Tutta colpa loro

Non è colpa nostra, si difendono i giovani di oggi. E hanno ragione. Non è colpa loro, ma di quegli adulti che li abituano a essere sempre difesi e li lasciano impuniti. Questa abitudine nociva alla deresponsabilizzazione è tutta colpa loro.

Penso ci sia un problema generazionale. Stiamo crescendo ragazzi sempre più deresponsabilizzati. Laddove invece proprio il principio responsabilità – come insegna il filosofo Hans Jonas – è alla base di una vita da cittadini moralmente integri; cittadini consapevoli del loro ruolo nel mondo, che sanno come comportarsi per preservare questa loro casa comune che è il pianeta Terra.
Un serio problema di deresponsabilizzazione sta coinvolgendo genitori e figli, con questi ultimi che vengono difesi a spada tratta dai primi e sono sempre “innocenti” anche ben oltre la prova contraria; in realtà genitori siffatti stanno insegnando ai loro figli – più che a essere maturi – l’immaturità. Inoltre, questa condizione di “tutto è lecito” che vivono i ragazzi in famiglia si ripercuote poi anche a scuola ed è un’insana abitudine che non può non influenzare in maniera negativa il loro comportamento. In che modo? Si riflette in un atteggiamento generale, rispetto al passato, più presuntuoso. Studiano il pomeriggio prima, si presentano all’interrogazione il giorno dopo, non prendono il voto che vogliono e polemizzano. Mentre, invece, molto più maturo sarebbe da parte loro un atteggiamento equilibrato, perché se un professore dà un voto, quale che sia, non lo attribuisce certo per simpatie personali o favoritismi presunti. Lo dà perché pienamente convinto che “quello” è il voto per “quella” prestazione che ha ascoltato durante l’interrogazione o ha corretto in occasione della verifica scritta.
Come qualunque altro professore, pur mettendoci tutta la buona volontà del mondo, non sono così folle da credermi infallibile nel giudizio. Posso solo assicurare di metterci il massimo dell’impegno per essere equo; “giusto” non credo sia umanamente possibile esserlo; questo perché da credente ritengo che la giustizia non sia una prerogativa di questo mondo; al massimo “hic et nunc” si può ambire a un’approssimazione di giustizia, ben consci che quella terrena non sarà mai una giustizia perfetta, tutt’al più perfettibile e sempre un po’ claudicante, temo. Con “equo” intendo che ci tengo a essere – quanto più mi riesce – “uniforme” nella valutazione.
Quando devo correggere delle verifiche scritte di una classe tendo a cominciarle e finirle nello stesso giorno, così da minimizzare eventuali difformità di giudizio dovute a circostanze esterne – stati fisici o stati d’animo alterati – che da un giorno a un altro possono portarmi a essere più o meno severo. Sembra una sciocchezza ma tale non è per me. In quanto esseri umani siamo creature umorali, che – a livello inconscio e a seconda dell’umore – tendono a modificare i loro comportamenti. Quindi, sapendolo, credo sia opportuno prendere delle contromisure. Nella fattispecie: correggere i compiti l’uno di fila all’altro. Si tratta di una regola di condotta che m’impongo e che cerco – nei limiti del possibile – di applicare. Da quest’anno, per combattere la possibile disparità nella valutazione delle interrogazioni, m’impegno a concentrarle in uno stesso periodo, in maniera tale che fra il primo e l’ultimo degli interrogati non trascorrano che pochi giorni, minimizzando così un eventuale influsso di fattori esterni.
Detto ciò, forse proprio perché desidero avere un atteggiamento di equanimità nei confronti di ogni mio studente, forse per questo mi rammarico doppiamente quando qualche mio studente non “prende con filosofia” il voto che gli ho assegnato; in tal caso a dispiacermi è la mancanza di consapevolezza della prestazione offerta; e se non si è consapevoli, significa che si è poco maturi. Come un serpente che si morde la coda, la scarsa maturità in molti casi è causata da una distorta percezione di sé a cui spesso contribuiscono quei genitori che tengono sul palmo di una mano i loro figli e per i quali i frutti dei loro lombi non possono che essere infallibili.
Non è colpa nostra, si difendono i giovani di oggi. E hanno ragione. Non è colpa loro, ma di quegli adulti che li abituano a essere sempre difesi e li lasciano impuniti. Questa abitudine nociva alla deresponsabilizzazione è tutta colpa loro.

Come togliere il dittatore di torno

Lo spirito critico è il solo antidoto per sconfiggere lo spirito di gregge tanto in voga in un’era dominata dal potere sottile quanto invisibile – ma non meno potente – della rete. Essa in teoria avrebbe dovuto liberarci, in pratica ha riproposto sotto altre forme il problema del condizionamento delle masse, sempre più assoggettate alla dittatura dei like basata sull’apparenza e non sull’essenza delle cose.

Mi piacerebbe che i miei studenti acquisissero la competenza di saper stare al mondo. Ovvero: riuscire a stare alle regole del gioco ma non passivamente, bensì in maniera propositiva, cercando di adattarsi. Questa competenza si chiama resilienza e io la intendo come quella capacità di saper fare di necessità virtù, come ci hanno insegnato i nostri nonni con la loro inscalfibile saggezza popolare.

Sapersi adattare non implica – per forza di cose – un adeguamento al ribasso. Si adatta chi – in maniera del tutto sana – si rende conto che non si può sempre vivere alle proprie condizioni, ma si deve sempre vivere con il proprio stile inconfondibile fregandosene della propria limitata condizione umana; condizione di chi ogni giorno ha l’obbligo di fare i conti con il senso del limite, che non vuol dire trovare una scusa per non fare o per fare di meno, bensì per cercare di portare a termine i propri compiti facendo del proprio meglio. È naturale poi che una volta si potrà ottenere di più e un’altra di meno; quel che conta, però, è il livello d’impegno che dev’essere sempre congruo.

In passato mi è stato chiesto: “Prof, come posso migliorare in filosofia e storia?”. La mia risposta mai troppo scontata è stata: “Leggi più che puoi, solo così amplierai il tuo lessico migliorando il tuo modo di parlare e scrivere”. Ho riscoperto l’acqua calda, lo so, ma non mi stancherò mai di ripetere come la lettura sia il solo rimedio tutt’oggi noto ed efficace per contrastare le tirannie del pensiero unico. Leggere stimola l’insorgenza di un pensiero autonomo, che altrimenti non sgorga come per incanto chissà dove e chissà come. Dietro un ragazzo che non sa pensare con la propria testa o che non pensa affatto, si nasconde un ragazzo che non legge nient’altro che i post su Facebook (poi c’è poco da meravigliarsi se prende per vere le fake news).

Un professore di filosofia come me non può non combattere questa inclinazione sbagliata nei propri studenti. Lo stesso Socrate ha perso la vita perché ha voluto insegnare ai suoi allievi a pensare con la loro testa; non a caso il pensiero è sempre stato pericoloso per chi detiene il potere, perché un cittadino che pensa da sé, dotato di spirito critico, è un cittadino più duro da ingannare con false promesse.

Lo spirito critico è il solo antidoto per sconfiggere lo spirito di gregge tanto in voga in un’era dominata dal potere sottile quanto invisibile – ma non meno potente – della rete. Essa in teoria avrebbe dovuto liberarci, in pratica ha riproposto sotto altre forme il problema del condizionamento delle masse, sempre più assoggettate alla dittatura dei like basata sull’apparenza e non sull’essenza delle cose.

Penso che non si possa chiedere a un professore di filosofia di lasciar correre su questo che è uno dei problemi capitali del nostro tempo: la scarsa o – in taluni casi – addirittura assente inclinazione a leggere. Motivo per cui do libri in lettura ai miei studenti liceali consapevole che: gustarsi qualche pagina al giorno… toglie il dittatore di torno!

Buoni propositi per il nuovo anno scolastico (e lotta senza quartiere alla sterile conoscenza specialistica)

Dunque, responsabilizzare e accrescere il livello di consapevolezza dei miei studenti sono due dei miei buoni propositi per il nuovo anno scolastico che sta per cominciare. Formare un individuo consapevole significa crescere un cittadino responsabile. Più cittadini responsabili avremo in futuro e maggiori possibilità ci saranno per noi tutti di avere un “futuro” come specie umana.

Nei limiti di quanto un essere umano può predicare bene e cercare di razzolare altrettanto “bene” – nessuno è perfetto e credere che qualcuno possa esserlo è follia – cerco di essere coerente coi miei principi didattici. Uno di questi mi impone di battermi sempre affinché i miei ragazzi non solo studino, ma pure capiscano l’importanza di ciò che studiano. A costo di ripetermi fino alla nausea, non mi stancherò mai di dire loro di dare la giusta – e non eccessiva – importanza alle valutazioni che ricevono. Un voto è e rimane “solo” un voto; quello più importante ciascuno se lo deve meritare ogni giorno per il livello d’impegno profuso sia in ambito lavorativo sia in quello dei rapporti interpersonali.
Motivo per cui – soprattutto con alcuni ragazzi di quinta – a volte mi piace provare a farli ragionare sul voto che si darebbero per la prestazione offerta; badate bene, voto che io ho già trascritto nel registro e che non modificherei per nessun motivo dato che è stato assai meditato, talvolta sofferto. Devo dire che quando tento questo “esperimento”, nella stragrande maggioranza dei casi i ragazzi indovinano, dimostrando di avere avuto la percezione della prestazione offerta. Quando ciò avviene mi rallegro del livello di responsabilizzazione raggiunto dai miei studenti. Ciò è per me motivo di grande soddisfazione in quanto credo – e spero – significhi che ho incoraggiato la “consapevolezza” nella maggior parte di loro. Poi, sarà perché sono esigente “in primis”con me stesso, auspico che questa “maggior parte dei miei studenti” diventi ogni anno “maggiore”.
Dunque, responsabilizzare e accrescere il livello di consapevolezza dei miei studenti sono due dei miei buoni propositi per il nuovo anno scolastico che sta per cominciare. Formare un individuo consapevole significa crescere un cittadino responsabile. Più cittadini responsabili avremo in futuro e maggiori possibilità ci saranno per noi tutti di avere un “futuro” come specie umana. È incredibile quanto noi “umani” siamo l’unica “specie” animale a rischio di auto-estinzione. Ipotesi, quest’ultima, scongiurabile solo cominciando a lavorare sulle future leve che solleveranno questo nostro mondo incerottato, che dio solo sa quanto ha bisogno di vedere aumentare il numero di intelligenze umanistiche capaci di andare oltre la troppo diffusa – oggi – e sterile conoscenza specialistica. A quest’ultima non ho paura di dichiarare: lotta senza quartiere.

Filosofia per molti e non per tutti

Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.

Di questi tempi, tutti corriamo come dei matti, siamo sempre e di più trafelati, oberati da mille impegni che ci sobbarchiamo come illudendoci – non so – di essere immortali. Già, perché va bene dimenticarci come meccanismo di autodifesa la nostra dimensione mortale – a volte meglio non pensarci per godere appieno della nostra vita al presente –, però non dobbiamo nemmeno essere troppo schizofrenici, cioè a dire: perdere contatto con la realtà di ciò che siamo, creature che fingono soltanto di non sapere ciò aspetta loro, che eternizzano il loro presente e lo vivono come se non fosse quello stillicidio di anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi che è in effetti. Appunto, considerando la meta, meglio capire come godersi il viaggio. Questo è ciò di cui si preoccupano i filosofi. Per voler essere dei guastafeste, si potrebbe senz’altro ribattere che c’è chi muore e non l’ha ancora capito. E con questo? “Capire” vale il prezzo del biglietto, anche se questo può voler dire soffrire proprio perché si è meglio compresa l’essenza di questa nostra vita: la sofferenza.
Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.
Credo si debba riscoprire una dimensione agonica del vivere, che vorrà pure dire soffrire e, per chi vuole vivere filosoficamente, capire questa sofferenza. Non è un caso se Edipo si acceca dopo avere appreso di avere ammazzato suo padre e avere generato figli con sua madre. Sapere questo, capirlo – “capire” è lo step successivo del “conoscere” – farebbe impazzire il migliore degli uomini, figuriamoci un assassino incestuoso. Comunque, meglio non accecarsi perché gli occhi vanno tenuti bene aperti e ci servono per vedere bene, con chiarezza, ci aiutano a capire. La visione, la vista è un coadiuvante della comprensione, la dilata, la fortifica. Perciò non mi resta che raccomandarvi di tenere gli occhi spalancati e augurarvi buon viaggio, con o senza filosofia, con o senza consapevolezza, a voi la scelta.
Costringere ad amare la filosofia è l’ultimo obiettivo che mi pongo. Non la penso come Epicuro e nemmeno come Nietzsche, la penso come me stesso e dico che la filosofia no, non è per tutti, ma per molti sì. Per quelli che non si accontentano a vivere e basta, ma vogliono vivere meglio, con più qualità, facendosi delle domande per darsi risposte funzionali, cioè che funzionino per sé. Il filosofo si pone domande “materiali”: cosa mangiare a pranzo o a cena, che film o serie televisiva vedere, che marca di crema solare comprare, che tragitto percorrere per andare al lavoro, eccetera. Come pure domande “spirituali”: chi siamo, da dove veniamo, che ci stiamo a fare qui sulla Terra, c’è vita solo “qui sulla Terra” o anche altrove, che cos’è la vita, perché c’è il tutto anziché il nulla e così via.
A costo di esagerare, la sparo grossa: forse persino Socrate si sbagliava a ritenere indegna una vita senza ricerca filosofica. Si può vivere “senza” filosofia (senza consapevolezza), ne sono convinto. È solo che, come Socrate, anche a me convince di più una vita “con” filosofia (con consapevolezza). Questo vuol dire che i filosofi sono maniaci del controllo? Non lo so, forse. O forse l’unico controllo che s’illudono o sanno di avere – chi può dirlo – è la consapevolezza di non poter controllare tutto e che a volte la corrente non si combatte, si asseconda se non si vuole affogare, come sa bene il nuotatore esperto. Oltretutto, ora che ci penso, non saprei in che altro modo vivere se non applicando, in ogni cosa che faccio, la mia filosofia di vita. In definitiva, la filosofia per me è tutto, ma questo “tutto” non lo è per tutti.

Filosofia e politica

Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno.

Avrei potuto intitolare questo post anche: “Le ragioni per cui nessun partito ha ragione”. Il proprio partito ha sempre ragione? È stupido anche solo supporlo, figuriamoci pensarlo. Chi è solito ragionare con la propria testa, non è solito iscriversi a partiti politici, a meno che non abbia delle ambizioni. Cosa legittima, ma altrettanto legittimante costui deve mettersi l’anima in pace sapendo che le sue ambizioni si scontreranno con il muro di gomma della logica partitica. Parafrasando la tesi di Le Bon, lo scopritore della “psicologia delle folle”: in gruppo siamo più stupidi. Tesi che mi sento di appoggiare in pieno.
In breve, non è detto che la ragione del partito – non importa quale – sia più ragionevole, più giusta di quella del singolo. Spesso accade il contrario: tante teste, tanta confusione. Se fossimo tutti uguali o la pensassimo tutti allo stesso modo, che noia sarebbe il mondo? Mi devo scusare, ma un po’ come Unamuno anche io appartengo a un partito il cui unico iscritto sono io soltanto e a volte penso che siamo pure in troppi.
Come mi capita di dire sempre ai miei ragazzi a lezione: “Il mio compito con voi non è fare politica, ma è fare in modo che impariate a pensare con la vostra testa così da impedire ai politici di raggirarvi”. Ecco, tutt’al più è filosofia politica. Nulla di originale, dal momento che c’è già chi ci ha provato e ha pure fatto una brutta fine. Lo hanno prima processato, poi condannato all’esilio e quel folle – follia filosofica fu la sua – se le è fatta commutare in condanna a morte, rifiutando l’esilio dalla sua amata città, le cui leggi aveva sempre amato e rispettato.
Se proprio quelle stesse leggi, tanto amate e rispettate da lui – a questo punto tutti dovrebbero avere capito trattarsi di Socrate –, si erano rivoltate contro di “lui”, tanto valeva accettare serenamente il proprio fato avverso e morire per le idee in cui aveva sempre creduto, che aveva ogni giorno praticato insegnando la filosofia nel solo modo che conosceva: “sapendo di non sapere”, ovvero vivendo filosoficamente. Come? Ricercando il sapere che è compito proprio di ciascun filosofo. Perché una vita senza ricerca – come lui stesso ha detto – non è degna di essere vissuta.
Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno. È vero, oggi non ci sono più i Trenta Tiranni, Crizia pure è trapassato, ma la tirannia invisibile che ci governa tutti – non mi riferisco alla presente situazione politica italiana, sia chiaro – ha ancora più bisogno della filosofia e di una vita filosofica come antidoto alla schizofrenia dei nostri tempi contemporanei.

Maturità = moralità

Lancio una provocazione. Per dirsi “maturi” non basta avere superato la soglia anagrafica dei diciotto anni. Bisogna essere maturi di testa non meno che di fisico. Ergo: perché non proporre un esame che sancisca l’avvenuta o meno maturità psicofisica?
Quale potrebbe essere il criterio di valutazione? Dimostrare di avere una propria moralità, ovvero un personale sistema di principi morali capaci di far poggiare su solide basi un’esistenza individuale.

Ci sarà un motivo per cui l’esame finale posto a conclusione del quinquennio della scuola secondaria di secondo grado si dice “maturità”, o no?
Lancio una provocazione. Per dirsi “maturi” non basta avere superato la soglia anagrafica dei diciotto anni. Bisogna essere maturi di testa non meno che di fisico. Ergo: perché non proporre un esame che sancisca l’avvenuta o meno maturità psicofisica?
Quale potrebbe essere il criterio di valutazione? Dimostrare di avere una propria moralità, ovvero un personale sistema di principi morali capaci di far poggiare su solide basi un’esistenza individuale. (Come modello di riferimento – implicito – ho in mente, soprattutto, la teoria degli stadi di sviluppo morale di Kohlberg.) Ragion per cui per superare un simile test è prerequisito avere senz’altro una testa ben fatta piuttosto che ben piena (sulla scorta di Montaigne prima ancora che di Morin). Per esempio: che senso ha possedere dieci marchingegni tecnologici se non si riesce a utilizzarne nemmeno uno? Meglio possederne uno soltanto, ma riuscire a sfruttarlo appieno, il che vuol dire: in tutte le sue molteplici funzionalità, no?
Il passaggio da una scuola del mero “sapere”a quella del “saper fare” (che peraltro fa rima con “saper essere”), dunque delle competenze, è il primo passo verso la formazione di discenti che, al termine del percorso scolastico, possano dirsi “davvero” maturi. Solo così la scuola viene messa nelle condizioni di formare cittadini con un grado di maturità tale da poter discernere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per sé, di riflesso anche per l’intera collettività.
In definitiva, è mia opinione che maturità faccia rima con moralità.