Filosofia per molti e non per tutti

Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.

Di questi tempi, tutti corriamo come dei matti, siamo sempre e di più trafelati, oberati da mille impegni che ci sobbarchiamo come illudendoci – non so – di essere immortali. Già, perché va bene dimenticarci come meccanismo di autodifesa la nostra dimensione mortale – a volte meglio non pensarci per godere appieno della nostra vita al presente –, però non dobbiamo nemmeno essere troppo schizofrenici, cioè a dire: perdere contatto con la realtà di ciò che siamo, creature che fingono soltanto di non sapere ciò aspetta loro, che eternizzano il loro presente e lo vivono come se non fosse quello stillicidio di anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi che è in effetti. Appunto, considerando la meta, meglio capire come godersi il viaggio. Questo è ciò di cui si preoccupano i filosofi. Per voler essere dei guastafeste, si potrebbe senz’altro ribattere che c’è chi muore e non l’ha ancora capito. E con questo? “Capire” vale il prezzo del biglietto, anche se questo può voler dire soffrire proprio perché si è meglio compresa l’essenza di questa nostra vita: la sofferenza.
Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.
Credo si debba riscoprire una dimensione agonica del vivere, che vorrà pure dire soffrire e, per chi vuole vivere filosoficamente, capire questa sofferenza. Non è un caso se Edipo si acceca dopo avere appreso di avere ammazzato suo padre e avere generato figli con sua madre. Sapere questo, capirlo – “capire” è lo step successivo del “conoscere” – farebbe impazzire il migliore degli uomini, figuriamoci un assassino incestuoso. Comunque, meglio non accecarsi perché gli occhi vanno tenuti bene aperti e ci servono per vedere bene, con chiarezza, ci aiutano a capire. La visione, la vista è un coadiuvante della comprensione, la dilata, la fortifica. Perciò non mi resta che raccomandarvi di tenere gli occhi spalancati e augurarvi buon viaggio, con o senza filosofia, con o senza consapevolezza, a voi la scelta.
Costringere ad amare la filosofia è l’ultimo obiettivo che mi pongo. Non la penso come Epicuro e nemmeno come Nietzsche, la penso come me stesso e dico che la filosofia no, non è per tutti, ma per molti sì. Per quelli che non si accontentano a vivere e basta, ma vogliono vivere meglio, con più qualità, facendosi delle domande per darsi risposte funzionali, cioè che funzionino per sé. Il filosofo si pone domande “materiali”: cosa mangiare a pranzo o a cena, che film o serie televisiva vedere, che marca di crema solare comprare, che tragitto percorrere per andare al lavoro, eccetera. Come pure domande “spirituali”: chi siamo, da dove veniamo, che ci stiamo a fare qui sulla Terra, c’è vita solo “qui sulla Terra” o anche altrove, che cos’è la vita, perché c’è il tutto anziché il nulla e così via.
A costo di esagerare, la sparo grossa: forse persino Socrate si sbagliava a ritenere indegna una vita senza ricerca filosofica. Si può vivere “senza” filosofia (senza consapevolezza), ne sono convinto. È solo che, come Socrate, anche a me convince di più una vita “con” filosofia (con consapevolezza). Questo vuol dire che i filosofi sono maniaci del controllo? Non lo so, forse. O forse l’unico controllo che s’illudono o sanno di avere – chi può dirlo – è la consapevolezza di non poter controllare tutto e che a volte la corrente non si combatte, si asseconda se non si vuole affogare, come sa bene il nuotatore esperto. Oltretutto, ora che ci penso, non saprei in che altro modo vivere se non applicando, in ogni cosa che faccio, la mia filosofia di vita. In definitiva, la filosofia per me è tutto, ma questo “tutto” non lo è per tutti.

Filosofia e politica

Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno.

Avrei potuto intitolare questo post anche: “Le ragioni per cui nessun partito ha ragione”. Il proprio partito ha sempre ragione? È stupido anche solo supporlo, figuriamoci pensarlo. Chi è solito ragionare con la propria testa, non è solito iscriversi a partiti politici, a meno che non abbia delle ambizioni. Cosa legittima, ma altrettanto legittimante costui deve mettersi l’anima in pace sapendo che le sue ambizioni si scontreranno con il muro di gomma della logica partitica. Parafrasando la tesi di Le Bon, lo scopritore della “psicologia delle folle”: in gruppo siamo più stupidi. Tesi che mi sento di appoggiare in pieno.
In breve, non è detto che la ragione del partito – non importa quale – sia più ragionevole, più giusta di quella del singolo. Spesso accade il contrario: tante teste, tanta confusione. Se fossimo tutti uguali o la pensassimo tutti allo stesso modo, che noia sarebbe il mondo? Mi devo scusare, ma un po’ come Unamuno anche io appartengo a un partito il cui unico iscritto sono io soltanto e a volte penso che siamo pure in troppi.
Come mi capita di dire sempre ai miei ragazzi a lezione: “Il mio compito con voi non è fare politica, ma è fare in modo che impariate a pensare con la vostra testa così da impedire ai politici di raggirarvi”. Ecco, tutt’al più è filosofia politica. Nulla di originale, dal momento che c’è già chi ci ha provato e ha pure fatto una brutta fine. Lo hanno prima processato, poi condannato all’esilio e quel folle – follia filosofica fu la sua – se le è fatta commutare in condanna a morte, rifiutando l’esilio dalla sua amata città, le cui leggi aveva sempre amato e rispettato.
Se proprio quelle stesse leggi, tanto amate e rispettate da lui – a questo punto tutti dovrebbero avere capito trattarsi di Socrate –, si erano rivoltate contro di “lui”, tanto valeva accettare serenamente il proprio fato avverso e morire per le idee in cui aveva sempre creduto, che aveva ogni giorno praticato insegnando la filosofia nel solo modo che conosceva: “sapendo di non sapere”, ovvero vivendo filosoficamente. Come? Ricercando il sapere che è compito proprio di ciascun filosofo. Perché una vita senza ricerca – come lui stesso ha detto – non è degna di essere vissuta.
Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno. È vero, oggi non ci sono più i Trenta Tiranni, Crizia pure è trapassato, ma la tirannia invisibile che ci governa tutti – non mi riferisco alla presente situazione politica italiana, sia chiaro – ha ancora più bisogno della filosofia e di una vita filosofica come antidoto alla schizofrenia dei nostri tempi contemporanei.

Maturità = moralità

Lancio una provocazione. Per dirsi “maturi” non basta avere superato la soglia anagrafica dei diciotto anni. Bisogna essere maturi di testa non meno che di fisico. Ergo: perché non proporre un esame che sancisca l’avvenuta o meno maturità psicofisica?
Quale potrebbe essere il criterio di valutazione? Dimostrare di avere una propria moralità, ovvero un personale sistema di principi morali capaci di far poggiare su solide basi un’esistenza individuale.

Ci sarà un motivo per cui l’esame finale posto a conclusione del quinquennio della scuola secondaria di secondo grado si dice “maturità”, o no?
Lancio una provocazione. Per dirsi “maturi” non basta avere superato la soglia anagrafica dei diciotto anni. Bisogna essere maturi di testa non meno che di fisico. Ergo: perché non proporre un esame che sancisca l’avvenuta o meno maturità psicofisica?
Quale potrebbe essere il criterio di valutazione? Dimostrare di avere una propria moralità, ovvero un personale sistema di principi morali capaci di far poggiare su solide basi un’esistenza individuale. (Come modello di riferimento – implicito – ho in mente, soprattutto, la teoria degli stadi di sviluppo morale di Kohlberg.) Ragion per cui per superare un simile test è prerequisito avere senz’altro una testa ben fatta piuttosto che ben piena (sulla scorta di Montaigne prima ancora che di Morin). Per esempio: che senso ha possedere dieci marchingegni tecnologici se non si riesce a utilizzarne nemmeno uno? Meglio possederne uno soltanto, ma riuscire a sfruttarlo appieno, il che vuol dire: in tutte le sue molteplici funzionalità, no?
Il passaggio da una scuola del mero “sapere”a quella del “saper fare” (che peraltro fa rima con “saper essere”), dunque delle competenze, è il primo passo verso la formazione di discenti che, al termine del percorso scolastico, possano dirsi “davvero” maturi. Solo così la scuola viene messa nelle condizioni di formare cittadini con un grado di maturità tale da poter discernere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per sé, di riflesso anche per l’intera collettività.
In definitiva, è mia opinione che maturità faccia rima con moralità.

L’umanesimo necessario

Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via.

“Poiché il numero degli eletti è limitato, quello dei malcontenti è per forza immenso. Questi ultimi sono pronti a tutte le rivoluzioni, quali ne siano i capi o gli scopi. Con l’acquisizione di conoscenze inutilizzabili l’uomo si trasforma sempre in un ribelle” (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 126). Queste parole potrebbe averle scritte qualsiasi Ministro dell’Istruzione degli ultimi vent’anni di storia repubblicana italiana, invece sono di Gustave Le Bon. A sentirli ripetono sempre tutti la stessa ricetta – onde conservare il potere e lo status quo presente, a loro vantaggioso – e cioè miglior cosa sarebbe “sostituire gli odiosi manuali e i pietosi concorsi con un’istruzione professionale capace di riportare la gioventù verso i campi, gli opifici e le imprese coloniali oggi trascurati” (p. 126). La solita solfa, insomma: l’eterno ritorno del conservatorismo in materia d’istruzione. Della serie: alla fine quasi che era meglio Giovanni Gentile e la sua riforma della scuola datata 1923.
Governo che viene, riforma del sistema scolastico che se ne va per lasciare il posto all’ideologia dominante, di ideali ormai neanche a parlarne. E che dire degli scenari odierni e futuri? Scenari da “disaster movie” fantascientifico sembrerebbero unanimi nel confermarci quanto i lavori di cosiddetta “bassa manovalanza” saranno sempre più svolti da macchine, robot o androidi, poco importa. Per questo si fa un “gran parlare” di redditi di cittadinanza o di dignità, che poi sempre della stessa cosa si tratta e sempre la stessa ineludibile domanda pongono: in che modo i manovali di “domani”si guadagneranno il pane? Un massiccio incremento di droghe e criminalità saranno – con tutta probabilità – i seri effetti collaterali che i governanti futuri si dovranno preparare a contrastare con efficacia se non vorranno esserne travolti. Per non parlare degli scenari geopolitici che potrebbero vedere nazioni farsi la guerra per accaparrarsi le migliori tecnologie.
Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via. Una scoperta scientifica o un’innovazione tecnologica è una cosa grandiosa, può segnare un grande balzo in avanti per l’umanità. Chi lo mette in dubbio? Io no di certo. Tuttavia sia la scienza sia la tecnologia senza una visione globale manca di un elemento essenziale: ciò che esattamente permette a una data innovazione di essere fruita, fatta propria e utilizzata per il meglio.
Un esempio? Si prenda una pistola. Può risultare una strepitosa invenzione finalizzata a difendersi dai malintenzionati che vogliono farci del male. Come può – del resto – anche essere la peggiore delle invenzioni umane, se usata da uno studente squilibrato per fare strage dei suoi compagni e compagne. Tutto dipende dal “fine”– “telos” avrebbero detto i Greci – per cui una cosa viene fatta. Senza un fine preciso, quale che sia, a seconda delle proprie convinzioni, si è – scusate il gioco di parole – “finiti”. Inutile girarci intorno, la scienza, la tecnologia hanno un baco costitutivo: hanno poca o talvolta nessuna dimestichezza con la “finalità”, che è invece pane per i denti dei cultori delle “humanae litterae”, che di finalità, quale che sia, se ne intendono e parecchio, avendoci costruito i loro plurimillenari giacimenti di sapere.

L’insegnamento come missione

Un insegnante che fa bene il proprio mestiere non fa altro che adempiere a una vera e propria missione: salvare – nel più alto e autentico senso della parola – le vite di giovani che senza le loro cure potrebbero finire sbandati e in balia di chissà quali ideologie fasulle, cattive compagnie, falsi profeti, pessimi maestri, fastidiosi imbonitori, sette degenerate e chi più ne ha più ne metta. Come fanno a salvarne un così alto numero? Sviluppando nella gioventù – erroneamente considerata nichilista – il più prezioso degli anticorpi: lo spirito critico.

“Invece di preparare gli uomini per la vita, la scuola li prepara per gli impieghi pubblici in cui la riuscita non esige nemmeno un barlume di iniziativa […] Dall’alto al basso della piramide sociale, la massa formidabile dei diplomati e dei laureati stringe oggi d’assedio le carriere […] Nel solo dipartimento della Senna vi sono ventimila istitutori ed istitutrici disoccupati che, disprezzando i campi e gli opifici, si rivolgono allo Stato per vivere” (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 125). Questo dice Gustave Le Bon sul finire dell’Ottocento. Le sue parole suonano ancora oggi attuali. Cosa parrebbe volerci dire l’autore della “Psicologia delle folle”?
A me sembra questo: che gli statali non sono che spiriti barbini, privi d’iniziativa e di una volontà che non sia quella di non bramare altro se non il “posto fisso” o, in alternativa, spirare provandoci. Non è che la considerazione dei cosiddetti “statali” sia tanto migliorata, oggi. Nell’immaginario collettivo sono sempre considerati alla stregua di mangiatori di pane a tradimento; in pratica, “magnaccia” scansafatiche che vivono sulle spalle di altra gente più industriosa di loro. Peccato che non sia tutto bianco o nero. Citando George Bernard Shaw: “Per ogni problema complesso, c’è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata”.
Esistono degli statali sfaticati? Sì, certo, ne esistono e non pochi, vedi alla voce: “furbetti del cartellino” tanto per citare il più clamoroso episodio recente. L’altra domanda da porsi è però secondo me se ne esistono di volenterosi, che s’impegnano per fare bene e talvolta persino con creatività il loro lavoro? Io credo proprio di sì. Un esempio? Un insegnante che svolge a regola d’arte il proprio mestiere non fa altro che adempiere a una vera e propria missione: salvare – nel più alto e autentico senso della parola – le vite di giovani che senza le loro cure potrebbero finire sbandati e in balia di chissà quali ideologie fasulle, cattive compagnie, falsi profeti, pessimi maestri, fastidiosi imbonitori, sette degenerate e chi più ne ha più ne metta. Come fanno a salvarne un così alto numero? Sviluppando nella gioventù – erroneamente considerata nichilista – il più prezioso degli anticorpi: lo spirito critico. A che prezzo? Con la sacrosanta “fatica” di chi sa che sta facendo la cosa giusta, assolvendo alla propria missione esistenziale, qui e ora in questa desolata ma – per fortuna – non disperante “valle di lacrime”.

Contro il determinismo istituzionale

Prima si capirà l’anima di un popolo, meglio si accetteranno le sue istituzioni senza operare forzature dall’esterno. Occorre dunque per gli italiani – rimanendo all’esempio appena citato – rassegnarsi al fascismo e al maschilismo in politica? A differenza di Le Bon, non mi sento affatto di avvalorare alcun ragionamento deterministico, stando al quale: siccome le cose sono sempre andate in un modo, allora continueranno ad andare così “in saecula saeculorum”. Dico solo, in questo sì fedele all’insegnamento di Le Bon e di Rousseau, che se non c’è un adatto humus culturale per far sì che un’istituzione democratica attecchisca anche laddove vuoi per motivi antropologici vuoi geografici non sembrerebbe possibile, bisogna non fare altro che pazientare e preparare il terreno allo sviluppo della democrazia. Come farlo? Educando le future generazioni. Dunque è questione di cultura e non di natura. Ragion per cui si sbagliava Le Bon e c’è speranza anche per noi italiani.

“Le istituzioni non hanno virtù intrinseche; non sono in sé né buone né cattive. Buone ad un momento dato e per un dato popolo, possono diventare pessime per un altro”, così scrive con grande lungimiranza – a fine Ottocento – Gustave Le Bon (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 118). Se le istituzioni sono neutre, dunque, potremmo paragonarle a dei vestiti: non ce ne è uno che va bene per tutti. Per questo esportare la democrazia non solo non è possibile, ma è sbagliato in partenza. Ogni popolo deve avere modo di covare e sviluppare le proprie istituzioni senza ingerenze esterne, secondando la propria anima profonda.

Qualcosa del genere l’aveva affermata anche Jean-Jacques Rousseau, sostenitore dell’idea che ogni Paese necessitasse di uno specifico tipo di governo. Le democrazie avevano secondo lui bisogno di condizioni climatiche favorevoli, perlomeno non estreme; mentre per i Paesi con un clima più estremo le tirannie si lasciavano preferire. Quindi per Rousseau, volendo semplificare senza per questo sminuirne il pensiero, ogni Paese ha il sistema di governo che si merita in quanto più gli si confà.

“Un popolo non ha il potere di cambiare realmente le sue istituzioni. Può certo, a prezzo di rivoluzioni violente, modificarne il nome, ma non l’essenza”, a parlare è sempre il profetico Le Bon (“Psicologia delle folle”, p. 118). Devo ammettere che da genitore, ciò mi preoccupa perché è mia ferma convinzione – così com’era prima ancora che “mia” di Piero Gobetti – che il fascismo sia l’autobiografia della mia nazione. In altri termini: da Cesare a Mussolini esiste un nesso che fa sì che noi italiani prediligiamo un leader forte, o che perlomeno appare tale. Qual è il motivo di questo? Credo sia da ricercarsi nel cesaropapismo che ha lasciato tracce indelebili nel nostro dna come popolo.

Se andiamo a vedere la storia italiana più recente, ancora intrecciata con la cronaca dei nostri giorni, il ventennio berlusconiano rientra perfettamente in quest’ottica. Seppure in una forma più caricaturale e macchiettistica (da “Drive In” verrebbe da dire), Berlusconi rispecchia il tipo del governante prediletto dal popolo italiano, che preferisce demandare al salvatore della patria di turno le decisioni sul proprio avvenire, allergico al guazzabuglio democratico. Deriverebbe da questa “autobiografia della nazione” la profonda, sincera antipatia della maggioranza degli italiani verso il parlamentarismo e la classe politica in generale. A tale maggioranza non importa di venire raggirata perché tanto, secondo la comune vulgata: “Sono tutti uguali, tutti corrotti, tutti ladri” (si veda la politica anti-establishment portata avanti con insperato successo dal Movimento 5 Stelle). Tanto vale perciò dare il voto, fra tutti, al più simpatico ed effervescente di questi capipopolo, meglio se puttaniere. Infatti sia per Cesare, sia per Mussolini, arrivando all’ormai rassicurante “nonno d’Italia” Berlusconi la virilità è sempre stata decisiva per cattivarsi e mantenere il consenso degli italici (uso con cognizione di causa “italici” e non “italiani”).

Porre l’accento sulla propria componente virile, però, da solo come motivo non spiega l’ottimo stato di salute politica che gode ancora oggi il Cavaliere, che rispecchia un’altra caratteristica appartenuta anche a Cesare e Mussolini, sto parlando del: trasformismo. Si veda la trasformazione camaleontica perfettamente riuscita a Silvio da: sciupafemmine consumato ad amico dei cagnolini. Che intendo? Andate a vedere una qualsiasi bacheca di Facebook per capire dove voglio andare a parare, vale a dire: dei poveretti che muoiono delle peggiori malattie in conseguenza dell’inquinamento provocato dall’Ilva di Taranto a chi volete che importi (a pochi), mentre tutti sono pronti a levare gli scudi contro quei barbari che prendono a calci i propri amici a quattro zampe. Sia chiaro, chi vi parla adora gli animali, in quanto animale a sua volta, nonché possessore di una splendida quanto ruffiana cagnetta di razza meticcia. Ciò non toglie che questo nostro intenerirci di fronte ai maltrattamenti nei confronti degli animali è inspiegabile se paragonato al nostro atteggiamento pressoché diffuso d’indifferenza verso persone la cui unica colpa è quella di vivere a pochi passi dall’inferno dell’Ilva (questo naturalmente è solo uno degli innumerevoli esempi che si potrebbero portare, l’ho scelto perché mi sembra piuttosto esemplare).

Dal quadro politico dell’Italia degli ultimi anni, emerge un ulteriore aspetto che, di certo, non ci fa onore come italiani: il ruolo ancora oggi marginale della donna nella vita politica del nostro Paese. Una donna di potere – intendendo con esso quello specificatamente “politico” – in Italia sarà sempre malvista, nella migliore delle ipotesi, quando non dileggiata, nella peggiore. Perché? Proprio a causa del dna italico biecamente “maschilista”. Se in molti Paesi al mondo le donne di potere cominciano a essere la norma (la tedesca Angela docet), in Italia c’è ancora molta strada da fare per metterci al passo con i tempi che cambiano, senza che però la mentalità del popolo italiano sia cambiata poi più di tanto. Il “buon” Tommasi di Lampedusa nel suo capolavoro letterario, “Il Gattopardo”, del resto l’aveva predetto: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Se il carattere è il destino di un uomo, secondo il celebre detto attribuito al filosofo Eraclito, lo stesso vale per il carattere che è il destino di un popolo. “Il destino dei popoli è determinato dal loro carattere e non dai loro governi” recita infatti Le Bon (“Psicologia delle folle”, p. 119). A completamento del suo ragionamento, sempre Le Bon prosegue: “Certi paesi, come gli Stati Uniti, prosperano meravigliosamente con istituzioni democratiche, ed altri, come le repubbliche latino-americane, vegetano nella più pietosa anarchia malgrado abbiano istituzioni simili. Le istituzioni sono altrettanto estranee alla grandezza degli uni quanto alla decadenza degli altri. I popoli restano comunque governati dal loro carattere, e tutte le istituzioni che non fossero intimamente modellate su di esso rappresenterebbero soltanto un abito preso a prestito, un travestimento transitorio” (“Psicologia delle folle”, p. 121).

Prima si capirà l’anima di un popolo, meglio si accetteranno le sue istituzioni senza operare forzature dall’esterno. Occorre dunque per gli italiani – rimanendo all’esempio appena citato – rassegnarsi al fascismo e al maschilismo in politica? A differenza di Le Bon, non mi sento affatto di avvalorare alcun ragionamento deterministico, stando al quale: siccome le cose sono sempre andate in un modo, allora continueranno ad andare così “in saecula saeculorum”. Dico solo, in questo sì fedele all’insegnamento di Le Bon e di Rousseau, che se non c’è un adatto humus culturale per far sì che un’istituzione democratica attecchisca anche laddove vuoi per motivi antropologici vuoi geografici non sembrerebbe possibile, bisogna non fare altro che pazientare e preparare il terreno allo sviluppo della democrazia. Come farlo? Educando le future generazioni. Dunque è questione di cultura e non di natura. Ragion per cui si sbagliava Le Bon e c’è speranza anche per noi italiani.

Certo è che per attuare questo cambiamento di paradigma non conosco altro modo se non potenziare la scuola, che significa: investire sulla formazione della futura classe dirigente. E noi, in Italia, cosa stiamo facendo in proposito? Stiamo andando verso questa direzione? A giudicare dalla scarsa considerazione sociale e conseguente retribuzione di quei professionisti, gli insegnanti, che di tale cambiamento di paradigma dovrebbero essere il motore, non direi proprio. Tuttavia, se questo motore viene ingolfato di continuo dalla troppa “aria fritta” fuoriuscita da una cattiva politica – da tanti slogan e poche idee – capita che s’inceppi e non parta, come sta capitando al motore malmesso del nostro Paese. Motore, questo, che per funzionare bene andrebbe lubrificato come si deve. E qual è il lubrificante che permette a un professore di coltivare i propri studi in modo da risultare più preparato e motivante? Fuor di metafora: sono i soldi questo lubrificante. I soldi – piaccia o no – danno valore a una professione. Se io Stato do pochi soldi a chi dovrebbe educare le future generazioni vuol dire che più di tanto non m’importa del mio futuro come Paese, perlomeno è questo il messaggio che passa. Se un qualsiasi parlamentare guadagna un “tot” per esercitare la sua funzione e un professore invece un “tot” di meno, cosa sto comunicando? Semplice, che credo solo in un presente dilatato che a malapena vede oltre agli egoismi della prossima legislatura. Una politica senza domani, ecco che impressione ho della politica italiana. E non mi vergogno a dire che ciò mi suscita il pessimismo dell’intelletto, che vivaddio controbilancio con il mio inguaribile ottimismo della passione.

Vi lascio con una domanda: che cos’è la politica, la buona politica almeno, se non quell’arte che dovrebbe seminare bene oggi per poter raccogliere i più squisiti frutti domani?

Riforma della scuola o riformatori da riformare?

A parole – giusto quelle – i politici sembrerebbero cantare tutti o quasi la stessa canzone: chi non investe sulla Scuola, non investe sul futuro del proprio Paese. Peccato, però, che l’attuale classe politica, perlomeno nell’Italia degli ultimi anni, di fatto non fa più politica (intesa come il Bene comune), piuttosto tira a campare (fa il bene proprio).

Mentre tutti parlano di sciopero, oggi, una domanda mi sorge spontanea: e se, anziché riformare la Scuola, riformassimo i riformatori? (Il signore della foto parlerebbe di rottamazione…) Alcuni cambiamenti nascondono dei peggioramenti. Un esempio? Le ultime riforme della Scuola. Questo succede quando si vuole far passare, con un bieco tranello del Legislatore: il messaggio di un riformismo progressista orgogliosamente sbandierato, quando in realtà dietro c’è solo un miope disegno di taglio indiscriminato. Laddove ci sono comparti, come la Scuola, che, più che di tagli, necessiterebbero di continui investimenti.

A parole – giusto quelle – i politici sembrerebbero cantare tutti o quasi la stessa canzone: chi non investe sulla Scuola, non investe sul futuro del proprio Paese. Peccato, però, che l’attuale classe politica, perlomeno nell’Italia degli ultimi anni, di fatto non fa più politica (intesa come il Bene comune), piuttosto tira a campare (fa il bene proprio).

Il problema della politica italiana è che a forza di vivacchiare, delle uova oggi (accalappiare consensi), si è scordata della gallina domani (come si governa). E Dio solo sa quanto la nostra malridotta Italia ha bisogno di galline domani. Quindi, ricapitolando: cos’è che secondo me manca alla politica italiana, oggi? Un orizzonte ideale al quale aggrapparsi per combattere la miseria del reale, che, di questo passo, può solo peggiorare.