Cosa occorre per fare di uno studente un buon cittadino?

Questa società di rado ci abitua a pensare che è colpa nostra, bensì che è molto più conveniente incolpare gli altri in quanto facili capri espiatori; scarico di responsabilità che – spesso – affonda le radici nelle famiglie; gli zii dicono che la colpa è dei nonni, i nonni sostengono che è dei genitori, i genitori che è dei professori. Insomma, è tutto un patetico scarica-barile, che non aiuta per niente i ragazzi; loro soltanto è il merito o il demerito dei risultati ottenuti.

Sapete cos’è la sindrome del “docente amico”? Quell’atteggiamento proprio di quei professori che tendono a credere meglio alle lamentele degli studenti piuttosto che alla buona fede dei colleghi. Ecco, se devo essere onesto, a me non piace. Con questo non voglio dire che fra colleghi bisogna avere uno smisurato spirito di corpo che ti porti a dare la ragione a qualcuno solo perché fa il tuo stesso mestiere, questo no di certo; oltretutto, una simile solidarietà a prescindere dalle singole casistiche è più da stupidi che da persone intelligenti.
Nei limiti di una tranquilla e pacata conversazione, in passato mi è capitato di dissentire con l’operato di qualche collega. Malgrado ciò, le mie idee differenti gliele ho sempre dette in faccia, perché confido di avere innumerevoli difetti tranne quello di essere una persona sleale. A conti fatti, per quel che ho potuto constatare dalla mia esperienza d’insegnamento: hanno più ragione i colleghi degli studenti.
Dopo un’attenta analisi, la maggior parte delle critiche degli studenti – mi guardo bene dal dire la totalità – si rivelano “strumentali”. Un esempio a scelta: il voto non soddisfacente che suscita immotivata indignazione nello studente. Perché “immotivata”? Questa società di rado ci abitua a pensare che è colpa nostra, bensì che è molto più conveniente incolpare gli altri in quanto facili capri espiatori; scarico di responsabilità che – spesso – affonda le radici nelle famiglie; gli zii dicono che la colpa è dei nonni, i nonni sostengono che è dei genitori, i genitori che è dei professori. Insomma, è tutto un patetico scarica-barile, che non aiuta per niente i ragazzi; loro soltanto è il merito o il demerito dei risultati ottenuti.
Attribuirsi la responsabilità di qualche mancanza è sintomo di maturità. Poi è lecito domandarsi: ma come possono i figli essere maturi se i loro genitori non lo sono? Sapete qual è il colmo per un professore? Quando ti accorgi di avere davanti un genitore più immaturo del figlio, in occasione dei colloqui con le famiglie. A quel punto ti capita di rivalutare quel ragazzo, guardarlo sotto un’altra lente d’ingrandimento e capirlo anche meglio, non dico giustificarlo perché per me rimane comunque – in minima o maggiore parte – responsabile del proprio operato.
In generale, devo confessare che non sopporto le falsità che si dicono pur di non prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Contro il vizio della menzogna, credo che noi docenti dovremmo essere instancabili nel rimarcare il valore imprescindibile dell’onestà. Rimango dell’idea che la Scuola debba essere un’agenzia educativa, seconda solo alla famiglia; quest’ultima ha ovviamente più importanza perché è lì che in teoria – dico “in teoria” perché ci sono famiglie e famiglie – i ragazzi trascorrono la maggior parte del tempo e si formano diventando ogni giorno un po’ più grandi. A tal proposito, credo che più tardi si cominci a fare leva sul senso di onestà, di responsabilità degli alunni e meno possibilità questi ultimi avranno di sviluppare tali doti.
Onestà e responsabilità, ecco cosa occorre per fare di uno studente un buon cittadino.

Riforma della scuola o riformatori da riformare?

A parole – giusto quelle – i politici sembrerebbero cantare tutti o quasi la stessa canzone: chi non investe sulla Scuola, non investe sul futuro del proprio Paese. Peccato, però, che l’attuale classe politica, perlomeno nell’Italia degli ultimi anni, di fatto non fa più politica (intesa come il Bene comune), piuttosto tira a campare (fa il bene proprio).

Mentre tutti parlano di sciopero, oggi, una domanda mi sorge spontanea: e se, anziché riformare la Scuola, riformassimo i riformatori? (Il signore della foto parlerebbe di rottamazione…) Alcuni cambiamenti nascondono dei peggioramenti. Un esempio? Le ultime riforme della Scuola. Questo succede quando si vuole far passare, con un bieco tranello del Legislatore: il messaggio di un riformismo progressista orgogliosamente sbandierato, quando in realtà dietro c’è solo un miope disegno di taglio indiscriminato. Laddove ci sono comparti, come la Scuola, che, più che di tagli, necessiterebbero di continui investimenti.

A parole – giusto quelle – i politici sembrerebbero cantare tutti o quasi la stessa canzone: chi non investe sulla Scuola, non investe sul futuro del proprio Paese. Peccato, però, che l’attuale classe politica, perlomeno nell’Italia degli ultimi anni, di fatto non fa più politica (intesa come il Bene comune), piuttosto tira a campare (fa il bene proprio).

Il problema della politica italiana è che a forza di vivacchiare, delle uova oggi (accalappiare consensi), si è scordata della gallina domani (come si governa). E Dio solo sa quanto la nostra malridotta Italia ha bisogno di galline domani. Quindi, ricapitolando: cos’è che secondo me manca alla politica italiana, oggi? Un orizzonte ideale al quale aggrapparsi per combattere la miseria del reale, che, di questo passo, può solo peggiorare.