Lo stupido multitasking

La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì.

Viviamo in un presente difficile, questo è il destino di ogni generazione; non ce ne è una che non si sia lamentata, più o meno a torto, dello stato di cose ereditato. Tuttavia, non si è troppo piagnucolosi nel constatare che la velocità con cui i cambiamenti, in tutti i settori, si succedono l’uno all’altro sia a dir poco disorientante. L’impressione generale è che si vada sempre più di corsa e, di conseguenza, per stare al passo con i tempi che corrono si vuole fare sempre più cose alla volta. Proprio su quest’ultimo aspetto, i neuroscienziati stanno facendo delle ricerche, i cui esiti sembrano propendere verso l’ipotesi che stiamo diventando tutti – passatemi il termine – un po’ più stupidi.
Lavorare in multitasking è cognitivamente impegnativo, porta a un sovraccarico eccessivo del nostro sistema cerebrale che per questo va in tilt. Le suddette ricerche stanno evidenziando come sia pressoché impossibile fare più cose alla volta – questo significa lavorare in multitasking –, perché sempre e comunque ne faremo una alla volta, che ci piaccia o meno.
Prendiamo il caso di un tizio qualsiasi, me per esempio, visto che una ne faccio e cento ne penso. Alcune volte mi capita di lavorare con quattro o cinque schermi davanti a me: due tablet, uno smartphone e uno, due computer. Bene, quando provo a lavorare in questa maniera mi rendo conto di lavorare male, “a spizzichi e bocconi” per così dire. Faccio un po’ di questo, un po’ di quello, un altro po’ di quell’altro e così via. La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì. Per farlo vi consiglio di familiarizzare con la filosofia, che è più innocua di quanto sembrerebbe a una prima occhiata. Questo perché la filosofia oltre a essere l’arte del dubitare, del porre le domande giuste, è anche l’arte del fare le cose con lentezza: del “prenderla come viene” direbbero i dudeisti memori dell’insegnamento di Drugo, protagonista del film “Il grande Lebowski”.
“Prenderla come viene” significa “prenderla con filosofia”, ovvero assegnando la giusta importanza alle cose che ci accadono, prendere la vita per quello che è: la più sensazionale e supersonica delle montagne russe. Non fai in tempo a salire che devi già scendere. Ed è così per tutti. In questo sta la grande democrazia della vita. C’è una poesia di Antonio De Curtis, in arte Totò, intitolata “La livella”, che incarna l’essenza democratica della vita: sia al ricco sia al povero sempre la stessa sorte tocca.
In attesa della resurrezione dei corpi gloriosi, spero e quindi credo. Sperare è credere. E credere, aveva ragione il filosofo-matematico Blaise Pascal, è un po’ come scommettere. Cosa? La più decisiva delle scommesse: che Dio esiste. Nel caso si vincerebbe tutto, vedi alla voce: salvezza eterna. In caso contrario si perderebbe: niente!
In ultima analisi, filosofare vuol dire proprio: prendersi il tempo che serve. Per scegliere bene e finire per fare la cosa giusta.

Filosofia e religione

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda.

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda. In che senso? La filosofia c’insegna a ricercare la o le verità, ma nel farlo ci mette in condizioni di ricercare la Verità, come si suole dire: ci colloca già sulla buona strada.
Sia chiaro io credo che ogni strada sia buona per sé e che per ognuno ce ne sia una diversa che, ciononostante – per questo non sono un relativista –, può condurre alla stessa meta. Questa meta per me è Dio, per un altro potrebbe essere il fato, per un altro ancora il caso. Ecco, secondo me tre sono le categorie di assoluti, categorie che la mente umana non può eludere: ovvero ciascuno, vivendo a modo proprio, finisce inevitabilmente per credere in una delle tre. Motivo per cui affermo che la filosofia è la via per arrivare alla religione, perché filosofare significa mettersi in cerca della Verità, ci tengo a precisare: non a trovarla. Va da sé che se uno non cerca, neanche può trovare.
Ebbene è a questo proposito che s’inserisce Dio, il fato o il caso. Questi tre assoluti sono i pilastri del pensiero. Pilastri, questi, che rendono meno vacillanti le fondamenta del nostro vivere. Sono convinto infatti che non si possa vivere senza un principio veritiero, quale che sia quello a cui si scelga di credere.

Tempo ed eterno ritorno

Il sistema del rito, del ripetere una ritualità rassicurante, ha proprio il compito di tranquillizzarci rispetto a quella che è una palese mancanza: la mancanza di tempo. Noi uomini siamo esseri mancanti di tante cose, una su tutte: di tempo. Non ne abbiamo mai abbastanza. Ed ecco che il sistema rituale, che ciascun popolo si dà, cerca – non è detto che ci riesca – di sopperire a questa mancanza.
In questo tentativo di rasserenare, la funzione del mito dell’eterno ritorno è estremamente importante. Sapere che queste sensazioni, questo momento ritorneranno è consolante. Certo, si può obiettare che se questo adesso non è granché, se proprio “adesso” si stesse soffrendo, be’, sapere che ciò si ripeterà è più un incubo che una rassicurazione. Vero. Resta il fatto che le popolazioni antiche trovavano conforto nell’eterna ripetizione data loro dal rito.
Lo stesso sollievo lo trovano oggi i seguaci di ogni religione nel mondo, che si confortano nella ciclica ripetitività del rituale. Si prenda il cristianesimo. Natale e Pasqua arrivano ogni anno. Ciò è confortante, o almeno lo è per un cristiano, perché la ruota gira e il mondo continua ad andare avanti, malgrado i problemi.

Monetizzare il proprio tempo

Fino all’ultimo, si lotta per avere più tempo: più anni, più mesi, più giorni, più minuti, finanche più secondi. Il tempo è l’unico bene di cui non disponiamo, ma che a sua volta dispone di noi, nel senso che siamo – il nostro essere perdura – fino a che non scade il “nostro tempo”, che, in ogni caso, non è mai abbastanza. Sia che si ritorni al Padre o alla polvere, a seconda se si è credenti o atei, siamo sempre “mancanti di tempo”. È questa la nostra mancanza fondamentale, che condiziona ogni nostro – solo all’apparenza – insulso gesto quotidiano.

Fare pace con il tempo non è possibile, neanche per chi ha fede, almeno secondo me. La resurrezione dei corpi gloriosi è una cosa di là da venire, un’acquisizione intellettuale mi viene da dire. Il Giorno del Giudizio è lontano o vicino – chi può dirlo, “come un ladro di notte” verrà, insegna San Paolo –, ma resta comunque una spada di Damocle pendente e non ancora calata. Intanto la nostra vita – anche quella di chi crede che ci sarà una fine gloriosa – è una cosa molto concreta: è una lotta incessante contro il tempo che durerà fino al giorno della nostra dipartita.

Fino all’ultimo, si lotta per avere più tempo: più anni, più mesi, più giorni, più minuti, finanche più secondi. Il tempo è l’unico bene di cui non disponiamo, ma che a sua volta dispone di noi, nel senso che siamo – il nostro essere perdura – fino a che non scade il “nostro tempo”, che, in ogni caso, non è mai abbastanza. Sia che si ritorni al Padre o alla polvere, a seconda se si è credenti o atei, siamo sempre “mancanti di tempo”. È questa la nostra mancanza fondamentale, che condiziona ogni nostro – solo all’apparenza – insulso gesto quotidiano.

Lasciamo perdere per un momento l’aldilà prospettatoci dalla religione. Questa nostra vita, nella sua essenza, uguale per tutti, difetta di tempo. Ciò, anziché convincerci che non è il caso di farci la guerra (visto il nostro essere tutti fratelli nella morte), ci rende ancora più aggressivi gli uni “contro” gli altri, perché si vuole di più e proprio questo “di più” – essenzialmente più potere, nelle sue molteplici accezioni – è a scapito di qualcun altro. Se fossimo tutti degli immortali non credo ci sarebbero le guerre e supereremmo agevolmente ogni sorta d’incomprensione. Andremmo tutti d’amore e d’accordo, ma con i “se” e con i “ma”, lo sappiamo bene, non si va da nessuna parte.

C’è una massima di Benjamin Franklin che sottoscrivo in pieno, “time is money”, tradotta: il tempo è denaro. Non so voi, ma preferisco alleggerirmi il portafoglio, piuttosto che sacrificare il mio limitato serbatoio temporale. Monetizzare il proprio tempo, dunque, non è solo una necessità, ma anche una forma di sanità mentale, se non si vuole vivere nell’autoinganno di credersi: eterni.

Amore “non est disputandum”

Ho un enorme rispetto, stima e ammirazione per chiunque si ami, in tutti i modi in cui è dato amare, che sia l’amore per il Creatore o quello per un’altra creatura, poco importa purché sia amore. C’è da dire che l’Italia è piena di tanti discendenti di Marco Porcio Catone detto il Censore e costoro, lo ammetto, mi danno il voltastomaco. Perché si permettono di criticare i costumi altrui, credendo i loro di costumi inappuntabili anche se magari hanno vite piene di aspetti quantomeno discutibili (si veda alla voce: scheletri nell’armadio).
Se uno sessualmente ha un costume differente dal mio, non vedo chi sia io maschio eterosessuale felicemente coniugato – quindi che ha fatto una scelta ben precisa – per poterlo giudicare. Detengo per caso il Verbo a mio uso e consumo? Questi novelli Catone invece manco a dirlo: sputano anatemi a destra e a manca, con una nonchalance raccapricciante. Il patibolo ideale per le loro esecuzioni spietate è senza dubbio l’onnipotente rete social (da Facebook in giù), da dove si sta bene al sicuro e al calduccio nelle proprie dimore. Già perché questi sputasentenze non hanno nemmeno il coraggio di metterci la faccia mentre danno degli invertiti o dei contro natura – a seconda del lessico più o meno forbito in loro possesso – a chi pratica un amore diverso dal loro. Della serie: lanciano il sasso e tirano indietro la mano. Costoro, discepoli del suddetto Catone, credo soffrano di quella che definisco “sindrome del Padreterno”.
Sono cristiano e come tale mi riallaccio all’insegnamento del mio Maestro, Gesù Cristo, che sull’argomento si è espresso direi a chiare lettere, senza possibilità di equivoco, in difesa di una donna accusata di adulterio: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8,7). Non so voi, ma io non me la sento di scagliare pietre contro nessuno. Se non altro per non essere schiacciato seduta stante da qualche gigantesco asteroide.
Ripeto: stimo, ammiro e rispetto chi si ama. Per quale motivo? Credo che l’amore, più che la bellezza, possa salvare il mondo. Anche se, a rigore di logica, cos’è che si ama dell’altro? Una qualche bellezza che s’intravvede e che attrae. Bellezza, questa, non necessariamente fisica. In fondo la bellezza rimane pur sempre soggettiva e ognuno ha la sua scala valutativa per cui una persona può essere più o meno bella, più o meno attraente di un’altra.
In definitiva: la bellezza soggettivamente percepita accende l’amore, che poi salva. E se la bellezza è soggettiva, lo stesso dicasi per l’amore, che perciò “non est disputandum”.

Secondi a Dio

Se una volta credevo che il più grande mistero è che non c’è nessun mistero, ora credo giusto il contrario: ce ne sono troppi di misteri per non credere in un supremo Guidatore che per vie imperscrutabili – e proprio per questo misteriose per noi – pilota le nostre esistenze.

Siamo tutti secondi a Dio. Ci illudiamo di venire prima di tutto, solo che non è così perché prima di tutto c’è il “Tutto”, che è Dio. Senza di Lui la nostra fragile barca si fracasserebbe sugli scogli. Dio è per noi l’Arca – come quella di Noè – che ci trarrà in salvo, se faremo il non trascurabile sforzo d’inchinarci al cospetto della sua gloria che si manifesta in ogni singolo fenomeno naturale di questo mondo (da qui Spinoza ha ereditato la concezione del suo “Deus sive Natura”).

Dico “non trascurabile” perché questo atteggiamento di secondarietà – o sussidiareità, se vi suona più familiare – è qualcosa che va contro il nostro istinto moderno-contemporaneo di sentirci creature autarchicamente bastanti a noi stesse. Quando l’unica incontrovertibile verità della natura umana è che siamo canne al vento – per usare la metafora romanzesca di Grazia Deledda – in balia dei più elementari agenti di calamità che ci minacciano da ogni parte.

Il nostro sentirci onnipotenti non ci fa vedere la nostra effettiva, disturbante nullità, che può essere compensata soltanto da qualcosa di più grande di noi. E, seguendo la scia già tracciata da Sant’Anselmo, cosa c’è di più grande del nostro Creatore di cui siamo le creature “a immagine e somiglianza”? Tale convinzione è la sola che non poggia le proprie fondamenta sulla sabbia e non ci sono mareggiate che tengono per essa. Il suo nome è “fede”. Avere fede vuol dire proprio questo: credere, con la facoltà dell’intuizione, che la Vita è più forte della Morte. Cristo ce lo ha testimoniato e la nostra massima aspirazione deve essere trasporre – tradurre cioè – questo esempio luminoso nelle nostre gesta quotidiane, elevando e consacrando la nostra vita all’inimitabile imitazione di Cristo.

Si tratta di una conoscenza ossimorica (“inimitabile imitazione” è palesemente un ossimoro), che è la chiave per aprirci un varco nell’altrimenti inaccessibile mistero di Dio. Se una volta credevo che il più grande mistero è che non c’è nessun mistero, ora credo giusto il contrario: ce ne sono troppi di misteri per non credere in un supremo Guidatore che per vie imperscrutabili – e proprio per questo misteriose per noi – pilota le nostre esistenze.

Mi contraddico? Certo! Eppure, leggendo “Del sentimento tragico della vita” di Miguel de Unamuno ho capito una cosa, la più importante – forse – trasmessami dalle mie numerose, eterogenee letture: contraddirsi è la via migliore per crescere e diventare ciò che si è “in potenza”. Saper accettare la contraddizione tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere è il requisito indispensabile per fare pace con se stessi. Solo gli stolti e i fanatici non cambiano mai idea.

Come criceti nella ruota

Come criceti nella ruota siamo condannati a girare e rigirare a vuoto, ma, come ben sanno i criceti, chi si ferma è perduto.

A mio avviso, la parte dello “Zarathustra” più interessante è quella intitolata “La visione e l’enigma”; è intrisa di simboli e senza un cospicuo sforzo interpretativo si capirebbe ben poco, e capire è costruire un senso, malgrado il nonsenso apparente, che è un po’ la chiave della ricerca filosofica nietzscheana. Se la vita è quello che è, che senso ha viverla? Il bello è “cercare” questo senso più che trovarlo, questo c’insegna la filosofia di Nietzsche e più in generale è ciò che dovrebbe inculcarci la filosofia tutta. Checché ne dicano alcuni, per la filosofia pura, quella (socratica) delle origini: la ricerca del sapere è più importante del sapere stesso. Così come la ricerca della verità è più importante della verità stessa.

Se ve la devo dire tutta, io per primo non mi accontento di questa ricerca. Quando, però, tento di andare oltre e mi metto a caccia di risposte, mi rendo conto che sto flirtando con la teologia, a discapito della filosofia. E in questo sono poco nietzscheano, il relativismo dei valori e della verità non mi basta. Perciò credo che la Verità (con la maiuscola), a cercare bene, ci sia, ma credo pure che il percorso filosofico-avventuroso del relativismo nietzscheano sia stimolante, malgrado sia convinto – in ultima analisi – che Nietzsche avesse torto.

Il buon “Federico” è un filosofo che va apprezzato a piccole dosi: dargli troppo retta può nuocere a sé e agli altri. Ascoltarlo “quel tanto che serve” ritengo sia un vero toccasana e le sue massime, i suoi aforismi un balsamo per l’anima afflitta dell’uomo di ogni luogo ed epoca. Perlomeno gli esiti nefandi dell’influenza nietzscheana sul Nazismo m’inducono a pensare questo.

Con ciò cosa voglio dire, che Nietzsche era nazista? Certamente no anche per la semplice evidenza che quando lui è morto, nel 1900, Hitler ha solo undici anni. Ad ogni modo, mentirei se affermassi che la sua filosofia non contenga la scintilla del nazismo. D’altra parte, però, sento di poter perdonare il suo antisemitismo – il suo bersaglio polemico è San Paolo, basti leggere “L’Anticristo” per rendersene conto – in quanto, che lo abbia voluto o meno, persino lui che si considerava tanto “inattuale” in questo, nell’antisemitismo appunto, fu fin troppo “attuale”, intendendo con ciò figlio della sua epoca malata.

D’altronde, ogni epoca ha il suo male. Qual è la malattia della nostra epoca? Il capitalismo. Un male spirituale prima che economico, il cui sintomo più evidente e preoccupante è: l’avidità. Ammettendo questo, non mi schiero però con Marx, poiché la storia ci ha mostrato l’inefficacia dell’antitesi comunista, che vorrebbe sconfessare il capitalismo su basi economiche, mentre io credo si dovrebbe combatterlo e criticarlo per la sua miseria spirituale, per il modo in cui ci ha tramutati tutti in bestie simili all’animale mitologico denominato Caradrio, che mangiano e defecano simultaneamente in preda a un’insaziabilità divorante. All’orizzonte di cure comprovate per arginare questo male non se ne vedono, semmai s’intravvedono solo sperimentazioni palliative, capaci di attenuare i sintomi senza operare però sulle cause che li hanno originati; non credo infatti alla possibilità di riuscita di decrescite felici, per quanto le adoro e ne condivido i principi basilari.

Io una sintesi che potrebbe funzionare l’avrei in mente e non brilla di certo per originalità (d’altronde è mia opinione che, filosoficamente parlando, l’originalità è sopravvalutata), ma non per questo è meno rivoluzionaria nel senso più autentico del termine, intendendo con rivoluzione l’etimo latino “revolvere”, che significa “tornare indietro”. A che cosa? Al Cristo dei “Vangeli”. Non so voi, ma nonostante abbia studiato autori su autori, non ho trovato niente di più rivoluzionario del comandamento di Cristo, che così sintetizzo: “Ama i tuoi nemici”.

Nonostante non ne sia capace, ammiro più di ogni altro chi riesce a fare di questo comandamento evangelico il suo imperativo categorico. Se tutti diventassimo capaci di questo, non vi sarebbero più guerre, ma la pace regnerebbe sulla Terra. Con i “se”, però, non si fa neanche un metro di strada.

Fra tutti gli amori, quello per i nemici mi resta difficile da digerire sia a livello intellettuale sia viscerale. Lo confesso, non sono ancora pronto a farlo mio. Chiamo in causa Kierkegaard, secondo il quale si possono rintracciare tre stadi esistenziali: quello estetico, quello etico e quello religioso. Be’, direi che io sono fermo al secondo. Per amare i nemici occorre raggiungere il terzo, che – in tutta franchezza – credo sia riservato a una ristrettissima minoranza. Ed è questo il problema, che rende la kantiana “pace perpetua” una grandiosa idea, poco praticabile però. Dire che lo è “poco” non equivale a dire che non lo sia affatto. Dunque, credo che sia impossibile realizzarla? No. Credo allora che sia improbabile? Sì. Perché per renderla possibile bisognerebbe che ogni uomo arrivi ad amare il proprio nemico e sia da quest’ultimo riamato dello stesso amore. Facile, no? Come bere un bicchiere d’acqua, che, a proposito, si può sapere com’è: se mezzo pieno o mezzo vuoto?

Di fronte a problematiche del genere rimpiango di non essere un orientalista, che facilmente risponderebbe: il bicchiere è sia pieno sia vuoto. Vuoto e pieno sono le due facce di un’unica medaglia. Perciò mi sento di rispondere: il bicchiere è mezzo pieno fino a che non ne bevi il liquido, da quando cominci a berlo diventa mezzo vuoto, però vuoi mettere, almeno ti disseti, anche se poi ti viene voglia di riempirlo di nuovo.

Qual è la morale? Che la vita è una coazione a ripetere e ne sapeva qualcosa Sisifo, costretto a far rotolare la pietra giù dalla rupe per poi ricaricarsela, riportarla di nuovo su in cima e farla rotolare giù ancora e ancora.

Vi ha fatto venire in mente qualcosa Sisifo? A me sì, la ruota di un criceto, che gira e rigira fino a che non muore, se non fosse che quel povero Sisifo è condannato all’eterna ripetizione.

Ebbene? Come criceti nella ruota siamo condannati a girare e rigirare a vuoto, ma, come ben sanno i criceti, chi si ferma è perduto.