Pessimismo, ovvero, realismo

Un certo pessimismo è sano, perché ci tiene con i piedi ben piantati per terra, ci cura dalla sindrome del Padreterno che ce n’è uno – almeno per me – e non milioni di milioni. Trovo interessante il modo di concepire la storia proprio di Tolstoj, il quale, romanzando la figura del generale russo Kutuzov (fautore dell’annientamento progressivo dell’esercito napoleonico grazie a una tattica attendista), veicola l’idea che l’atteggiamento proprio di chi fa la storia è fatalistico. Il punto è questo: siccome non siamo noi a dominare gli eventi, piuttosto è il contrario, tanto vale lasciare andare le cose così come il fato, il caso o Dio vuole che vadano.

Un certo pessimismo è sano, perché ci tiene con i piedi ben piantati per terra, ci cura dalla sindrome del Padreterno che ce n’è uno – almeno per me – e non milioni di milioni. Trovo interessante il modo di concepire la storia proprio di Tolstoj, il quale, romanzando la figura del generale russo Kutuzov (fautore dell’annientamento progressivo dell’esercito napoleonico grazie a una tattica attendista), veicola l’idea che l’atteggiamento proprio di chi fa la storia è fatalistico. Il punto è questo: siccome non siamo noi a dominare gli eventi, piuttosto è il contrario, tanto vale lasciare andare le cose così come il fato, il caso o Dio vuole che vadano.

I romantici credono nel fato, gli scienziati nel caso, i mistici in Dio. Poco importa come lo si chiama, sempre a un concetto superiore e travalicante l’umana piccolezza si fa riferimento. Nietzsche – che, per quanto critica il Romanticismo, si può considerare un romantico, seppure “sui generis” – usa il termine “amor fati” per descrivere il suo fatalismo. Con la loro hit “Let it be”, i Beatles dicono più o meno la stessa cosa.

È pessimistico questo modo di vedere le cose? Forse, o forse è soltanto realistico. A dirla tutta, mi definirei più un realista che un pessimista, che poi: dire che l’uomo è soverchiato da forze più grandi di lui ed è libero solo entro certi limiti è un po’ come riscoprire l’acqua calda. Tuttavia, a volte, un po’ di sana “acqua calda” fa bene all’anima. Concepito in questi termini, allora sì che il pessimismo, o realismo che dir si voglia, può essere salutare per l’uomo.

Prendo a esempio il caso emblematico delle guerre. Gli idealisti, in malafede o ingenui (spero più la seconda), credono nella “pace perpetua” di kantiana memoria. Dunque, sono fiduciosi che altre carneficine mondiali non verranno compiute, perché si sa – dopo Hiroshima e Nagasaki – finalmente gli esseri umani hanno capito la lezione e non commetteranno più gli stessi sbagli. La politica di deterrenza nucleare dà e continuerà a dare i suoi frutti pacifici. Certo, come no, credeteci pure, pensano i realisti. In fondo un realista dice semplicemente le cose come stanno e in materia di conflitti: la guerra è la regola, la pace è l’eccezione. “La pace è l’intervallo tra due guerre”, per dirlo con il celebre aforisma di Jean Giraudoux; intervallo che può essere più o meno lungo. Basta aprire qualsiasi manuale di storia per capire chi ha ragione, se gli idealisti o i realisti. Come diceva mio nonno: “La ragione si dà ai fessi”. Da realista, in questo caso, non ci tengo ad avere ragione, anzi. Spero con tutto me stesso che non si combatteranno più guerre cosiddette “mondiali” (quelle “locali” non si sono mai interrotte), ma a un livello più razionale non mi stupirei se dovessimo ricadere nel medesimo errore. E una cosa è certa, tra idealisti e realisti, i secondi – più pragmatici – hanno fatto molto più dei primi e delle loro belle parole per assicurare una pace duratura. Da qui però a darla per scontata ce ne vuole e sarebbe un errore imperdonabile, oltretutto dalle conseguenze catastrofiche.

La storia è “magistra vitae”, diceva Cicerone. A mio avviso, a vedere la cocciutaggine degli uomini, la storia non è maestra di niente; eppure dagli errori passati si dovrebbe trarre un qualche insegnamento. Parafrasando Einstein: non so se verrà mai combattuta una terza guerra mondiale, ma se dovesse capitare so per certo con quali armi verrebbe combattuta la quarta, con le clave di pietra. Prima ho detto che sono tra quelli che ritengono sacra e inviolabile la vita umana, ma ci tengo a precisare che questo principio morale – non saprei come altro definirlo – non si applica a coloro che non ritengono sacra e inviolabile la vita altrui. C’è un detto latino che dice: “Vuoi la pace, preparati alla guerra”. Lo condivido in pieno. Con chi vuole il mio annientamento non credo di avere la forza morale di un Gandhi. La non violenza è tanto bella quanto inapplicabile per me. Se tu mi attacchi io ti rispondo: “Mors tua vita mea”. E a pensarla così sono in buona compagnia, persino lo Stato del Vaticano è per l’autodifesa, se attaccato.

Come s’insegna la storia?

Reputo utile l’esercizio d’insegnamento di una storia “come se” dovessero viverla i ragazzi. Della serie: come vi comportereste se foste dei sanculotti e faceste fatica a procurare un tozzo di pane per i vostri figli? Vi ribellereste? L’assaltereste o no la Bastiglia? Tagliereste o no la testa al re che ha tramato per far saltare le vostre di teste, tessendo una tela di alleanze con le potenze straniere per restaurare l’ancien regime? Oppure se foste dei cittadini della Germania hitleriana, vi opporreste alle politiche razziali o piuttosto le sosterreste con l’azione o l’inazione (che è la stessa cosa, cambia solo la forma di sostegno)?

In occasione del giorno della memoria, vorrei parlarvi di una modalità alternativa d’insegnamento della storia.

A mio avviso, i ragazzi devono capire che bisogna contestualizzare, immedesimarsi nei panni di chi la storia l’ha vissuta sulla sua pelle, da vittima o da carnefice o da entrambe le cose; e non limitarsi a discettare su di essa trattandola come materia inerte, poiché la storia vive e pulsa dentro di noi.

Reputo utile l’esercizio d’insegnamento di una storia “come se” dovessero viverla i ragazzi. Della serie: come vi comportereste se foste dei sanculotti e faceste fatica a procurare un tozzo di pane per i vostri figli? Vi ribellereste? L’assaltereste o no la Bastiglia? Tagliereste o no la testa al re che ha tramato per far saltare le vostre di teste, tessendo una tela di alleanze con le potenze straniere per restaurare l’ancien regime? Oppure se foste dei cittadini della Germania hitleriana, vi opporreste alle politiche razziali o piuttosto le sosterreste con l’azione o l’inazione (che è la stessa cosa, cambia solo la forma di sostegno)?

Ovvio che di puro esercizio speculativo si tratta, ma quanto meno costringe i ragazzi a osservare quel preciso argomento storico da un altro punto di vista, più impegnato e meno distaccato, con una lente d’ingrandimento soggettiva, non più soltanto oggettiva, che poi quello dell’oggettività o imparzialità in storia è un mito. Per questo può rivelarsi una buona idea servirsi dell’ausilio della “cinestoria”, ovvero del cinema al servizio della storia, proponendo alla classe delle scene selezionate di film significativi; scene ricche di pathos, di epicità, di spunti, capaci di riscaldare gli animi facilmente infiammabili degli alunni. Una volta accesa la fiammella dell’interesse, sarà più facile – non automatico, certo – far appassionare alla materia storica il grosso della classe.

Assodato che la capacità di contestualizzare sia una competenza primaria di chi studia la storia, altra competenza fondamentale della disciplina storica è saper attualizzare, che significa comprendere quei nessi che ci portano dalla storia di ieri alla cronaca di oggi. Per esempio: sicurezza e libertà, perché la prima è sulla bocca dei politici di destra e la seconda su quella dei loro colleghi di sinistra? Da dove discendono queste due differenti visioni politiche? Con lo studio della storia i ragazzi impareranno che deriva tutto da Hobbes e Rousseau, due filosofi. E non è un caso se nei licei italiani a insegnare la storia nel secondo biennio e nel quinto anno siano dei professori di filosofia. Questo perché il legame tra storia e filosofia va ben al di là di Hegel e di Ministri dell’Istruzione hegeliani – vedi il fascista nonché idealista Giovanni Gentile –, risale alla notte dei tempi. La filosofia serve a dare un senso agli eventi storici, che altrimenti sarebbero un’insensata elencazione di fatti slegati che mancano di un filo rosso necessario a orientarsi fra di essi.

In definitiva, credo che la filosofia sia la bussola della storia.

Il mito dell’imparzialità

Nelle materie umanistiche, e nell’insegnamento delle stesse, la neutralità è una solenne baggianata. Piuttosto direi che per esporre il proprio (inevitabile) punto di vista il buon insegnante assume un atteggiamento intelligente e moderato; inoltre, non teme di negoziare le proprie idee; anche perché proprio dal confronto con i propri allievi – insegnare è condividere, l’insegnamento infatti sarebbe inconcepibile senza un reciproco “do ut des” – potrebbe uscirne umanamente arricchito.

Nelle materie umanistiche, e nell’insegnamento delle stesse, la neutralità è una solenne baggianata. Piuttosto direi che per esporre il proprio (inevitabile) punto di vista il buon insegnante assume un atteggiamento intelligente e moderato; inoltre, non teme di negoziare le proprie idee; anche perché proprio dal confronto con i propri allievi – insegnare è condividere, l’insegnamento infatti sarebbe inconcepibile senza un reciproco “do ut des” – potrebbe uscirne umanamente arricchito.

Che l’insegnamento sia retto dal principio “dell’intelligenza sociale”, ce lo conferma pure John Dewey, intendendo appunto con essa: l’imprescindibile e fruttuoso gioco del “dare e avere”. Non c’è insegnante che non dà senza ricevere in cambio, e viceversa.

Anche Jerome Bruner si esprime in tal senso, quando dice: “L’idea […] che sia possibile trattare un argomento di carattere ‘umanistico’ senza palesare il proprio atteggiamento nei confronti di problemi che toccano la sostanza profonda dell’uomo è chiaramente assurda. […] Ciò di cui abbiamo bisogno, infatti, è una base per discutere non solo il contenuto di ciò che sta davanti a noi, ma anche gli atteggiamenti che è possibile prendere nei suoi confronti” (p. 158).

Quindi, si può essere insegnanti di lettere, filosofia, storia, arte, eccetera, e nello stesso tempo rimanere imparziali? La mia risposta è no; non solo la mia, viste le autorevoli opinioni che vi ho riportate. Si può invece essere equilibrati, pur nella propria inevitabile parzialità? Sì, se si è sufficientemente accorti e se non si ritengono le proprie idee dotate del marchio distintivo dell’infallibilità.

D’altra parte, essere umani significa essere appunto “fallibili”. L’infallibilità è prerogativa della divinità, che sta lassù, nell’alto dei cieli. Per chi ci crede. (Io sono fra questi.)