Insipido quanto inefficace conservatorismo

Prima della Rivoluzione francese le persone morivano lo stesso a sciami per i più futili motivi e le folle – come entità storicamente costituita – non esistevano ancora. Motivo per cui incolpare di tutti i mali del mondo la Rivoluzione francese e fingersi ciechi per non vedere il grande balzo in avanti fatto fare dalla stessa all’umanità in materia di diritti significa: essere stolti o semplicemente conservatori, il che è lo stesso. Pretendere di conservare le vecchie parrucche così come le vecchie abitudini cos’è infatti se non cieca stoltezza? Il progresso inteso come cambiamento continuo rinvia all’eracliteo fiume dove bagnandosi ogni volta non ci si bagna mai nella medesima acqua e come si potrebbe vista l’incessante mutevolezza delle cose?

Il sottotitolo della “Psicologia delle folle” potrebbe essere “Critica distruttiva della Rivoluzione francese”, non a caso G. Le Bon – l’autore – così si esprime: “Per scoprire che non si può riformare una società da cima a fondo seguendo i dettami della ragione pura, fu necessario massacrare molti milioni di uomini e sconvolgere l’intera Europa per vent’anni” (p. 145). Facile ribattere: senza la stessa, a quest’ora saremmo dei sudditi in balia dei capricci di reucci più o meno illuminati, purtroppo – il più delle volte – “meno” che “più”.

È vero, la violenza delle folle rivoluzionarie si è rivelata spaventosa finanche raccapricciante, ma non addebiterei i morti ammazzati alla follia delle folle, semmai dell’uomo in quanto strano animale sadomasochista, dominato cioè da una componente autodistruttiva che la psicanalisi freudiana ha ribattezzato spirito “thanatico”, da Thanatos personificazione maschile della Morte secondo i Greci; lo stesso spirito può essere detto anche “nichilistico”, a dimostrazione di quanto cambiando una parola non cambi però la sostanza della stessa.

Prima della Rivoluzione francese le persone morivano lo stesso a sciami per i più futili motivi e le folle – come entità storicamente costituita – non esistevano ancora. Motivo per cui incolpare di tutti i mali del mondo la Rivoluzione francese e fingersi ciechi per non vedere il grande balzo in avanti fatto fare dalla stessa all’umanità in materia di diritti significa: essere stolti o semplicemente conservatori, il che è lo stesso. Pretendere di conservare le vecchie parrucche così come le vecchie abitudini cos’è infatti se non cieca stoltezza? Il progresso inteso come cambiamento continuo rinvia all’eracliteo fiume dove bagnandosi ogni volta non ci si bagna mai nella medesima acqua e come si potrebbe vista l’incessante mutevolezza delle cose?

La biologia è la più grande amica del pensiero di Eraclito: si nasce, si cresce, s’invecchia, si muore. Con buona pace di Parmenide e di chi come lui s’immagina l’essere come fissità, l’essere è transeunte, ovvero: per adesso è, fra poco… staremo a vedere. Questo per dire che non ci è dato scegliere se accettare oppure no il cambiamento, così come non si può decidere se vivere o morire poiché vivere sottintende anche morire e, in quest’ottica, vivere è pure cambiare, passare cioè da uno stato dell’essere a un altro fino all’inevitabile epilogo. Perché? Morire non è che un passaggio da uno stato della materia a un altro, dall’essere viventi all’essere parte del tutto, seppure accontentandosi della condizione di polvere cosmica, ovvero polvere siamo e, come c’insegna la Bibbia, polvere torneremo a essere, questa è la nostra essenza da brividi, al solo pensarci. Si veda anche il ciclo buddistico di morti e rinascite tanto simile al principio della termodinamica: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Niente muore davvero e se lo dice anche la scienza… crediamogli. Non per questo, però, ci dobbiamo sentire più consolati a diventare qualcos’altro e, quindi, continuare a perdurare come materia cosmica; giacché, tornando allo stato essenziale di polvere, non è che ci si può continuare a considerare vivi…

Così come l’uomo biologicamente diviene altro, le idee che da lui scaturiscono non possono essere da meno. Perciò cambiano anche se poi – come ha ben intuito Le Bon e anche Tomasi di Lampedusa – non cambiano mai per davvero. Cambiano il nome, non il significato. Un barlume di consolazione lo si può ricavare dal tentativo di progredire effettuato dalla strana creatura umana, che, pur mirando al meglio tante volte, sono più le volte che fa cilecca e compie il peggio. Le rivoluzioni sono imperfette, così come le religioni, idem qualunque altra invenzione umana, perché l’uomo non è perfetto, perfettibile però sì, quantomeno ci prova, bisogna riconoscerglielo.

La Rivoluzione francese aspramente criticata da Le Bon, non differisce di una virgola da questa logica incentrata sull’errore e sull’errare caratterizzante l’animale uomo. Nelle sue mille imperfezioni e crudeltà – la ghigliottina e la guerra su tutte – gli eventi del 1789 e successivi hanno portato a cambiamenti significativi nella vita delle persone, tutt’altro che negativi. Il più significativo dei quali è avere reso gli individui: più adulti, padroni nel bene e nel male del loro destino politico più di quanto non lo fossero nell’ancien régime, dei cittadini pensanti e non soltanto dei sudditi adoranti, con dei diritti e – non dimentichiamolo – dei doveri ben precisi.

Nell’analizzare l’opera di Le Bon occorre secondo me salvare la bontà di alcune intuizioni sul funzionamento psicologico delle folle – la storia purtroppo gli ha dato ampiamente ragione – e buttare a mare certe considerazioni propagandistiche in chiave antiprogressista, sintomo di un insipido quanto inefficace conservatorismo.

Il sapiente Nietzsche

Che dire poi del rapporto di Nietzsche con il vicino Oriente, se non che il suo pensiero ha più cose in comune con lo spirito sapienziale degli orientali piuttosto che con lo spirito fin troppo razionale degli occidentali.

Fra i pensatori occidentali il maestro indiscusso di Nietzsche fu senz’altro Schopenhauer, con il quale l’autore de “L’anticristo” condivide il concetto di volontà. Soltanto che se per l’allievo Nietzsche questa è una forza positiva (si veda la sua volontà di potenza), per il maestro Schopenhauer la volontà è una forza fondamentalmente negativa, che ci rende più schiavi che liberi.
Una certa parentela Nietzsche ce l’ha pure con un filosofo dell’antichità: Eraclito, la cui filosofia del divenire è riassumibile con l’adagio “panta rei”, ovvero “tutto scorre”.
Più problematico è il rapporto con i tre grandi e illustri mostri sacri della filosofia antica: Socrate, Platone e Aristotele, direi soprattutto con quest’ultimo di cui non sopporta l’opprimente “principio di non contraddizione”, che mal si concilia con la visione nietzscheana della vita come contraddizione inevitabile e incessante.
Che dire poi del rapporto di Nietzsche con il vicino Oriente, se non che il suo pensiero ha più cose in comune con lo spirito sapienziale degli orientali piuttosto che con lo spirito fin troppo razionale degli occidentali.
Tra sapienza e ragione Nietzsche sceglie la prima a occhi chiusi, sin dal suo esordio nella filosofia che conta con il saggio “La nascita della tragedia”; esordio nel quale si scaglia con veemenza contro lo spirito razionale-socratico-apollineo uccisore dell’essenza migliore irrazionale-tragica-dionisiaca della cultura greca antica.
Oltretutto la sua vicinanza di pensiero con gli orientali è facilmente riscontrabile anche nella scelta, tutt’altro che casuale, di rendere il profeta indoiranico Zoroastro: l’eroe del suo capolavoro sia poetico sia filosofico “Also sprach Zarathustra”.

Contro il determinismo istituzionale

Prima si capirà l’anima di un popolo, meglio si accetteranno le sue istituzioni senza operare forzature dall’esterno. Occorre dunque per gli italiani – rimanendo all’esempio appena citato – rassegnarsi al fascismo e al maschilismo in politica? A differenza di Le Bon, non mi sento affatto di avvalorare alcun ragionamento deterministico, stando al quale: siccome le cose sono sempre andate in un modo, allora continueranno ad andare così “in saecula saeculorum”. Dico solo, in questo sì fedele all’insegnamento di Le Bon e di Rousseau, che se non c’è un adatto humus culturale per far sì che un’istituzione democratica attecchisca anche laddove vuoi per motivi antropologici vuoi geografici non sembrerebbe possibile, bisogna non fare altro che pazientare e preparare il terreno allo sviluppo della democrazia. Come farlo? Educando le future generazioni. Dunque è questione di cultura e non di natura. Ragion per cui si sbagliava Le Bon e c’è speranza anche per noi italiani.

“Le istituzioni non hanno virtù intrinseche; non sono in sé né buone né cattive. Buone ad un momento dato e per un dato popolo, possono diventare pessime per un altro”, così scrive con grande lungimiranza – a fine Ottocento – Gustave Le Bon (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 118). Se le istituzioni sono neutre, dunque, potremmo paragonarle a dei vestiti: non ce ne è uno che va bene per tutti. Per questo esportare la democrazia non solo non è possibile, ma è sbagliato in partenza. Ogni popolo deve avere modo di covare e sviluppare le proprie istituzioni senza ingerenze esterne, secondando la propria anima profonda.

Qualcosa del genere l’aveva affermata anche Jean-Jacques Rousseau, sostenitore dell’idea che ogni Paese necessitasse di uno specifico tipo di governo. Le democrazie avevano secondo lui bisogno di condizioni climatiche favorevoli, perlomeno non estreme; mentre per i Paesi con un clima più estremo le tirannie si lasciavano preferire. Quindi per Rousseau, volendo semplificare senza per questo sminuirne il pensiero, ogni Paese ha il sistema di governo che si merita in quanto più gli si confà.

“Un popolo non ha il potere di cambiare realmente le sue istituzioni. Può certo, a prezzo di rivoluzioni violente, modificarne il nome, ma non l’essenza”, a parlare è sempre il profetico Le Bon (“Psicologia delle folle”, p. 118). Devo ammettere che da genitore, ciò mi preoccupa perché è mia ferma convinzione – così com’era prima ancora che “mia” di Piero Gobetti – che il fascismo sia l’autobiografia della mia nazione. In altri termini: da Cesare a Mussolini esiste un nesso che fa sì che noi italiani prediligiamo un leader forte, o che perlomeno appare tale. Qual è il motivo di questo? Credo sia da ricercarsi nel cesaropapismo che ha lasciato tracce indelebili nel nostro dna come popolo.

Se andiamo a vedere la storia italiana più recente, ancora intrecciata con la cronaca dei nostri giorni, il ventennio berlusconiano rientra perfettamente in quest’ottica. Seppure in una forma più caricaturale e macchiettistica (da “Drive In” verrebbe da dire), Berlusconi rispecchia il tipo del governante prediletto dal popolo italiano, che preferisce demandare al salvatore della patria di turno le decisioni sul proprio avvenire, allergico al guazzabuglio democratico. Deriverebbe da questa “autobiografia della nazione” la profonda, sincera antipatia della maggioranza degli italiani verso il parlamentarismo e la classe politica in generale. A tale maggioranza non importa di venire raggirata perché tanto, secondo la comune vulgata: “Sono tutti uguali, tutti corrotti, tutti ladri” (si veda la politica anti-establishment portata avanti con insperato successo dal Movimento 5 Stelle). Tanto vale perciò dare il voto, fra tutti, al più simpatico ed effervescente di questi capipopolo, meglio se puttaniere. Infatti sia per Cesare, sia per Mussolini, arrivando all’ormai rassicurante “nonno d’Italia” Berlusconi la virilità è sempre stata decisiva per cattivarsi e mantenere il consenso degli italici (uso con cognizione di causa “italici” e non “italiani”).

Porre l’accento sulla propria componente virile, però, da solo come motivo non spiega l’ottimo stato di salute politica che gode ancora oggi il Cavaliere, che rispecchia un’altra caratteristica appartenuta anche a Cesare e Mussolini, sto parlando del: trasformismo. Si veda la trasformazione camaleontica perfettamente riuscita a Silvio da: sciupafemmine consumato ad amico dei cagnolini. Che intendo? Andate a vedere una qualsiasi bacheca di Facebook per capire dove voglio andare a parare, vale a dire: dei poveretti che muoiono delle peggiori malattie in conseguenza dell’inquinamento provocato dall’Ilva di Taranto a chi volete che importi (a pochi), mentre tutti sono pronti a levare gli scudi contro quei barbari che prendono a calci i propri amici a quattro zampe. Sia chiaro, chi vi parla adora gli animali, in quanto animale a sua volta, nonché possessore di una splendida quanto ruffiana cagnetta di razza meticcia. Ciò non toglie che questo nostro intenerirci di fronte ai maltrattamenti nei confronti degli animali è inspiegabile se paragonato al nostro atteggiamento pressoché diffuso d’indifferenza verso persone la cui unica colpa è quella di vivere a pochi passi dall’inferno dell’Ilva (questo naturalmente è solo uno degli innumerevoli esempi che si potrebbero portare, l’ho scelto perché mi sembra piuttosto esemplare).

Dal quadro politico dell’Italia degli ultimi anni, emerge un ulteriore aspetto che, di certo, non ci fa onore come italiani: il ruolo ancora oggi marginale della donna nella vita politica del nostro Paese. Una donna di potere – intendendo con esso quello specificatamente “politico” – in Italia sarà sempre malvista, nella migliore delle ipotesi, quando non dileggiata, nella peggiore. Perché? Proprio a causa del dna italico biecamente “maschilista”. Se in molti Paesi al mondo le donne di potere cominciano a essere la norma (la tedesca Angela docet), in Italia c’è ancora molta strada da fare per metterci al passo con i tempi che cambiano, senza che però la mentalità del popolo italiano sia cambiata poi più di tanto. Il “buon” Tommasi di Lampedusa nel suo capolavoro letterario, “Il Gattopardo”, del resto l’aveva predetto: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Se il carattere è il destino di un uomo, secondo il celebre detto attribuito al filosofo Eraclito, lo stesso vale per il carattere che è il destino di un popolo. “Il destino dei popoli è determinato dal loro carattere e non dai loro governi” recita infatti Le Bon (“Psicologia delle folle”, p. 119). A completamento del suo ragionamento, sempre Le Bon prosegue: “Certi paesi, come gli Stati Uniti, prosperano meravigliosamente con istituzioni democratiche, ed altri, come le repubbliche latino-americane, vegetano nella più pietosa anarchia malgrado abbiano istituzioni simili. Le istituzioni sono altrettanto estranee alla grandezza degli uni quanto alla decadenza degli altri. I popoli restano comunque governati dal loro carattere, e tutte le istituzioni che non fossero intimamente modellate su di esso rappresenterebbero soltanto un abito preso a prestito, un travestimento transitorio” (“Psicologia delle folle”, p. 121).

Prima si capirà l’anima di un popolo, meglio si accetteranno le sue istituzioni senza operare forzature dall’esterno. Occorre dunque per gli italiani – rimanendo all’esempio appena citato – rassegnarsi al fascismo e al maschilismo in politica? A differenza di Le Bon, non mi sento affatto di avvalorare alcun ragionamento deterministico, stando al quale: siccome le cose sono sempre andate in un modo, allora continueranno ad andare così “in saecula saeculorum”. Dico solo, in questo sì fedele all’insegnamento di Le Bon e di Rousseau, che se non c’è un adatto humus culturale per far sì che un’istituzione democratica attecchisca anche laddove vuoi per motivi antropologici vuoi geografici non sembrerebbe possibile, bisogna non fare altro che pazientare e preparare il terreno allo sviluppo della democrazia. Come farlo? Educando le future generazioni. Dunque è questione di cultura e non di natura. Ragion per cui si sbagliava Le Bon e c’è speranza anche per noi italiani.

Certo è che per attuare questo cambiamento di paradigma non conosco altro modo se non potenziare la scuola, che significa: investire sulla formazione della futura classe dirigente. E noi, in Italia, cosa stiamo facendo in proposito? Stiamo andando verso questa direzione? A giudicare dalla scarsa considerazione sociale e conseguente retribuzione di quei professionisti, gli insegnanti, che di tale cambiamento di paradigma dovrebbero essere il motore, non direi proprio. Tuttavia, se questo motore viene ingolfato di continuo dalla troppa “aria fritta” fuoriuscita da una cattiva politica – da tanti slogan e poche idee – capita che s’inceppi e non parta, come sta capitando al motore malmesso del nostro Paese. Motore, questo, che per funzionare bene andrebbe lubrificato come si deve. E qual è il lubrificante che permette a un professore di coltivare i propri studi in modo da risultare più preparato e motivante? Fuor di metafora: sono i soldi questo lubrificante. I soldi – piaccia o no – danno valore a una professione. Se io Stato do pochi soldi a chi dovrebbe educare le future generazioni vuol dire che più di tanto non m’importa del mio futuro come Paese, perlomeno è questo il messaggio che passa. Se un qualsiasi parlamentare guadagna un “tot” per esercitare la sua funzione e un professore invece un “tot” di meno, cosa sto comunicando? Semplice, che credo solo in un presente dilatato che a malapena vede oltre agli egoismi della prossima legislatura. Una politica senza domani, ecco che impressione ho della politica italiana. E non mi vergogno a dire che ciò mi suscita il pessimismo dell’intelletto, che vivaddio controbilancio con il mio inguaribile ottimismo della passione.

Vi lascio con una domanda: che cos’è la politica, la buona politica almeno, se non quell’arte che dovrebbe seminare bene oggi per poter raccogliere i più squisiti frutti domani?