Sopravvivere non può bastarci

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male.

Voglio riportare un passaggio interessante di “Dopo il Covid-19”, breve ma ricco instant book di Leonardo Caffo. “E se il mondo che seguirà sarà un mondo in cui la libertà conterà più del rischio di perdere la vita? Se vivere diventasse, improvvisamente e dopo il Covid-19, più interessante che sopravvivere? Presto o tardi, anche se la nostra società ci ha completamente diseducati ad affrontare il tema della morte, tutti quanti dobbiamo morire: siamo sicuri che questa vita lunghissima ma vuota per cui stiamo lottando adesso valga più di una vita intensamente breve?”

Chi ha qualche dimestichezza con la filosofia, non può non scovare in questo passo l’influenza senecana. C’è tanto del “De brevitate vitae” di Seneca in questo discorso di Caffo. Ciò non è affatto un difetto. Sono intimamente convinto che filosofare sia “con-filosofare”, come vuole Karl Jaspers, vale a dire: un “filosofare con” chi vive il nostro tempo, ma anche con chi ci ha preceduti e con chi ci succederà. Motivo per cui in filosofia l’originalità è impensabile. Riferirsi ai filosofi precedenti è indispensabile per chiunque filosofi oggi ed è incoraggiante sapere che chi verrà dopo rifletterà “insieme a noi” in un circolo virtuoso, ininterrotto del pensiero.

Precisato questo, la stessa timida critica che rivolgo a Seneca, di riflesso la muovo anche a Caffo, ossia: c’è un sentore di “carpe diem” tanto caro ai Latini nel brano sopra riportato. Come insegna il “Faust” di Goethe, s’illude chi crede di poter cogliere l’attimo. Si può godere l’attimo, assaporare il presente solo proiettandosi nel futuro che non sta davanti a noi, come alcuni credono in maniera del tutto erronea, bensì alle nostre spalle e da lì ci sorprenderà in ogni caso, su questo possiamo stare certi. In realtà, il Covid-19 ci palesa quella che dovrebbe essere un’ovvietà per noi umani: la prevedibile imprevedibilità sia in positivo sia in negativo del futuro. Perché “prevedibile imprevedibilità”? Non amo gli ossimori, ma in questo caso credo sia calzante definire “prevedibile” un futuro che per tutti riserva lo stesso tragico traguardo, la morte, altrettanto ritengo sia sensato parlare di “imprevedibilità”, perché come vivremo nel futuro e come trapasseremo anche – per fortuna – non ci è dato saperlo con precisione. Per quanto oggi esistano figure d’intellettuali che si fanno chiamare “futurologi”, in tutta franchezza credo che il futuro saprà sorprendere anche la più acuta delle previsioni “futurologiche”. Fra tutti, trovo più giusto quell’atteggiamento nei confronti del futuro di chi intende farsi cogliere affaccendati dalla morte, magari mentre si piantano i cavoli in giardino, come insegna Montaigne.

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male. In questo forse rimango un ottimista antropologico, come Rousseau, seppure convinto con realismo che, per quanto bene intenzionato, come ha rilevato Freud, nell’uomo agiscono due impulsi opposti: uno costruttivo, di vita, Eros; un altro autodistruttivo, di morte, Thanatos. La questione cruciale credo sia riuscire a tenere a bada il secondo a vantaggio del primo. Il guaio è che, a partire dalla seconda rivoluzione industriale in poi, con l’avvento della società capitalistica otto-novecentesca, si è avuto un trionfo dell’impulso di morte, che è ora di combattere e sconfiggere prima che finisca di scavarci la fossa; non solo le due guerre mondiali del Novecento, ma pure lo sfruttamento “illimitato” delle “limitate” risorse del Pianeta sono tutte prove lampanti dell’insano trionfo autolesionista del capitalismo odierno.

Malgrado molti scienziati e filosofi ne denuncino gli effetti e le cause, i politici (i neoconservatori e persino alcuni liberal-democratici) sempre meno considerano scienziati e filosofi che mettono in guardia da certi comportamenti predatori ai danni del Pianeta e di tutti quelli che ci abitano (compresi loro), mentre gli stessi politici se ne stanno in ammirante ascolto degli oracoli di oggi, gli economisti, alcuni dei quali (i neoliberisti), con i loro sciagurati consigli, ci hanno condotti a un punto di non ritorno con la paziente quanto inflessibile Madre Natura, che sa tanto di resa dei conti finali. Ci illudevamo di rimpallare il problema delle conseguenze del nostro sfruttamento alle future generazioni, mentre ora comincia a essere chiaro a molti – non ancora a tutti – che riguarda anche e soprattutto noi. Dico “soprattutto” perché ha ragione da vendere Caffo a sostenere che, se non ci rimbocchiamo le maniche noi per primi, potrebbero non esserci più altre generazioni dopo la nostra. Tocchiamo tutto quello che c’è da toccare, per scaramanzia, ma di sicuro prima lo capiamo e prima agiamo uniti nell’interesse di tutti. Meglio allarmare, se ciò comporterà svegliare i dormienti che ci hanno condotto sull’orlo di questo scongiurabile baratro.

Caffo ci dice che “non abbiamo neanche idea delle mostruosità che possono seguire alla crisi del Covid-19, se diamo al sistema la possibilità di espandersi anche dopo questo stop forzato”. Su questo punto, temo che di idee – tutte inquietanti – ce ne sarebbero eccome. Le riassumo in questi termini: aumento delle disuguaglianze e totale affermazione della legge della giungla. Risultato? L’uomo capitalistico – evoluzione, per certi aspetti, o involuzione, per altri, di quello sapiens – eserciterà fino all’ultimo le solite – deludenti – dinamiche di conflitto, giocherà sulle vite di poveri sfortunati – come se la sfortuna fosse una colpa – a chi arriverà prima al vaccino per affermarsi come padrone incontrastato di quell’ammasso di macerie che diventerà il mondo, svicolando l’unico vero problema: l’inevitabile auto-estinzione, seguitando di questo passo. C’è la speranza di venire smentito, ma per avverarla – al momento – mancano solide basi. A ogni modo, se non ci sono adesso, non è detto che non ci saranno domani.

Meglio essere amati o temuti?

La parola d’ordine per il “principe saggio” è dipendere da sé e dalle proprie forze, non confidare che altri possano risolvere i suoi problemi, dimostrarsi risoluto, forte e – perché no – crudele all’occorrenza.

Inevitabile sorge il dilemma: “[…] se sia meglio essere amati piuttosto che temuti, o se sia meglio esser temuti piuttosto che amati” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 159). Continua Machiavelli: “La risposta è che si vorrebbe essere l’una e l’altra cosa, ma poiché è difficile mettere insieme le due cose, risulta molto più sicuro, dovendo scegliere, esser temuti piuttosto che amati” (p. 161). Perché? Il motivo è da ricercarsi nel pessimismo antropologico di Machiavelli, che più che “pessimismo” vero e proprio andrebbe considerato: realismo. Ovvero: l’uomo è tutto fuorché buono. Se alcune volte sembra tentato dal bene e lo compie anche, questa è da ritenersi un’eccezione, che non cambia la regola, ossia il male ha più forza di attrattiva del bene per l’uomo. Lo conferma in maniera inequivocabile Machiavelli stesso dicendo: “Gli uomini hanno meno timore di colpire uno che si faccia amare, piuttosto che uno che si faccia temere. L’amore è infatti sorretto da un vincolo di riconoscenza che gli uomini, essendo malvagi, possono spezzare ogniqualvolta faccia loro comodo. Il timore, invece, è sorretto dalla paura di essere punito, che non ti abbandona mai” (p. 161). Farsi temere è bene, farsi odiare no, dunque.

Sempre Machiavelli rintuzza il suo affondo nei confronti della bontà cristiana aggiungendo: “Il principe deve farsi temere in modo tale che, pur senza farsi amare, gli riesca tuttavia di non farsi odiare. Si può essere temuti e allo stesso tempo non odiati. E anzi il principe riuscirà sempre a raggiungere questo risultato se rispetterà i beni dei suoi cittadini e dei suoi sudditi, nonché le loro donne […] Si astenga soprattutto dal prendere la roba degli altri, perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio” (p. 161). Insomma, si perdona meglio un assassino di un ladro, stando a Machiavelli. È senz’altro ovvio, ancorché non per tutti scontato, che queste parole di Machiavelli vadano soppesate e contestualizzate all’interno di una più ampia cornice storica machiavellica più di quanto Machiavelli stesso sia mai stato; con l’espressione “machiavellica” s’intende la banalizzazione che di Machiavelli si è fatto nel corso dei secoli, tramutandolo in quello che “non” è mai stato, almeno non personalmente, ovvero, una sorta di genio del male, ispiratore – seppure non esecutore – di mille e più efferatezze. Machiavelli è non colpevole dall’accusa di avere agito in vita da “machiavellico”.

Si è detto volutamente non colpevole piuttosto che innocente. Questo perché l’innocenza è un’altra cosa rispetto alla non colpevolezza. Chi può davvero definirsi “innocente”? Oltretutto, bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato di “innocenza”. In un senso stretto, dal momento che si viene al mondo, nessuno è del tutto innocente. Secondo la vulgata cristiana: il peccato originale è una palla al piede che tutti ci trasciniamo dietro nel nostro cammino di vita. Poi senz’altro dipende da noi risultare più o meno peccatori, ovvero: più o meno malvagi. Con un esercizio di tutt’altro che sterile retorica, si potrebbe riutilizzare – e rovesciare – il celebre argomento di Sant’Agostino sul male, da lui definito un deficit di bene. Come? Facile, sostenendo che il bene è nient’altro che una carenza di male. Come si può ben vedere, la questione dell’innocenza di qualcuno è cosa ben più astratta, che interessa più la metafisica che la filosofia politica, che tratta degli uomini, di quello che “sono” e non di ciò che “dovrebbero essere”.

Machiavelli precisa che “[…] gli uomini, mentre amano secondo la volontà loro, temono secondo la volontà del principe” (p. 165). Motivo per cui: “Un principe saggio […] deve fondarsi su quel che dipende dalla volontà sua, non dalla volontà altrui. Deve soltanto cercare di non farsi odiare, come ho già detto” (p. 165). La parola d’ordine per il “principe saggio” è dipendere da sé e dalle proprie forze, non confidare che altri possano risolvere i suoi problemi, dimostrarsi risoluto, forte e – perché no – crudele all’occorrenza. L’essenziale è che la crudeltà non sia gratuita, ma sempre ben motivata da una causa di forza maggiore.

Contro la morale idealistica kantiana

Bestia irriconoscibile questo “buon senso”, tutti ne parlano e per tutti è relativo. C’è un buon senso per ogni individuo e, per di più, non ce ne è uno per ognuno che valga per tutte le stagioni, di solito cambia a seconda della convenienza del momento. Io posso parlare di cosa significa per me avere “buon senso” qui e ora, che, nel mio piccolo, cerco di possedere e applicare, ma faccio fatica a pensarne uno dalla valenza universale, intendendo con ciò: universalmente valido.

Quando sento nominare il cosiddetto “buon senso” metto mano non alla pistola come diceva Goebbels quando sentiva parlare di cultura, ma toccare ferro per fare i debiti scongiuri, be’, quello sì. Perché? Chi stabilisce cos’è “buon senso” e cosa no invece? Bestia indecifrabile questo “buon senso”, tutti ne parlano e per tutti è relativo. C’è un buon senso per ogni individuo e, come se non bastasse, non ce ne è uno che valga per tutte le stagioni (di solito cambia a seconda della convenienza del momento). Io posso parlare di cosa significa per me avere “buon senso” qui e ora, ma faccio fatica a pensarne uno dalla valenza universale, intendendo con ciò: universalmente valido.
Persino applicare sempre il biblico, sacrosanto e condivisibile comandamento “non uccidere”, scritto a caratteri cubitali sulle tavole della Legge che Dio – secondo la tradizione – ha consegnato a Mosè, può risultare tutt’altro che semplice. Come mai? Si dia il caso che qualcuno ci punti una pistola contro ed esploda dei colpi, che riusciamo per miracolo a schivare. Al contempo ci è data un’arma e la possibilità di usarla per difenderci, sparando prima che questo “qualcuno” non ci stenda con una pallottola ben calibrata. Chi, a queste condizioni, rifiuterebbe la legittima difesa, ovvero lottare per avere salva la vita e chi altresì accetterebbe il suo destino di agnellino sacrificale senza colpo ferire? Io non saprei come reagirei (né vorrei mai saperlo), però qualche dubbio credo che mi sfiorerebbe la mente. Del resto anche lo Stato del Vaticano è per la reazione difensiva in caso di attacco armato ai suoi danni, il che è tutto dire.
Qui, quindi, non contesto tanto la bontà del “non uccidere” in sé e per sé, che peraltro fa parte della regola aurea comune a tutte le religioni, quanto l’universale validità della sua applicazione concreta in tutte le possibili e immaginabili situazioni che la vita potrebbe porci davanti. Motivo per cui reputo quantomeno “presuntuoso” propagandare ancora oggi come universalmente validi e comunemente accettabili “imperativi categorici” dal sapore kantiano che, seppure favolosi sul piano teorico, alla prova dei fatti si rivelano – per usare un eufemismo – di “difficile applicazione”. Ancor più dopo il sanguinoso Novecento che ci siamo lasciati alle spalle (non che i secoli precedenti siano stati più pacifici).
Dopo “non uccidere”, si prenda un altro “imperativo categorico” che fa un po’ acqua da tutte le parti: dire sempre la verità. Siamo sicuri che funzioni in ogni circostanza? Si veda il caso – esempio già sdoganato da altri in ambiente anglosassone che reputo efficace – di una ragazza che scappa da un inseguitore munito di coltello che vuol “farle la festa”, nel senso peggiore del termine. La ragazza riesce a far perdere le tracce di sé imboccando uno dei due sentieri nel bosco. Coincidenza vuole che noi brava gente che crede nell’imperativo categorico kantiano di dire sempre la verità veniamo interpellati dal tipo poco raccomandabile che sta inseguendo la fanciulla. Oltretutto abbiamo chiaramente assistito alla scena affacciati alla nostra finestra di casa posta giusto sul limitare del bosco in questione, perciò siamo a conoscenza della pericolosità del tipo. Se siamo kantiani fino in fondo e crediamo in una morale dal respiro universalistico dovremmo dire bene la verità all’inseguitore che ce l’ha magari pure chiesta con modi gentili, ovvero sentiremmo come un dovere civico irrinunciabile quello di dire che la fuggiasca – poco importa che, con tutta probabilità, stia scappando da un pazzo omicida per salvarsi la vita – ha imboccato il sentiero a destra anziché quello a sinistra e pazienza se, dicendo la verità al brutto ceffo, condanneremmo a morte certa o quasi la poveretta.
Chi come me e tutti quelli – sono in buona compagnia – che non credono nella troppo ambiziosa, idealistica morale kantiana si rendono conto che mentire a volte può letteralmente: salvare delle vite. Ragion per cui sostengo e continuerò a sostenere fino allo sfinimento che a volte avere un pensiero troppo coerente – in ambito morale e non solo – è stupido. Bisogna avere il coraggio di essere incoerenti con i propri principi, che, sul piano della vita morale di un uomo, devono essere relativistici e non universalistici. Questo perché il realismo relativistico salva molte più vite dell’idealismo universalistico e a insegnarcelo è la storia che non è vero che non è maestra di niente, è solo che noi siamo cattivi scolari. Un esempio? Prendiamo i capi di Stato vittoriosi al termine del Primo conflitto mondiale. La dottrina morale idealistica del Presidente americano Woodrow Wilson & soci in politica internazionale dopo la Prima è stata la principale – seppure non l’unica – causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale, ancora più sanguinosa e catastrofica della precedente. Perché? Hanno affamato la Germania costringendola a pagare pesanti risarcimenti di guerra e, di conseguenza, reso possibile l’ascesa di Adolf Hitler, con tutto quel che ne è derivato in termini di vite umane irrimediabilmente perdute.