Contro la morale idealistica kantiana

Bestia irriconoscibile questo “buon senso”, tutti ne parlano e per tutti è relativo. C’è un buon senso per ogni individuo e, per di più, non ce ne è uno per ognuno che valga per tutte le stagioni, di solito cambia a seconda della convenienza del momento. Io posso parlare di cosa significa per me avere “buon senso” qui e ora, che, nel mio piccolo, cerco di possedere e applicare, ma faccio fatica a pensarne uno dalla valenza universale, intendendo con ciò: universalmente valido.

Quando sento nominare il cosiddetto “buon senso” metto mano non alla pistola come diceva Goebbels quando sentiva parlare di cultura, ma a un pezzo di ferro per fare i debiti scongiuri, be’, quello sì. Perché? Chi stabilisce cos’è “buon senso” e cosa no invece? Bestia indecifrabile questo “buon senso”, tutti ne parlano e per tutti è relativo. C’è un buon senso per ogni individuo e, come se non bastasse, non ce ne è uno che valga per tutte le stagioni (di solito cambia a seconda della convenienza del momento). Io posso parlare di cosa significa per me avere “buon senso” qui e ora, ma faccio fatica a pensarne uno dalla valenza universale, intendendo con ciò: universalmente valido.
Persino applicare sempre il biblico, sacrosanto e condivisibile comandamento “non uccidere”, scritto a caratteri cubitali sulle tavole della Legge che Dio – secondo la tradizione – ha consegnato a Mosè, può risultare tutt’altro che semplice. Come mai? Si dia il caso che qualcuno ci punti una pistola contro ed esploda dei colpi, che riusciamo per miracolo a schivare. Al contempo ci è data un’arma e la possibilità di usarla per difenderci, sparando prima che questo “qualcuno” non ci stenda con una pallottola ben calibrata. Chi, a queste condizioni, rifiuterebbe la legittima difesa, ovvero lottare per avere salva la vita e chi altresì accetterebbe il suo destino di agnellino sacrificale senza colpo ferire? Io non saprei come reagirei (né vorrei mai saperlo), però qualche dubbio credo che mi sfiorerebbe la mente. Del resto anche lo Stato del Vaticano è per la reazione difensiva in caso di attacco armato ai suoi danni, il che è tutto dire.
Qui, quindi, non contesto tanto la bontà del “non uccidere” in sé e per sé, che peraltro fa parte della regola aurea comune a tutte le religioni, quanto l’universale validità della sua applicazione concreta in tutte le possibili e immaginabili situazioni che la vita potrebbe porci davanti. Motivo per cui reputo quantomeno “presuntuoso” propagandare ancora oggi come universalmente validi e comunemente accettabili “imperativi categorici” dal sapore kantiano che, seppure favolosi sul piano teorico, alla prova dei fatti si rivelano – per usare un eufemismo – di “difficile applicazione”. Ancor più dopo il sanguinoso Novecento che ci siamo lasciati alle spalle (non che i secoli precedenti siano stati più pacifici).
Dopo “non uccidere”, si prenda un altro “imperativo categorico” che fa un po’ acqua da tutte le parti: dire sempre la verità. Siamo sicuri che funzioni in ogni circostanza? Si veda il caso – esempio già sdoganato da altri in ambiente anglosassone che reputo efficace – di una ragazza che scappa da un inseguitore munito di coltello che vuol “farle la festa”, nel senso peggiore del termine. La ragazza riesce a far perdere le tracce di sé imboccando uno dei due sentieri nel bosco. Coincidenza vuole che noi brava gente che crede nell’imperativo categorico kantiano di dire sempre la verità veniamo interpellati dal tipo poco raccomandabile che sta inseguendo la fanciulla. Oltretutto abbiamo chiaramente assistito alla scena affacciati alla nostra finestra di casa posta giusto sul limitare del bosco in questione, perciò siamo a conoscenza della pericolosità del tipo. Se siamo kantiani fino in fondo e crediamo in una morale dal respiro universalistico dovremmo dire bene la verità all’inseguitore che ce l’ha magari pure chiesta con modi gentili, ovvero sentiremmo come un dovere civico irrinunciabile quello di dire che la fuggiasca – poco importa che, con tutta probabilità, stia scappando da un pazzo omicida per salvarsi la vita – ha imboccato il sentiero a destra anziché quello a sinistra e pazienza se, dicendo la verità al brutto ceffo, condanneremmo a morte certa o quasi la poveretta.
Chi come me e tutti quelli – sono in buona compagnia – che non credono nella troppo ambiziosa, idealistica morale kantiana si rendono conto che mentire a volte può letteralmente: salvare delle vite. Ragion per cui sostengo e continuerò a sostenere fino allo sfinimento che a volte avere un pensiero troppo coerente – in ambito morale e non solo – è stupido. Bisogna avere il coraggio di essere incoerenti con i propri principi, che, sul piano della vita morale di un uomo, devono essere relativistici e non universalistici. Questo perché il realismo relativistico salva molte più vite dell’idealismo universalistico e a insegnarcelo è la storia che non è vero che non è maestra di niente, è solo che noi siamo cattivi scolari. Un esempio? Prendiamo i capi di Stato vittoriosi al termine del Primo conflitto mondiale. La dottrina morale idealistica del Presidente americano Woodrow Wilson & soci in politica internazionale dopo la Prima è stata la principale – seppure non l’unica – causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale, ancora più sanguinosa in termini di vite umane perdute. Perché? Hanno affamato la Germania costringendola a pagare pesanti risarcimenti di guerra e, di conseguenza, reso possibile l’ascesa di Adolf Hitler, con tutto quel che ne è derivato in termini di vite umane irrimediabilmente perdute.

La filosofia ci rende liberi

Anche se qualcuno ci imprigiona mettendoci delle catene di ferro ai piedi o delle manette ai polsi, ma noi siamo liberi qui, nella mente, allora continueremo a esserlo anche se carcerati.

Io sono un filosofo e anche voi lo siete, solo che finora può essere che nessuno ve lo abbia mai detto. Perché dico questo? Facile, dal momento in cui siamo tutti vivi e più o meno vegeti ognuno di noi ha – che lo voglia o meno – una propria filosofia di vita, che coincide con un proprio modo di stare al mondo e vedere le cose. Tutto questo io lo chiamo “filosofia”. Confrontarsi con il pensiero dei più grandi filosofi di tutti i tempi è di fondamentale importanza per sviluppare il proprio punto di vista, il proprio angolo visuale sulle cose. Alcune di queste grandi menti potranno piacervi, altre le odierete, ma se c’è una cosa di cui sono ragionevolmente sicuro è  che nessun filosofo vi rimarrà del tutto indifferente. Ecco, una cosa importante che può insegnarvi la filosofia: è prendere posizione, lottare contro l’indifferenza dilagante nel mondo, dire la vostra imparando a pensare con la vostra testa che, a conti fatti, è l’essenza stessa della libertà perché nessuno è più libero di chi pensa con la propria testa e dice – con sensatezza – ciò che pensa.
La differenza fra le catene fisiche che ci tengono imprigionati e quelle mentali è che le seconde sono molto più insidiose, ci intrappolano con mille legacci e ci impediscono di vivere una vita pienamente consapevole. La consapevolezza è il succo della filosofia. (A tal proposito, rimando alla storiella zen del mandarino, che, in estrema sintesi, si può mangiare in due modi: senza consapevolezza e con consapevolezza, il primo modo implica un ingurgitare senza senso, mentre il secondo e più efficace modo significa assaporare coinvolgendo tutti e cinque i sensi.) Anche se qualcuno ci imprigiona mettendoci delle catene di ferro ai piedi o delle manette ai polsi, ma noi siamo liberi qui, nella mente, allora continueremo a esserlo anche se carcerati. Vero è che se si riesce a essere liberi di mente e non al “gabbio” sarebbe decisamente più confortevole per tutti quanti 🙂 In definitiva: a che serve la filosofia? A renderci liberi (e non è poco).

Lo stupido multitasking

La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì.

Viviamo in un presente difficile, questo è il destino di ogni generazione; non ce ne è una che non si sia lamentata, più o meno a torto, dello stato di cose ereditato. Tuttavia, non si è troppo piagnucolosi nel constatare che la velocità con cui i cambiamenti, in tutti i settori, si succedono l’uno all’altro sia a dir poco disorientante. L’impressione generale è che si vada sempre più di corsa e, di conseguenza, per stare al passo con i tempi che corrono si vuole fare sempre più cose alla volta. Proprio su quest’ultimo aspetto, i neuroscienziati stanno facendo delle ricerche, i cui esiti sembrano propendere verso l’ipotesi che stiamo diventando tutti – passatemi il termine – un po’ più stupidi.
Lavorare in multitasking è cognitivamente impegnativo, porta a un sovraccarico eccessivo del nostro sistema cerebrale che per questo va in tilt. Le suddette ricerche stanno evidenziando come sia pressoché impossibile fare più cose alla volta – questo significa lavorare in multitasking –, perché sempre e comunque ne faremo una alla volta, che ci piaccia o meno.
Prendiamo il caso di un tizio qualsiasi, me per esempio, visto che una ne faccio e cento ne penso. Alcune volte mi capita di lavorare con quattro o cinque schermi davanti a me: due tablet, uno smartphone e uno, due computer. Bene, quando provo a lavorare in questa maniera mi rendo conto di lavorare male, “a spizzichi e bocconi” per così dire. Faccio un po’ di questo, un po’ di quello, un altro po’ di quell’altro e così via. La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì. Per farlo vi consiglio di familiarizzare con la filosofia, che è più innocua di quanto sembrerebbe a una prima occhiata. Questo perché la filosofia oltre a essere l’arte del dubitare, del porre le domande giuste, è anche l’arte del fare le cose con lentezza: del “prenderla come viene” direbbero i dudeisti memori dell’insegnamento di Drugo, protagonista del film “Il grande Lebowski”.
“Prenderla come viene” significa “prenderla con filosofia”, ovvero assegnando la giusta importanza alle cose che ci accadono, prendere la vita per quello che è: la più sensazionale e supersonica delle montagne russe. Non fai in tempo a salire che devi già scendere. Ed è così per tutti. In questo sta la grande democrazia della vita. C’è una poesia di Antonio De Curtis, in arte Totò, intitolata “La livella”, che incarna l’essenza democratica della vita: sia al ricco sia al povero sempre la stessa sorte tocca.
In attesa della resurrezione dei corpi gloriosi, spero e quindi credo. Sperare è credere. E credere, aveva ragione il filosofo-matematico Blaise Pascal, è un po’ come scommettere. Cosa? La più decisiva delle scommesse: che Dio esiste. Nel caso si vincerebbe tutto, vedi alla voce: salvezza eterna. In caso contrario si perderebbe: niente!
In ultima analisi, filosofare vuol dire proprio: prendersi il tempo che serve. Per scegliere bene e finire per fare la cosa giusta.

Filosofia e religione

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda.

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda. In che senso? La filosofia c’insegna a ricercare la o le verità, ma nel farlo ci mette in condizioni di ricercare la Verità, come si suole dire: ci colloca già sulla buona strada.
Sia chiaro io credo che ogni strada sia buona per sé e che per ognuno ce ne sia una diversa che, ciononostante – per questo non sono un relativista –, può condurre alla stessa meta. Questa meta per me è Dio, per un altro potrebbe essere il fato, per un altro ancora il caso. Ecco, secondo me tre sono le categorie di assoluti, categorie che la mente umana non può eludere: ovvero ciascuno, vivendo a modo proprio, finisce inevitabilmente per credere in una delle tre. Motivo per cui affermo che la filosofia è la via per arrivare alla religione, perché filosofare significa mettersi in cerca della Verità, ci tengo a precisare: non a trovarla. Va da sé che se uno non cerca, neanche può trovare.
Ebbene è a questo proposito che s’inserisce Dio, il fato o il caso. Questi tre assoluti sono i pilastri del pensiero. Pilastri, questi, che rendono meno vacillanti le fondamenta del nostro vivere. Sono convinto infatti che non si possa vivere senza un principio veritiero, quale che sia quello a cui si scelga di credere.

Tempo ed eterno ritorno

Il sistema del rito, del ripetere una ritualità rassicurante, ha proprio il compito di tranquillizzarci rispetto a quella che è una palese mancanza: la mancanza di tempo. Noi uomini siamo esseri mancanti di tante cose, una su tutte: di tempo. Non ne abbiamo mai abbastanza. Ed ecco che il sistema rituale, che ciascun popolo si dà, cerca – non è detto che ci riesca – di sopperire a questa mancanza.
In questo tentativo di rasserenare, la funzione del mito dell’eterno ritorno è estremamente importante. Sapere che queste sensazioni, questo momento ritorneranno è consolante. Certo, si può obiettare che se questo adesso non è granché, se proprio “adesso” si stesse soffrendo, be’, sapere che ciò si ripeterà è più un incubo che una rassicurazione. Vero. Resta il fatto che le popolazioni antiche trovavano conforto nell’eterna ripetizione data loro dal rito.
Lo stesso sollievo lo trovano oggi i seguaci di ogni religione nel mondo, che si confortano nella ciclica ripetitività del rituale. Si prenda il cristianesimo. Natale e Pasqua arrivano ogni anno. Ciò è confortante, o almeno lo è per un cristiano, perché la ruota gira e il mondo continua ad andare avanti, malgrado i problemi.

Monetizzare il proprio tempo

Fino all’ultimo, si lotta per avere più tempo: più anni, più mesi, più giorni, più minuti, finanche più secondi. Il tempo è l’unico bene di cui non disponiamo, ma che a sua volta dispone di noi, nel senso che siamo – il nostro essere perdura – fino a che non scade il “nostro tempo”, che, in ogni caso, non è mai abbastanza. Sia che si ritorni al Padre o alla polvere, a seconda se si è credenti o atei, siamo sempre “mancanti di tempo”. È questa la nostra mancanza fondamentale, che condiziona ogni nostro – solo all’apparenza – insulso gesto quotidiano.

Fare pace con il tempo non è possibile, neanche per chi ha fede, almeno secondo me. La resurrezione dei corpi gloriosi è una cosa di là da venire, un’acquisizione intellettuale mi viene da dire. Il Giorno del Giudizio è lontano o vicino – chi può dirlo, “come un ladro di notte” verrà, insegna San Paolo –, ma resta comunque una spada di Damocle pendente e non ancora calata. Intanto la nostra vita – anche quella di chi crede che ci sarà una fine gloriosa – è una cosa molto concreta: è una lotta incessante contro il tempo che durerà fino al giorno della nostra dipartita.

Fino all’ultimo, si lotta per avere più tempo: più anni, più mesi, più giorni, più minuti, finanche più secondi. Il tempo è l’unico bene di cui non disponiamo, ma che a sua volta dispone di noi, nel senso che siamo – il nostro essere perdura – fino a che non scade il “nostro tempo”, che, in ogni caso, non è mai abbastanza. Sia che si ritorni al Padre o alla polvere, a seconda se si è credenti o atei, siamo sempre “mancanti di tempo”. È questa la nostra mancanza fondamentale, che condiziona ogni nostro – solo all’apparenza – insulso gesto quotidiano.

Lasciamo perdere per un momento l’aldilà prospettatoci dalla religione. Questa nostra vita, nella sua essenza, uguale per tutti, difetta di tempo. Ciò, anziché convincerci che non è il caso di farci la guerra (visto il nostro essere tutti fratelli nella morte), ci rende ancora più aggressivi gli uni “contro” gli altri, perché si vuole di più e proprio questo “di più” – essenzialmente più potere, nelle sue molteplici accezioni – è a scapito di qualcun altro. Se fossimo tutti degli immortali non credo ci sarebbero le guerre e supereremmo agevolmente ogni sorta d’incomprensione. Andremmo tutti d’amore e d’accordo, ma con i “se” e con i “ma”, lo sappiamo bene, non si va da nessuna parte.

C’è una massima di Benjamin Franklin che sottoscrivo in pieno, “time is money”, tradotta: il tempo è denaro. Non so voi, ma preferisco alleggerirmi il portafoglio, piuttosto che sacrificare il mio limitato serbatoio temporale. Monetizzare il proprio tempo, dunque, non è solo una necessità, ma anche una forma di sanità mentale, se non si vuole vivere nell’autoinganno di credersi: eterni.

Vivere è lottare

La tragedia di cui parla Unamuno è la lotta contro i mulini a vento propria del suo eroe preferito, Don Chisciotte (alla cui figura dedica un importante commentario), una lotta impari, senza speranza di successo, velleitaria ma non meno preziosa. La dimensione più propria della vita è agonica, ovvero: una lotta incessante, senza tregua né quartiere contro la natura umana deficitaria, mancante di tempo. Vivere significa lottare. E qual è la nota distintiva del lottatore? Vendere a caro prezzo la propria pelle.

Vivere è lottare, questo è l’insegnamento che ho tratto dalla lettura “Del sentimento tragico della vita”, capolavoro filosofico di Miguel de Unamuno. Perché simpatizzo per Unamuno? Perché, per essere un filosofo, scrive bene e si lascia leggere volentieri. Ergo: mi entusiasma più di altri pensatori, più quotati ma imperdonabilmente contorti. Inoltre, arricchisce di un bel po’ il concetto di “carpe diem” della tradizione latina. Come? Ci aggiunge la passione, il trasporto metafisico che i poeti e i filosofi latini non avevano, beandosi troppo di minimizzare le pericolose passioni.

In particolare, mi attrae la dimensione del tragicomico in Unamuno, che è – a dire il vero – più ottimistica di quanto non sembri a prima vista. Unamuno infatti è sì un pessimista fisico – il suo corpo come quello di tutti piange la sua natura mortale – ma è altresì un ottimista metafisico, ovvero spera ci sia dell’altro dopo questa vita. Non so se lo credeva, ma di sicuro lo sperava. Del resto, è mia convinzione che credere significhi sperare. Io credo perché spero ci sia davvero Chi dicono ci sia lassù nell’alto dei cieli e che questo Qualcuno, che molti chiamano Dio, alla resa dei conti premi chi si è ben comportato in questa vita e punisca chi in questa “valle di lacrime” ha perseguito il male. Lo spero con tutto me stesso. Se no sì che sarebbe davvero ingiusto vivere e insensato morire.

Poi le mie simpatie per Unamuno sono legate anche a un comune amico (l’amico del mio amico è mio amico), il suo nome è Don Chisciotte. Combattere le ingiustizie, i mulini a vento, se ci pensate bene: chi se non un picaro dal cuore grande e dalla testa matta può farlo? Occorre avere un po’ le stesse caratteristiche di Don Chisciotte, generosità e follia, per schierarsi contro i tanti, troppi mulini a vento che la vita ci mette davanti, giorno dopo giorno.

L’atteggiamento di Unamuno è proprio di chi fa i conti con la realtà della vita, non di chi se la svigna e decide di non prendere di petto i tormenti che lo assillano. Evadere è bello, ma poi, tanto, si deve fare ritorno alla dimensione della realtà e questa non è che il tempo limitato e, all’orizzonte, la Nera Mietitrice che inesorabile ci attende. Alcuni potranno obiettare: “Ma che palle ‘sto Unamuno, sempre a pensare alla tragedia che ci portiamo dentro”. Eppure ci sono esempi di come si possa imparare a convivere con il pensiero più intollerabile, quello della nostra dipartita, non di meno amando e assaporando la quintessenza della vita.

La tragedia di cui parla Unamuno è la lotta contro i mulini a vento propria del suo eroe preferito, Don Chisciotte (alla cui figura dedica un importante commentario), una lotta impari, senza speranza di successo, velleitaria ma non meno preziosa. La dimensione più propria della vita è agonica, ovvero: una lotta incessante, senza tregua né quartiere contro la natura umana deficitaria, mancante di tempo. Vivere significa lottare. E qual è la nota distintiva del lottatore? Vendere a caro prezzo la propria pelle. Sono esistiti individui capaci di scendere a patti con la loro condizione umana, che hanno non solo accettato ma fatto proprio, come fosse un punto di forza e non – come sarebbe più ovvio – di debolezza, il più tormentoso dei pensieri. Quale? Quello di dover morire.

Questi individui erano i samurai, guerrieri del Medioevo giapponese al servizio di un daimon, un signore, per il quale erano disposti a tutto, persino a sacrificarsi. Concepivano la loro vita come servizio incessante da concedere fino all’ultimo respiro al proprio signore. Be’, in quanto guerrieri la loro arte era appunto la guerra, si guadagnavano il pane combattendo e chi combatte sa bene – più di altri – che potrebbe morire da un momento all’altro. La morte per un samurai era sempre in agguato, poteva verificarsi tramite una freccia in battaglia o una pugnalata in una zuffa da osteria. Insomma, poteva rimanere ucciso in qualsiasi momento. Motivo per cui aveva imparato a pacificarsi con la sua condizione di essere transeunte. Emblematiche sono le parole dello “Hagakure – Il codice segreto del samurai”: “La via del samurai è la morte”. Parole, queste, vergate dal monaco tibetano Yamamoto Tsunetomo e che riecheggiano ai nostri orecchi come un distillato di saggezza samurai, che fa capire cosa significa vivere una vita fino in fondo e ne condensa la filosofia d’ispirazione heideggeriana per molti aspetti.

In Occidente infatti il filosofo che più si è avvicinato alla filosofia samurai è proprio Heidegger, con il suo: essere-per-la-morte. Secondo Heidegger la morte è l’evento cruciale, che dà senso e autenticità alle nostre altrimenti insensate e inautentiche esistenze. Ragion per cui, che lo si voglia o meno, viviamo in funzione di questo immancabile evento. Diciamo che Heidegger, come sua caratteristica, lo spiega in maniera complicata, Tsunetomo in maniera più immediata, ma sempre allo stesso concetto si riconducono entrambi, seppure con parole diverse.

Per quanto mi riguarda, cerco di vivere lottando per ogni respiro e, devo riconoscere, non saprei vivere altrimenti. Per ognuno, però, c’è una via diversa, un diverso modo di stare al mondo. Anche se, alla resa dei conti: tutte le strade portano alla meta che è l’origine, come aveva indovinato Karl Kraus, con il suo aforisma “l’origine è la meta”. Questa meta fissata da Tsunetomo e da Heidegger è la morte, che va accettata come parte integrante della vita e che a quest’ultima attribuisce il suo significato ultimo o ulteriore, a seconda che si creda oppure no.