Sopravvivere non può bastarci

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male.

Voglio riportare un passaggio interessante di “Dopo il Covid-19”, breve ma ricco instant book di Leonardo Caffo. “E se il mondo che seguirà sarà un mondo in cui la libertà conterà più del rischio di perdere la vita? Se vivere diventasse, improvvisamente e dopo il Covid-19, più interessante che sopravvivere? Presto o tardi, anche se la nostra società ci ha completamente diseducati ad affrontare il tema della morte, tutti quanti dobbiamo morire: siamo sicuri che questa vita lunghissima ma vuota per cui stiamo lottando adesso valga più di una vita intensamente breve?”

Chi ha qualche dimestichezza con la filosofia, non può non scovare in questo passo l’influenza senecana. C’è tanto del “De brevitate vitae” di Seneca in questo discorso di Caffo. Ciò non è affatto un difetto. Sono intimamente convinto che filosofare sia “con-filosofare”, come vuole Karl Jaspers, vale a dire: un “filosofare con” chi vive il nostro tempo, ma anche con chi ci ha preceduti e con chi ci succederà. Motivo per cui in filosofia l’originalità è impensabile. Riferirsi ai filosofi precedenti è indispensabile per chiunque filosofi oggi ed è incoraggiante sapere che chi verrà dopo rifletterà “insieme a noi” in un circolo virtuoso, ininterrotto del pensiero.

Precisato questo, la stessa timida critica che rivolgo a Seneca, di riflesso la muovo anche a Caffo, ossia: c’è un sentore di “carpe diem” tanto caro ai Latini nel brano sopra riportato. Come insegna il “Faust” di Goethe, s’illude chi crede di poter cogliere l’attimo. Si può godere l’attimo, assaporare il presente solo proiettandosi nel futuro che non sta davanti a noi, come alcuni credono in maniera del tutto erronea, bensì alle nostre spalle e da lì ci sorprenderà in ogni caso, su questo possiamo stare certi. In realtà, il Covid-19 ci palesa quella che dovrebbe essere un’ovvietà per noi umani: la prevedibile imprevedibilità sia in positivo sia in negativo del futuro. Perché “prevedibile imprevedibilità”? Non amo gli ossimori, ma in questo caso credo sia calzante definire “prevedibile” un futuro che per tutti riserva lo stesso tragico traguardo, la morte, altrettanto ritengo sia sensato parlare di “imprevedibilità”, perché come vivremo nel futuro e come trapasseremo anche – per fortuna – non ci è dato saperlo con precisione. Per quanto oggi esistano figure d’intellettuali che si fanno chiamare “futurologi”, in tutta franchezza credo che il futuro saprà sorprendere anche la più acuta delle previsioni “futurologiche”. Fra tutti, trovo più giusto quell’atteggiamento nei confronti del futuro di chi intende farsi cogliere affaccendati dalla morte, magari mentre si piantano i cavoli in giardino, come insegna Montaigne.

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male. In questo forse rimango un ottimista antropologico, come Rousseau, seppure convinto con realismo che, per quanto bene intenzionato, come ha rilevato Freud, nell’uomo agiscono due impulsi opposti: uno costruttivo, di vita, Eros; un altro autodistruttivo, di morte, Thanatos. La questione cruciale credo sia riuscire a tenere a bada il secondo a vantaggio del primo. Il guaio è che, a partire dalla seconda rivoluzione industriale in poi, con l’avvento della società capitalistica otto-novecentesca, si è avuto un trionfo dell’impulso di morte, che è ora di combattere e sconfiggere prima che finisca di scavarci la fossa; non solo le due guerre mondiali del Novecento, ma pure lo sfruttamento “illimitato” delle “limitate” risorse del Pianeta sono tutte prove lampanti dell’insano trionfo autolesionista del capitalismo odierno.

Malgrado molti scienziati e filosofi ne denuncino gli effetti e le cause, i politici (i neoconservatori e persino alcuni liberal-democratici) sempre meno considerano scienziati e filosofi che mettono in guardia da certi comportamenti predatori ai danni del Pianeta e di tutti quelli che ci abitano (compresi loro), mentre gli stessi politici se ne stanno in ammirante ascolto degli oracoli di oggi, gli economisti, alcuni dei quali (i neoliberisti), con i loro sciagurati consigli, ci hanno condotti a un punto di non ritorno con la paziente quanto inflessibile Madre Natura, che sa tanto di resa dei conti finali. Ci illudevamo di rimpallare il problema delle conseguenze del nostro sfruttamento alle future generazioni, mentre ora comincia a essere chiaro a molti – non ancora a tutti – che riguarda anche e soprattutto noi. Dico “soprattutto” perché ha ragione da vendere Caffo a sostenere che, se non ci rimbocchiamo le maniche noi per primi, potrebbero non esserci più altre generazioni dopo la nostra. Tocchiamo tutto quello che c’è da toccare, per scaramanzia, ma di sicuro prima lo capiamo e prima agiamo uniti nell’interesse di tutti. Meglio allarmare, se ciò comporterà svegliare i dormienti che ci hanno condotto sull’orlo di questo scongiurabile baratro.

Caffo ci dice che “non abbiamo neanche idea delle mostruosità che possono seguire alla crisi del Covid-19, se diamo al sistema la possibilità di espandersi anche dopo questo stop forzato”. Su questo punto, temo che di idee – tutte inquietanti – ce ne sarebbero eccome. Le riassumo in questi termini: aumento delle disuguaglianze e totale affermazione della legge della giungla. Risultato? L’uomo capitalistico – evoluzione, per certi aspetti, o involuzione, per altri, di quello sapiens – eserciterà fino all’ultimo le solite – deludenti – dinamiche di conflitto, giocherà sulle vite di poveri sfortunati – come se la sfortuna fosse una colpa – a chi arriverà prima al vaccino per affermarsi come padrone incontrastato di quell’ammasso di macerie che diventerà il mondo, svicolando l’unico vero problema: l’inevitabile auto-estinzione, seguitando di questo passo. C’è la speranza di venire smentito, ma per avverarla – al momento – mancano solide basi. A ogni modo, se non ci sono adesso, non è detto che non ci saranno domani.

Viva Rousseau

[…] evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau!

In questi stralunati giorni di crisi epocale che stiamo vivendo, in un momento di serendipità mi sono imbattuto in un testo stimolante intitolato “Dopo il Covid-19” di Leonardo Caffo, filosofo salito alle luci della ribalta negli ultimi anni per il suo “antispecismo debole”. L’autore auspica una globalizzazione del “[…] mondo attraverso l’etica e non l’economia” e invita a riprendere “[…] a considerare la campagna e la natura più importanti delle città”. Su questi punti, mi trovo d’accordo con lui e mi vien voglia di gridare: evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau! Bravo Caffo per avere restituito con il suo lessico le idee rousseauiane, ovvero, di chi ci ha messi in guardia dal pericoloso mito che la società capitalistica di oggi ha ereditato dal secolo dei lumi: il mito del progresso. “Andrà tutto bene” sì, se cambieremo il paradigma che ci ha condotti alla formulazione di questa frase fatta. Quale paradigma? Quello capitalista, che, come dice bene Caffo, se non a questa crisi, perirà alla prossima. In favore di quale altro nuovo paradigma? No di certo quello marxiano, per quanto Marx ci abbia indirizzati sulla buona strada con la sua critica lucida quanto spietata del capitalismo. Il paradigma che potrebbe allungare la vita dell’essere umano – Caffo ne parla in termini di essere “postumano”, sta bene chiamarlo così, conferisce una certa eco nietzscheana che mi piace – è senz’altro quello ambientalista. Tutto sta a capire quale ambientalismo potrà aiutarci a farci meno del male, salvarci mi sembra una parola troppo pomposa, tutto considerato.

Partire dall’etica della responsabilità di Hans Jonas sarebbe un buon inizio, ma ha ragione Caffo nel sottintendere che non ci potrà essere rivoluzione ambientalista se prima non verrà meno il Grande Nemico: il capitalismo. Ecco, questo libricino ha un merito secondo me, quello di recitare bene un “de profundis” per il capitalismo, che tante soddisfazioni ci ha dato (a qualcuno più che ad altri), ma a quale prezzo? Uno che non possiamo permetterci, come ci sta insegnando il Covid-19 o come ci insegnerà il Covid-119, ammesso – e non concesso – che come avremo la possibilità di arrivarci.

A essere onesto, non so quanto gli attori geopolitici del nostro tempo possano essere folgorati sulla via del Covid-19 e acquistare il senno mai avuto, cane mangia cane nella stupida logica realista degli statisti di oggi e di ieri (e spero contro ogni speranza “non” di domani), una autolesionistica logica della sopraffazione. Per quanto mi riguarda, auspico una diversa logica e non si sa mai, può non essere troppo tardi per l’uomo cambiare per davvero, anche se – ad oggi – i cambiamenti prodottisi non sono stati all’altezza della reale gravità del momento; stanno bene politiche di incentivi per chi investe in energie rinnovabili, è un punto di partenza, ma va fatto molto di più. Del resto, consola pensare che il “non-ancora” non equivale a un “giammai”, se non si è intervenuto come si deve fin qui, chi può escludere che non lo si farà una buona volta, dopo che evidente a tutti – pure a quelli più lenti di comprendonio – sarà che ci troviamo spalle al muro?

L’uomo potrà cambiare, ma solo se lo vorrà, sul serio. Finché l’uomo capitalistico agonizzerà rimanendo vivo, dubito che il cambiamento avverrà. Ricordiamoci che non c’è bestia più feroce di quella braccata, che si sente in trappola. E su una cosa sono sicuro, il capitalismo venderà cara la pelle prima di esalare il suo ultimo respiro. Nell’attesa che ciò avvenga (non si pone il problema del “se” ma solo del “quando”), occorre lavorare a un’ipotesi di società alternativa, che non sia utopistica ma percorribile. Gli idealisti teorizzano l’orizzonte ideale, i realisti devono condurci verso di esso ben consapevoli, a differenza dei primi, che non lo raggiungeremo mai. Averlo sempre davanti sarebbe già una vittoria, piuttosto che lasciarselo alle spalle e condannare precocemente – cioè prima del tempo – l’umanità.

La scuola che vorrei

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle.

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle. Ricordo un mio ex studente di una vecchia quinta simpatizzante revisionista, talmente coraggioso e volenteroso nel voler difendere la sua libertà di pensiero che in occasione di un’interrogazione di Storia diede mostra di sé. Aveva studiato come si deve, per cui non mi feci problemi a dargli un otto, valutando il suo grado di preparazione e mettendo tra parentesi il giudizio personale sulla pericolosità delle sue idee. Gli ridarei otto all’infinito, perché quel voto ha rispecchiato il mio giudizio ponderato sul lavoro di studio e documentazione che aveva svolto a casa, lui che nelle precedenti interrogazioni non era mai andato oltre a uno stiracchiato sei e mezzo. Questo per dire che ho premiato e sempre premierò chi sarà disposto a metterci la faccia, anche se non la penserà come, perché dimostrerà maturità, che è la qualità che un professore apprezza di gran lunga in uno studente. Non a caso l’esame di fine ciclo di studi si chiama proprio: “Maturità”.

Chi critica perché vede frustrata la propria aspettativa di voto, ha capito poco le finalità della scuola. Non sono così ipocrita da dire che il voto è l’ultima cosa, di certo però non è l’aspetto principale e più importante dell’essere studenti. Di solito tendono ad avere voti più alti proprio quegli studenti che capiscono questo, mentre si trovano più in difficoltà quelli che stentano ad accettare una valutazione magari non soddisfacente ma data senza pregiudizi, con imparzialità, rigore e la massima onestà intellettuale. “Non riesco a capire perché ho preso questo voto, che certamente non mi merito”, quante volte e quanti studenti avranno pensato qualcosa del genere? Tante volte e tanti studenti, io credo. Be’, sono nel torto e sono lontani dal capire perché devono imparare a crescere, a essere più maturi per arrivare finalmente a comprendere che un sette sudato può fare notevolmente più bene di un otto gonfiato.

Sono i voti più sofferti che preparano a quello che c’è fuori dalla scuola: una società cannibale in cui essere bravi a volte non basta e per questo occorre farsi il mazzo per meritarsi il lavoro dei propri sogni. La scuola non è una preparazione alla vita, è già vita, per parafrasare John Dewey, filosofo dell’educazione americano. Per questo l’atteggiamento migliore è lagnarsi di meno e rimboccarsi di più le maniche. I professori sono i vostri migliori alleati degli studenti, sono quelli che li accompagnano in quel processo di crescita che potrà portarli a realizzare ciò che si prefiggono, prima lo capiranno e meglio affronteranno le difficoltà della scuola, che non sono insormontabili ma ampiamente alla portata, solo che ci vuole impegno, ci vuole partecipazione attiva, ci vuole senso di responsabilità, ci vuole soprattutto volontà di migliorarsi accettando i consigli di chi ha più preparazione ed esperienza. Insomma, una storia vecchia come il mondo.

Combattere per la vita

Tra combattere per forza d’inerzia e combattere per la vita corre un abisso. Chi lo fa per una più valida ragione nove volte su dieci avrà la meglio su chi combatte per denaro. Il motivo è di una banalità disarmante: chi combatte in ciò in cui crede è pronto a tutto, infatti, nessun ingaggio economico vale il proprio sacrificio senza una reale motivazione.

Machiavelli adduce degli esempi storici per asserire la pericolosità delle truppe mercenarie. Esempi virtuosi d’indipendenza dalle truppe mercenarie sono: Roma, Sparta, gli Svizzeri. Esempi deprecabili di dipendenza dagli eserciti mercenari: Cartaginesi, Tebani, Milanesi. Inoltre, Machiavelli prende atto di alcuni disastrosi esempi d’impiego di milizie mercenarie nella penisola italiana, in particolare: la bruciante sconfitta subita ad Agnadello dai Veneziani nel 1509 per mano degli aderenti alla Lega di Cambrai, capeggiata dalla Francia di Luigi XII. Ciò offre a Machiavelli lo spunto per dire che: “Con i mercenari, le conquiste sono sempre lente, tardive e deboli, mentre le perdite sono improvvise e stupefacenti” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 135).

La più grande piaga dell’Italia del Quattrocento? Machiavelli non ha dubbi: gli eserciti mercenari che l’hanno tenuta in scacco. (Per inciso, un problema non limitato a quel secolo della storia italiana.) L’impiego a mezzo servizio degli eserciti di professionisti, che combattevano per il loro tornaconto personale e non per una causa in cui credevano, hanno reso facile il compito di conquista agli eserciti stranieri, che invece una causa ce l’avevano ed erano disposti a morire per essa.

Sostiene Lev Tolstoj in “Guerra e pace”, che in caso di battaglia incerta, il fattore decisivo, il cosiddetto “fattore X” che, anche quando si è inferiori sia di numero sia di armamenti, può far pendere l’ago della bilancia dalla parte della vittoria è: il morale delle truppe. E, se una cosa è certa, quella è che il morale dei mercenari è volubile e incerto. Motivo per cui tra un esercito superiore ma demotivato e uno inferiore però motivato, quello che ha più possibilità di vittoria è il secondo.

Si pensi alla fine che fecero i soldati statunitensi in Vietnam, i quali combatterono senza capire il perché (a differenza dei politici che li avevano mandati a morire in una terra lontana per bilanciare in loro favore l’equilibrio delle potenze nel pieno della Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica). I vietcong sconfissero gli americani perché si battevano per tenere in piedi le loro case, per dare una vita migliore alle loro famiglie ed erano disposti a immolarsi per un ideale politico in cui investirono tutte le loro migliori energie.

Tra combattere per forza d’inerzia e combattere per la vita corre un abisso. Chi lo fa per una più valida ragione nove volte su dieci avrà la meglio su chi combatte per denaro. Il motivo è di una banalità disarmante: chi combatte in ciò in cui crede è pronto a tutto, infatti, nessun ingaggio economico vale il proprio sacrificio senza una reale motivazione.

Come sanno bene i cacciatori, è proprio quando sono braccati che i cinghiali diventano più pericolosi. E non solo loro, tutte le bestie, umani compresi.

Della volpe, del leone e di quanto la lealtà sia sopravvalutata per uno statista

Sarebbe bello se tutti fossero leali con il prossimo, il mondo sarebbe un posto migliore, pace e serenità per tutti ma, affinché tutto vada liscio e questo clima di distensione duri, la conditio sine qua non sarebbe che tutti, nessuno escluso, viaggiassero sulla stessa pacifica e serena lunghezza d’onda; basterebbe anche solo una stecca fuori dal coro, un solo essere umano sleale per mandare tutto a rotoli. Dunque, sarebbe bello sì, possibile…

La lealtà è sopravvaluta secondo Machiavelli. Prova ne sono queste parole: “Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 165). Della serie: la lealtà è uno scomodo vestito pruriginoso, che a volte va tolto per sentire meno prurito. Sarebbe bello se tutti fossero leali con il prossimo, il mondo sarebbe un posto migliore, pace e serenità per tutti ma, affinché tutto vada liscio e questo clima di distensione duri, la conditio sine qua non sarebbe che tutti, nessuno escluso, viaggiassero sulla stessa pacifica e serena lunghezza d’onda; basterebbe anche solo una stecca fuori dal coro, un solo essere umano sleale per mandare tutto a rotoli. Dunque, sarebbe bello sì, possibile…

A proposito dei modi di combattere, Machiavelli dice che ne esistono di due tipi: “[…] l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo” (p. 165). Giocoforza: “Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni non conoscono l’arte di governare” (pp. 165-166).

Due esempi del tutto arbitrari, due di tanti che si possono fare: Attila, re degli Unni; Garibaldi, eroe dei due mondi. Il primo fu un formidabile guerriero, però incapace di vedere oltre la successiva battaglia. Il secondo non fu secondo a nessuno in coraggio e spirito battagliero, ma dovette inginocchiarsi al cospetto di un reuccio piemontese. La loro natura leonina è lampante, solo con quella però non si governano gli uomini in tempo di pace, quando i nemici sono camuffati da amici e occorre il fiuto della volpe per stanarli. Per sconfiggere i nemici sul campo di battaglia un principe deve dare libero sfogo alla sua natura leonesca, per governare quella volpesca.

Ha senso essere leali in tutto e per tutto? Si direbbe proprio di no per Machiavelli: “Un signore prudente […] non può né deve rispettare la parola data se tale rispetto lo danneggia e se sono venute meno le ragioni che lo indussero a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni,” solito discorso, “questa regola non sarebbe buona. Ma poiché gli uomini sono cattivi e non manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con loro” (p. 167). Insomma, la prudenza non è mai troppa. Opportunismo machiavellico derivato da un pessimismo antropologico di fondo sulla base del quale: rispettare la parola data conviene solo se non va contro i propri interessi. Ragionamento spietato? Senza dubbio.

Un secolo dopo Machiavelli, un simile modo di ragionare verrà riproposto dal cardinale Richelieu, che per salvaguardare l’interesse nazionale francese (o “ragion di Stato”), pur essendo lui membro del clero cattolico e di un Paese cattolicissimo si allea furbescamente – massimo esempio di “natura volpina” – con le potenze protestanti per vincere la guerra dei Trent’anni e per spostare l’equilibrio di potenza europeo in favore della sua Francia. Si può dire che quello che Machiavelli teorizza, Richelieu lo realizza. Per gli uomini di ieri, di oggi e di ogni tempo risuona profetico questo passo de “Il principe”: “[…] chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che colui il quale vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare” (p. 167). L’ammirazione di Machiavelli per Cesare Borgia è estesa anche – seppure in misura più contenuta – al padre papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Di quest’ultimo Machiavelli afferma: “Non ci fu mai uomo che promettesse con così grande efficacia, che giurasse con altrettanto fervore e che poi mancasse di parola come lui” (p. 167).

Mancare la parola data è un comportamento meschino? Secondo la morale lo è. In politica – in determinate circostanze – può essere un modo di agire da statista.

La crudeltà quanto basta

La conditio sine qua non per condurre vittoriosamente degli uomini in battaglia è farsi rispettare da essi e per rendere possibile ciò la crudeltà è solo un mezzo in vista di un fine più grande: la vittoria.

Nel capitolo diciassette de “Il principeMachiavelli ammette l’idea di una crudeltà necessaria (in politica). La prende da lontano cominciando col dire: “[…] ogni principe deve desiderare di essere giudicato clemente, e non crudele” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 159). Poi però prosegue: “Tuttavia deve badare a non far cattivo uso della clemenza. Cesare Borgia era ritenuto crudele; cionondimeno la sua crudeltà riportava l’ordine in Romagna, la unificava, la pacificava e la rendeva fedele. Si vedrà che alla fine il Borgia fu più umano dei Fiorentini i quali, per evitare di essere crudeli, lasciarono che le fazioni provocassero la rovina di Pistoia” (p. 159).

Come dev’essere allora un buon principe, intendendo con “buono” uno che sopra ogni altra cosa voglia fare il bene del suo popolo e non solo il proprio? La risposta ce l’ha Machiavelli ed è: “Infliggendo un piccolo numero di punizioni esemplari, risulterà più umano di coloro i quali, per eccessiva umanità, lasciano scoppiare disordini da cui derivano uccisioni o rapine. Queste, di solito, colpiscono l’insieme dei cittadini, mentre le condanne del principe colpiscono il singolo individuo” (p. 159). Quelli a essere più soggetti a questa “crudeltà necessaria” – sebbene ponderata – sono gli “Stati nuovi”, che sono per loro stessa natura più instabili e inclini – quindi – a ricorrere alla violenza come extrema ratio per sanare conflitti interni che potrebbero minarne l’unità.

Oltretutto per un principe che intende suscitare il rispetto delle truppe una certa dose di crudeltà ben distillata non solo è necessaria ma anche richiesta, perché: “Senza questa reputazione non gli sarebbe possibile tener uniti gli eserciti e indurli a combattere.” Un condottiero del passato che teneva alla reputazione di venire considerato “crudele” era Annibale. Tale reputazione “[…] fece sì che i soldati lo considerassero sempre venerabile e terribile. Senza la crudeltà, le altre sue capacità politiche non sarebbero bastate a ottenere questo risultato. Gli storici, alquanto sconsideratamente, ammirano il risultato e nello stesso tempo condannano la prima causa di esso” (p. 163). Il successo di un’impresa bellica quasi sempre è stato ottenuto con mezzi poco raffinati e i condottieri – come Annibale – non si sono fatti scrupoli di adoperarli per raggiungere il loro scopo. La conditio sine qua non per condurre vittoriosamente degli uomini in battaglia è farsi rispettare da essi e per rendere possibile ciò la crudeltà è solo un mezzo in vista di un fine più grande: la vittoria.

In conclusione, la crudeltà è necessaria per Machiavelli? Quanto basta, come nelle ricette di cucina.

Meritatelo!

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Sarebbe bello che i propri studenti capissero la differenza fra tenere una lezione scimmiottando il manuale di testo, apponendovi qua e là dei commenti integrativi, e preparare una lezione personalizzata, con tanto di materiali curati e selezionati dal docente, che invitino a una riflessione davvero filosofica sui testi degli autori in programma. Sarebbe davvero bello far capire quanto lavoro occulto ci sia dietro a una lezione del secondo tipo e quanto più comodo, facile e poco stimolante sia invece erogare una prestazione del primo tipo neanche si avesse davanti un’utenza acefala che non necessita di essere formata in maniera consapevole e responsabile.

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Fare lezione alla maniera tradizionale, manco ci si trovasse al cospetto di vasi da riempire, non è nel mio stile e se lo facessi mi sembrerebbe di rubare lo stipendio. Lo saprei fare e lo potrei anche fare, ma non lo voglio fare, c’è differenza; una differenza sottile che non tutti possono capire né sono sicuro approvano, non m’importa; non vado in giro a dire agli altri come fare il loro mestiere e altrettanto non vorrei che si facesse con me. Se ciascuno pensasse al suo il mondo sarebbe un posto migliore, così la vedo io.

Credo sia controproducente far passare il messaggio di faciloneria a scuola, ovvero: che la vita sia tutto un continuo scherzo, un gioco da non prendere con la giusta dose di serietà e non invece qualcosa di dannatamente serioso, difficoltoso, perché no. Le difficoltà non si possono sempre svicolare. Magari si potessero zigzagare le traversie della nostra complicata esistenza di esseri umani. A ogni modo, non so quanto possa aiutare i nostri studenti un’eccessiva dose di faciloneria, temo piuttosto che possa danneggiarli. Ci troviamo già ogni giorno a scontrarci con una realtà complessa, come fior d’intellettuali ci hanno più volte fatto notare (penso soprattutto a Edgar Morin). Ragion per cui: non abituare i nostri studenti alle inevitabili difficoltà/complessità che si troveranno a dover fronteggiare usciti da scuola, credo che più che fare loro un favore si faccia loro un torto; non tutto è facile, anzi, niente lo è. Tutto va guadagnato con il sudore della propria fronte, meritato. Si fa tanto un gran parlare di merito, ma quanti di noi docenti sono disposti a rendersi antipatici agli occhi dei loro studenti pur di scovarlo e premiarlo in quelli che davvero se lo meritano? Non è facile, insegnare è tutt’altro che facile, direi che oltre a essere un lavoro è anche una vocazione e io questa vocazione la sento eccome. Perciò, quando le circostanze mi costringono a fare – malgrado non ne abbia voglia – il duro con i miei studenti, non mi sottraggo perché so che è di preciso: il mio dovere.

La vita è un cammino faticoso, non è una passeggiata spensierata. Bisogna sforzarsi, impegnarsi, studiare molto, altro che poco, per ricavarne poi in futuro qualche soddisfazione e, cosa non da meno, comprendere meglio, più in profondità, il presente che si sta vivendo; non basta abituarsi a fare il minimo indispensabile, bisogna fare di più e farlo meglio. Io lo so questo, perciò voglio insegnarlo ad altri. Quando i miei attuali ed ex studenti mi riconoscono questo sforzo sono lieto e mi rammarico invece quando non se ne accorgono, ma non demordo e paziento. Quello dell’insegnante è anche e soprattutto un lavoro di pazienza, paragonabile all’instancabile acqua che scava la roccia.

Ricordo con affetto una mia ex quarta. Il primo mese con loro è stata una lotta senza quartiere, voci di corridoio di miei colleghi mi avevano riportato lamentele sul fatto che fossi con loro troppo esigente, poi però è accaduto qualcosa di bello, che mi ha sorpreso in positivo: hanno cominciato a farsi via via più attenti, disciplinati, studiosi, appassionati alle mie lezioni. All’inizio dell’anno scorso mi hanno inviato una mail che – non mi vergogno a dire – mi ha fatto piangere di commozione. Quei ragazzi che non avevano più bisogno di catturare la mia benevolenza, visto che non ero più il loro professore e tanto più insegnavo in un’altra provincia, mi hanno ringraziato per tutto quello che ho dato loro, non solo in termini di nozioni culturali ma anche in termini umani, di quanto il mio insegnamento sia stato capace di avere un impatto sulle loro vite. Anche altre classi mi hanno dimostrato affetto, ma non fanno testo, perché nelle classi cosiddette facili insegnare è talmente un piacere che neanche sembra un lavoro. Invece questo riconoscimento palesatomi da una classe tutt’altro che facile, mi ha convinto sempre più di avere scelto la professione giusta.

Fra gli insegnamenti che vorrei impartire ai miei ragazzi c’è quello di abituarli a sapersela cavare fuori dall’ambiente protetto delle aule scolastiche, molto simile a quella giungla senza esclusione di colpi che aveva paventato nella sua concezione dello stato di natura Thomas Hobbes; una giungla dove chi ha dei meriti, se non si arrende, poi alla fine qualche soddisfazione riesce a togliersela. Per farcela – però – devo abituarli alle cose difficili. Lo diceva anche Platone nel testo intitolato “Ippia Maggiore”: “Le cose belle sono difficili”. Abituare chi si educa alle cose difficili, significa abituarli alla bellezza e alla complessità della vita, dove nessuno ti regala niente e tutto va meritato. L’imperativo categorico per uno studente? Meritatelo!

Il dovere di schierarsi

Se c’è una cosa che insegna la storia è che: ogni status quo ha i giorni contati. In storia la stasi è solo mera apparenza. Anche quando le bocce sembrano ferme, in realtà si muovono, anche fosse in maniera impercettibile.

Schierarsi è bene, restare neutrali è male. Perché? Lo spiega Machiavelli: “E succederà sempre che chi non è amico ti chiederà di esser neutrale, e chi ti è amico ti chiederà di dichiarar guerra. I prìncipi indecisi, per evitare i pericoli presenti, decidono il più delle volte di restare neutrali, e il più delle volte precipitano” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 203).

In caso di situazione incerta, la neutralità sarà sempre l’opzione più sconsigliabile. Infatti, anche si andasse in guerra e si perdesse, nulla vieta che non si possa risorgere insieme al proprio alleato sconfitto. Nella benaugurata ipotesi in cui si vincesse, si avrebbe tutto l’apprezzamento e il sostegno dell’alleato vincitore e insieme ci si difenderebbe meglio da eventuali – e possibili – attacchi futuri.

Se c’è una cosa che insegna la storia è che: ogni status quo ha i giorni contati. In storia la stasi è solo mera apparenza. Anche quando le bocce sembrano ferme, in realtà si muovono, anche fosse in maniera impercettibile. Il corso della storia è in continuo movimento. “Se dirò all’attimo: fermati dunque! sei così bello! allora mi potrai gettare in catene, allora andrò volentieri in rovina” fa dire Goethe al suo Faust, che così dicendo spera di rimandare all’infinito la capitolazione. L’attimo storico è inarrestabile così come quello faustiano.

Il fluire eracliteo del fiume è la metafora che meglio azzecca l’andamento mutevole della storia. Per cui si può dire che in storia: nulla è certo, tranne il cambiamento.