Preveggenza = saggezza

Da parte sua, Machiavelli suggerisce di essere previdenti perché, com’è risaputo, “prevenire è meglio che curare”. Per chi è solito non prevenire, Machiavelli avverte: “Avviene quel che i medici dicono a proposito della tisi, che all’inizio è facile da curare ma difficile da diagnosticare, e che col passar del tempo, non essendo stata all’inizio né diagnosticata né curata, diventa facile da diagnosticare e difficile da curare.”

Ne “Il principeMachiavelli sostiene che “[…] l’imprevidenza può indurre gli uomini a scegliere cose che al momento hanno buon sapore, e all’interno sono ripiene di veleno.” (MACHIAVELLI, N., Il principe, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 143.) Per comprendere più a fondo queste parole, si tenga conto di questa attualizzazione. S’immagini di trovarsi in un Paese in quarantena per il dilagare di un imprevedibile quanto pericoloso virus. Gli abitanti sono invitati dagli esperti virologi a restarsene nelle loro case per rallentare quantomeno il preoccupante numero di contagi. In barba alla raccomandazione degli esperti e in preda ai morsi di una lancinante crisi di solitudine, alcuni decidono di ritrovarsi nella piazza principale della loro città per esorcizzare tutti insieme la paura. Fanno bene o fanno male? Se si tiene conto di quanto afferma Machiavelli a proposito di gustare un cibo dal “buon sapore”, ma dall’effetto velenoso, si direbbe proprio che commettano un errore madornale.

Da parte sua, Machiavelli suggerisce di essere previdenti perché, com’è risaputo, “prevenire è meglio che curare”. Per chi è solito non prevenire, Machiavelli avverte: “Avviene quel che i medici dicono a proposito della tisi, che all’inizio è facile da curare ma difficile da diagnosticare, e che col passar del tempo, non essendo stata all’inizio né diagnosticata né curata, diventa facile da diagnosticare e difficile da curare.” (p. 63)

Su questo tema – forse perché memore che “repetita iuvant” – Machiavelli ritorna in più punti de “Il principe”. Sulla stessa lunghezza d’onda vi è pure quest’altro brano: “[…] il principe che non individua il male fin dal suo primo manifestarsi non è veramente saggio. Ma questa capacità è concessa a pochi. E se si volesse cercare la prima causa della rovina dell’impero romano, la si troverebbe nel fatto che esso cominciò ad assoldare i Goti” (p. 143).

Verrebbe da chiedersi: cosa se ne fa dell’istinto di sopravvivenza l’essere umano destinato comunque alla lunga – nella più fortunata delle ipotesi – a non sopravvivere? Obiezione alla quale si può rispondere in due modi. Il primo è per allungarsi la vita rimandando il più in là possibile la propria dipartita, della serie: non è mai ora per la propria “ora”. Il secondo è per continuare a sopravvivere nei propri discendenti; ciò se non altro per confortare il singolo che le sue gesta verranno ricordate da altri che verranno dopo di lui. Tutto considerato, si può convenire che quest’ultima ipotesi è pur sempre più auspicabile di quella opposta: la “damnatio memoriae”.

Machiavelli al tempo del coronavirus

Nel caso di una pandemia mondiale né l’esempio storico di Kutuzov e nemmeno quello di Quinto Fabio Massimo porterebbero a risultati apprezzabili: temporeggiare sarebbe il peggiore dei mali possibili. E allora qual è l’atteggiamento più consono, più machiavellico per risolvere problemi reali e non astratti, che è ciò che esattamente si prefigge un politico? In altri termini, come affrontare da discepoli realisti di Machiavelli il gravoso momento presente condizionato dal dilagare del coronavirus?

Per comprendere appieno il controverso autore de “Il principe”, ritengo più plausibile adottare una linea interpretativa che distingua tra l’uomo Machiavelli, da una parte, e il filosofo Machiavelli, dall’altra. L’uomo Machiavelli è stato tutto fuorché l’accezione che, nel corso dei secoli, è stata assegnata all’aggettivo “machiavellico”, vale a dire: malvagio, doppiogiochista, cospiratore, intrigante, insomma, capace di qualunque scelleratezza pur di tenere saldamente il potere o accrescerlo. Infatti, andando a guardare la sua biografia, non si trovano conferme che avesse simili tratti caratteriali. Il filosofo Machiavelli, invece, è stato il massimo teorizzatore del realismo politico, ovvero di un certo modo di pensare e fare politica: il modo di chi crede che, a volte, per ottenere un bene più grande occorra scendere a compromessi con la propria coscienza.

A discolpa di Machiavelli, va detto che l’idealismo morale e politico, di stampo kantiano, alla lunga potrebbe essere più nocivo del realismo machiavellico. Agire secondo la propria massima morale, darsi un imperativo categorico e non muoversi di un millimetro dalle proprie posizioni è un atteggiamento tanto nobile quanto estremistico. Perché?

Si prenda il problema del carrello ferroviario ideato dalla filosofa Philippa Ruth Foot nel 1967. Si tratta di un esperimento mentale molto noto. Il carrello sta per trucidare cinque persone intrappolate su un binario. Un uomo assiste alla scena e, decidendo di abbassare la leva dello scambio, potrebbe fare in modo che il carrello devi su un altro binario dove però è incastrata una persona che in tal caso morirebbe, a seconda delle versioni: un operaio o una bambina. Che fare in una situazione del genere? Meglio tirare la leva del treno e lasciare che muoia una persona, o non fare niente ottenendo come risultato la morte di cinque persone? Se si è kantiani fino al midollo e ci si è ripromessi di salvaguardare la vita propria e altrui in ogni circostanza, non si muoverebbe un dito e si permetterebbe che avvenga un danno maggiore, perché in nessun caso si ammetterebbe l’ipotesi di concedere un male minore. Se si decidesse d’intervenire, d’altra parte, si contravverrebbe alla massima morale kantiana di agire in maniera tale da non nuocere ad anima viva e con ciò si tradirebbe anche l’imperativo categorico “non uccidere”. Ancora oggi i filosofi si arrabattano nel provare a risolvere questo dilemma etico che – per definizione – appare ed è irrisolvibile. Sarebbe facile se rimanesse soltanto una questione teorica, ma così non può essere per un medico – per esempio –  che in particolari circostanze – purtroppo attuali – deve decidere quale vita salvare, o per chi ha un ruolo politico ed è chiamato a prendere delle decisioni riguardanti la collettività, ad agire “hic et nunc”. Non è più teoria, bensì routine.

In politica non fare niente è già fare qualcosa, significa temporeggiare. A volte questo produce successi incredibili. Si pensi al generale Kutuzov, artefice con la sua tattica attendista della disfatta dell’esercito napoleonico durante la campagna di Russia, oppure a Quinto Fabio Massimo, che tenne lontano da Roma il condottiero cartaginese Annibale impegnandolo in battaglie diversive in giro per la penisola. Altre volte però temporeggiare è la peggiore delle opzioni, perché non fare niente porterebbe a danni irreparabili, mentre intervenire con tempestività e decisione, anche con misure antipopolari, potrebbe limitarli.

Nel caso di una pandemia mondiale, né l’esempio storico di Kutuzov e nemmeno quello di Quinto Fabio Massimo porterebbero a risultati apprezzabili: temporeggiare sarebbe il peggiore dei mali possibili. E allora qual è l’atteggiamento più consono, più machiavellico per risolvere problemi reali e non astratti, che è ciò che esattamente si prefigge un politico? In altri termini, come affrontare da discepoli realisti di Machiavelli il gravoso momento presente condizionato dal dilagare del coronavirus?

Come il signor Wolf di “Pulp Fiction”, un realista machiavellico “risolve problemi” e sa bene che, per ogni situazione, c’è una soluzione diversa. Un conto è filosofeggiare a vuoto, un conto è farlo per decidere. Machiavelli promuove una filosofia politica finalizzata a prendere decisioni. Per questo “Il principe” si profila come un manuale per decisori, cioè per politici. Kant filosofeggia per altri filosofi come lui, che s’interrogano sull’uomo astratto, ideale, lontano anni luce dall’uomo reale, concreto. Chi la pensa come Kant e ha una posizione estrema sulle questioni morali e politiche, non conosce mezze misure, né quello spirito di adattamento necessario per prendere decisioni giuste, anche – e soprattutto – nei momenti più difficili.

Mi dispiace dirlo, ma l’idealismo kantiano incoraggia un atteggiamento estremistico, per quanto nobile e lodevole in teoria, che – alla prova dei fatti – potrebbe risultare più dannoso dello spietato realismo machiavellico.

Gli estremismi, persino se buoni nelle intenzioni – com’è il caso dell’estremismo morale kantiano – sono nocivi perché creano disequilibri, che sono la condizione all’origine dei conflitti si sa quando cominciano, ma non quando finiscono. Il pensiero di Machiavelli è figlio della politica dell’equilibrio sancita dalla pace di Lodi del 1454. In essa si riconosceva la sostanziale incapacità di ciascuno degli Stati italiani del Quattrocento di prevalere in maniera netta e incontestabile sugli altri. Da ciò è derivata una politica di sostanziale equilibro, di compromesso insomma. In uno scenario del genere ogni idealismo si sarebbe rivelato nella migliore delle ipotesi inconcludente, nella peggiore disastroso.

In generale, è convinzione dei realisti di oggi che l’idealismo sia stato un ideale politico storicamente fallimentare in ogni epoca. Ciò perché gli uomini nobili sono un’eccezione che conferma una regola: la maggior parte degli uomini è buona o cattiva a seconda delle convenienze del momento, perlopiù però è cattiva. Capire questa spiacevole verità è la chiave per stabilire quei principi utili per governare altri esseri umani. Dopo averli capiti e stabiliti c’è però un ulteriore passaggio da compiere: avere la forza del leone e la scaltrezza della volpe per attuarli.

La filosofia del Drugo

Il Drugo è un debosciato o un maestro zen? Trovo la seconda ipotesi più corretta. Perché? Il Drugo abbraccia la logica paradossale degli orientali e si tiene alla larga dalla logica aristotelica degli occidentali imperniata sul principio di non contraddizione, che rinnega, proprio come Nietzsche.

Chi è il Drugo? Così come Jeff Bridges rispondo: “Io sono il Drugo!”. E lo siete anche voi se… amate prenderla come viene perché tanto, si sa, la vita è una giostra impazzita e bisogna assaporarla finché si è vivi… apprezzate la trinità drughiana, ovvero, quattro chiacchiere con gli amici, una birretta e una partitella a bowling, va bene però qualsiasi altro sport… adorate uscire di casa in pantofole o sandali o ciabatte 365 giorni l’anno… non vi scandalizza l’idea di andare al supermercato in vestaglia giusto per rifornirvi della vostra marca di birra preferita. Se avete fatto o fareste queste cose, be’, siete dei Drughi anche voi e vi meritate di rivedervi “Il grande Lebowski”, film capolavoro dei fratelli Coen. E se non vi basta e siete curiosi di sapere cos’hanno in comune Drugo e Nietzsche, vi consiglio di leggere il mio “Filosofi da Oscar”, libro che fa dialogare filosofia e cinema; un libro di filosofia per non accademici, ovvero che può essere letto e anche capito – si spera – da gente solo curiosa di filosofia, che ha avuto modo di degustarla a qualche festival estivo, che l’ha studiata al liceo – o avrebbe voluto ma ha fatto un’altra scuola – e vorrebbe riprenderla; insomma, chiunque abbia voglia di andare un po’ più a fondo delle questioni ed è stufo di rimanere fermo alla superficie (la superficialità è un vestito che ad alcuni sta più scomodo che ad altri).
Filosofi da Oscar” vuole essere un inno a una filosofia per tutti (e non solo per qualcuno). Perché poi, diciamocelo, il problema della filosofia è che si è sempre presa troppo sul serio e anche se è una cosa dannatamente seria – forse proprio per questo – ogni tanto i filosofi dovrebbero rilassarsi un po’ e “prenderla come viene”, alla maniera del Drugo.
Il Drugo è un debosciato o un maestro zen? Trovo la seconda ipotesi più corretta. Perché? Il Drugo abbraccia la logica paradossale degli orientali e si tiene alla larga dalla logica aristotelica degli occidentali imperniata sul principio di non contraddizione, che rinnega, proprio come Nietzsche. La verità è bianca o nera? Dipende se si è o no juventini (per me è bianconera per esempio). Battute a parte, secondo Aristotele o è bianca o è nera. Ma lo è pure per Nietzsche e per il Drugo e per tutti quelli che la prendono come viene. Il “prenderla come viene” è il leitmotiv filosofico de “Il grande Lebowski”.
Cosa accomuna Drugo a Nietzsche? Il “prenderla come viene” del primo fa il paio con “l’amor fati” del secondo. Scegliere il proprio destino e amarlo. Perché lottare contro la corrente se è tanto bello lasciarsi trasportare da essa? Certo, purché si scelga in quale corrente nuotare o affogare. Per esempio: scegli che il tuo destino è essere un tennista, allora devi pure amarlo al punto da non metterti – che ne so – a fare l’avvocato o il fornaio. Lo stesso dicasi per il suddetto avvocato o fornaio, che non deve deviare dal proprio percorso esistenziale mettendosi a fare il tennista. In altre parole: seguire sempre la corrente. Ovunque vi porterà andrà più che bene, perché è là che da sempre volevate andare.
Ora, strano a dirsi, “Il grande Lebowski” è uno di quei film che possono non piacere alla prima visione, già alla seconda o alla terza risulta più convincente, come mai? Perché il Drugo tira fuori il lato trash che vi è in noi, che rinneghiamo ma che alla fin fine… non ci dispiace.
Apprezzare il Drugo significa essere giunti a una nobile verità: l’abito non fa il monaco. E il monaco non fa l’abito (a quello ci pensa il sarto). Di solito, i più loschi individui indossano giacca e cravatta; sono dei piazzisti spregiudicati e vogliono rifilarti titoli tossici; solo per via di un terribile equivoco vengono chiamati affaristi e non criminali, come meriterebbero.
Chi apprezza il Drugo, non può non apprezzare anche Nietzsche, che è stato un grande Drugo della storia. Dietro a quei baffoni enigmatici celava la saggezza del tipo che sa “prenderla come viene”, tenendo botta, nonostante una vita tutt’altro che “rosa e fiori”. Ma proprio in questo sta la sua grande saggezza: Nietzsche – come ogni grande Drugo prima e dopo di lui – ha amato il suo destino (questo è il senso della rivisitazione nietzscheana del concetto di “amor fati”); ha saputo accettare come pochi la solitudine e l’incomprensione, entrambe riservate in vita ai grandi geni. Il suo merito è stato quello di averci fatto guardare dentro all’abisso, che a sua volta ha finito poi per rimirare dentro di noi. E cosa ci ha trovato? Niente che a noi sia estraneo, solamente: il bene e il male, ovvero, il meglio e il peggio di cui l’uomo è capace.

Cosa occorre per fare di uno studente un buon cittadino?

Questa società di rado ci abitua a pensare che è colpa nostra, bensì che è molto più conveniente incolpare gli altri in quanto facili capri espiatori; scarico di responsabilità che – spesso – affonda le radici nelle famiglie; gli zii dicono che la colpa è dei nonni, i nonni sostengono che è dei genitori, i genitori che è dei professori. Insomma, è tutto un patetico scarica-barile, che non aiuta per niente i ragazzi; loro soltanto è il merito o il demerito dei risultati ottenuti.

Sapete cos’è la sindrome del “docente amico”? Quell’atteggiamento proprio di quei professori che tendono a credere meglio alle lamentele degli studenti piuttosto che alla buona fede dei colleghi. Ecco, se devo essere onesto, a me non piace. Con questo non voglio dire che fra colleghi bisogna avere uno smisurato spirito di corpo che ti porti a dare la ragione a qualcuno solo perché fa il tuo stesso mestiere, questo no di certo; oltretutto, una simile solidarietà a prescindere dalle singole casistiche è più da stupidi che da persone intelligenti.
Nei limiti di una tranquilla e pacata conversazione, in passato mi è capitato di dissentire con l’operato di qualche collega. Malgrado ciò, le mie idee differenti gliele ho sempre dette in faccia, perché confido di avere innumerevoli difetti tranne quello di essere una persona sleale. A conti fatti, per quel che ho potuto constatare dalla mia esperienza d’insegnamento: hanno più ragione i colleghi degli studenti.
Dopo un’attenta analisi, la maggior parte delle critiche degli studenti – mi guardo bene dal dire la totalità – si rivelano “strumentali”. Un esempio a scelta: il voto non soddisfacente che suscita immotivata indignazione nello studente. Perché “immotivata”? Questa società di rado ci abitua a pensare che è colpa nostra, bensì che è molto più conveniente incolpare gli altri in quanto facili capri espiatori; scarico di responsabilità che – spesso – affonda le radici nelle famiglie; gli zii dicono che la colpa è dei nonni, i nonni sostengono che è dei genitori, i genitori che è dei professori. Insomma, è tutto un patetico scarica-barile, che non aiuta per niente i ragazzi; loro soltanto è il merito o il demerito dei risultati ottenuti.
Attribuirsi la responsabilità di qualche mancanza è sintomo di maturità. Poi è lecito domandarsi: ma come possono i figli essere maturi se i loro genitori non lo sono? Sapete qual è il colmo per un professore? Quando ti accorgi di avere davanti un genitore più immaturo del figlio, in occasione dei colloqui con le famiglie. A quel punto ti capita di rivalutare quel ragazzo, guardarlo sotto un’altra lente d’ingrandimento e capirlo anche meglio, non dico giustificarlo perché per me rimane comunque – in minima o maggiore parte – responsabile del proprio operato.
In generale, devo confessare che non sopporto le falsità che si dicono pur di non prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Contro il vizio della menzogna, credo che noi docenti dovremmo essere instancabili nel rimarcare il valore imprescindibile dell’onestà. Rimango dell’idea che la Scuola debba essere un’agenzia educativa, seconda solo alla famiglia; quest’ultima ha ovviamente più importanza perché è lì che in teoria – dico “in teoria” perché ci sono famiglie e famiglie – i ragazzi trascorrono la maggior parte del tempo e si formano diventando ogni giorno un po’ più grandi. A tal proposito, credo che più tardi si cominci a fare leva sul senso di onestà, di responsabilità degli alunni e meno possibilità questi ultimi avranno di sviluppare tali doti.
Onestà e responsabilità, ecco cosa occorre per fare di uno studente un buon cittadino.

Corso di CineFilosofia

Sono aperte le iscrizioni al CORSO DI CINEFILOSOFIA (II edizione), che prenderà il via il prossimo 24 FEBBRAIO 2020 presso la Biblioteca Zavatti di Civitanova Marche. Il ciclo di tre incontri, tenuto dal Professore Marco Apolloni – docente di Filosofia e Storia – avrà cadenza settimanale, dalle ore 18 alle 20. Partendo dal saggio “FILOSOFI DA OSCAR”, il docente stuzzicherà la curiosità dei presenti – siano essi cultori della disciplina o meno – verso la filosofia. Come suggerisce il titolo, il libro propone un accostamento tra la filosofia e il cinema e, attraverso la presentazione di pellicole famose, Apolloni proporrà alcune “riflessioni filosofiche” su temi universali e sempre attuali. Per info/prenotazioni: 333.3495829 – marcoapolloni83@gmail.com. Si tratta di una seconda edizione del corso, tuttavia il non aver partecipato alla prima non preclude l’iscrizione a questi nuovi appuntamenti, dato che verranno approfonditi argomenti diversi.

Meglio antipatico che incompetente

Un’inclinazione erronea da combattere nei propri studenti è il vittimismo, che li porta – a volte – a far dire loro bugie che hanno “le gambe corte” e che il meno dotato degli azzeccagarbugli potrebbe facilmente sconfessare. Nel corso degli anni ne ho sentite di lamentele su colleghi che – per esempio – non fornirebbero motivazioni dopo avere assegnato un voto. In tutta franchezza, faccio fatica a immaginarmi un collega che non motiva un proprio voto. Può darsi che gli studenti confondano il dare una motivazione, che loro “non” accettano, con il non darne alcuna.

Hanno ancora un senso i voti? Comincio col rispondere che “un senso” per me ce l’hanno ed è quello di stimolare il miglioramento senza il quale ogni giorno non saremo spinti a fare meglio del giorno prima e così via. Questa tendenza a farci migliorare è ciò che salverei del voto.
Un’inclinazione erronea da combattere nei propri studenti è il vittimismo, che li porta – a volte – a far dire loro bugie che hanno “le gambe corte” e che il meno dotato degli azzeccagarbugli potrebbe facilmente sconfessare. Nel corso degli anni ne ho sentite di lamentele su colleghi che – per esempio – non fornirebbero motivazioni dopo avere assegnato un voto. In tutta franchezza, faccio fatica a immaginarmi un collega che non motiva un proprio voto. Può darsi che gli studenti confondano il dare una motivazione, che loro “non” accettano, con il non darne alcuna. Magari questi docenti avranno dato loro una motivazione più o meno stringata, ciononostante loro polemizzano e allora vanno in giro a calunniare il singolo docente. Questa è una cosa che proprio non sopporto, lo confesso. Anche perché gli studenti che te lo raccontano – di solito – cercano il tuo appoggio esterno, che io mi guardo bene dal prestare perché “fino a prova contraria” do ragione e tendo a credere ai miei colleghi, vista la natura – spesso – “strumentale” delle lamentele degli studenti che nove volte su dieci coincidono con un brutto voto.
Come insegna l’etica di Aristotele, la verità sta nel mezzo. Cosa voglio dire? La ragione – di solito – non ce l’ha mai al cento per cento una sola parte; magari una parte ha più ragione dell’altra, non è insolito però che colpe e meriti siano condivisi. In fondo la giustizia stessa – così come dovrebbe essere concepita in un paese civile e democratico – ci invita a credere “fino a prova contraria” alla non colpevolezza di un presunto reo, si chiama: “presunzione d’innocenza”. E non utilizzare questa forma di cortesia con un collega, non concedendogli quantomeno la “presunzione d’innocenza”, oltre a essere un comportamento scorretto, mi pare anche chiaro indizio di giustizialismo.
Ammetto di non nutrire simpatia alcuna per delatori e forcaioli che – talvolta con la bava agli angoli della bocca – chiedono di far saltare teste a destra e a manca al solo fine di salvare la loro di testa. La Rivoluzione francese dovrebbe pur averci insegnato qualcosa… un conto è la giustizia e ben altro paio di maniche è il giustizialismo. Motivo per cui “fino a prova contraria” credo alla buona fede di un collega e solo in caso di prova schiacciante ai suoi danni sono disposto a riconoscerlo colpevole; la prova in questione dev’essere però incontrovertibile. Cosa intendo per “incontrovertibile”? Dimostrata coi fatti e non con le chiacchiere, perché a chiacchierare alle spalle sono tutti bravi, quando si tratta però di portare dei “fatti” a supporto, solo in pochi si fanno avanti (ammesso e non concesso che si facciano “avanti”).
Dunque, di chi è la colpa del brutto voto dato ai nostri eccezionali figli, dei docenti forse? No, fino a prova contraria. Poi le eccezioni ci sono, altrimenti non avrebbe più senso la regola. La norma però parla chiara: i docenti sono esseri umani che possono sbagliare, ma se – in effetti – lo fanno è quasi sempre in buona fede. Come dicevano quei gran filosofi dei miei nonni: “Solo chi non alza mai un dito, non sbaglia mai”. Purtroppo, essendo umani, quel “quasi sempre” comprende alcune eccezioni, ma da qui a farmi credere a tutte le malefatte che sento dire dei miei colleghi, troppo ce ne vuole. Tra l’altro non sono così ingenuo da credere di non essere mai stato vittima io stesso di simili calunnie. Fare il professore e dover mettere dei voti rende simile a un arbitro di calcio: come sa bene chi frequenta gli stadi, ogni tanto qualcuno lo si scontenta, è inevitabile direi. Inoltre, non ambisco a ottenere l’unanimità dei consensi attorno alla mia persona; se lo facessi significherebbe che sarei un totalitarista incline a promuovere il culto della mia persona. Per quanto nutra stima nei confronti di me medesimo, certi giorni non mi vado per niente a genio; dunque, mi guardo bene dal voler suscitare unanimi simpatie. E poi, a dirla tutta, per quanto la simpatia giovi, un professore così come un dottore, un politico, un uomo di legge, un parrucchiere, un cuoco – e qualsiasi altro mestierante che non ho menzionato – non dev’essere per forza di cose simpatico, purché sia bravo. Solo la bravura è davvero richiesta nell’esercizio di una professione. La simpatia è accessoria, sopravvalutata e vi dirò di più: meglio antipatico che incompetente.

Dallo zero al dieci

Un bel voto – è inutile negarlo – è una gradita iniezione di autostima anche per il docente che lo mette, perché “potrebbe” significare che ha lavorato bene. Poi è ovvio che il dieci inteso come perfezione assoluta non ha senso, nessuno studente – così come nessun professore – offre la prestazione perfetta, infallibile. Come esseri umani siamo tutti imperfetti, fallibili. Tutti potevamo fare meglio. Persino Dante poteva scrivere meglio certi passaggi della “Divina Commedia”. Blasfemia? Semplice ammissione di umanità.

Nel recente passato mi è capitato di intrattenere un’edificante chiacchierata con un mio collega secondo il quale dare dieci non avrebbe senso, perché equivarrebbe a dire allo studente che è stato perfetto e, di conseguenza, lo indurrebbe a montarsi troppo la testa. Trovo questa argomentazione del collega poco convincente, perché il dieci a volte serve proprio per incoraggiare un ragazzo che ha una spiccata propensione per la tua materia, ha stoffa insomma, e tu dandoglielo vuoi invogliarlo a mantenere questo standard elevato.

Ci tengo a precisare che mi capita di mettere in guardia ogni studente a cui do dieci, che – sarà pure scontato ma credo sia bene ribadire – con me non vale la regola del “dieci una volta, dieci per sempre”. Ogni volta gli darò il voto che si merita, anche dovesse essere quello che per me è il minimo, ossia tre. Come se non bastasse, quelle rare volte in cui do dieci puntualizzo allo studente beneficiato che questa valutazione non implica che ha fatto una prova perfetta; in quanto esseri “umani”, cioè “fallibili”, il massimo a cui possiamo ambire è essere “perfettibili”, no di certo all’impossibile perfezione con cui la nostra natura di esseri “limitati” fa a pugni. Se attribuisco il voto più alto è perché apprezzo le prestazioni di spessore, dove lo studente mi dimostra di cavarsela per via di un’esposizione particolarmente brillante, forbita e appassionata; soprattutto in quest’ultimo caso, mi sembra un’eresia inaccettabile non premiare chi ti dimostra di avere passione unita alle competenze/abilità/conoscenze per la tua disciplina.

Un bel voto – è inutile negarlo – è una gradita iniezione di autostima anche per il docente che lo mette, perché “potrebbe” significare che ha lavorato bene. Poi è ovvio che il dieci inteso come perfezione assoluta non ha senso, nessuno studente – così come nessun professore – offre la prestazione perfetta, infallibile. Come esseri umani siamo tutti imperfetti, fallibili. Tutti potevamo fare meglio. Persino Dante poteva scrivere meglio certi passaggi della “Divina Commedia”. Blasfemia? Semplice ammissione di umanità.

Ciò detto, quando a noi professori si presentano casi – e ce ne sono – di alunni palesemente meritevoli, credo sia sbagliato non assegnare loro il voto massimo, che vuole anche servire loro da incoraggiamento, da sprone a continuare a meritarselo, a ogni interrogazione o verifica successiva. Mi è capitato durante lo stesso anno scolastico di dare un tre e un dieci a uno studente. Che dire, difendo il mio operato e sostengo che entrambi i voti se li sia meritati. Motivo per cui: perché non avrei dovuto darglieli? Dopo il tre avrei dovuto farmi condizionare nelle valutazioni successive? Non credo proprio, infatti non l’ho fatto. Sono stato bravo ad agire così? No, penso solo di essere stato onesto, né più né meno.

In ultima analisi, così come rivendico la mia scelta di optare per una scala valutativa che va dal tre al dieci, al contempo difendo – applicando il principio della tolleranza tanto caro a Voltaire – quei colleghi che per ragioni loro – che starà a “loro” motivare – hanno una scala di valutazione che va dallo zero al dieci.