Filosofia per molti e non per tutti

Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.

Di questi tempi, tutti corriamo come dei matti, siamo sempre e di più trafelati, oberati da mille impegni che ci sobbarchiamo come illudendoci – non so – di essere immortali. Già, perché va bene dimenticarci come meccanismo di autodifesa la nostra dimensione mortale – a volte meglio non pensarci per godere appieno della nostra vita al presente –, però non dobbiamo nemmeno essere troppo schizofrenici, cioè a dire: perdere contatto con la realtà di ciò che siamo, creature che fingono soltanto di non sapere ciò aspetta loro, che eternizzano il loro presente e lo vivono come se non fosse quello stillicidio di anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi che è in effetti. Appunto, considerando la meta, meglio capire come godersi il viaggio. Questo è ciò di cui si preoccupano i filosofi. Per voler essere dei guastafeste, si potrebbe senz’altro ribattere che c’è chi muore e non l’ha ancora capito. E con questo? “Capire” vale il prezzo del biglietto, anche se questo può voler dire soffrire proprio perché si è meglio compresa l’essenza di questa nostra vita: la sofferenza.
Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.
Credo si debba riscoprire una dimensione agonica del vivere, che vorrà pure dire soffrire e, per chi vuole vivere filosoficamente, capire questa sofferenza. Non è un caso se Edipo si acceca dopo avere appreso di avere ammazzato suo padre e avere generato figli con sua madre. Sapere questo, capirlo – “capire” è lo step successivo del “conoscere” – farebbe impazzire il migliore degli uomini, figuriamoci un assassino incestuoso. Comunque, meglio non accecarsi perché gli occhi vanno tenuti bene aperti e ci servono per vedere bene, con chiarezza, ci aiutano a capire. La visione, la vista è un coadiuvante della comprensione, la dilata, la fortifica. Perciò non mi resta che raccomandarvi di tenere gli occhi spalancati e augurarvi buon viaggio, con o senza filosofia, con o senza consapevolezza, a voi la scelta.
Costringere ad amare la filosofia è l’ultimo obiettivo che mi pongo. Non la penso come Epicuro e nemmeno come Nietzsche, la penso come me stesso e dico che la filosofia no, non è per tutti, ma per molti sì. Per quelli che non si accontentano a vivere e basta, ma vogliono vivere meglio, con più qualità, facendosi delle domande per darsi risposte funzionali, cioè che funzionino per sé. Il filosofo si pone domande “materiali”: cosa mangiare a pranzo o a cena, che film o serie televisiva vedere, che marca di crema solare comprare, che tragitto percorrere per andare al lavoro, eccetera. Come pure domande “spirituali”: chi siamo, da dove veniamo, che ci stiamo a fare qui sulla Terra, c’è vita solo “qui sulla Terra” o anche altrove, che cos’è la vita, perché c’è il tutto anziché il nulla e così via.
A costo di esagerare, la sparo grossa: forse persino Socrate si sbagliava a ritenere indegna una vita senza ricerca filosofica. Si può vivere “senza” filosofia (senza consapevolezza), ne sono convinto. È solo che, come Socrate, anche a me convince di più una vita “con” filosofia (con consapevolezza). Questo vuol dire che i filosofi sono maniaci del controllo? Non lo so, forse. O forse l’unico controllo che s’illudono o sanno di avere – chi può dirlo – è la consapevolezza di non poter controllare tutto e che a volte la corrente non si combatte, si asseconda se non si vuole affogare, come sa bene il nuotatore esperto. Oltretutto, ora che ci penso, non saprei in che altro modo vivere se non applicando, in ogni cosa che faccio, la mia filosofia di vita. In definitiva, la filosofia per me è tutto, ma questo “tutto” non lo è per tutti.

Filosofia e politica

Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno.

Avrei potuto intitolare questo post anche: “Le ragioni per cui nessun partito ha ragione”. Il proprio partito ha sempre ragione? È stupido anche solo supporlo, figuriamoci pensarlo. Chi è solito ragionare con la propria testa, non è solito iscriversi a partiti politici, a meno che non abbia delle ambizioni. Cosa legittima, ma altrettanto legittimante costui deve mettersi l’anima in pace sapendo che le sue ambizioni si scontreranno con il muro di gomma della logica partitica. Parafrasando la tesi di Le Bon, lo scopritore della “psicologia delle folle”: in gruppo siamo più stupidi. Tesi che mi sento di appoggiare in pieno.
In breve, non è detto che la ragione del partito – non importa quale – sia più ragionevole, più giusta di quella del singolo. Spesso accade il contrario: tante teste, tanta confusione. Se fossimo tutti uguali o la pensassimo tutti allo stesso modo, che noia sarebbe il mondo? Mi devo scusare, ma un po’ come Unamuno anche io appartengo a un partito il cui unico iscritto sono io soltanto e a volte penso che siamo pure in troppi.
Come mi capita di dire sempre ai miei ragazzi a lezione: “Il mio compito con voi non è fare politica, ma è fare in modo che impariate a pensare con la vostra testa così da impedire ai politici di raggirarvi”. Ecco, tutt’al più è filosofia politica. Nulla di originale, dal momento che c’è già chi ci ha provato e ha pure fatto una brutta fine. Lo hanno prima processato, poi condannato all’esilio e quel folle – follia filosofica fu la sua – se le è fatta commutare in condanna a morte, rifiutando l’esilio dalla sua amata città, le cui leggi aveva sempre amato e rispettato.
Se proprio quelle stesse leggi, tanto amate e rispettate da lui – a questo punto tutti dovrebbero avere capito trattarsi di Socrate –, si erano rivoltate contro di “lui”, tanto valeva accettare serenamente il proprio fato avverso e morire per le idee in cui aveva sempre creduto, che aveva ogni giorno praticato insegnando la filosofia nel solo modo che conosceva: “sapendo di non sapere”, ovvero vivendo filosoficamente. Come? Ricercando il sapere che è compito proprio di ciascun filosofo. Perché una vita senza ricerca – come lui stesso ha detto – non è degna di essere vissuta.
Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno. È vero, oggi non ci sono più i Trenta Tiranni, Crizia pure è trapassato, ma la tirannia invisibile che ci governa tutti – non mi riferisco alla presente situazione politica italiana, sia chiaro – ha ancora più bisogno della filosofia e di una vita filosofica come antidoto alla schizofrenia dei nostri tempi contemporanei.

Digressione sulla filosofia della bellezza o estetica

In definitiva, la bellezza ci aiuta a scoprire il senso delle cose, a dare senso alle cose. Questo perché il “senso” non è mai a disposizione e non è mai dato una volta per tutte, va ricercato di continuo, senza sosta.

Ciò che rende bella una cosa è il nesso delle sue parti, è l’intero. La bellezza nell’arte è qualcosa che va tirata fuori, un po’ come fa lo scultore intento a plasmare una forma da un pezzo di marmo grezzo. Uno dei più importanti pensatori di estetica moderna, Alexander Gottlieb Baumgarten (1714-1762), sostiene che la bellezza non è più il carattere delle cose, bensì un sentimento del soggetto che vede, ascolta, sente le cose, riguarda il sentimento dell’io.
Per Kant invece che cos’è il bello? Un giudizio di gusto. Nella “Critica del giudizio” (1790) afferma che il giudizio di gusto non compete alla sfera della conoscenza né a quella della logica, bensì a quella dell’estetica. Che significa? Semplicemente che non può non essere “soggettivo”. Ovvero tradotto: ciascuno ha la sua preferenza. O ancor meglio, come insegna la saggezza popolare: “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. Può esserci una bellezza universale, tuttavia varia il modo in cui ciascun soggetto la percepisce. Motivo per cui: “La bellezza è negli occhi di chi guarda”, altro prezioso detto sempre preso a prestito dalla saggezza popolare.
C’è un profondo nesso – inoltre – che lega la bellezza alla verità, come aveva peraltro intuito il poeta romantico inglese John Keats nella sua famosa lirica “Ode a un’urna greca”: “Beauty is truth, truth beauty”. Secondo Theodor Adorno (1903-1969), importante esponente della corrente estetica novecentesca, la bellezza artistica ci permette di liberarci “dalla” costrizione della realtà. E, come se non bastasse, il bello ci promette la libertà, la felicità. “Si può vivere senza la scienza, l’inglese, la Russia, ma non si può vivere senza la bellezza”, se diamo retta a quanto ci dice Dostoevskij. La bellezza ti attrae nel suo vortice e non si riesce a resisterle, c’è poco da fare.
In definitiva, la bellezza ci aiuta a scoprire il senso delle cose, a dare senso alle cose. Questo perché il “senso” non è mai a disposizione e non è mai dato una volta per tutte, va ricercato di continuo, senza sosta. A questo punto è lecito domandarsi: l’arte e la bellezza devono liberarsi “dell’esistente” o “dall’esistente”? Secondo Friedrich Nietzsche l’arte ci deve poter guarire dalla triste verità della vita, che è la morte. In tutta franchezza, penso che avesse ragione Nietzsche. E aggiungo soltanto: che se la nostra esistenza ci è più sopportabile in parte lo dobbiamo all’arte che ha fatto della bellezza la sua unica ragione d’essere.

Contro la morale idealistica kantiana

Bestia irriconoscibile questo “buon senso”, tutti ne parlano e per tutti è relativo. C’è un buon senso per ogni individuo e, per di più, non ce ne è uno per ognuno che valga per tutte le stagioni, di solito cambia a seconda della convenienza del momento. Io posso parlare di cosa significa per me avere “buon senso” qui e ora, che, nel mio piccolo, cerco di possedere e applicare, ma faccio fatica a pensarne uno dalla valenza universale, intendendo con ciò: universalmente valido.

Quando sento nominare il cosiddetto “buon senso” metto mano non alla pistola come diceva Goebbels quando sentiva parlare di cultura, ma a un pezzo di ferro per fare i debiti scongiuri, be’, quello sì. Perché? Chi stabilisce cos’è “buon senso” e cosa no invece? Bestia indecifrabile questo “buon senso”, tutti ne parlano e per tutti è relativo. C’è un buon senso per ogni individuo e, come se non bastasse, non ce ne è uno che valga per tutte le stagioni (di solito cambia a seconda della convenienza del momento). Io posso parlare di cosa significa per me avere “buon senso” qui e ora, ma faccio fatica a pensarne uno dalla valenza universale, intendendo con ciò: universalmente valido.
Persino applicare sempre il biblico, sacrosanto e condivisibile comandamento “non uccidere”, scritto a caratteri cubitali sulle tavole della Legge che Dio – secondo la tradizione – ha consegnato a Mosè, può risultare tutt’altro che semplice. Come mai? Si dia il caso che qualcuno ci punti una pistola contro ed esploda dei colpi, che riusciamo per miracolo a schivare. Al contempo ci è data un’arma e la possibilità di usarla per difenderci, sparando prima che questo “qualcuno” non ci stenda con una pallottola ben calibrata. Chi, a queste condizioni, rifiuterebbe la legittima difesa, ovvero lottare per avere salva la vita e chi altresì accetterebbe il suo destino di agnellino sacrificale senza colpo ferire? Io non saprei come reagirei (né vorrei mai saperlo), però qualche dubbio credo che mi sfiorerebbe la mente. Del resto anche lo Stato del Vaticano è per la reazione difensiva in caso di attacco armato ai suoi danni, il che è tutto dire.
Qui, quindi, non contesto tanto la bontà del “non uccidere” in sé e per sé, che peraltro fa parte della regola aurea comune a tutte le religioni, quanto l’universale validità della sua applicazione concreta in tutte le possibili e immaginabili situazioni che la vita potrebbe porci davanti. Motivo per cui reputo quantomeno “presuntuoso” propagandare ancora oggi come universalmente validi e comunemente accettabili “imperativi categorici” dal sapore kantiano che, seppure favolosi sul piano teorico, alla prova dei fatti si rivelano – per usare un eufemismo – di “difficile applicazione”. Ancor più dopo il sanguinoso Novecento che ci siamo lasciati alle spalle (non che i secoli precedenti siano stati più pacifici).
Dopo “non uccidere”, si prenda un altro “imperativo categorico” che fa un po’ acqua da tutte le parti: dire sempre la verità. Siamo sicuri che funzioni in ogni circostanza? Si veda il caso – esempio già sdoganato da altri in ambiente anglosassone che reputo efficace – di una ragazza che scappa da un inseguitore munito di coltello che vuol “farle la festa”, nel senso peggiore del termine. La ragazza riesce a far perdere le tracce di sé imboccando uno dei due sentieri nel bosco. Coincidenza vuole che noi brava gente che crede nell’imperativo categorico kantiano di dire sempre la verità veniamo interpellati dal tipo poco raccomandabile che sta inseguendo la fanciulla. Oltretutto abbiamo chiaramente assistito alla scena affacciati alla nostra finestra di casa posta giusto sul limitare del bosco in questione, perciò siamo a conoscenza della pericolosità del tipo. Se siamo kantiani fino in fondo e crediamo in una morale dal respiro universalistico dovremmo dire bene la verità all’inseguitore che ce l’ha magari pure chiesta con modi gentili, ovvero sentiremmo come un dovere civico irrinunciabile quello di dire che la fuggiasca – poco importa che, con tutta probabilità, stia scappando da un pazzo omicida per salvarsi la vita – ha imboccato il sentiero a destra anziché quello a sinistra e pazienza se, dicendo la verità al brutto ceffo, condanneremmo a morte certa o quasi la poveretta.
Chi come me e tutti quelli – sono in buona compagnia – che non credono nella troppo ambiziosa, idealistica morale kantiana si rendono conto che mentire a volte può letteralmente: salvare delle vite. Ragion per cui sostengo e continuerò a sostenere fino allo sfinimento che a volte avere un pensiero troppo coerente – in ambito morale e non solo – è stupido. Bisogna avere il coraggio di essere incoerenti con i propri principi, che, sul piano della vita morale di un uomo, devono essere relativistici e non universalistici. Questo perché il realismo relativistico salva molte più vite dell’idealismo universalistico e a insegnarcelo è la storia che non è vero che non è maestra di niente, è solo che noi siamo cattivi scolari. Un esempio? Prendiamo i capi di Stato vittoriosi al termine del Primo conflitto mondiale. La dottrina morale idealistica del Presidente americano Woodrow Wilson & soci in politica internazionale dopo la Prima è stata la principale – seppure non l’unica – causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale, ancora più sanguinosa e catastrofica della precedente. Perché? Hanno affamato la Germania costringendola a pagare pesanti risarcimenti di guerra e, di conseguenza, reso possibile l’ascesa di Adolf Hitler, con tutto quel che ne è derivato in termini di vite umane irrimediabilmente perdute.

La filosofia ci rende liberi

Anche se qualcuno ci imprigiona mettendoci delle catene di ferro ai piedi o delle manette ai polsi, ma noi siamo liberi qui, nella mente, allora continueremo a esserlo anche se carcerati.

Io sono un filosofo e anche voi lo siete, solo che finora può essere che nessuno ve lo abbia mai detto. Perché dico questo? Facile, dal momento in cui siamo tutti vivi e più o meno vegeti ognuno di noi ha – che lo voglia o meno – una propria filosofia di vita, che coincide con un proprio modo di stare al mondo e vedere le cose. Tutto questo io lo chiamo “filosofia”. Confrontarsi con il pensiero dei più grandi filosofi di tutti i tempi è di fondamentale importanza per sviluppare il proprio punto di vista, il proprio angolo visuale sulle cose. Alcune di queste grandi menti potranno piacervi, altre le odierete, ma se c’è una cosa di cui sono ragionevolmente sicuro è  che nessun filosofo vi rimarrà del tutto indifferente. Ecco, una cosa importante che può insegnarvi la filosofia: è prendere posizione, lottare contro l’indifferenza dilagante nel mondo, dire la vostra imparando a pensare con la vostra testa che, a conti fatti, è l’essenza stessa della libertà perché nessuno è più libero di chi pensa con la propria testa e dice – con sensatezza – ciò che pensa.
La differenza fra le catene fisiche che ci tengono imprigionati e quelle mentali è che le seconde sono molto più insidiose, ci intrappolano con mille legacci e ci impediscono di vivere una vita pienamente consapevole. La consapevolezza è il succo della filosofia. (A tal proposito, rimando alla storiella zen del mandarino, che, in estrema sintesi, si può mangiare in due modi: senza consapevolezza e con consapevolezza, il primo modo implica un ingurgitare senza senso, mentre il secondo e più efficace modo significa assaporare coinvolgendo tutti e cinque i sensi.) Anche se qualcuno ci imprigiona mettendoci delle catene di ferro ai piedi o delle manette ai polsi, ma noi siamo liberi qui, nella mente, allora continueremo a esserlo anche se carcerati. Vero è che se si riesce a essere liberi di mente e non al “gabbio” sarebbe decisamente più confortevole per tutti quanti 🙂 In definitiva: a che serve la filosofia? A renderci liberi (e non è poco).

Lo stupido multitasking

La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì.

Viviamo in un presente difficile, questo è il destino di ogni generazione; non ce ne è una che non si sia lamentata, più o meno a torto, dello stato di cose ereditato. Tuttavia, non si è troppo piagnucolosi nel constatare che la velocità con cui i cambiamenti, in tutti i settori, si succedono l’uno all’altro sia a dir poco disorientante. L’impressione generale è che si vada sempre più di corsa e, di conseguenza, per stare al passo con i tempi che corrono si vuole fare sempre più cose alla volta. Proprio su quest’ultimo aspetto, i neuroscienziati stanno facendo delle ricerche, i cui esiti sembrano propendere verso l’ipotesi che stiamo diventando tutti – passatemi il termine – un po’ più stupidi.
Lavorare in multitasking è cognitivamente impegnativo, porta a un sovraccarico eccessivo del nostro sistema cerebrale che per questo va in tilt. Le suddette ricerche stanno evidenziando come sia pressoché impossibile fare più cose alla volta – questo significa lavorare in multitasking –, perché sempre e comunque ne faremo una alla volta, che ci piaccia o meno.
Prendiamo il caso di un tizio qualsiasi, me per esempio, visto che una ne faccio e cento ne penso. Alcune volte mi capita di lavorare con quattro o cinque schermi davanti a me: due tablet, uno smartphone e uno, due computer. Bene, quando provo a lavorare in questa maniera mi rendo conto di lavorare male, “a spizzichi e bocconi” per così dire. Faccio un po’ di questo, un po’ di quello, un altro po’ di quell’altro e così via. La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì. Per farlo vi consiglio di familiarizzare con la filosofia, che è più innocua di quanto sembrerebbe a una prima occhiata. Questo perché la filosofia oltre a essere l’arte del dubitare, del porre le domande giuste, è anche l’arte del fare le cose con lentezza: del “prenderla come viene” direbbero i dudeisti memori dell’insegnamento di Drugo, protagonista del film “Il grande Lebowski”.
“Prenderla come viene” significa “prenderla con filosofia”, ovvero assegnando la giusta importanza alle cose che ci accadono, prendere la vita per quello che è: la più sensazionale e supersonica delle montagne russe. Non fai in tempo a salire che devi già scendere. Ed è così per tutti. In questo sta la grande democrazia della vita. C’è una poesia di Antonio De Curtis, in arte Totò, intitolata “La livella”, che incarna l’essenza democratica della vita: sia al ricco sia al povero sempre la stessa sorte tocca.
In attesa della resurrezione dei corpi gloriosi, spero e quindi credo. Sperare è credere. E credere, aveva ragione il filosofo-matematico Blaise Pascal, è un po’ come scommettere. Cosa? La più decisiva delle scommesse: che Dio esiste. Nel caso si vincerebbe tutto, vedi alla voce: salvezza eterna. In caso contrario si perderebbe: niente!
In ultima analisi, filosofare vuol dire proprio: prendersi il tempo che serve. Per scegliere bene e finire per fare la cosa giusta.

Filosofia e religione

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda.

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda. In che senso? La filosofia c’insegna a ricercare la o le verità, ma nel farlo ci mette in condizioni di ricercare la Verità, come si suole dire: ci colloca già sulla buona strada.
Sia chiaro io credo che ogni strada sia buona per sé e che per ognuno ce ne sia una diversa che, ciononostante – per questo non sono un relativista –, può condurre alla stessa meta. Questa meta per me è Dio, per un altro potrebbe essere il fato, per un altro ancora il caso. Ecco, secondo me tre sono le categorie di assoluti, categorie che la mente umana non può eludere: ovvero ciascuno, vivendo a modo proprio, finisce inevitabilmente per credere in una delle tre. Motivo per cui affermo che la filosofia è la via per arrivare alla religione, perché filosofare significa mettersi in cerca della Verità, ci tengo a precisare: non a trovarla. Va da sé che se uno non cerca, neanche può trovare.
Ebbene è a questo proposito che s’inserisce Dio, il fato o il caso. Questi tre assoluti sono i pilastri del pensiero. Pilastri, questi, che rendono meno vacillanti le fondamenta del nostro vivere. Sono convinto infatti che non si possa vivere senza un principio veritiero, quale che sia quello a cui si scelga di credere.