La filosofia ti apre gli occhi

A quelli che mi chiedono a cosa serve la filosofia, mi sento di rispondere: la filosofia ti apre gli occhi.

Certi professori ti cambiano la vita, è proprio vero. A me è successo in età liceale, in terza liceo, quando conobbi la mia professoressa di filosofia. Fu la prima a credere in me. Fino a quel momento ero stato uno studente discontinuo, con una predilezione per le materie umanistiche. In italiano me l’ero sempre cavata, leggevo un po’ di tutto e i miei temi erano famosi tra i miei compagni. Perché? Uno stile pungente e uno spiccato spirito critico mi guadagnarono non solo consensi, ma anche attriti con i miei compagni e alcuni docenti.

La scintilla scoccò quando incontrai sul mio cammino la filosofia, una materia tanto misteriosa, all’inizio, quanto stimolante man mano che la conoscevo meglio. Cominciarono le prime verifiche, i primi risultati eccellenti e, dopo essere stato per anni un buon tennista, m’interessai sempre meno al tennis e sempre più al “so di non sapere” di Socrate, al mondo delle idee di Platone, all’atarassia di Epicuro… da quel momento in poi non fu più possibile per me vivere senza filosofia.  

Come conoscenze appresi le principali teorie professate dai filosofi nel corso dei secoli. Imparai che non potrebbe darsi alcuna filosofia senza il dubbio; un dubbio metodico, strategico oserei dire, che impone la hegeliana “fatica del concetto”, il lavorio incessante della mente che non si accontenta di quel poco che sa ma che, vorace, vuole sapere sempre di più; peculiarità della filosofia è appunto questa sua curiosità innata. Il filosofo proprio perché ammette socraticamente di “non sapere” è portato a interessarsi a tutto, non si pasce mai delle proprie limitate conoscenze, bensì è in perenne ricerca della verità. Una verità che in filosofia non è mai definitiva ma in continua evoluzione, come ci insegna Socrate; una verità che per i nostri deficit strutturali – in quanto umani – non possiamo comprendere del tutto, ma che ci comprende perché – appunto – più grande di noi.  

La filosofia mi ha permesso di dare sostanza al mio stile, una sostanza filosofica che mi ha fatto capire che quando scrivevo o parlavo più che agli aggettivi dovevo badare agli argomenti che avevo da dire. Ora come ora, non posso non reputarmi fortunato essendo riuscito a coronare il mio sogno di ragazzo: fare un lavoro che mi permettesse di parlare e scrivere. I miei discorsi, i miei libri non avrebbero avuto ragione d’essere senza il felice incontro con la filosofia, che ha stimolato la mia vena argomentativa e critica. Grazie alla filosofia ho capito che non c’è niente di meglio che pensare con la propria testa, credere nelle proprie idee ed escogitare il modo più efficace per comunicarle.  A quelli che mi chiedono a cosa serve la filosofia, mi sento di rispondere: la filosofia ti apre gli occhi. Perlomeno, a me li ha aperti, per questo non finirò mai di ringraziarla.

Una vita ben fatta

La scuola che vorrei dovrebbe mettere tra parentesi i voti […] La messa tra parentesi dei voti a scuola è secondo me utile perché il voto che stai dando al ragazzo di oggi deve trovare conferma nella buona operosità dell’uomo di domani.

Trovo azzeccato paragonare una classe a un organismo vivente. Ci sono classi che allo stesso stimolo reagiscono in modi differenti. Con alcune puoi metterci tutta la dedizione di questo mondo senza produrre il risultato sperato, con altre basta invece aprire bocca per accendere la scintilla dell’amore per la conoscenza.

L’aspetto più complesso del mestiere di docente credo sia profondere lo stesso livello di passione e impegno con tutte le proprie classi ricevendo in cambio sia nelle verifiche sia anche umanamente delle risposte di vario genere. Ci sono classi a cui dai tanto ma che ti restituiscono poco, questo è senz’altro l’aspetto più frustrante della mia professione.

In materia d’insegnamento credo che gli insuccessi siano importanti quanto i successi. Gli insuccessi ti invitano a fare un bagno di realismo, evitano di volare troppo alto e impediscono di farti troppo male quando cadi; non mettere in conto qualche caduta è da imprevidenti. Quando ti ritorna di meno dagli studenti devi mandare giù il boccone amaro e andare avanti facendo tesoro di ogni loro reazione, anche – e soprattutto – di quelle negative. Ciò può aiutare a diventare ogni giorno un professore migliore del giorno prima. E i successi allora? Be’, quelli sono carburante per l’anima e ti danno la forza per proseguire il cammino dell’insegnante.

Ho la sensazione che alcuni studenti – una minoranza – siano molte volte mossi da uno spropositato amor di polemica e abituati a sentirsi sempre incolpevoli dei loro scarsi rendimenti. Della serie: è sempre colpa di una forza esterna, sia essa il professore troppo severo, oppure il libro di testo difficile, o le dispense di cui non si legge bene una lettera su mille, eccetera. Come se fossero delle povere vittime in mano a carnefici che li vessano e li valutano come non avrebbe fatto nemmeno il famigerato inquisitore Tomás de Torquemada.

Ad alcuni studenti poco maturi basta una sola valutazione negativa per farli millantare chissà quale torto subìto. Puoi provare a farli ragionare dicendo loro che lo stesso professore che li ha valutati la volta prima positivamente e la volta dopo in maniera negativa, non può essere bravo nel primo caso e un asino ragliante nel secondo. Se gli si concede di averci preso in caso di valutazione favorevole, allo stesso modo bisogna fidarsi in caso di valutazione sfavorevole.

Ci tengo davvero che i miei studenti imparino ad accettare con serenità i voti, qualsiasi essi siano. La valutazione è importante, però più ancora conta capire che occorre studiare per acquisire un bagaglio culturale e delle competenze che possono tornare utili nella propria vita, non per un’effimera gratificazione. Per carità, i bei voti fanno gola a tutti e bisogna cercare di ottenerli senza però drammatizzare troppo se non si riesce a raggiungere il livello sperato. Insomma, se va bene un’interrogazione o un compito, bene, altrimenti non facciamone un dramma. Prima degli studenti questo dovrebbero capirlo i genitori, che dovrebbero aiutarci ad aiutare a far capire ai loro figli che un brutto voto non è la fine del mondo, purché non si smetta di volersi migliorare. L’anelito al miglioramento dev’essere uno sprone costante nella propria vita. Chi non si vuole più migliorare è pronto per il pensionamento anticipato.

La scuola che vorrei dovrebbe mettere tra parentesi i voti alla maniera dei fenomenologi, non toglierli, minimizzarli piuttosto. I fenomenologi ricalibrarono l’espediente filosofico della epochè, teorizzato dagli stoici al fine di sospendere l’assenso sulla realtà circostante. Il perché di questa sospensione gli stoici lo giustificavano vista la fondamentale incertezza di ogni conoscenza. I fenomenologi, più cauti degli stoici, intesero la epochè come un mettere tra parentesi il mondo per ritornare alle cose. Prima dell’avvento della fenomenologia, secondo il loro fondatore Edmund Husserl, troppo concentrati sul mondo i filosofi si erano dimenticati delle cose che in esso vi abitano e che sono meritevoli della più alta considerazione filosofica. La messa tra parentesi dei voti a scuola è secondo me utile perché il voto che stai dando al ragazzo di oggi deve trovare conferma nella buona operosità dell’uomo di domani. Cosa voglio dire? Conosco alcuni primi della classe che neanche si sono laureati, così come sono a conoscenza di studenti con difficoltà al liceo che sono letteralmente sbocciati all’università e poi nella vita lavorativa.

Ecco, io credo che il peccato originale della docimologia – scienza della valutazione – sia enfatizzare l’importanza dei criteri quantitativi, dimenticandosi le più importanti finalità qualitative dei voti, che sono solo uno strumento per raggiungere uno scopo più grande: la formazione di chi quel voto lo riceve. Per questo la valutazione formativa sarà sempre da preferire a quella sommativa. La media matematica dei voti non ci dice niente dell’educando a cui sto mettendo quel voto che non può mai essere fine a sé stesso, bensì un fine in vista del raggiungimento di un più alto grado di crescita personale dell’educando. Un professore che si dimentica questa valenza del voto ha venduto la propria anima al paradigma della scuola come azienda, che è di preciso ciò che mi spinge a pensare e sperare alla scuola che vorrei.

Sono convinto che finché si pensa a come si vorrebbe la scuola, c’è la speranza di poterla migliorare, che per me vuol dire restituirle la centralità che merita e che spaventa tanto quella parte ormai preponderante della politica che è inquinata dal pensiero economicista. Paragonare la scuola a un’azienda e utilizzare il lessico aziendale per descriverla ne ha sminuito il valore universale. Per fortuna che la maggior parte dei colleghi che conosco è lontana anni luce dalla visione ristretta degli economicisti; non si deve guardare tutto con la lente d’ingrandimento dell’economia, che è certamente una componente importante da considerare, seppure non può essere l’unica. Se la nostra società insegna a reputare dei vincenti solo quelli che riescono a fare soldi, la scuola che vorrei dovrebbe insegnare ai ragazzi che vince solo chi diventa ciò che è in potenza, realizzando la sua potenzialità umana come vorrebbe Nietzsche. Ergo: tutti potremmo vincere se riuscissimo a realizzare il nostro volere, diventando quello che in cuor nostro sappiamo di essere e non adeguandoci a quello che altri vorrebbero che diventassimo. Il vero perdente è colui che abdica al suo volere per inseguire quello altrui e con ciò si condanna a una vita insoddisfacente. Mentre conduce una vita soddisfacente chi fa quello che vuole e non quello che gli altri vogliono per lui.

A differenza della scuola come azienda, la scuola che vorrei non insegna a fare soldi, ma fornisce una metaforica cassetta degli attrezzi per condurre una vita ben fatta, come la testa di cui predicava Montaigne.

L’irriducibile fatica della vita

Il pensiero positivo è utile fino a un certo punto. Nessuno come un campione sa quant’è dura vincere, quanta fatica ci vuole per portare a casa un risultato importante. Ci si deve allenare a una genuina quanto salubre fatica quotidiana. Abituare un ragazzo alla mollezza è il peggiore torto che gli si possa fare e il migliore viatico per renderlo un adulto spiantato, deresponsabilizzato, scansafatiche, un reietto insomma.

Prendiamo i grandi campioni dello sport. Quando c’è il momento decisivo della partita, quello che ti fa vincere una finale, quando insomma deve fare goal, buttare di là dalla rete la palla, far muovere la retina del canestro, stampare una schiacciata sulle righe, è proprio in quel frangente che emerge il fuoriclasse. Noi dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi a diventare i campioni delle loro vite. Per farlo dobbiamo disingannarli, ovvero, togliere dalla loro testa l’inganno che va sempre tutto bene.

Il pensiero positivo è utile fino a un certo punto. Nessuno come un campione sa quant’è dura vincere, quanta fatica ci vuole per portare a casa un risultato importante. Ci si deve allenare a una genuina quanto salubre fatica quotidiana. Abituare un ragazzo alla mollezza è il peggiore torto che gli si possa fare e il migliore viatico per renderlo un adulto spiantato, deresponsabilizzato, scansafatiche, un reietto insomma.

Favoleggiare che se uno pensa di continuo positivo tutto gli si spianerà davanti è una pericolosa illusione. Chi ci crede magari raggiunge il satori buddhista, cioè si risveglia spiritualmente e acquisisce un superiore livello di consapevolezza: l’esistenza è sofferenza e noi dobbiamo fare tutto quello che è in nostro potere per evitare situazioni che possono crearci attaccamento per qualcosa o qualcuno. Chi diventa consapevole di ciò, riesce poi a vivere in una maniera molto simile a quella auspicata dalle filosofie ellenistiche (epicurea, stoica, scettica), che vietano le passioni o, tutt’al più con chi non sa proprio farne a meno, si raccomandano di astenersene quanto più possibile. Come se fosse lodevole vivere senza provare passione per niente, neanche fossimo delle statue di bronzo, anziché creature palpitanti, in grado di sentire prima ancora che di pensare. Dunque, la sofferenza va accettata, bisogna prenderne atto; insomma, non può essere estirpata. Glorificata quello mai, non c’è gloria nel dolore, per quanto anni di catechismo hanno voluto insegnarci il contrario. Da cristiano, non penso di essere blasfemo nel dire che di Cristo ce ne è solo uno. Per quanto voglia disilluderci, credo che il buddhismo ci illuda più del cristianesimo, fermo restando la mia stima nei confronti di una religione che già Nietzsche aveva definito la più filosoficamente illuminata e che a me ricorda il nobile tentativo di affrancamento dalla condizione umana tentato dalle filosofie ellenistiche. Tentativo, questo, a mio avviso destinato a naufragare, per quanto lodevole nelle intenzioni, data l’essenza umana che è la sofferenza. Qui intendo essenza come ciò che vi è di più fondamentale in noi esseri umani fatti di carne e sangue, per dirla con Unamuno.

Perché considero il pensiero positivo una solenne fregatura? Può ingannare persone fragili pronte ad aggrapparsi al primo guru dispensatore di banalità trite e ritrite ma vendute a peso d’oro, non persone dotate di un minimo raziocinio. Questi santoni del marketing aziendale dei nostri tempi che cosa fanno se non liofilizzare filosofie occidentali o correnti di pensiero orientali creando slogan facilmente memorizzabili, che riconducono la nobile arte del pensare a formule semplicistiche del tipo: “Se vuoi, puoi, e se puoi, allora credici e ce la farai”. Che dire, mi dispiace per chi ci casca. Tu puoi, se sei. Se sei cosa? Se sei ferrato in quello che fai; se sei responsabile, competente, resiliente; se sei in gamba, insomma. Altrimenti, se sei una persona che vive seguendo i nuovi sofisti del self help, non ce la fai, non ci sono santi che tengono, dev’essere chiaro. Voglio che i miei ragazzi abbiano la cognizione di quanto sia duro ma possibile farcela. Lo sarà se saranno disposti a rimboccarsi le maniche e a lasciare da parte le lamentele. Chi si impegna ce la potrà fare, questo è il messaggio che deve arrivare. Prima si smetterà di ingannarli raccontando loro delle frottole e prima si farà loro un favore. Abituarli alle lamentele significa disabituarli alla irriducibile fatica della vita.

Eros alato – Indice dei nomi

A distanza di pochi mesi dall’uscita, mi piace condividere con voi l’Indice dei nomi presenti in Eros alato. L’idea mi è venuta in un secondo momento e magari in un’eventuale, futura ristampa tale Indice verrà inglobato nel testo. Nel frattempo mi è sembrato giusto metterlo disposizione dei lettori della prima edizione dell’opera.
In attesa di novità o aggiornamenti, vi auguro buona lettura!

“Eros alato”, dove trovarlo

Potete ordinare il mio “Eros alato” sul sito internet della Casa Editrice a questo indirizzo: http://giaconieditore.com/prodotto/eros-alato/

A breve sarà ordinabile in tutti i più noti store online, anche in formato e-book.

Il libro può essere ordinato in tutte le librerie, basta solo dire al libraio: il titolo (“Eros alato”), il nome dell’autore (Marco Apolloni), la Casa Editrice (Giaconi Editore) e l’anno di pubblicazione (2020).

Lo trovate presente in scaffale nelle seguenti librerie (salvo esaurimento scorte), che vi elenco qui di seguito (divise per provincia):

PROVINCIA DI ANCONA

Libreria Fogola – Ancona

Libreria Gulliver Mondadori Bookstore – Ancona

Mondadori Grotte Center – Camerano

Libreria Tomo D’Oro – Falconara

Libreria Aleph – Castelfidardo

Il Mercante di Storie – Osimo

Booklet – Osimo

Atelier delle Storie – Loreto

La Via Maestra – Loreto

Ortolibreria – Jesi

Libreria Incontri – Jesi

Liberi Libri – Senigallia

Senigallia Libri – Senigallia

Spunk – Barbara

PROVINCIA DI MACERATA

Il Maestro e Margherita – Civitanova Marche

Libreria Ranieri – Civitanova Marche

La Casa di Carta – Recanati

Libreria Passepartout – Recanati

Riganelli – Recanati

Edicola Dignani – Pollenza

Libreria Gulliver – San Severino

La Bottega del Libro – Macerata

Cartolibreria L’Idea – Macerata

Libreria Del Monte – Macerata

Libreria Mondadori – Corridomnia Shopping Park

Libreria Mondadori – Matelica

Il Fantabosco – Sarnano

Libri D’Amare – Porto Recanati

Karta Bookbar – Montecosaro

W La Scuola – Tolentino

Libreria Mondadori – Tolentino

Linea Ufficio – Appignano

Edicartoregalo – Potenza Picena

PROVINCIA DI FERMO

Libreria Cartolibroemme – Fermo

Libreria Incontri – Fermo

Libreria Mondadori – Porto San Giorgio

Il Gatto con gli Stivali – Porto Sant’Elpidio

Idea 3 – Montegranaro

PROVINCIA DI PESARO-URBINO

Le Foglie D’Oro – Pesaro

Libreria Mondadori – Fano

PROVINCIA DI ASCOLI PICENO

Libreria Rinascita – Ascoli Piceno

“Eros alato”. Novità editoriale

“L’amore ci consente di fuoriuscire dal nostro sé individuale proiettandoci nel sé universale.”

Il momento è quello che è, lo sappiamo. Oggi, però, permettetemi di condividere con voi la gioia per l’uscita del mio “Eros alato“, un’opera di riflessione sul più viscerale ma anche spirituale degli argomenti: l’amore. Ringrazio l’infaticabile Simone Giaconi, la sua preziosa collaboratrice Valentina Castellani della coraggiosa, indipendente, marchigiana GIACONI EDITORE e Platone; il primo per aver creduto sin da subito e con entusiasmo nel contenuto del libro, la seconda per averlo così ben confezionato e il terzo per averlo in parte ispirato. Se vorrete essere fra i primi a leggerlo, ecco un modo veloce e sicuro – che di questi tempi non guasta – per farselo spedire comodamente a casa: http://giaconieditore.com/prodotto/eros-alato/

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“In amore si ama con i sensi, soprattutto però con lo spirito. Dunque, l’amore spirituale è più appagante del solo amore sensuale. Nell’alchimia di due anime innamorate si racchiude il significato della vita umana, che è ricordo della propria origine perduta e della propria discendenza ultraterrena. Dopo ogni orgasmo è come se noi morissimo, la «petite mort» secondo i francesi, per poi rinascere a una nuova vita. Quale? Quella dello spirito, fortificato dal perpetuarsi dell’atto amoroso in cui ci offriamo a un’altra persona per sdebitarci di quanto ricevuto, venendo al mondo. In quest’ottica, fare all’amore non è che un reciproco modo per ringraziarsi. L’amore ci consente di fuoriuscire dal nostro sé individuale proiettandoci nel sé universale.” (Tratto da “Eros alato“, un libro di Marco Apolloni.)

Sopravvivere non può bastarci

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male.

Voglio riportare un passaggio interessante di “Dopo il Covid-19”, breve ma ricco instant book di Leonardo Caffo. “E se il mondo che seguirà sarà un mondo in cui la libertà conterà più del rischio di perdere la vita? Se vivere diventasse, improvvisamente e dopo il Covid-19, più interessante che sopravvivere? Presto o tardi, anche se la nostra società ci ha completamente diseducati ad affrontare il tema della morte, tutti quanti dobbiamo morire: siamo sicuri che questa vita lunghissima ma vuota per cui stiamo lottando adesso valga più di una vita intensamente breve?”

Chi ha qualche dimestichezza con la filosofia, non può non scovare in questo passo l’influenza senecana. C’è tanto del “De brevitate vitae” di Seneca in questo discorso di Caffo. Ciò non è affatto un difetto. Sono intimamente convinto che filosofare sia “con-filosofare”, come vuole Karl Jaspers, vale a dire: un “filosofare con” chi vive il nostro tempo, ma anche con chi ci ha preceduti e con chi ci succederà. Motivo per cui in filosofia l’originalità è impensabile. Riferirsi ai filosofi precedenti è indispensabile per chiunque filosofi oggi ed è incoraggiante sapere che chi verrà dopo rifletterà “insieme a noi” in un circolo virtuoso, ininterrotto del pensiero.

Precisato questo, la stessa timida critica che rivolgo a Seneca, di riflesso la muovo anche a Caffo, ossia: c’è un sentore di “carpe diem” tanto caro ai Latini nel brano sopra riportato. Come insegna il “Faust” di Goethe, s’illude chi crede di poter cogliere l’attimo. Si può godere l’attimo, assaporare il presente solo proiettandosi nel futuro che non sta davanti a noi, come alcuni credono in maniera del tutto erronea, bensì alle nostre spalle e da lì ci sorprenderà in ogni caso, su questo possiamo stare certi. In realtà, il Covid-19 ci palesa quella che dovrebbe essere un’ovvietà per noi umani: la prevedibile imprevedibilità sia in positivo sia in negativo del futuro. Perché “prevedibile imprevedibilità”? Non amo gli ossimori, ma in questo caso credo sia calzante definire “prevedibile” un futuro che per tutti riserva lo stesso tragico traguardo, la morte, altrettanto ritengo sia sensato parlare di “imprevedibilità”, perché come vivremo nel futuro e come trapasseremo anche – per fortuna – non ci è dato saperlo con precisione. Per quanto oggi esistano figure d’intellettuali che si fanno chiamare “futurologi”, in tutta franchezza credo che il futuro saprà sorprendere anche la più acuta delle previsioni “futurologiche”. Fra tutti, trovo più giusto quell’atteggiamento nei confronti del futuro di chi intende farsi cogliere affaccendati dalla morte, magari mentre si piantano i cavoli in giardino, come insegna Montaigne.

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male. In questo forse rimango un ottimista antropologico, come Rousseau, seppure convinto con realismo che, per quanto bene intenzionato, come ha rilevato Freud, nell’uomo agiscono due impulsi opposti: uno costruttivo, di vita, Eros; un altro autodistruttivo, di morte, Thanatos. La questione cruciale credo sia riuscire a tenere a bada il secondo a vantaggio del primo. Il guaio è che, a partire dalla seconda rivoluzione industriale in poi, con l’avvento della società capitalistica otto-novecentesca, si è avuto un trionfo dell’impulso di morte, che è ora di combattere e sconfiggere prima che finisca di scavarci la fossa; non solo le due guerre mondiali del Novecento, ma pure lo sfruttamento “illimitato” delle “limitate” risorse del Pianeta sono tutte prove lampanti dell’insano trionfo autolesionista del capitalismo odierno.

Malgrado molti scienziati e filosofi ne denuncino gli effetti e le cause, i politici (i neoconservatori e persino alcuni liberal-democratici) sempre meno considerano scienziati e filosofi che mettono in guardia da certi comportamenti predatori ai danni del Pianeta e di tutti quelli che ci abitano (compresi loro), mentre gli stessi politici se ne stanno in ammirante ascolto degli oracoli di oggi, gli economisti, alcuni dei quali (i neoliberisti), con i loro sciagurati consigli, ci hanno condotti a un punto di non ritorno con la paziente quanto inflessibile Madre Natura, che sa tanto di resa dei conti finali. Ci illudevamo di rimpallare il problema delle conseguenze del nostro sfruttamento alle future generazioni, mentre ora comincia a essere chiaro a molti – non ancora a tutti – che riguarda anche e soprattutto noi. Dico “soprattutto” perché ha ragione da vendere Caffo a sostenere che, se non ci rimbocchiamo le maniche noi per primi, potrebbero non esserci più altre generazioni dopo la nostra. Tocchiamo tutto quello che c’è da toccare, per scaramanzia, ma di sicuro prima lo capiamo e prima agiamo uniti nell’interesse di tutti. Meglio allarmare, se ciò comporterà svegliare i dormienti che ci hanno condotto sull’orlo di questo scongiurabile baratro.

Caffo ci dice che “non abbiamo neanche idea delle mostruosità che possono seguire alla crisi del Covid-19, se diamo al sistema la possibilità di espandersi anche dopo questo stop forzato”. Su questo punto, temo che di idee – tutte inquietanti – ce ne sarebbero eccome. Le riassumo in questi termini: aumento delle disuguaglianze e totale affermazione della legge della giungla. Risultato? L’uomo capitalistico – evoluzione, per certi aspetti, o involuzione, per altri, di quello sapiens – eserciterà fino all’ultimo le solite – deludenti – dinamiche di conflitto, giocherà sulle vite di poveri sfortunati – come se la sfortuna fosse una colpa – a chi arriverà prima al vaccino per affermarsi come padrone incontrastato di quell’ammasso di macerie che diventerà il mondo, svicolando l’unico vero problema: l’inevitabile auto-estinzione, seguitando di questo passo. C’è la speranza di venire smentito, ma per avverarla – al momento – mancano solide basi. A ogni modo, se non ci sono adesso, non è detto che non ci saranno domani.

Viva Rousseau

[…] evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau!

In questi stralunati giorni di crisi epocale che stiamo vivendo, in un momento di serendipità mi sono imbattuto in un testo stimolante intitolato “Dopo il Covid-19” di Leonardo Caffo, filosofo salito alle luci della ribalta negli ultimi anni per il suo “antispecismo debole”. L’autore auspica una globalizzazione del “[…] mondo attraverso l’etica e non l’economia” e invita a riprendere “[…] a considerare la campagna e la natura più importanti delle città”. Su questi punti, mi trovo d’accordo con lui e mi vien voglia di gridare: evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau! Bravo Caffo per avere restituito con il suo lessico le idee rousseauiane, ovvero, di chi ci ha messi in guardia dal pericoloso mito che la società capitalistica di oggi ha ereditato dal secolo dei lumi: il mito del progresso. “Andrà tutto bene” sì, se cambieremo il paradigma che ci ha condotti alla formulazione di questa frase fatta. Quale paradigma? Quello capitalista, che, come dice bene Caffo, se non a questa crisi, perirà alla prossima. In favore di quale altro nuovo paradigma? No di certo quello marxiano, per quanto Marx ci abbia indirizzati sulla buona strada con la sua critica lucida quanto spietata del capitalismo. Il paradigma che potrebbe allungare la vita dell’essere umano – Caffo ne parla in termini di essere “postumano”, sta bene chiamarlo così, conferisce una certa eco nietzscheana che mi piace – è senz’altro quello ambientalista. Tutto sta a capire quale ambientalismo potrà aiutarci a farci meno del male, salvarci mi sembra una parola troppo pomposa, tutto considerato.

Partire dall’etica della responsabilità di Hans Jonas sarebbe un buon inizio, ma ha ragione Caffo nel sottintendere che non ci potrà essere rivoluzione ambientalista se prima non verrà meno il Grande Nemico: il capitalismo. Ecco, questo libricino ha un merito secondo me, quello di recitare bene un “de profundis” per il capitalismo, che tante soddisfazioni ci ha dato (a qualcuno più che ad altri), ma a quale prezzo? Uno che non possiamo permetterci, come ci sta insegnando il Covid-19 o come ci insegnerà il Covid-119, ammesso – e non concesso – che come avremo la possibilità di arrivarci.

A essere onesto, non so quanto gli attori geopolitici del nostro tempo possano essere folgorati sulla via del Covid-19 e acquistare il senno mai avuto, cane mangia cane nella stupida logica realista degli statisti di oggi e di ieri (e spero contro ogni speranza “non” di domani), una autolesionistica logica della sopraffazione. Per quanto mi riguarda, auspico una diversa logica e non si sa mai, può non essere troppo tardi per l’uomo cambiare per davvero, anche se – ad oggi – i cambiamenti prodottisi non sono stati all’altezza della reale gravità del momento; stanno bene politiche di incentivi per chi investe in energie rinnovabili, è un punto di partenza, ma va fatto molto di più. Del resto, consola pensare che il “non-ancora” non equivale a un “giammai”, se non si è intervenuto come si deve fin qui, chi può escludere che non lo si farà una buona volta, dopo che evidente a tutti – pure a quelli più lenti di comprendonio – sarà che ci troviamo spalle al muro?

L’uomo potrà cambiare, ma solo se lo vorrà, sul serio. Finché l’uomo capitalistico agonizzerà rimanendo vivo, dubito che il cambiamento avverrà. Ricordiamoci che non c’è bestia più feroce di quella braccata, che si sente in trappola. E su una cosa sono sicuro, il capitalismo venderà cara la pelle prima di esalare il suo ultimo respiro. Nell’attesa che ciò avvenga (non si pone il problema del “se” ma solo del “quando”), occorre lavorare a un’ipotesi di società alternativa, che non sia utopistica ma percorribile. Gli idealisti teorizzano l’orizzonte ideale, i realisti devono condurci verso di esso ben consapevoli, a differenza dei primi, che non lo raggiungeremo mai. Averlo sempre davanti sarebbe già una vittoria, piuttosto che lasciarselo alle spalle e condannare precocemente – cioè prima del tempo – l’umanità.

La scuola che vorrei

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle.

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle. Ricordo un mio ex studente di una vecchia quinta simpatizzante revisionista, talmente coraggioso e volenteroso nel voler difendere la sua libertà di pensiero che in occasione di un’interrogazione di Storia diede mostra di sé. Aveva studiato come si deve, per cui non mi feci problemi a dargli un otto, valutando il suo grado di preparazione e mettendo tra parentesi il giudizio personale sulla pericolosità delle sue idee. Gli ridarei otto all’infinito, perché quel voto ha rispecchiato il mio giudizio ponderato sul lavoro di studio e documentazione che aveva svolto a casa, lui che nelle precedenti interrogazioni non era mai andato oltre a uno stiracchiato sei e mezzo. Questo per dire che ho premiato e sempre premierò chi sarà disposto a metterci la faccia, anche se non la penserà come, perché dimostrerà maturità, che è la qualità che un professore apprezza di gran lunga in uno studente. Non a caso l’esame di fine ciclo di studi si chiama proprio: “Maturità”.

Chi critica perché vede frustrata la propria aspettativa di voto, ha capito poco le finalità della scuola. Non sono così ipocrita da dire che il voto è l’ultima cosa, di certo però non è l’aspetto principale e più importante dell’essere studenti. Di solito tendono ad avere voti più alti proprio quegli studenti che capiscono questo, mentre si trovano più in difficoltà quelli che stentano ad accettare una valutazione magari non soddisfacente ma data senza pregiudizi, con imparzialità, rigore e la massima onestà intellettuale. “Non riesco a capire perché ho preso questo voto, che certamente non mi merito”, quante volte e quanti studenti avranno pensato qualcosa del genere? Tante volte e tanti studenti, io credo. Be’, sono nel torto e sono lontani dal capire perché devono imparare a crescere, a essere più maturi per arrivare finalmente a comprendere che un sette sudato può fare notevolmente più bene di un otto gonfiato.

Sono i voti più sofferti che preparano a quello che c’è fuori dalla scuola: una società cannibale in cui essere bravi a volte non basta e per questo occorre farsi il mazzo per meritarsi il lavoro dei propri sogni. La scuola non è una preparazione alla vita, è già vita, per parafrasare John Dewey, filosofo dell’educazione americano. Per questo l’atteggiamento migliore è lagnarsi di meno e rimboccarsi di più le maniche. I professori sono i vostri migliori alleati degli studenti, sono quelli che li accompagnano in quel processo di crescita che potrà portarli a realizzare ciò che si prefiggono, prima lo capiranno e meglio affronteranno le difficoltà della scuola, che non sono insormontabili ma ampiamente alla portata, solo che ci vuole impegno, ci vuole partecipazione attiva, ci vuole senso di responsabilità, ci vuole soprattutto volontà di migliorarsi accettando i consigli di chi ha più preparazione ed esperienza. Insomma, una storia vecchia come il mondo.