Maturità = moralità

Lancio una provocazione. Per dirsi “maturi” non basta avere superato la soglia anagrafica dei diciotto anni. Bisogna essere maturi di testa non meno che di fisico. Ergo: perché non proporre un esame che sancisca l’avvenuta o meno maturità psicofisica?
Quale potrebbe essere il criterio di valutazione? Dimostrare di avere una propria moralità, ovvero un personale sistema di principi morali capaci di far poggiare su solide basi un’esistenza individuale.

Ci sarà un motivo per cui l’esame finale posto a conclusione del quinquennio della scuola secondaria di secondo grado si dice “maturità”, o no?
Lancio una provocazione. Per dirsi “maturi” non basta avere superato la soglia anagrafica dei diciotto anni. Bisogna essere maturi di testa non meno che di fisico. Ergo: perché non proporre un esame che sancisca l’avvenuta o meno maturità psicofisica?
Quale potrebbe essere il criterio di valutazione? Dimostrare di avere una propria moralità, ovvero un personale sistema di principi morali capaci di far poggiare su solide basi un’esistenza individuale. (Come modello di riferimento – implicito – ho in mente, soprattutto, la teoria degli stadi di sviluppo morale di Kohlberg.) Ragion per cui per superare un simile test è prerequisito avere senz’altro una testa ben fatta piuttosto che ben piena (sulla scorta di Montaigne prima ancora che di Morin). Per esempio: che senso ha possedere dieci marchingegni tecnologici se non si riesce a utilizzarne nemmeno uno? Meglio possederne uno soltanto, ma riuscire a sfruttarlo appieno, il che vuol dire: in tutte le sue molteplici funzionalità, no?
Il passaggio da una scuola del mero “sapere”a quella del “saper fare” (che peraltro fa rima con “saper essere”), dunque delle competenze, è il primo passo verso la formazione di discenti che, al termine del percorso scolastico, possano dirsi “davvero” maturi. Solo così la scuola viene messa nelle condizioni di formare cittadini con un grado di maturità tale da poter discernere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per sé, di riflesso anche per l’intera collettività.
In definitiva, è mia opinione che maturità faccia rima con moralità.

Missione insegnamento

Il tanto di moda storytelling – l’arte di narrare e, soprattutto, di narrarsi – cos’altro è se non un metodo basato sull’esempio di vita per far capire a chi ti ascolta, perché vuole imparare, che quel contenuto che gli stai comunicando è qualcosa di fondamentale per lui, di perfettamente aderente al suo vissuto quotidiano. Un professore che fa buon uso dello storytelling veicola un basilare messaggio ai propri allievi: chi parla è un essere umano come loro, che insegna partendo dalla sua esperienza di vita, che non abita in una torre d’avorio dalla quale discende a fatica per diffondere il suo verbo e che, finita la lezione, non vede l’ora di ritornarsene lassù, nelle alture da cui proviene. Un insegnamento privo del famigerato storytelling, di propri aneddoti in pratica, manca dell’ingrediente più imprescindibile: la passione.

L’insegnamento è una missione? Certamente lo è. Chi non lo vive come una missione, in tutta probabilità sta facendo questo mestiere per ripiego (doveva fare l’astronauta ma non ha passato i test fisici quindi “si accontenta” d’insegnare fisica a dei liceali) o per opportunismo (voleva fare il calciatore ma siccome ha i piedi storti “si limita” a insegnare scienze motorie a dei pischelli).

Come s’insegna? È una parola. Non esistono ricette preconfezionate e non è che siccome mi sta simpatico il professor Keating de “L’attimo fuggente”, allora mi metto in piedi sopra la cattedra e lascio che inneggino a me come a “Oh capitano, / mio capitano”. Sarei un tantino megalomane a pensare anche solo per un momento questo. Un conto è Hollywood, ben altro paio di maniche è la realtà.

Volare bassi, sempre e comunque, questo è il mio motto. Non fosse per altro, basti la banale evidenza – lo capisce pure un bambino – che, volando bassi, se putacaso ci si dovesse schiantare per terra, forse – e dico “forse” – non ci si romperebbe l’osso del collo.

In tutta franchezza, non credo esistano manuali di didattica che facciano al caso di chicchessia. Per come la vedo io: spalle larghe e pedalare. Piuttosto, per essere agevolati nella pedalata, ci si può lasciare ispirare da individui particolarmente dotati che due o tre cose sensate sull’insegnamento le hanno dette. Copiare e incollare il loro pensiero però non funziona, troppo facile.

Ogni insegnante può parlare per sé soltanto e dire com’è che fa lui a insegnare. Il mio credo didattico è molto semplice, forse è l’unica roba in cui sono minimalista: parto sempre da esempi vicini alle esperienze concrete di vita testate ogni giorno dai ragazzi. Così facendo cerco – non so se ci riesco, anche se lo spero tanto – di metterli nelle migliori condizioni per maturare un apprendimento, vale a dire: produrre una trasformazione della materia appresa. Solo trasformandola, infatti, si può dimostrare di saperla padroneggiare. Perciò lo studio “a pappagallo”, ripetendo parola per parola la lezioncina del sottoscritto o del libro di testo a mo’ di recita scolastica, lo disprezzo perché così si disimpara a pensare. Oltretutto studiare in questa maniera non serve a niente, se non ad accumulare laddove invece bisognerebbe catalogare con ordine gerarchico (qualitativo) i contenuti appresi.

Alcuni bastian contrari potrebbero obiettare che servirebbe quanto meno ad allenare la memoria. Tuttavia, non è poi vero nemmeno questo. Una lezione imparata a forza, con il bastone e senza la carota insomma, sono piuttosto convinto che si tenda a dimenticarla con più facilità di un’altra fatta di esempi vivi, pulsanti. Perché? L’apprendimento mnemonico scivola via, non coinvolge, è distante anni luce dalla vita reale. E non dimentichiamoci il sacro comandamento di Dewey: la scuola non prepara alla vita, è già vita.

Il tanto di moda storytelling – l’arte di narrare e, soprattutto, di narrarsi – cos’altro è se non un metodo basato sull’esempio di vita per far capire a chi ti ascolta, perché vuole imparare, che quel contenuto che gli stai comunicando è qualcosa di fondamentale per lui, di perfettamente aderente al suo vissuto quotidiano. Un professore che fa buon uso dello storytelling veicola un basilare messaggio ai propri allievi: chi parla è un essere umano come loro, che insegna partendo dalla sua esperienza di vita, che non abita in una torre d’avorio dalla quale discende a fatica per diffondere il suo verbo e che, finita la lezione, non vede l’ora di ritornarsene lassù, nelle alture da cui proviene. Un insegnamento privo del famigerato storytelling, di propri aneddoti in pratica, manca dell’ingrediente più imprescindibile: la passione.

Tutti noi – o quasi – che insegniamo vorremmo appassionare. Come fare? È difficile, certo, ma – direi – alla portata di chi ha buona volontà. Noi insegnanti siamo esseri umani e come tali intrisi di debolezze, come e più anche dei nostri allievi. Quindi non possiamo avere lo stesso alto rendimento ogni giorno, ogni lezione, è da pazzi anche solo pensarlo. Ci sono volte in cui siamo meno comunicativi di una lucertola, o magari ci impappiniamo, o più semplicemente siamo stanchi. Eppure nei cosiddetti “giorni no” bisogna essere ancora più abili ad appassionare che nei “giorni sì”. Perché sempre e comunque la passione per quello che si sta comunicando è il paracadute di ogni insegnante che si rispetti.

Laddove termina la passione, comincia il burnout e forse miglior cosa sarebbe lasciar perdere ‘sto lavoro, se non fosse che si deve pur mangiare (non di sola aria fritta vive l’uomo) e lo Stato fa finta di non vedere l’ovvio: l’insegnamento è un mestiere duro, sfiancante e merita un riconoscimento speciale perché nelle mani degli insegnanti c’è il futuro del Paese. Un insegnante stanco, demotivato è un peso che nessuna nazione si può permettere. In gioco ci sono le motivazioni di giovani che, proprio visto il contesto di crisi odierno e gli scenari futuri non proprio idilliaci (ma quando mai è stato roseo il futuro?), hanno a maggior ragione bisogno di insegnanti certamente preparati, ma ancora di più motivati. (Sul grado di preparazione dei neoimmessi o futuri immessi in ruolo scusate l’eccessiva franchezza ma, visto che ne so qualcosa: manca solo ci chiedano una TAC total body per quanto siamo stati testati da abilitazioni, concorsi, anni di prova, altre lauree, master, corsi di aggiornamento e chi più ne ha più ne metta.)

Che brutta parola è l’inglese storytelling e va bene che noi italiani siamo da sempre storicamente esterofili per vocazione, ma forse oggi stiamo un po’ esagerando. Bello è bello sapere l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, il francese, il cinese mandarino e anche il giapponese arancino (che ovviamente non esiste ma, chiedo venia, non ho saputo resistere), però non una brutta cosa sarebbe se i nostri studenti conoscessero non dico alla perfezione (che non è di questo mondo), quanto meno un tantino meglio la loro tanto disprezzata lingua: l’italiano. E poi, lasciatemelo dire: se non siamo un po’ fieri noi italiani della nostra lingua, chi pretendiamo che lo siano gli svizzeri del Canton Ticino?

A parte il fatto, dunque, che un po’ mi stona il suono anglofilo della parola “storytelling”, il suo significato è invece musica per le mie orecchie. Questo perché un bravo professore secondo me dev’essere un po’ uno “storyteller”, deve fare suo il metodo narrativo, del saper raccontare e raccontarsi. Tale metodo mi pare più funzionale a un modello didattico incentrato sulla tanto decantata – da Montaigne prima e da Morin dopo – “testa ben fatta” di gran lunga preferibile a quella “ben piena”.

L’apprendimento più duraturo, pertanto, quello che dura una vita intera, sortisce effetti solo quando lo si avverte come indispensabile, quand’è percepito come autotelico (da “telòs”, scopo), ovvero: autogiustificante. Motivo per cui un insegnante appassionato e motivato tenta di far emergere il valore autotelico della propria disciplina. Dico “tenta” perché a volte ci si può provare e pure riuscire, ma non sempre. Anche se si avrà avuto successo poche volte e con pochi soggetti, ne sarà comunque valsa la pena. È di persone che si parla quando ci si riferisce ai destinatari dell’insegnamento, gli studenti. Formarne anche uno solo con una “testa ben fatta” significa già molto non solo per colui che ne avrà beneficiato (il soggetto in questione), ma per tutta la collettività, perché magari si tratterà proprio di quello che porterà l’umanità su Marte o Dio solo sa su quale altro pianeta o sperduta galassia preservandola da estinzione certa.

Per ogni Luke Skywalker in circolazione, ci sarà sempre un più o meno verdognolo maestro Yoda. E, lo confesso, a me schifo non farebbe diventare lo Yoda di qualcuno, se questo potrebbe voler dire salvarci dalla Morte Nera e dai Dart Fener di ‘sto mondo.

Mi sono un po’ lasciato prendere (lo ammetto), ma un bel “chi se ne” non guasta e chiudo – senza troppi peli sulla lingua – con un augurio rivolto ai miei Jedi (i miei studenti): che la forza sia con voi!

Con o senza consapevolezza

Quale insegnante non vorrebbe lasciarne più di una d’impronta? Bene, queste impronte altro non sono che i propri studenti, i quali, a distanza di anni, ti sono riconoscenti di avere favorito in loro una metamorfosi, una trasformazione positiva. La vera conoscenza, infatti, non è sapere, neanche comprendere, ma “trasformare”.
 

In cosa dovrebbe consistere la riforma dell’insegnamento nonché del pensiero teorizzata e auspicata da Morin? Con parole sue: “La riforma dovrebbe concernere la nostra attitudine a organizzare la conoscenza, cioè a pensare” (“La testa ben fatta”, p. 86). Perciò Morin rispolvera il celebre detto di Montaigne: “Meglio una testa ben fatta che una ben piena”. Perché: “Una testa ben fatta è una testa atta a organizzare le conoscenze così da evitare la loro sterile accumulazione” (“La testa ben fatta”, p. 18). E l’accumulo che sia di dati, informazioni, ricchezze è sempre sbagliato, manda “in palla” il nostro cervello, che dopo un po’ non ne può più. Accumulare fa male alla limitata natura umana, che avrebbe bisogno invece di “discernere” l’essenziale. Più facile a dirsi che a farsi, certo. Non provarci, però, sarebbe un errore capitale.

Essere passati da una scuola del programma a una scuola della programmazione è stato decisamente un passo avanti. In questo senso, un buon docente dovrebbe andare a lezione lui per primo con le idee “organizzate”. Poiché solo così potrà essere capace di favorire l’organizzazione delle stesse anche nei suoi alunni. La disorganizzazione più che l’improvvisazione è il male peggiore dell’insegnamento. Ergo: non si dovrebbe essere insegnanti e disorganizzati.

Oltre a essere organizzato, l’insegnante che sa veramente adempiere allo scopo del suo mestiere – “insegnare” ça va sans dire – deve anche “saper improvvisare”. I due aspetti, programmare e improvvisare, possono benissimo essere complementari. Si possono trascorrere ore e ore, infatti, a programmare di svolgere una lezione o un ciclo di lezioni in un modo piuttosto che in un altro. Tuttavia le circostanze, che non sono mai fisse e immutabili – figurarsi quando ci sono di mezzo degli educandi –, possono sempre variare e il talento di un insegnante sta proprio nel saper apporre degli accorgimenti “in itinere” al proprio lavoro, che non può “non” essere concepito come un cantiere perennemente aperto.

Il piattume del “tutto secondo i programmi” mal si addice con l’esperienza di chi sa bene cosa significa stare nelle classi e operare a stretto contatto con del materiale umano eccellente, per quanto grezzo. Dico “eccellente” perché bisogna sempre vedere nei propri discenti un potenziale inespresso, che – come la creta – andrebbe plasmato. Non sempre, ma in alcuni casi può darsi che dietro a un alunno svogliato, si nasconda un insegnante poco motivante. Fino all’ultima ora di lezione dell’ultimo anno di studio, si deve tentarle tutte per cercare di “motivare” allo studio i propri alunni. E se, alla resa dei conti, si sarà riusciti a fare scoccare la scintilla dell’amore per il sapere – specifico ma anche generale – anche a un solo alunno, vorrà dire che qualcosa di buono la si sarà fatta.

Chi salva un ragazzo dall’ignoranza, salva da questa piaga terrificante – la peggiore di tutte – la gioventù intera.

Lasciare un’impronta, ecco, questo – ho buoni motivi di credere – è il testamento di cui si accontenterebbe qualunque insegnante sufficientemente motivato, che svolge il proprio mestiere non solo per denaro, ma anche e, soprattutto, per vocazione, un insegnante stile professor Keating, quello de “L’attimo fuggente”.

Quale insegnante non vorrebbe lasciarne più di una d’impronta? Bene, queste impronte altro non sono che i propri studenti, i quali, a distanza di anni, ti sono riconoscenti di avere favorito in loro una metamorfosi, una trasformazione positiva. La vera conoscenza, infatti, non è sapere, neanche comprendere, ma trasformare.

Quale “trasformazione positiva”? Averli trasformati da quel materiale grezzo che erano a del materiale raffinato, consapevole di sé e degli altri, capace di uno spiccato senso civico, curioso e irriducibile ad arrendersi alla banalità dell’esistere senza consapevolezza.

Come recita un detto zen, ci sono due modi per assaporare un frutto e direi anche per vivere: con o senza consapevolezza.

Un bravo docente incoraggia il proprio studente a vivere “con” consapevolezza. Se riesce in quest’intento, ha adempiuto in pieno alla sua missione: insegnare.