Una vita ben fatta

La scuola che vorrei dovrebbe mettere tra parentesi i voti […] La messa tra parentesi dei voti a scuola è secondo me utile perché il voto che stai dando al ragazzo di oggi deve trovare conferma nella buona operosità dell’uomo di domani.

Trovo azzeccato paragonare una classe a un organismo vivente. Ci sono classi che allo stesso stimolo reagiscono in modi differenti. Con alcune puoi metterci tutta la dedizione di questo mondo senza produrre il risultato sperato, con altre basta invece aprire bocca per accendere la scintilla dell’amore per la conoscenza.

L’aspetto più complesso del mestiere di docente credo sia profondere lo stesso livello di passione e impegno con tutte le proprie classi ricevendo in cambio sia nelle verifiche sia anche umanamente delle risposte di vario genere. Ci sono classi a cui dai tanto ma che ti restituiscono poco, questo è senz’altro l’aspetto più frustrante della mia professione.

In materia d’insegnamento credo che gli insuccessi siano importanti quanto i successi. Gli insuccessi ti invitano a fare un bagno di realismo, evitano di volare troppo alto e impediscono di farti troppo male quando cadi; non mettere in conto qualche caduta è da imprevidenti. Quando ti ritorna di meno dagli studenti devi mandare giù il boccone amaro e andare avanti facendo tesoro di ogni loro reazione, anche – e soprattutto – di quelle negative. Ciò può aiutare a diventare ogni giorno un professore migliore del giorno prima. E i successi allora? Be’, quelli sono carburante per l’anima e ti danno la forza per proseguire il cammino dell’insegnante.

Ho la sensazione che alcuni studenti – una minoranza – siano molte volte mossi da uno spropositato amor di polemica e abituati a sentirsi sempre incolpevoli dei loro scarsi rendimenti. Della serie: è sempre colpa di una forza esterna, sia essa il professore troppo severo, oppure il libro di testo difficile, o le dispense di cui non si legge bene una lettera su mille, eccetera. Come se fossero delle povere vittime in mano a carnefici che li vessano e li valutano come non avrebbe fatto nemmeno il famigerato inquisitore Tomás de Torquemada.

Ad alcuni studenti poco maturi basta una sola valutazione negativa per farli millantare chissà quale torto subìto. Puoi provare a farli ragionare dicendo loro che lo stesso professore che li ha valutati la volta prima positivamente e la volta dopo in maniera negativa, non può essere bravo nel primo caso e un asino ragliante nel secondo. Se gli si concede di averci preso in caso di valutazione favorevole, allo stesso modo bisogna fidarsi in caso di valutazione sfavorevole.

Ci tengo davvero che i miei studenti imparino ad accettare con serenità i voti, qualsiasi essi siano. La valutazione è importante, però più ancora conta capire che occorre studiare per acquisire un bagaglio culturale e delle competenze che possono tornare utili nella propria vita, non per un’effimera gratificazione. Per carità, i bei voti fanno gola a tutti e bisogna cercare di ottenerli senza però drammatizzare troppo se non si riesce a raggiungere il livello sperato. Insomma, se va bene un’interrogazione o un compito, bene, altrimenti non facciamone un dramma. Prima degli studenti questo dovrebbero capirlo i genitori, che dovrebbero aiutarci ad aiutare a far capire ai loro figli che un brutto voto non è la fine del mondo, purché non si smetta di volersi migliorare. L’anelito al miglioramento dev’essere uno sprone costante nella propria vita. Chi non si vuole più migliorare è pronto per il pensionamento anticipato.

La scuola che vorrei dovrebbe mettere tra parentesi i voti alla maniera dei fenomenologi, non toglierli, minimizzarli piuttosto. I fenomenologi ricalibrarono l’espediente filosofico della epochè, teorizzato dagli stoici al fine di sospendere l’assenso sulla realtà circostante. Il perché di questa sospensione gli stoici lo giustificavano vista la fondamentale incertezza di ogni conoscenza. I fenomenologi, più cauti degli stoici, intesero la epochè come un mettere tra parentesi il mondo per ritornare alle cose. Prima dell’avvento della fenomenologia, secondo il loro fondatore Edmund Husserl, troppo concentrati sul mondo i filosofi si erano dimenticati delle cose che in esso vi abitano e che sono meritevoli della più alta considerazione filosofica. La messa tra parentesi dei voti a scuola è secondo me utile perché il voto che stai dando al ragazzo di oggi deve trovare conferma nella buona operosità dell’uomo di domani. Cosa voglio dire? Conosco alcuni primi della classe che neanche si sono laureati, così come sono a conoscenza di studenti con difficoltà al liceo che sono letteralmente sbocciati all’università e poi nella vita lavorativa.

Ecco, io credo che il peccato originale della docimologia – scienza della valutazione – sia enfatizzare l’importanza dei criteri quantitativi, dimenticandosi le più importanti finalità qualitative dei voti, che sono solo uno strumento per raggiungere uno scopo più grande: la formazione di chi quel voto lo riceve. Per questo la valutazione formativa sarà sempre da preferire a quella sommativa. La media matematica dei voti non ci dice niente dell’educando a cui sto mettendo quel voto che non può mai essere fine a sé stesso, bensì un fine in vista del raggiungimento di un più alto grado di crescita personale dell’educando. Un professore che si dimentica questa valenza del voto ha venduto la propria anima al paradigma della scuola come azienda, che è di preciso ciò che mi spinge a pensare e sperare alla scuola che vorrei.

Sono convinto che finché si pensa a come si vorrebbe la scuola, c’è la speranza di poterla migliorare, che per me vuol dire restituirle la centralità che merita e che spaventa tanto quella parte ormai preponderante della politica che è inquinata dal pensiero economicista. Paragonare la scuola a un’azienda e utilizzare il lessico aziendale per descriverla ne ha sminuito il valore universale. Per fortuna che la maggior parte dei colleghi che conosco è lontana anni luce dalla visione ristretta degli economicisti; non si deve guardare tutto con la lente d’ingrandimento dell’economia, che è certamente una componente importante da considerare, seppure non può essere l’unica. Se la nostra società insegna a reputare dei vincenti solo quelli che riescono a fare soldi, la scuola che vorrei dovrebbe insegnare ai ragazzi che vince solo chi diventa ciò che è in potenza, realizzando la sua potenzialità umana come vorrebbe Nietzsche. Ergo: tutti potremmo vincere se riuscissimo a realizzare il nostro volere, diventando quello che in cuor nostro sappiamo di essere e non adeguandoci a quello che altri vorrebbero che diventassimo. Il vero perdente è colui che abdica al suo volere per inseguire quello altrui e con ciò si condanna a una vita insoddisfacente. Mentre conduce una vita soddisfacente chi fa quello che vuole e non quello che gli altri vogliono per lui.

A differenza della scuola come azienda, la scuola che vorrei non insegna a fare soldi, ma fornisce una metaforica cassetta degli attrezzi per condurre una vita ben fatta, come la testa di cui predicava Montaigne.

La scuola che vorrei

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle.

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle. Ricordo un mio ex studente di una vecchia quinta simpatizzante revisionista, talmente coraggioso e volenteroso nel voler difendere la sua libertà di pensiero che in occasione di un’interrogazione di Storia diede mostra di sé. Aveva studiato come si deve, per cui non mi feci problemi a dargli un otto, valutando il suo grado di preparazione e mettendo tra parentesi il giudizio personale sulla pericolosità delle sue idee. Gli ridarei otto all’infinito, perché quel voto ha rispecchiato il mio giudizio ponderato sul lavoro di studio e documentazione che aveva svolto a casa, lui che nelle precedenti interrogazioni non era mai andato oltre a uno stiracchiato sei e mezzo. Questo per dire che ho premiato e sempre premierò chi sarà disposto a metterci la faccia, anche se non la penserà come, perché dimostrerà maturità, che è la qualità che un professore apprezza di gran lunga in uno studente. Non a caso l’esame di fine ciclo di studi si chiama proprio: “Maturità”.

Chi critica perché vede frustrata la propria aspettativa di voto, ha capito poco le finalità della scuola. Non sono così ipocrita da dire che il voto è l’ultima cosa, di certo però non è l’aspetto principale e più importante dell’essere studenti. Di solito tendono ad avere voti più alti proprio quegli studenti che capiscono questo, mentre si trovano più in difficoltà quelli che stentano ad accettare una valutazione magari non soddisfacente ma data senza pregiudizi, con imparzialità, rigore e la massima onestà intellettuale. “Non riesco a capire perché ho preso questo voto, che certamente non mi merito”, quante volte e quanti studenti avranno pensato qualcosa del genere? Tante volte e tanti studenti, io credo. Be’, sono nel torto e sono lontani dal capire perché devono imparare a crescere, a essere più maturi per arrivare finalmente a comprendere che un sette sudato può fare notevolmente più bene di un otto gonfiato.

Sono i voti più sofferti che preparano a quello che c’è fuori dalla scuola: una società cannibale in cui essere bravi a volte non basta e per questo occorre farsi il mazzo per meritarsi il lavoro dei propri sogni. La scuola non è una preparazione alla vita, è già vita, per parafrasare John Dewey, filosofo dell’educazione americano. Per questo l’atteggiamento migliore è lagnarsi di meno e rimboccarsi di più le maniche. I professori sono i vostri migliori alleati degli studenti, sono quelli che li accompagnano in quel processo di crescita che potrà portarli a realizzare ciò che si prefiggono, prima lo capiranno e meglio affronteranno le difficoltà della scuola, che non sono insormontabili ma ampiamente alla portata, solo che ci vuole impegno, ci vuole partecipazione attiva, ci vuole senso di responsabilità, ci vuole soprattutto volontà di migliorarsi accettando i consigli di chi ha più preparazione ed esperienza. Insomma, una storia vecchia come il mondo.

Meglio antipatico che incompetente

Un’inclinazione erronea da combattere nei propri studenti è il vittimismo, che li porta – a volte – a far dire loro bugie che hanno “le gambe corte” e che il meno dotato degli azzeccagarbugli potrebbe facilmente sconfessare. Nel corso degli anni ne ho sentite di lamentele su colleghi che – per esempio – non fornirebbero motivazioni dopo avere assegnato un voto. In tutta franchezza, faccio fatica a immaginarmi un collega che non motiva un proprio voto. Può darsi che gli studenti confondano il dare una motivazione, che loro “non” accettano, con il non darne alcuna.

Hanno ancora un senso i voti? Comincio col rispondere che “un senso” per me ce l’hanno ed è quello di stimolare il miglioramento senza il quale ogni giorno non saremo spinti a fare meglio del giorno prima e così via. Questa tendenza a farci migliorare è ciò che salverei del voto.
Un’inclinazione erronea da combattere nei propri studenti è il vittimismo, che li porta – a volte – a far dire loro bugie che hanno “le gambe corte” e che il meno dotato degli azzeccagarbugli potrebbe facilmente sconfessare. Nel corso degli anni ne ho sentite di lamentele su colleghi che – per esempio – non fornirebbero motivazioni dopo avere assegnato un voto. In tutta franchezza, faccio fatica a immaginarmi un collega che non motiva un proprio voto. Può darsi che gli studenti confondano il dare una motivazione, che loro “non” accettano, con il non darne alcuna. Magari questi docenti avranno dato loro una motivazione più o meno stringata, ciononostante loro polemizzano e allora vanno in giro a calunniare il singolo docente. Questa è una cosa che proprio non sopporto, lo confesso. Anche perché gli studenti che te lo raccontano – di solito – cercano il tuo appoggio esterno, che io mi guardo bene dal prestare perché “fino a prova contraria” do ragione e tendo a credere ai miei colleghi, vista la natura – spesso – “strumentale” delle lamentele degli studenti che nove volte su dieci coincidono con un brutto voto.
Come insegna l’etica di Aristotele, la verità sta nel mezzo. Cosa voglio dire? La ragione – di solito – non ce l’ha mai al cento per cento una sola parte; magari una parte ha più ragione dell’altra, non è insolito però che colpe e meriti siano condivisi. In fondo la giustizia stessa – così come dovrebbe essere concepita in un paese civile e democratico – ci invita a credere “fino a prova contraria” alla non colpevolezza di un presunto reo, si chiama: “presunzione d’innocenza”. E non utilizzare questa forma di cortesia con un collega, non concedendogli quantomeno la “presunzione d’innocenza”, oltre a essere un comportamento scorretto, mi pare anche chiaro indizio di giustizialismo.
Ammetto di non nutrire simpatia alcuna per delatori e forcaioli che – talvolta con la bava agli angoli della bocca – chiedono di far saltare teste a destra e a manca al solo fine di salvare la loro di testa. La Rivoluzione francese dovrebbe pur averci insegnato qualcosa… un conto è la giustizia e ben altro paio di maniche è il giustizialismo. Motivo per cui “fino a prova contraria” credo alla buona fede di un collega e solo in caso di prova schiacciante ai suoi danni sono disposto a riconoscerlo colpevole; la prova in questione dev’essere però incontrovertibile. Cosa intendo per “incontrovertibile”? Dimostrata coi fatti e non con le chiacchiere, perché a chiacchierare alle spalle sono tutti bravi, quando si tratta però di portare dei “fatti” a supporto, solo in pochi si fanno avanti (ammesso e non concesso che si facciano “avanti”).
Dunque, di chi è la colpa del brutto voto dato ai nostri eccezionali figli, dei docenti forse? No, fino a prova contraria. Poi le eccezioni ci sono, altrimenti non avrebbe più senso la regola. La norma però parla chiara: i docenti sono esseri umani che possono sbagliare, ma se – in effetti – lo fanno è quasi sempre in buona fede. Come dicevano quei gran filosofi dei miei nonni: “Solo chi non alza mai un dito, non sbaglia mai”. Purtroppo, essendo umani, quel “quasi sempre” comprende alcune eccezioni, ma da qui a farmi credere a tutte le malefatte che sento dire dei miei colleghi, troppo ce ne vuole. Tra l’altro non sono così ingenuo da credere di non essere mai stato vittima io stesso di simili calunnie. Fare il professore e dover mettere dei voti rende simile a un arbitro di calcio: come sa bene chi frequenta gli stadi, ogni tanto qualcuno lo si scontenta, è inevitabile direi. Inoltre, non ambisco a ottenere l’unanimità dei consensi attorno alla mia persona; se lo facessi significherebbe che sarei un totalitarista incline a promuovere il culto della mia persona. Per quanto nutra stima nei confronti di me medesimo, certi giorni non mi vado per niente a genio; dunque, mi guardo bene dal voler suscitare unanimi simpatie. E poi, a dirla tutta, per quanto la simpatia giovi, un professore così come un dottore, un politico, un uomo di legge, un parrucchiere, un cuoco – e qualsiasi altro mestierante che non ho menzionato – non dev’essere per forza di cose simpatico, purché sia bravo. Solo la bravura è davvero richiesta nell’esercizio di una professione. La simpatia è accessoria, sopravvalutata e vi dirò di più: meglio antipatico che incompetente.