza – oltre al massimo dello sforzo – ma non concedo “sempre” compiacimento, tantomeno la spalla su cui piangere, non mi comporto con loro da “migliore amico”, questo mai. Posso essere con loro disponibile, cordiale nei loro confronti, a seconda del grado di restituzione di disponibilità e cordialità che ricevo (tutta una questione di “do ut des”). Posso sdrammatizzare con loro per allentare la tensione (perché in fondo nella vita non è salutare prendersi sempre sul serio e a volte occorre dimostrare autoironia), ma non chiedetemi di confondere i ruoli che devono essere chiari vuoi a me, loro “professore”, vuoi a loro, miei “studenti”.

Se devo essere onesto trovo fastidiosi quei genitori post-sessantottini che si comportano coi loro figli da “migliori amici”. Un genitore non potrà mai essere il “migliore amico” del proprio figlio, occorre chiarezza dei ruoli: i figli devono fare “i figli” e i genitori devono fare “i genitori”. Ovvero? I figli dare preoccupazioni ai genitori e questi ultimi dare l’esempio ai primi. Ecco, i nostri ragazzi – lo dico da genitore prima che professore – hanno bisogno di esempi possibilmente “buoni”. Il problema è che il “buon esempio” sta diventando sempre più merce rara. E pensare che un solo “buon esempio” di un professore a uno studente, oppure di un genitore a un figlio, vale più di mille professori o genitori cosiddetti “migliori amici”.

In conclusione, venire incontro alle esigenze degli studenti entro certi “ragionevoli” limiti credo sia sacrosanto, essere però troppo accomodante nei loro riguardi non credo faccia il loro bene. E, siccome voglio fare del mio meglio per aiutarli a diventare ogni giorno studenti e persone più capaci, m’impegno a non cadere nel tranello della condiscendenza.