Meritatelo!

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Sarebbe bello che i propri studenti capissero la differenza fra tenere una lezione scimmiottando il manuale di testo, apponendovi qua e là dei commenti integrativi, e preparare una lezione personalizzata, con tanto di materiali curati e selezionati dal docente, che invitino a una riflessione davvero filosofica sui testi degli autori in programma. Sarebbe davvero bello far capire quanto lavoro occulto ci sia dietro a una lezione del secondo tipo e quanto più comodo, facile e poco stimolante sia invece erogare una prestazione del primo tipo neanche si avesse davanti un’utenza acefala che non necessita di essere formata in maniera consapevole e responsabile.

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Fare lezione alla maniera tradizionale, manco ci si trovasse al cospetto di vasi da riempire, non è nel mio stile e se lo facessi mi sembrerebbe di rubare lo stipendio. Lo saprei fare e lo potrei anche fare, ma non lo voglio fare, c’è differenza; una differenza sottile che non tutti possono capire né sono sicuro approvano, non m’importa; non vado in giro a dire agli altri come fare il loro mestiere e altrettanto non vorrei che si facesse con me. Se ciascuno pensasse al suo il mondo sarebbe un posto migliore, così la vedo io.

Credo sia controproducente far passare il messaggio di faciloneria a scuola, ovvero: che la vita sia tutto un continuo scherzo, un gioco da non prendere con la giusta dose di serietà e non invece qualcosa di dannatamente serioso, difficoltoso, perché no. Le difficoltà non si possono sempre svicolare. Magari si potessero zigzagare le traversie della nostra complicata esistenza di esseri umani. A ogni modo, non so quanto possa aiutare i nostri studenti un’eccessiva dose di faciloneria, temo piuttosto che possa danneggiarli. Ci troviamo già ogni giorno a scontrarci con una realtà complessa, come fior d’intellettuali ci hanno più volte fatto notare (penso soprattutto a Edgar Morin). Ragion per cui: non abituare i nostri studenti alle inevitabili difficoltà/complessità che si troveranno a dover fronteggiare usciti da scuola, credo che più che fare loro un favore si faccia loro un torto; non tutto è facile, anzi, niente lo è. Tutto va guadagnato con il sudore della propria fronte, meritato. Si fa tanto un gran parlare di merito, ma quanti di noi docenti sono disposti a rendersi antipatici agli occhi dei loro studenti pur di scovarlo e premiarlo in quelli che davvero se lo meritano? Non è facile, insegnare è tutt’altro che facile, direi che oltre a essere un lavoro è anche una vocazione e io questa vocazione la sento eccome. Perciò, quando le circostanze mi costringono a fare – malgrado non ne abbia voglia – il duro con i miei studenti, non mi sottraggo perché so che è di preciso: il mio dovere.

La vita è un cammino faticoso, non è una passeggiata spensierata. Bisogna sforzarsi, impegnarsi, studiare molto, altro che poco, per ricavarne poi in futuro qualche soddisfazione e, cosa non da meno, comprendere meglio, più in profondità, il presente che si sta vivendo; non basta abituarsi a fare il minimo indispensabile, bisogna fare di più e farlo meglio. Io lo so questo, perciò voglio insegnarlo ad altri. Quando i miei attuali ed ex studenti mi riconoscono questo sforzo sono lieto e mi rammarico invece quando non se ne accorgono, ma non demordo e paziento. Quello dell’insegnante è anche e soprattutto un lavoro di pazienza, paragonabile all’instancabile acqua che scava la roccia.

Ricordo con affetto una mia ex quarta. Il primo mese con loro è stata una lotta senza quartiere, voci di corridoio di miei colleghi mi avevano riportato lamentele sul fatto che fossi con loro troppo esigente, poi però è accaduto qualcosa di bello, che mi ha sorpreso in positivo: hanno cominciato a farsi via via più attenti, disciplinati, studiosi, appassionati alle mie lezioni. All’inizio dell’anno scorso mi hanno inviato una mail che – non mi vergogno a dire – mi ha fatto piangere di commozione. Quei ragazzi che non avevano più bisogno di catturare la mia benevolenza, visto che non ero più il loro professore e tanto più insegnavo in un’altra provincia, mi hanno ringraziato per tutto quello che ho dato loro, non solo in termini di nozioni culturali ma anche in termini umani, di quanto il mio insegnamento sia stato capace di avere un impatto sulle loro vite. Anche altre classi mi hanno dimostrato affetto, ma non fanno testo, perché nelle classi cosiddette facili insegnare è talmente un piacere che neanche sembra un lavoro. Invece questo riconoscimento palesatomi da una classe tutt’altro che facile, mi ha convinto sempre più di avere scelto la professione giusta.

Fra gli insegnamenti che vorrei impartire ai miei ragazzi c’è quello di abituarli a sapersela cavare fuori dall’ambiente protetto delle aule scolastiche, molto simile a quella giungla senza esclusione di colpi che aveva paventato nella sua concezione dello stato di natura Thomas Hobbes; una giungla dove chi ha dei meriti, se non si arrende, poi alla fine qualche soddisfazione riesce a togliersela. Per farcela – però – devo abituarli alle cose difficili. Lo diceva anche Platone nel testo intitolato “Ippia Maggiore”: “Le cose belle sono difficili”. Abituare chi si educa alle cose difficili, significa abituarli alla bellezza e alla complessità della vita, dove nessuno ti regala niente e tutto va meritato. L’imperativo categorico per uno studente? Meritatelo!

Preveggenza = saggezza

Da parte sua, Machiavelli suggerisce di essere previdenti perché, com’è risaputo, “prevenire è meglio che curare”. Per chi è solito non prevenire, Machiavelli avverte: “Avviene quel che i medici dicono a proposito della tisi, che all’inizio è facile da curare ma difficile da diagnosticare, e che col passar del tempo, non essendo stata all’inizio né diagnosticata né curata, diventa facile da diagnosticare e difficile da curare.”

Ne “Il principeMachiavelli sostiene che “[…] l’imprevidenza può indurre gli uomini a scegliere cose che al momento hanno buon sapore, e all’interno sono ripiene di veleno.” (MACHIAVELLI, N., Il principe, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 143.) Per comprendere più a fondo queste parole, si tenga conto di questa attualizzazione. S’immagini di trovarsi in un Paese in quarantena per il dilagare di un imprevedibile quanto pericoloso virus. Gli abitanti sono invitati dagli esperti virologi a restarsene nelle loro case per rallentare quantomeno il preoccupante numero di contagi. In barba alla raccomandazione degli esperti e in preda ai morsi di una lancinante crisi di solitudine, alcuni decidono di ritrovarsi nella piazza principale della loro città per esorcizzare tutti insieme la paura. Fanno bene o fanno male? Se si tiene conto di quanto afferma Machiavelli a proposito di gustare un cibo dal “buon sapore”, ma dall’effetto velenoso, si direbbe proprio che commettano un errore madornale.

Da parte sua, Machiavelli suggerisce di essere previdenti perché, com’è risaputo, “prevenire è meglio che curare”. Per chi è solito non prevenire, Machiavelli avverte: “Avviene quel che i medici dicono a proposito della tisi, che all’inizio è facile da curare ma difficile da diagnosticare, e che col passar del tempo, non essendo stata all’inizio né diagnosticata né curata, diventa facile da diagnosticare e difficile da curare.” (p. 63)

Su questo tema – forse perché memore che “repetita iuvant” – Machiavelli ritorna in più punti de “Il principe”. Sulla stessa lunghezza d’onda vi è pure quest’altro brano: “[…] il principe che non individua il male fin dal suo primo manifestarsi non è veramente saggio. Ma questa capacità è concessa a pochi. E se si volesse cercare la prima causa della rovina dell’impero romano, la si troverebbe nel fatto che esso cominciò ad assoldare i Goti” (p. 143).

Verrebbe da chiedersi: cosa se ne fa dell’istinto di sopravvivenza l’essere umano destinato comunque alla lunga – nella più fortunata delle ipotesi – a non sopravvivere? Obiezione alla quale si può rispondere in due modi. Il primo è per allungarsi la vita rimandando il più in là possibile la propria dipartita, della serie: non è mai ora per la propria “ora”. Il secondo è per continuare a sopravvivere nei propri discendenti; ciò se non altro per confortare il singolo che le sue gesta verranno ricordate da altri che verranno dopo di lui. Tutto considerato, si può convenire che quest’ultima ipotesi è pur sempre più auspicabile di quella opposta: la “damnatio memoriae”.

Saper stare al mondo

Pretendere di essere capiti senza però fare lo sforzo di capire gli altri è troppo comodo, a parere mio. Vuoi che gli altri ti capiscano? Bene, allora sforzati di “capire” tu per primo gli altri.

Fra le competenze da far maturare nei miei studenti, di sicuro ingloberei l’empatia. Questo perché non provare vicinanza, non riuscire a mettersi nei panni di un compagno ma – per esempio – schiamazzare durante le altrui interrogazioni, significa avere una competenza umana davvero nulla, perché non si fa lo sforzo di immedesimarsi nell’altro. Inoltre, questo “sforzo” altro non è che un atto dovuto, perché per quieto vivere noi esseri umani dobbiamo essere reciprocamente solidali gli uni con gli altri.

Già la vita è difficile, ci porta a dover essere in competizione e affrontare tante avversità, che se non fossimo quantomeno “solidali” fra noi non ci saremmo neanche evoluti. Se l’homo sapiens ha fatto un percorso evolutivo sorprendente è grazie a questo spirito di solidarietà che gli “umani” hanno più di altre specie animali. Quindi, se non insegniamo ai nostri ragazzi a essere di sostegno fra loro, un’unica grande squadra che combatte per un comune obiettivo, se non insegniamo loro a essere empatici, ebbene, allora significa che non stiamo rendendo loro un buon servizio.

Nel corso dei miei anni d’insegnamento, ho notato un atteggiamento che ritengo sbagliato in alcuni ragazzi durante le interrogazioni. Quelli che non sono coinvolti – in prima persona – tendono a distrarsi e a chiacchierare. Ho provato a farli ragionare che – proprio in questi momenti – dovrebbero stare ancora più attenti, perché la restituzione dei contenuti in classe è importante tanto quanto lo è la spiegazione degli stessi.

Ebbene, quando in alcune classi mi è capitato di rimproverare gli elementi più ciarlieri chiedendo loro di non disturbare la concentrazione dei loro stessi compagni intenti a sostenere la verifica orale, a volte è successo che questi “elementi” mi abbiano guardato storto manco fossi stato un marziano che ha avuto l’ardire di costringerli a un silenzio tanto ingiusto quanto odioso. Devo ammettere che in questi casi – per fortuna – sporadici sia rimasto a dir poco perplesso per questa assenza di empatia fra compagni di classe.

In generale, fra le cose che fatico a tollerare nei miei studenti vi è l’incapacità di mettersi nei panni dei compagni. Pretendere di essere capiti senza però fare lo sforzo di capire gli altri è troppo comodo. Vuoi che gli altri ti capiscano? Bene, allora sforzati di “capire” tu per primo gli altri.

Gli antichi e pragmatici Romani ci avevano visto giusto con il loro slogan “do ut des”, tu dai comprensione a me e io in cambio prometto di comprendere te. A mio avviso, questo significa saper stare al mondo.

Il problema della “volontà di potenza”

[…] ritengo la filosofia nietzscheana un pensiero a uso e consumo del singolo, non delle masse.
La storia ci ha insegnato che quando si è tentato sciaguratamente di applicare il pensiero nietzscheano alle masse ne sono emersi tutti i punti negativi, che in fin dei conti sono riscontrabili in tutte le filosofie. Il nazismo dunque ha strumentalizzato per i suoi fini distorti Nietzsche.

Diventare ciò che si è” significa nietzscheanamente realizzare la propria “volontà di potenza”, oltrepassare il ponte che dall’uomo proietta al Superuomo, ovvero divenendo a tutti gli effetti: il dio di se stesso. E se ognuno è il proprio dio, non c’è bisogno del Dio nei cieli e per ogni uomo c’è una morale propria che gli si addice. Per questo Nietzsche apre la breccia al relativismo dei valori della nostra epoca, da alcuni ritenuto una liberazione, gli anticristiani che vedono nietzscheanamente nel cristianesimo l’origine di tutti i mali dell’uomo, e da altri invece un’aberrazione, i cristiani o coloro che sono idealmente vicini alle istanze cristiane. A chi vada la ragione è da vedere, anche se, abbracciando una visione relativistica dell’esistenza, si potrebbe dire che la ragione vada sia agli uni sia agli altri, in quanto con alcuni funziona di più una certa visione del mondo, mentre con altri un’altra, è relativo appunto, dipende dal singolo. Motivo per cui ritengo la filosofia nietzscheana un pensiero a uso e consumo del singolo, non delle masse.
La storia ci ha insegnato che quando si è tentato sciaguratamente di applicare il pensiero nietzscheano alle masse ne sono emersi tutti i punti negativi, che in fin dei conti sono riscontrabili in tutte le filosofie. Il nazismo dunque ha strumentalizzato per i suoi fini distorti Nietzsche. Badate bene, non voglio dire che lo abbia snaturato. Di certo qualcosa della filosofia nietzscheana è compatibile con la perversione nazista (soprattutto per quanto concerne il concetto di “volonta di potenza” mi vien da dire), però credo ci sia fra le righe una parte del pensiero nietzscheano che si possa e si debba salvare. A cosa mi riferisco? Alla valenza che esso ha per il singolo individuo, lo stimolo vitalistico che le parole di Nietzsche riescono a infondere nel lettore non del tutto sprovveduto, ovvero quello capace di farsi ispirare dal genio “sano” e perdonare il folle “malato”. Sanità e malattia sono infatti due categorie imprescindibili che si devono tenere in debito conto se si vuole meglio comprendere, cioè abbracciare, la complessità nietzscheana.
In ultima analisi, ciò che dico è molto semplice: c’è un Nietzsche “sano” che credo vada tutelato come patrimonio dell’umanità e un Nietzsche “malsano” che ritengo vada compatito. Perché? Non so voi, ma io ho un rispetto enorme per le persone che soffrono sia a livello fisico sia psichico e Nietzsche credo si possa ragionevolmente dire che abbia sofferto abbastanza nella sua vita. Ragion per cui se in alcune delle sue pagine a prevalere è più il livore della genialità, da uomo a uomo, non mi sento – in tutta franchezza – di fargliene una colpa.