Sopravvivere non può bastarci

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male.

Voglio riportare un passaggio interessante di “Dopo il Covid-19”, breve ma ricco instant book di Leonardo Caffo. “E se il mondo che seguirà sarà un mondo in cui la libertà conterà più del rischio di perdere la vita? Se vivere diventasse, improvvisamente e dopo il Covid-19, più interessante che sopravvivere? Presto o tardi, anche se la nostra società ci ha completamente diseducati ad affrontare il tema della morte, tutti quanti dobbiamo morire: siamo sicuri che questa vita lunghissima ma vuota per cui stiamo lottando adesso valga più di una vita intensamente breve?”

Chi ha qualche dimestichezza con la filosofia, non può non scovare in questo passo l’influenza senecana. C’è tanto del “De brevitate vitae” di Seneca in questo discorso di Caffo. Ciò non è affatto un difetto. Sono intimamente convinto che filosofare sia “con-filosofare”, come vuole Karl Jaspers, vale a dire: un “filosofare con” chi vive il nostro tempo, ma anche con chi ci ha preceduti e con chi ci succederà. Motivo per cui in filosofia l’originalità è impensabile. Riferirsi ai filosofi precedenti è indispensabile per chiunque filosofi oggi ed è incoraggiante sapere che chi verrà dopo rifletterà “insieme a noi” in un circolo virtuoso, ininterrotto del pensiero.

Precisato questo, la stessa timida critica che rivolgo a Seneca, di riflesso la muovo anche a Caffo, ossia: c’è un sentore di “carpe diem” tanto caro ai Latini nel brano sopra riportato. Come insegna il “Faust” di Goethe, s’illude chi crede di poter cogliere l’attimo. Si può godere l’attimo, assaporare il presente solo proiettandosi nel futuro che non sta davanti a noi, come alcuni credono in maniera del tutto erronea, bensì alle nostre spalle e da lì ci sorprenderà in ogni caso, su questo possiamo stare certi. In realtà, il Covid-19 ci palesa quella che dovrebbe essere un’ovvietà per noi umani: la prevedibile imprevedibilità sia in positivo sia in negativo del futuro. Perché “prevedibile imprevedibilità”? Non amo gli ossimori, ma in questo caso credo sia calzante definire “prevedibile” un futuro che per tutti riserva lo stesso tragico traguardo, la morte, altrettanto ritengo sia sensato parlare di “imprevedibilità”, perché come vivremo nel futuro e come trapasseremo anche – per fortuna – non ci è dato saperlo con precisione. Per quanto oggi esistano figure d’intellettuali che si fanno chiamare “futurologi”, in tutta franchezza credo che il futuro saprà sorprendere anche la più acuta delle previsioni “futurologiche”. Fra tutti, trovo più giusto quell’atteggiamento nei confronti del futuro di chi intende farsi cogliere affaccendati dalla morte, magari mentre si piantano i cavoli in giardino, come insegna Montaigne.

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male. In questo forse rimango un ottimista antropologico, come Rousseau, seppure convinto con realismo che, per quanto bene intenzionato, come ha rilevato Freud, nell’uomo agiscono due impulsi opposti: uno costruttivo, di vita, Eros; un altro autodistruttivo, di morte, Thanatos. La questione cruciale credo sia riuscire a tenere a bada il secondo a vantaggio del primo. Il guaio è che, a partire dalla seconda rivoluzione industriale in poi, con l’avvento della società capitalistica otto-novecentesca, si è avuto un trionfo dell’impulso di morte, che è ora di combattere e sconfiggere prima che finisca di scavarci la fossa; non solo le due guerre mondiali del Novecento, ma pure lo sfruttamento “illimitato” delle “limitate” risorse del Pianeta sono tutte prove lampanti dell’insano trionfo autolesionista del capitalismo odierno.

Malgrado molti scienziati e filosofi ne denuncino gli effetti e le cause, i politici (i neoconservatori e persino alcuni liberal-democratici) sempre meno considerano scienziati e filosofi che mettono in guardia da certi comportamenti predatori ai danni del Pianeta e di tutti quelli che ci abitano (compresi loro), mentre gli stessi politici se ne stanno in ammirante ascolto degli oracoli di oggi, gli economisti, alcuni dei quali (i neoliberisti), con i loro sciagurati consigli, ci hanno condotti a un punto di non ritorno con la paziente quanto inflessibile Madre Natura, che sa tanto di resa dei conti finali. Ci illudevamo di rimpallare il problema delle conseguenze del nostro sfruttamento alle future generazioni, mentre ora comincia a essere chiaro a molti – non ancora a tutti – che riguarda anche e soprattutto noi. Dico “soprattutto” perché ha ragione da vendere Caffo a sostenere che, se non ci rimbocchiamo le maniche noi per primi, potrebbero non esserci più altre generazioni dopo la nostra. Tocchiamo tutto quello che c’è da toccare, per scaramanzia, ma di sicuro prima lo capiamo e prima agiamo uniti nell’interesse di tutti. Meglio allarmare, se ciò comporterà svegliare i dormienti che ci hanno condotto sull’orlo di questo scongiurabile baratro.

Caffo ci dice che “non abbiamo neanche idea delle mostruosità che possono seguire alla crisi del Covid-19, se diamo al sistema la possibilità di espandersi anche dopo questo stop forzato”. Su questo punto, temo che di idee – tutte inquietanti – ce ne sarebbero eccome. Le riassumo in questi termini: aumento delle disuguaglianze e totale affermazione della legge della giungla. Risultato? L’uomo capitalistico – evoluzione, per certi aspetti, o involuzione, per altri, di quello sapiens – eserciterà fino all’ultimo le solite – deludenti – dinamiche di conflitto, giocherà sulle vite di poveri sfortunati – come se la sfortuna fosse una colpa – a chi arriverà prima al vaccino per affermarsi come padrone incontrastato di quell’ammasso di macerie che diventerà il mondo, svicolando l’unico vero problema: l’inevitabile auto-estinzione, seguitando di questo passo. C’è la speranza di venire smentito, ma per avverarla – al momento – mancano solide basi. A ogni modo, se non ci sono adesso, non è detto che non ci saranno domani.

Viva Rousseau

[…] evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau!

In questi stralunati giorni di crisi epocale che stiamo vivendo, in un momento di serendipità mi sono imbattuto in un testo stimolante intitolato “Dopo il Covid-19” di Leonardo Caffo, filosofo salito alle luci della ribalta negli ultimi anni per il suo “antispecismo debole”. L’autore auspica una globalizzazione del “[…] mondo attraverso l’etica e non l’economia” e invita a riprendere “[…] a considerare la campagna e la natura più importanti delle città”. Su questi punti, mi trovo d’accordo con lui e mi vien voglia di gridare: evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau! Bravo Caffo per avere restituito con il suo lessico le idee rousseauiane, ovvero, di chi ci ha messi in guardia dal pericoloso mito che la società capitalistica di oggi ha ereditato dal secolo dei lumi: il mito del progresso. “Andrà tutto bene” sì, se cambieremo il paradigma che ci ha condotti alla formulazione di questa frase fatta. Quale paradigma? Quello capitalista, che, come dice bene Caffo, se non a questa crisi, perirà alla prossima. In favore di quale altro nuovo paradigma? No di certo quello marxiano, per quanto Marx ci abbia indirizzati sulla buona strada con la sua critica lucida quanto spietata del capitalismo. Il paradigma che potrebbe allungare la vita dell’essere umano – Caffo ne parla in termini di essere “postumano”, sta bene chiamarlo così, conferisce una certa eco nietzscheana che mi piace – è senz’altro quello ambientalista. Tutto sta a capire quale ambientalismo potrà aiutarci a farci meno del male, salvarci mi sembra una parola troppo pomposa, tutto considerato.

Partire dall’etica della responsabilità di Hans Jonas sarebbe un buon inizio, ma ha ragione Caffo nel sottintendere che non ci potrà essere rivoluzione ambientalista se prima non verrà meno il Grande Nemico: il capitalismo. Ecco, questo libricino ha un merito secondo me, quello di recitare bene un “de profundis” per il capitalismo, che tante soddisfazioni ci ha dato (a qualcuno più che ad altri), ma a quale prezzo? Uno che non possiamo permetterci, come ci sta insegnando il Covid-19 o come ci insegnerà il Covid-119, ammesso – e non concesso – che come avremo la possibilità di arrivarci.

A essere onesto, non so quanto gli attori geopolitici del nostro tempo possano essere folgorati sulla via del Covid-19 e acquistare il senno mai avuto, cane mangia cane nella stupida logica realista degli statisti di oggi e di ieri (e spero contro ogni speranza “non” di domani), una autolesionistica logica della sopraffazione. Per quanto mi riguarda, auspico una diversa logica e non si sa mai, può non essere troppo tardi per l’uomo cambiare per davvero, anche se – ad oggi – i cambiamenti prodottisi non sono stati all’altezza della reale gravità del momento; stanno bene politiche di incentivi per chi investe in energie rinnovabili, è un punto di partenza, ma va fatto molto di più. Del resto, consola pensare che il “non-ancora” non equivale a un “giammai”, se non si è intervenuto come si deve fin qui, chi può escludere che non lo si farà una buona volta, dopo che evidente a tutti – pure a quelli più lenti di comprendonio – sarà che ci troviamo spalle al muro?

L’uomo potrà cambiare, ma solo se lo vorrà, sul serio. Finché l’uomo capitalistico agonizzerà rimanendo vivo, dubito che il cambiamento avverrà. Ricordiamoci che non c’è bestia più feroce di quella braccata, che si sente in trappola. E su una cosa sono sicuro, il capitalismo venderà cara la pelle prima di esalare il suo ultimo respiro. Nell’attesa che ciò avvenga (non si pone il problema del “se” ma solo del “quando”), occorre lavorare a un’ipotesi di società alternativa, che non sia utopistica ma percorribile. Gli idealisti teorizzano l’orizzonte ideale, i realisti devono condurci verso di esso ben consapevoli, a differenza dei primi, che non lo raggiungeremo mai. Averlo sempre davanti sarebbe già una vittoria, piuttosto che lasciarselo alle spalle e condannare precocemente – cioè prima del tempo – l’umanità.

Machiavelli pacifista improbabile

Quando gli interessi degli umani coincidono lo scontro diventa inevitabile, a meno che una delle due parti non rinunci alla contesa per manifesta inferiorità e si consegni senza porre condizioni alla parte avversa.

Forse sarà per via del contesto storico che non può non avere influenzato le sue idee, o forse perché esperto conoscitore dell’animo umano in quanto appassionato lettore dei classici antichi (Greci e Romani) e della sua non trascurabile vicinanza a personaggi illustri (tra cui l’illustrissimo Cesare Borgia), sta di fatto che Machiavelli neanche s’immagina una società senza guerre. Perché la guerra è così ineluttabile per l’essere umano? Per via della natura umana irriducibilmente guasta.

Quando gli interessi degli umani coincidono lo scontro diventa inevitabile, a meno che una delle due parti non rinunci alla contesa per manifesta inferiorità e si consegni senza porre condizioni alla parte avversa.

Data la natura umana, quindi, per un principe farsi trovare impreparato all’eventualità della guerra sarebbe la rovina. Per questo: “Un principe […] non deve avere altro obiettivo, né altro pensiero, né altro fondamentale dovere, se non quello di prepararsi alla guerra. Questo è l’unico compito che si addica veramente a chi comanda” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 145). Infatti “[…] i prìncipi, quando hanno pensato più alle raffinatezze che alle armi, hanno perso lo Stato da essi posseduto. Perderai lo Stato soprattutto se trascurerai le arti militari. Lo conquisterai se di esse diventerai esperto” (p. 145).

A ognuno il suo, sembrerebbe suggerire Machiavelli; e, a proposito di chi governa, non c’è nulla di più propriamente “suo” dell’arte della guerra.

Combattere per la vita

Tra combattere per forza d’inerzia e combattere per la vita corre un abisso. Chi lo fa per una più valida ragione nove volte su dieci avrà la meglio su chi combatte per denaro. Il motivo è di una banalità disarmante: chi combatte in ciò in cui crede è pronto a tutto, infatti, nessun ingaggio economico vale il proprio sacrificio senza una reale motivazione.

Machiavelli adduce degli esempi storici per asserire la pericolosità delle truppe mercenarie. Esempi virtuosi d’indipendenza dalle truppe mercenarie sono: Roma, Sparta, gli Svizzeri. Esempi deprecabili di dipendenza dagli eserciti mercenari: Cartaginesi, Tebani, Milanesi. Inoltre, Machiavelli prende atto di alcuni disastrosi esempi d’impiego di milizie mercenarie nella penisola italiana, in particolare: la bruciante sconfitta subita ad Agnadello dai Veneziani nel 1509 per mano degli aderenti alla Lega di Cambrai, capeggiata dalla Francia di Luigi XII. Ciò offre a Machiavelli lo spunto per dire che: “Con i mercenari, le conquiste sono sempre lente, tardive e deboli, mentre le perdite sono improvvise e stupefacenti” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 135).

La più grande piaga dell’Italia del Quattrocento? Machiavelli non ha dubbi: gli eserciti mercenari che l’hanno tenuta in scacco. (Per inciso, un problema non limitato a quel secolo della storia italiana.) L’impiego a mezzo servizio degli eserciti di professionisti, che combattevano per il loro tornaconto personale e non per una causa in cui credevano, hanno reso facile il compito di conquista agli eserciti stranieri, che invece una causa ce l’avevano ed erano disposti a morire per essa.

Sostiene Lev Tolstoj in “Guerra e pace”, che in caso di battaglia incerta, il fattore decisivo, il cosiddetto “fattore X” che, anche quando si è inferiori sia di numero sia di armamenti, può far pendere l’ago della bilancia dalla parte della vittoria è: il morale delle truppe. E, se una cosa è certa, quella è che il morale dei mercenari è volubile e incerto. Motivo per cui tra un esercito superiore ma demotivato e uno inferiore però motivato, quello che ha più possibilità di vittoria è il secondo.

Si pensi alla fine che fecero i soldati statunitensi in Vietnam, i quali combatterono senza capire il perché (a differenza dei politici che li avevano mandati a morire in una terra lontana per bilanciare in loro favore l’equilibrio delle potenze nel pieno della Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica). I vietcong sconfissero gli americani perché si battevano per tenere in piedi le loro case, per dare una vita migliore alle loro famiglie ed erano disposti a immolarsi per un ideale politico in cui investirono tutte le loro migliori energie.

Tra combattere per forza d’inerzia e combattere per la vita corre un abisso. Chi lo fa per una più valida ragione nove volte su dieci avrà la meglio su chi combatte per denaro. Il motivo è di una banalità disarmante: chi combatte in ciò in cui crede è pronto a tutto, infatti, nessun ingaggio economico vale il proprio sacrificio senza una reale motivazione.

Come sanno bene i cacciatori, è proprio quando sono braccati che i cinghiali diventano più pericolosi. E non solo loro, tutte le bestie, umani compresi.

Del fine che giustifica i mezzi

Una divisione manichea tra bene e male è un lusso che si può permettere solo chi non governa. Le esigenze cambiano e con esse anche ciò che è giusto o non è giusto fare. A volte ciò che è giusto potrebbe essere ciò che in termini cristiani si definisce male. Allo stesso tempo, però, sembrare buono in senso cristiano è fondamentale per il principe, che deve “apparire religioso”.

“Un principe […] non deve realmente possedere tutte le qualità, ma deve far credere di averle” (p. 167). Perché “[…] se le ha e le usa sempre, gli sono dannose.” Mentre: “Se fa credere di averle, gli sono utili” (p. 167). Per giunta: “[…] egli è spesso obbligato, per mantenere il potere, a operare contro la lealtà, contro la carità, contro l’umanità, contro la religione.” Quindi, ecco la stoccata finale che stronca qualsiasi tentativo di buonismo nell’interpretare il pensiero machiavellico: “[…] non si allontani dal bene, quando può, ma sappia entrare nel male, quando vi è costretto” (p. 169).

Una divisione manichea tra bene e male è un lusso che si può permettere solo chi non governa. Le esigenze cambiano e con esse anche ciò che è giusto o non è giusto fare. A volte ciò che è giusto potrebbe essere ciò che in termini cristiani si definisce male. Allo stesso tempo, però, sembrare buono in senso cristiano è fondamentale per il principe, che deve “apparire religioso”. Questo perché: “Gli uomini, in generale, giudicano più con gli occhi che con le mani, perché tutti vedono e pochi toccano con mano.”

A questo punto Machiavelli esprime quel concetto poi semplificato nella formula “il fine giustifica i mezzi”. Le sue esatte parole: “Nel giudicare le azioni degli uomini, e soprattutto dei prìncipi […] non si guarda ai mezzi, ma al fine. Il principe faccia quel che occorre per vincere e conservare il potere. I mezzi saranno sempre giudicati onorevoli e lodati da ognuno […]” (p. 169). Per cui: “il fine giustifica i mezzi” non è che la parafrasi più convincente del passo appena citato.

Della volpe, del leone e di quanto la lealtà sia sopravvalutata per uno statista

Sarebbe bello se tutti fossero leali con il prossimo, il mondo sarebbe un posto migliore, pace e serenità per tutti ma, affinché tutto vada liscio e questo clima di distensione duri, la conditio sine qua non sarebbe che tutti, nessuno escluso, viaggiassero sulla stessa pacifica e serena lunghezza d’onda; basterebbe anche solo una stecca fuori dal coro, un solo essere umano sleale per mandare tutto a rotoli. Dunque, sarebbe bello sì, possibile…

La lealtà è sopravvaluta secondo Machiavelli. Prova ne sono queste parole: “Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 165). Della serie: la lealtà è uno scomodo vestito pruriginoso, che a volte va tolto per sentire meno prurito. Sarebbe bello se tutti fossero leali con il prossimo, il mondo sarebbe un posto migliore, pace e serenità per tutti ma, affinché tutto vada liscio e questo clima di distensione duri, la conditio sine qua non sarebbe che tutti, nessuno escluso, viaggiassero sulla stessa pacifica e serena lunghezza d’onda; basterebbe anche solo una stecca fuori dal coro, un solo essere umano sleale per mandare tutto a rotoli. Dunque, sarebbe bello sì, possibile…

A proposito dei modi di combattere, Machiavelli dice che ne esistono di due tipi: “[…] l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo” (p. 165). Giocoforza: “Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni non conoscono l’arte di governare” (pp. 165-166).

Due esempi del tutto arbitrari, due di tanti che si possono fare: Attila, re degli Unni; Garibaldi, eroe dei due mondi. Il primo fu un formidabile guerriero, però incapace di vedere oltre la successiva battaglia. Il secondo non fu secondo a nessuno in coraggio e spirito battagliero, ma dovette inginocchiarsi al cospetto di un reuccio piemontese. La loro natura leonina è lampante, solo con quella però non si governano gli uomini in tempo di pace, quando i nemici sono camuffati da amici e occorre il fiuto della volpe per stanarli. Per sconfiggere i nemici sul campo di battaglia un principe deve dare libero sfogo alla sua natura leonesca, per governare quella volpesca.

Ha senso essere leali in tutto e per tutto? Si direbbe proprio di no per Machiavelli: “Un signore prudente […] non può né deve rispettare la parola data se tale rispetto lo danneggia e se sono venute meno le ragioni che lo indussero a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni,” solito discorso, “questa regola non sarebbe buona. Ma poiché gli uomini sono cattivi e non manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con loro” (p. 167). Insomma, la prudenza non è mai troppa. Opportunismo machiavellico derivato da un pessimismo antropologico di fondo sulla base del quale: rispettare la parola data conviene solo se non va contro i propri interessi. Ragionamento spietato? Senza dubbio.

Un secolo dopo Machiavelli, un simile modo di ragionare verrà riproposto dal cardinale Richelieu, che per salvaguardare l’interesse nazionale francese (o “ragion di Stato”), pur essendo lui membro del clero cattolico e di un Paese cattolicissimo si allea furbescamente – massimo esempio di “natura volpina” – con le potenze protestanti per vincere la guerra dei Trent’anni e per spostare l’equilibrio di potenza europeo in favore della sua Francia. Si può dire che quello che Machiavelli teorizza, Richelieu lo realizza. Per gli uomini di ieri, di oggi e di ogni tempo risuona profetico questo passo de “Il principe”: “[…] chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che colui il quale vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare” (p. 167). L’ammirazione di Machiavelli per Cesare Borgia è estesa anche – seppure in misura più contenuta – al padre papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Di quest’ultimo Machiavelli afferma: “Non ci fu mai uomo che promettesse con così grande efficacia, che giurasse con altrettanto fervore e che poi mancasse di parola come lui” (p. 167).

Mancare la parola data è un comportamento meschino? Secondo la morale lo è. In politica – in determinate circostanze – può essere un modo di agire da statista.

Meglio essere amati o temuti?

La parola d’ordine per il “principe saggio” è dipendere da sé e dalle proprie forze, non confidare che altri possano risolvere i suoi problemi, dimostrarsi risoluto, forte e – perché no – crudele all’occorrenza.

Inevitabile sorge il dilemma: “[…] se sia meglio essere amati piuttosto che temuti, o se sia meglio esser temuti piuttosto che amati” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 159). Continua Machiavelli: “La risposta è che si vorrebbe essere l’una e l’altra cosa, ma poiché è difficile mettere insieme le due cose, risulta molto più sicuro, dovendo scegliere, esser temuti piuttosto che amati” (p. 161). Perché? Il motivo è da ricercarsi nel pessimismo antropologico di Machiavelli, che più che “pessimismo” vero e proprio andrebbe considerato: realismo. Ovvero: l’uomo è tutto fuorché buono. Se alcune volte sembra tentato dal bene e lo compie anche, questa è da ritenersi un’eccezione, che non cambia la regola, ossia il male ha più forza di attrattiva del bene per l’uomo. Lo conferma in maniera inequivocabile Machiavelli stesso dicendo: “Gli uomini hanno meno timore di colpire uno che si faccia amare, piuttosto che uno che si faccia temere. L’amore è infatti sorretto da un vincolo di riconoscenza che gli uomini, essendo malvagi, possono spezzare ogniqualvolta faccia loro comodo. Il timore, invece, è sorretto dalla paura di essere punito, che non ti abbandona mai” (p. 161). Farsi temere è bene, farsi odiare no, dunque.

Sempre Machiavelli rintuzza il suo affondo nei confronti della bontà cristiana aggiungendo: “Il principe deve farsi temere in modo tale che, pur senza farsi amare, gli riesca tuttavia di non farsi odiare. Si può essere temuti e allo stesso tempo non odiati. E anzi il principe riuscirà sempre a raggiungere questo risultato se rispetterà i beni dei suoi cittadini e dei suoi sudditi, nonché le loro donne […] Si astenga soprattutto dal prendere la roba degli altri, perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio” (p. 161). Insomma, si perdona meglio un assassino di un ladro, stando a Machiavelli. È senz’altro ovvio, ancorché non per tutti scontato, che queste parole di Machiavelli vadano soppesate e contestualizzate all’interno di una più ampia cornice storica machiavellica più di quanto Machiavelli stesso sia mai stato; con l’espressione “machiavellica” s’intende la banalizzazione che di Machiavelli si è fatto nel corso dei secoli, tramutandolo in quello che “non” è mai stato, almeno non personalmente, ovvero, una sorta di genio del male, ispiratore – seppure non esecutore – di mille e più efferatezze. Machiavelli è non colpevole dall’accusa di avere agito in vita da “machiavellico”.

Si è detto volutamente non colpevole piuttosto che innocente. Questo perché l’innocenza è un’altra cosa rispetto alla non colpevolezza. Chi può davvero definirsi “innocente”? Oltretutto, bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato di “innocenza”. In un senso stretto, dal momento che si viene al mondo, nessuno è del tutto innocente. Secondo la vulgata cristiana: il peccato originale è una palla al piede che tutti ci trasciniamo dietro nel nostro cammino di vita. Poi senz’altro dipende da noi risultare più o meno peccatori, ovvero: più o meno malvagi. Con un esercizio di tutt’altro che sterile retorica, si potrebbe riutilizzare – e rovesciare – il celebre argomento di Sant’Agostino sul male, da lui definito un deficit di bene. Come? Facile, sostenendo che il bene è nient’altro che una carenza di male. Come si può ben vedere, la questione dell’innocenza di qualcuno è cosa ben più astratta, che interessa più la metafisica che la filosofia politica, che tratta degli uomini, di quello che “sono” e non di ciò che “dovrebbero essere”.

Machiavelli precisa che “[…] gli uomini, mentre amano secondo la volontà loro, temono secondo la volontà del principe” (p. 165). Motivo per cui: “Un principe saggio […] deve fondarsi su quel che dipende dalla volontà sua, non dalla volontà altrui. Deve soltanto cercare di non farsi odiare, come ho già detto” (p. 165). La parola d’ordine per il “principe saggio” è dipendere da sé e dalle proprie forze, non confidare che altri possano risolvere i suoi problemi, dimostrarsi risoluto, forte e – perché no – crudele all’occorrenza. L’essenziale è che la crudeltà non sia gratuita, ma sempre ben motivata da una causa di forza maggiore.

La crudeltà quanto basta

La conditio sine qua non per condurre vittoriosamente degli uomini in battaglia è farsi rispettare da essi e per rendere possibile ciò la crudeltà è solo un mezzo in vista di un fine più grande: la vittoria.

Nel capitolo diciassette de “Il principeMachiavelli ammette l’idea di una crudeltà necessaria (in politica). La prende da lontano cominciando col dire: “[…] ogni principe deve desiderare di essere giudicato clemente, e non crudele” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 159). Poi però prosegue: “Tuttavia deve badare a non far cattivo uso della clemenza. Cesare Borgia era ritenuto crudele; cionondimeno la sua crudeltà riportava l’ordine in Romagna, la unificava, la pacificava e la rendeva fedele. Si vedrà che alla fine il Borgia fu più umano dei Fiorentini i quali, per evitare di essere crudeli, lasciarono che le fazioni provocassero la rovina di Pistoia” (p. 159).

Come dev’essere allora un buon principe, intendendo con “buono” uno che sopra ogni altra cosa voglia fare il bene del suo popolo e non solo il proprio? La risposta ce l’ha Machiavelli ed è: “Infliggendo un piccolo numero di punizioni esemplari, risulterà più umano di coloro i quali, per eccessiva umanità, lasciano scoppiare disordini da cui derivano uccisioni o rapine. Queste, di solito, colpiscono l’insieme dei cittadini, mentre le condanne del principe colpiscono il singolo individuo” (p. 159). Quelli a essere più soggetti a questa “crudeltà necessaria” – sebbene ponderata – sono gli “Stati nuovi”, che sono per loro stessa natura più instabili e inclini – quindi – a ricorrere alla violenza come extrema ratio per sanare conflitti interni che potrebbero minarne l’unità.

Oltretutto per un principe che intende suscitare il rispetto delle truppe una certa dose di crudeltà ben distillata non solo è necessaria ma anche richiesta, perché: “Senza questa reputazione non gli sarebbe possibile tener uniti gli eserciti e indurli a combattere.” Un condottiero del passato che teneva alla reputazione di venire considerato “crudele” era Annibale. Tale reputazione “[…] fece sì che i soldati lo considerassero sempre venerabile e terribile. Senza la crudeltà, le altre sue capacità politiche non sarebbero bastate a ottenere questo risultato. Gli storici, alquanto sconsideratamente, ammirano il risultato e nello stesso tempo condannano la prima causa di esso” (p. 163). Il successo di un’impresa bellica quasi sempre è stato ottenuto con mezzi poco raffinati e i condottieri – come Annibale – non si sono fatti scrupoli di adoperarli per raggiungere il loro scopo. La conditio sine qua non per condurre vittoriosamente degli uomini in battaglia è farsi rispettare da essi e per rendere possibile ciò la crudeltà è solo un mezzo in vista di un fine più grande: la vittoria.

In conclusione, la crudeltà è necessaria per Machiavelli? Quanto basta, come nelle ricette di cucina.

Il dovere di schierarsi

Se c’è una cosa che insegna la storia è che: ogni status quo ha i giorni contati. In storia la stasi è solo mera apparenza. Anche quando le bocce sembrano ferme, in realtà si muovono, anche fosse in maniera impercettibile.

Schierarsi è bene, restare neutrali è male. Perché? Lo spiega Machiavelli: “E succederà sempre che chi non è amico ti chiederà di esser neutrale, e chi ti è amico ti chiederà di dichiarar guerra. I prìncipi indecisi, per evitare i pericoli presenti, decidono il più delle volte di restare neutrali, e il più delle volte precipitano” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 203).

In caso di situazione incerta, la neutralità sarà sempre l’opzione più sconsigliabile. Infatti, anche si andasse in guerra e si perdesse, nulla vieta che non si possa risorgere insieme al proprio alleato sconfitto. Nella benaugurata ipotesi in cui si vincesse, si avrebbe tutto l’apprezzamento e il sostegno dell’alleato vincitore e insieme ci si difenderebbe meglio da eventuali – e possibili – attacchi futuri.

Se c’è una cosa che insegna la storia è che: ogni status quo ha i giorni contati. In storia la stasi è solo mera apparenza. Anche quando le bocce sembrano ferme, in realtà si muovono, anche fosse in maniera impercettibile. Il corso della storia è in continuo movimento. “Se dirò all’attimo: fermati dunque! sei così bello! allora mi potrai gettare in catene, allora andrò volentieri in rovina” fa dire Goethe al suo Faust, che così dicendo spera di rimandare all’infinito la capitolazione. L’attimo storico è inarrestabile così come quello faustiano.

Il fluire eracliteo del fiume è la metafora che meglio azzecca l’andamento mutevole della storia. Per cui si può dire che in storia: nulla è certo, tranne il cambiamento.