Pensare con la propria testa

Quindi, in definitiva, che senso ha studiare filosofia? Ne ha molto. Direi che, dal momento che “vivere bene” dovrebbe interessare tutti, allo stesso modo la filosofia “dovrebbe” interessare tutti. Vero è però che non è per tutti, perché non tutti sono disposti a compiere lo sforzo – perché tale è – di pensare con la loro testa e si accontentano che altri pensino per loro.

Una studentessa una volta mi ha chiesto: “Prof, qual è il suo filosofo preferito?”. Con il rischio di venire frainteso, ho risposto con estrema sincerità, in coscienza, senza ipocrisie: “Me stesso!”. Ora, di difetti ne ho tanti, ma essere presuntuoso… non è fra questi. Anche se tutti i presuntuosi dicono di non esserlo, ragion per cui non mi sento di biasimare coloro che decideranno di non credermi. A ogni modo, ci si creda oppure no, perché ho voluto dare una risposta così volutamente provocatoria?
Tutti dicono di essere platonici, aristotelici, hegeliani, marxisti. Io invece posso solo dirvi che mi ispiro a tutti e a nessuno. Nel senso che adoro il mondo delle idee di Platone, ma non sopporto il suo essere monarchico. Sul piano politico sono più vicino al democratico Aristotele, di cui però non tollero la mentalità schematica, come se si possa dare conto dell’illogicità della vita in un schemino logico bell’e pronto. Sono con Hegel quando mi serve su un piatto d’argento la dialettica servo-padrone, contro di lui quando però dimostra di non avere il coraggio necessario a trarre le conseguenze del suo pensiero, incitandoci a rovesciare uno status quo iniquo, e questo solo per non contraddire il suo assioma fondamentale: il reale è razionale e viceversa.
Che dire poi del portentoso lottatore Marx, che, a differenza del suo maestro Hegel, vuole eccome trasformare l’iniquo stato di cose presente in qualcosa di meglio, preconizzando il riscatto degli oppressi a discapito degli oppressori. Sono con lui nel simpatizzare con gli ultimi della Terra, ma credo che come tutte le utopie la sua pecchi di non fare i debiti conti con la natura irrimediabilmente conservatrice ed egoista dell’essere umano. In fondo Hobbes non aveva tutti i torti nel definire l’uomo lupo per l’altro uomo, il celebre “homo homini lupus”…
Il discorso potrebbe continuare con decine di altri filosofi presi a prestito dalla storia di questa strana disciplina – più un’arte che una scienza secondo me – che è la filosofia. Il senso però mi sembra chiaro, anche se lo specifico tante le volte non lo fosse: ognuno deve diventare il miglior filosofo di se stesso, il che significa che deve prendere ciò che ritiene buono del pensiero degli altri e buttare a mare quello che degli altri pensatori ritiene buono solo per i pesci. Solo così si può continuare a fare una filosofia “forte” in barba a chi la vorrebbe “debole”.
A ben pensarci, non credo che esistano filosofie deboli, tutt’al più filosofi deboli. In filosofia tutto è stato detto, ma può e deve essere ridetto… meglio! Non mi stancherò mai di ripetere ai miei studenti che: filosofare – cioè pensare – è essenzialmente ripensare. Tutto ciò che stiamo pensando noi in questo momento è stato pensato anche da altri, che sono venuti prima di noi. In un certo senso, tutti i temi essenziali della filosofia sono stati abbozzati da Platone. A noi non resta che portare avanti il testimone, come si fa in una staffetta. Immaginatevi l’intera storia della filosofia come una corsa a staffetta dove ciascuno di noi può fare soltanto un tragitto relativamente breve e poi deve passare il testimone ad altri, che dovranno fare il loro per poi consegnarlo a loro volta e così via finché ci saranno persone disposte non solo a vivere e basta, ma anche a pensare “come” poter vivere meglio. E “come” si può farlo ce lo dice Platone riportando gli insegnamenti del suo maestro, Socrate, che aveva giurato fedeltà a un solo imperativo: conosci te stesso! Perché solo chi si conosce, sa cosa è meglio per sé e trova il modo di vivere bene. Il problema – non da poco – rimane imparare a conoscersi. Molti sono morti prima di essere riusciti a conoscere, che so, il dieci per cento di loro stessi. Forse è addirittura impossibile conoscersi fino in fondo. Conoscersi meglio però si può e si deve. Conoscere gli altri, invece, non voglio dire che sia impossibile, ma ci vorrebbe il miglior Tom Cruise del primo “Mission Impossible” e non quello più spento visto nei troppi sequel per tentare l’ardimentosa impresa.
Quindi, in definitiva, che senso ha studiare filosofia? Ne ha molto. Direi che, dal momento che “vivere bene” dovrebbe interessare tutti, allo stesso modo la filosofia “dovrebbe” interessare tutti. Vero è però che non è per tutti, perché non tutti sono disposti a compiere lo sforzo – perché tale è – di pensare con la loro testa e si accontentano che altri pensino per loro. Altro che empietà e corruzione delle giovani menti, Socrate è stato condannato dai Trenta Tiranni di Atene perché insegnava alla gente a pensare con la loro testa. E se ci pensate, non c’è cosa più pericolosa di questa per i tiranni, che, per controllarci meglio, vorrebbero che noi pensassimo come loro vogliono, non come vogliamo noi.

Filosofia e politica

Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno.

Avrei potuto intitolare questo post anche: “Le ragioni per cui nessun partito ha ragione”. Il proprio partito ha sempre ragione? È stupido anche solo supporlo, figuriamoci pensarlo. Chi è solito ragionare con la propria testa, non è solito iscriversi a partiti politici, a meno che non abbia delle ambizioni. Cosa legittima, ma altrettanto legittimante costui deve mettersi l’anima in pace sapendo che le sue ambizioni si scontreranno con il muro di gomma della logica partitica. Parafrasando la tesi di Le Bon, lo scopritore della “psicologia delle folle”: in gruppo siamo più stupidi. Tesi che mi sento di appoggiare in pieno.
In breve, non è detto che la ragione del partito – non importa quale – sia più ragionevole, più giusta di quella del singolo. Spesso accade il contrario: tante teste, tanta confusione. Se fossimo tutti uguali o la pensassimo tutti allo stesso modo, che noia sarebbe il mondo? Mi devo scusare, ma un po’ come Unamuno anche io appartengo a un partito il cui unico iscritto sono io soltanto e a volte penso che siamo pure in troppi.
Come mi capita di dire sempre ai miei ragazzi a lezione: “Il mio compito con voi non è fare politica, ma è fare in modo che impariate a pensare con la vostra testa così da impedire ai politici di raggirarvi”. Ecco, tutt’al più è filosofia politica. Nulla di originale, dal momento che c’è già chi ci ha provato e ha pure fatto una brutta fine. Lo hanno prima processato, poi condannato all’esilio e quel folle – follia filosofica fu la sua – se le è fatta commutare in condanna a morte, rifiutando l’esilio dalla sua amata città, le cui leggi aveva sempre amato e rispettato.
Se proprio quelle stesse leggi, tanto amate e rispettate da lui – a questo punto tutti dovrebbero avere capito trattarsi di Socrate –, si erano rivoltate contro di “lui”, tanto valeva accettare serenamente il proprio fato avverso e morire per le idee in cui aveva sempre creduto, che aveva ogni giorno praticato insegnando la filosofia nel solo modo che conosceva: “sapendo di non sapere”, ovvero vivendo filosoficamente. Come? Ricercando il sapere che è compito proprio di ciascun filosofo. Perché una vita senza ricerca – come lui stesso ha detto – non è degna di essere vissuta.
Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno. È vero, oggi non ci sono più i Trenta Tiranni, Crizia pure è trapassato, ma la tirannia invisibile che ci governa tutti – non mi riferisco alla presente situazione politica italiana, sia chiaro – ha ancora più bisogno della filosofia e di una vita filosofica come antidoto alla schizofrenia dei nostri tempi contemporanei.

L’umanesimo necessario

Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via.

“Poiché il numero degli eletti è limitato, quello dei malcontenti è per forza immenso. Questi ultimi sono pronti a tutte le rivoluzioni, quali ne siano i capi o gli scopi. Con l’acquisizione di conoscenze inutilizzabili l’uomo si trasforma sempre in un ribelle” (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 126). Queste parole potrebbe averle scritte qualsiasi Ministro dell’Istruzione degli ultimi vent’anni di storia repubblicana italiana, invece sono di Gustave Le Bon. A sentirli ripetono sempre tutti la stessa ricetta – onde conservare il potere e lo status quo presente, a loro vantaggioso – e cioè miglior cosa sarebbe “sostituire gli odiosi manuali e i pietosi concorsi con un’istruzione professionale capace di riportare la gioventù verso i campi, gli opifici e le imprese coloniali oggi trascurati” (p. 126). La solita solfa, insomma: l’eterno ritorno del conservatorismo in materia d’istruzione. Della serie: alla fine quasi che era meglio Giovanni Gentile e la sua riforma della scuola datata 1923.
Governo che viene, riforma del sistema scolastico che se ne va per lasciare il posto all’ideologia dominante, di ideali ormai neanche a parlarne. E che dire degli scenari odierni e futuri? Scenari da “disaster movie” fantascientifico sembrerebbero unanimi nel confermarci quanto i lavori di cosiddetta “bassa manovalanza” saranno sempre più svolti da macchine, robot o androidi, poco importa. Per questo si fa un “gran parlare” di redditi di cittadinanza o di dignità, che poi sempre della stessa cosa si tratta e sempre la stessa ineludibile domanda pongono: in che modo i manovali di “domani”si guadagneranno il pane? Un massiccio incremento di droghe e criminalità saranno – con tutta probabilità – i seri effetti collaterali che i governanti futuri si dovranno preparare a contrastare con efficacia se non vorranno esserne travolti. Per non parlare degli scenari geopolitici che potrebbero vedere nazioni farsi la guerra per accaparrarsi le migliori tecnologie.
Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via. Una scoperta scientifica o un’innovazione tecnologica è una cosa grandiosa, può segnare un grande balzo in avanti per l’umanità. Chi lo mette in dubbio? Io no di certo. Tuttavia sia la scienza sia la tecnologia senza una visione globale manca di un elemento essenziale: ciò che esattamente permette a una data innovazione di essere fruita, fatta propria e utilizzata per il meglio.
Un esempio? Si prenda una pistola. Può risultare una strepitosa invenzione finalizzata a difendersi dai malintenzionati che vogliono farci del male. Come può – del resto – anche essere la peggiore delle invenzioni umane, se usata da uno studente squilibrato per fare strage dei suoi compagni e compagne. Tutto dipende dal “fine”– “telos” avrebbero detto i Greci – per cui una cosa viene fatta. Senza un fine preciso, quale che sia, a seconda delle proprie convinzioni, si è – scusate il gioco di parole – “finiti”. Inutile girarci intorno, la scienza, la tecnologia hanno un baco costitutivo: hanno poca o talvolta nessuna dimestichezza con la “finalità”, che è invece pane per i denti dei cultori delle “humanae litterae”, che di finalità, quale che sia, se ne intendono e parecchio, avendoci costruito i loro plurimillenari giacimenti di sapere.

L’insegnamento come missione

Un insegnante che fa bene il proprio mestiere non fa altro che adempiere a una vera e propria missione: salvare – nel più alto e autentico senso della parola – le vite di giovani che senza le loro cure potrebbero finire sbandati e in balia di chissà quali ideologie fasulle, cattive compagnie, falsi profeti, pessimi maestri, fastidiosi imbonitori, sette degenerate e chi più ne ha più ne metta. Come fanno a salvarne un così alto numero? Sviluppando nella gioventù – erroneamente considerata nichilista – il più prezioso degli anticorpi: lo spirito critico.

“Invece di preparare gli uomini per la vita, la scuola li prepara per gli impieghi pubblici in cui la riuscita non esige nemmeno un barlume di iniziativa […] Dall’alto al basso della piramide sociale, la massa formidabile dei diplomati e dei laureati stringe oggi d’assedio le carriere […] Nel solo dipartimento della Senna vi sono ventimila istitutori ed istitutrici disoccupati che, disprezzando i campi e gli opifici, si rivolgono allo Stato per vivere” (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 125). Questo dice Gustave Le Bon sul finire dell’Ottocento. Le sue parole suonano ancora oggi attuali. Cosa parrebbe volerci dire l’autore della “Psicologia delle folle”?
A me sembra questo: che gli statali non sono che spiriti barbini, privi d’iniziativa e di una volontà che non sia quella di non bramare altro se non il “posto fisso” o, in alternativa, spirare provandoci. Non è che la considerazione dei cosiddetti “statali” sia tanto migliorata, oggi. Nell’immaginario collettivo sono sempre considerati alla stregua di mangiatori di pane a tradimento; in pratica, “magnaccia” scansafatiche che vivono sulle spalle di altra gente più industriosa di loro. Peccato che non sia tutto bianco o nero. Citando George Bernard Shaw: “Per ogni problema complesso, c’è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata”.
Esistono degli statali sfaticati? Sì, certo, ne esistono e non pochi, vedi alla voce: “furbetti del cartellino” tanto per citare il più clamoroso episodio recente. L’altra domanda da porsi è però secondo me se ne esistono di volenterosi, che s’impegnano per fare bene e talvolta persino con creatività il loro lavoro? Io credo proprio di sì. Un esempio? Un insegnante che svolge a regola d’arte il proprio mestiere non fa altro che adempiere a una vera e propria missione: salvare – nel più alto e autentico senso della parola – le vite di giovani che senza le loro cure potrebbero finire sbandati e in balia di chissà quali ideologie fasulle, cattive compagnie, falsi profeti, pessimi maestri, fastidiosi imbonitori, sette degenerate e chi più ne ha più ne metta. Come fanno a salvarne un così alto numero? Sviluppando nella gioventù – erroneamente considerata nichilista – il più prezioso degli anticorpi: lo spirito critico. A che prezzo? Con la sacrosanta “fatica” di chi sa che sta facendo la cosa giusta, assolvendo alla propria missione esistenziale, qui e ora in questa desolata ma – per fortuna – non disperante “valle di lacrime”.

Contro il determinismo istituzionale

Prima si capirà l’anima di un popolo, meglio si accetteranno le sue istituzioni senza operare forzature dall’esterno. Occorre dunque per gli italiani – rimanendo all’esempio appena citato – rassegnarsi al fascismo e al maschilismo in politica? A differenza di Le Bon, non mi sento affatto di avvalorare alcun ragionamento deterministico, stando al quale: siccome le cose sono sempre andate in un modo, allora continueranno ad andare così “in saecula saeculorum”. Dico solo, in questo sì fedele all’insegnamento di Le Bon e di Rousseau, che se non c’è un adatto humus culturale per far sì che un’istituzione democratica attecchisca anche laddove vuoi per motivi antropologici vuoi geografici non sembrerebbe possibile, bisogna non fare altro che pazientare e preparare il terreno allo sviluppo della democrazia. Come farlo? Educando le future generazioni. Dunque è questione di cultura e non di natura. Ragion per cui si sbagliava Le Bon e c’è speranza anche per noi italiani.

“Le istituzioni non hanno virtù intrinseche; non sono in sé né buone né cattive. Buone ad un momento dato e per un dato popolo, possono diventare pessime per un altro”, così scrive con grande lungimiranza – a fine Ottocento – Gustave Le Bon (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 118). Se le istituzioni sono neutre, dunque, potremmo paragonarle a dei vestiti: non ce ne è uno che va bene per tutti. Per questo esportare la democrazia non solo non è possibile, ma è sbagliato in partenza. Ogni popolo deve avere modo di covare e sviluppare le proprie istituzioni senza ingerenze esterne, secondando la propria anima profonda.

Qualcosa del genere l’aveva affermata anche Jean-Jacques Rousseau, sostenitore dell’idea che ogni Paese necessitasse di uno specifico tipo di governo. Le democrazie avevano secondo lui bisogno di condizioni climatiche favorevoli, perlomeno non estreme; mentre per i Paesi con un clima più estremo le tirannie si lasciavano preferire. Quindi per Rousseau, volendo semplificare senza per questo sminuirne il pensiero, ogni Paese ha il sistema di governo che si merita in quanto più gli si confà.

“Un popolo non ha il potere di cambiare realmente le sue istituzioni. Può certo, a prezzo di rivoluzioni violente, modificarne il nome, ma non l’essenza”, a parlare è sempre il profetico Le Bon (“Psicologia delle folle”, p. 118). Devo ammettere che da genitore, ciò mi preoccupa perché è mia ferma convinzione – così com’era prima ancora che “mia” di Piero Gobetti – che il fascismo sia l’autobiografia della mia nazione. In altri termini: da Cesare a Mussolini esiste un nesso che fa sì che noi italiani prediligiamo un leader forte, o che perlomeno appare tale. Qual è il motivo di questo? Credo sia da ricercarsi nel cesaropapismo che ha lasciato tracce indelebili nel nostro dna come popolo.

Se andiamo a vedere la storia italiana più recente, ancora intrecciata con la cronaca dei nostri giorni, il ventennio berlusconiano rientra perfettamente in quest’ottica. Seppure in una forma più caricaturale e macchiettistica (da “Drive In” verrebbe da dire), Berlusconi rispecchia il tipo del governante prediletto dal popolo italiano, che preferisce demandare al salvatore della patria di turno le decisioni sul proprio avvenire, allergico al guazzabuglio democratico. Deriverebbe da questa “autobiografia della nazione” la profonda, sincera antipatia della maggioranza degli italiani verso il parlamentarismo e la classe politica in generale. A tale maggioranza non importa di venire raggirata perché tanto, secondo la comune vulgata: “Sono tutti uguali, tutti corrotti, tutti ladri” (si veda la politica anti-establishment portata avanti con insperato successo dal Movimento 5 Stelle). Tanto vale perciò dare il voto, fra tutti, al più simpatico ed effervescente di questi capipopolo, meglio se puttaniere. Infatti sia per Cesare, sia per Mussolini, arrivando all’ormai rassicurante “nonno d’Italia” Berlusconi la virilità è sempre stata decisiva per cattivarsi e mantenere il consenso degli italici (uso con cognizione di causa “italici” e non “italiani”).

Porre l’accento sulla propria componente virile, però, da solo come motivo non spiega l’ottimo stato di salute politica che gode ancora oggi il Cavaliere, che rispecchia un’altra caratteristica appartenuta anche a Cesare e Mussolini, sto parlando del: trasformismo. Si veda la trasformazione camaleontica perfettamente riuscita a Silvio da: sciupafemmine consumato ad amico dei cagnolini. Che intendo? Andate a vedere una qualsiasi bacheca di Facebook per capire dove voglio andare a parare, vale a dire: dei poveretti che muoiono delle peggiori malattie in conseguenza dell’inquinamento provocato dall’Ilva di Taranto a chi volete che importi (a pochi), mentre tutti sono pronti a levare gli scudi contro quei barbari che prendono a calci i propri amici a quattro zampe. Sia chiaro, chi vi parla adora gli animali, in quanto animale a sua volta, nonché possessore di una splendida quanto ruffiana cagnetta di razza meticcia. Ciò non toglie che questo nostro intenerirci di fronte ai maltrattamenti nei confronti degli animali è inspiegabile se paragonato al nostro atteggiamento pressoché diffuso d’indifferenza verso persone la cui unica colpa è quella di vivere a pochi passi dall’inferno dell’Ilva (questo naturalmente è solo uno degli innumerevoli esempi che si potrebbero portare, l’ho scelto perché mi sembra piuttosto esemplare).

Dal quadro politico dell’Italia degli ultimi anni, emerge un ulteriore aspetto che, di certo, non ci fa onore come italiani: il ruolo ancora oggi marginale della donna nella vita politica del nostro Paese. Una donna di potere – intendendo con esso quello specificatamente “politico” – in Italia sarà sempre malvista, nella migliore delle ipotesi, quando non dileggiata, nella peggiore. Perché? Proprio a causa del dna italico biecamente “maschilista”. Se in molti Paesi al mondo le donne di potere cominciano a essere la norma (la tedesca Angela docet), in Italia c’è ancora molta strada da fare per metterci al passo con i tempi che cambiano, senza che però la mentalità del popolo italiano sia cambiata poi più di tanto. Il “buon” Tommasi di Lampedusa nel suo capolavoro letterario, “Il Gattopardo”, del resto l’aveva predetto: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Se il carattere è il destino di un uomo, secondo il celebre detto attribuito al filosofo Eraclito, lo stesso vale per il carattere che è il destino di un popolo. “Il destino dei popoli è determinato dal loro carattere e non dai loro governi” recita infatti Le Bon (“Psicologia delle folle”, p. 119). A completamento del suo ragionamento, sempre Le Bon prosegue: “Certi paesi, come gli Stati Uniti, prosperano meravigliosamente con istituzioni democratiche, ed altri, come le repubbliche latino-americane, vegetano nella più pietosa anarchia malgrado abbiano istituzioni simili. Le istituzioni sono altrettanto estranee alla grandezza degli uni quanto alla decadenza degli altri. I popoli restano comunque governati dal loro carattere, e tutte le istituzioni che non fossero intimamente modellate su di esso rappresenterebbero soltanto un abito preso a prestito, un travestimento transitorio” (“Psicologia delle folle”, p. 121).

Prima si capirà l’anima di un popolo, meglio si accetteranno le sue istituzioni senza operare forzature dall’esterno. Occorre dunque per gli italiani – rimanendo all’esempio appena citato – rassegnarsi al fascismo e al maschilismo in politica? A differenza di Le Bon, non mi sento affatto di avvalorare alcun ragionamento deterministico, stando al quale: siccome le cose sono sempre andate in un modo, allora continueranno ad andare così “in saecula saeculorum”. Dico solo, in questo sì fedele all’insegnamento di Le Bon e di Rousseau, che se non c’è un adatto humus culturale per far sì che un’istituzione democratica attecchisca anche laddove vuoi per motivi antropologici vuoi geografici non sembrerebbe possibile, bisogna non fare altro che pazientare e preparare il terreno allo sviluppo della democrazia. Come farlo? Educando le future generazioni. Dunque è questione di cultura e non di natura. Ragion per cui si sbagliava Le Bon e c’è speranza anche per noi italiani.

Certo è che per attuare questo cambiamento di paradigma non conosco altro modo se non potenziare la scuola, che significa: investire sulla formazione della futura classe dirigente. E noi, in Italia, cosa stiamo facendo in proposito? Stiamo andando verso questa direzione? A giudicare dalla scarsa considerazione sociale e conseguente retribuzione di quei professionisti, gli insegnanti, che di tale cambiamento di paradigma dovrebbero essere il motore, non direi proprio. Tuttavia, se questo motore viene ingolfato di continuo dalla troppa “aria fritta” fuoriuscita da una cattiva politica – da tanti slogan e poche idee – capita che s’inceppi e non parta, come sta capitando al motore malmesso del nostro Paese. Motore, questo, che per funzionare bene andrebbe lubrificato come si deve. E qual è il lubrificante che permette a un professore di coltivare i propri studi in modo da risultare più preparato e motivante? Fuor di metafora: sono i soldi questo lubrificante. I soldi – piaccia o no – danno valore a una professione. Se io Stato do pochi soldi a chi dovrebbe educare le future generazioni vuol dire che più di tanto non m’importa del mio futuro come Paese, perlomeno è questo il messaggio che passa. Se un qualsiasi parlamentare guadagna un “tot” per esercitare la sua funzione e un professore invece un “tot” di meno, cosa sto comunicando? Semplice, che credo solo in un presente dilatato che a malapena vede oltre agli egoismi della prossima legislatura. Una politica senza domani, ecco che impressione ho della politica italiana. E non mi vergogno a dire che ciò mi suscita il pessimismo dell’intelletto, che vivaddio controbilancio con il mio inguaribile ottimismo della passione.

Vi lascio con una domanda: che cos’è la politica, la buona politica almeno, se non quell’arte che dovrebbe seminare bene oggi per poter raccogliere i più squisiti frutti domani?

Meglio la democrazia rappresentativa o quella diretta?

Laddove permangono situazioni di crisi economica, marginalità sociale, problemi d’integrazione degli immigrati in fuga dal “climate change” – in prevalenza per problemi di siccità – e da sanguinose guerre nei Paesi di origine, rancore degli autoctoni immiseriti da uno stato d’inflazione perenne con stipendi sempre fermi e prezzi delle merci – anche di prima necessità – in costante aumento, laddove una o più di queste condizioni persiste, allora avrà ancora senso lottare con tutte le proprie forze contro gli intolleranti-ignoranti di cui è pieno il mondo e la cui madre è sempre incinta.

Ha ancora senso la mediazione attuata dalla democrazia rappresentativa?

Profezia di Gustave Le Bon, avveratasi ai giorni nostri: “Quanto agli uomini di Stato, anziché guidare la nazione cercano soltanto di seguirla. Il loro timore dell’opinione pubblica sfiora a volte il terrore e pregiudica la stabilità della loro condotta” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 187).

I politici odierni sono delle banderuole, cambiano opinione a seconda degli umori mutevoli della folla dei loro elettori. Debolezza, questa, che ritroviamo – in una forma più o meno accresciuta – in tutti i governi democratici. Sarò più chiaro: la caccia al consenso rende i politici ostaggi dei loro elettori e delle promesse fatte loro. Con ciò non mi sogno neanche lontanamente di delegittimare il modello della democrazia parlamentare.

Ad ogni modo, non voglio nemmeno mitologizzarlo, poiché di difetti la democrazia ne ha eccome e ammetterli è proprio nel dna di un democratico. Inoltre, tale ammissione può essere un punto di forza se si è disposti a lavorarci sopra per smussare gli angoli e rendere il funzionamento democratico più performante, che non significa eliminare difetti che le appartengono, tutt’al più diminuirli alleviandone gli effetti. Eliminandoli “in toto” si scadrebbe nel suo opposto: la tirannia. E ciò è ampiamente poco auspicabile per una lunga serie di motivi, il più importante dei quali è: uno Stato dominato da un regime tirannico è più aggressivo con i suoi vicini e tende alla sopraffazione molto più di uno Stato democratico. Già solo questo motivo potrebbe bastare per considerare la democrazia il migliore regime di governo possibile.

Questo non vuol dire che chi vive sotto una democrazia, si deve aspettare come ricompensa la kantiana “pace perpetua” a cui si può credere giusto se si è idealisti scriteriati o semplici creduloni. Azioni aggressive possono e – di fatto – sono commesse anche da democrazie in piena regola; basti pensare agli Stati Uniti della dinastia Bush e alle loro guerre di esportazione dei valori democratici, manco fossero degli iPhone da rivendere in tribali Apple Store sperduti nel deserto.

La pace è un periodo momentaneo d’interruzione tra due guerre? Fin qui la storia ha dimostrato la veridicità di tale asserzione. Auspico – come “quasi” tutti credo – che in futuro le cose andranno diversamente, che sapremo fare tesoro degli sbagli madornali compiuti in passato. Vero è che ad oggi non mancano segnali di tensione, che Dio non voglia potrebbero dare vita a nuovi immaginabili – e inimmaginabili – conflitti. Se c’è un dato inconfutabile sulle guerre è che esse sono imprevedibili, o meglio se ne può pure prevedere l’inizio ma non lo svolgimento, tanto meno la fine. Un esempio? Chi mai si sarebbe sognato che l’uccisione dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando potesse innescare un conflitto di caratura mondiale? Tutto questo per dire che il fatto di essere una democrazia, non impedisce di essere una “democrazia in guerra”, per quanto essa resti il più “pacifico” dei regimi di governo.

Piuttosto un governante democratico tende a fidarsi della diplomazia in misura maggiore di un governante despota. Perciò auguro lunga vita alla democrazia, fermo restando che tutti gli esperimenti di esportazione della medesima sono stati e temo saranno: fallimentari. Un Paese dev’essere maturo al punto giusto per far sì che i semi democratici s’innestino e diano frutto. In caso non lo sia e si voglia forzargli la mano rendendolo a tutti i costi “democratico”, si rischia di fare solo danni, peggiorando la situazione anziché migliorarla. È realpolitik la mia, niente più che sano realismo.

Mi permetto una considerazione generale: la democrazia in sé non è in crisi, anzi. È la democrazia rappresentativa a vacillare. Al contrario gode di ottima salute l’ideale rousseauiano di democrazia diretta, che, però, in quanto “ideale” credo sia destinato a non attecchire sul “reale”, se non scendendo – e di molto – a necessari compromessi. Fare politica senza stringere patti, alleanze, senza mediare fra le parti è impensabile. Poiché la politica è essenzialmente mediazione.

Da realista, quale sono, non credo nella piena efficienza della democrazia diretta. Quella rappresentativa è più attuabile, anche se rimane un compromesso, tutto sommato però accettabile se gli organismi di controllo funzionano.

Ciò detto, sono democratico? Certo, ma anche realista. Un ottimista può essere molto più pericoloso e può fare molti più danni di un pessimista. Quanto può essere ottuso l’ottimismo e quanti danni possa fare ce lo hanno insegnato bene – a loro spese – i leader europei, i quali, a cavallo tra il primo e il secondo conflitto mondiale, si fecero abbindolare dalle promesse hitleriane e le cose poi andarono come tutti ben sappiamo.

Tornando alla domanda iniziale: la mia risposta è senz’altro affermativa, ha senso eccome la democrazia rappresentativa, pur con tutte le sue innegabili e – senza dubbio – migliorabili criticità. La mediazione in politica è fondamentale e una modalità alternativa alla democrazia non ce la possiamo permettere, a meno che non vogliamo il ritorno degli “ismi” del Novecento, di cui non so voi ma io ne ho piene le tasche e che guai a dare per morti. Laddove permangono situazioni di crisi economica, marginalità sociale, problemi d’integrazione degli immigrati in fuga dal “climate change” – in prevalenza per problemi di siccità – e da sanguinose guerre nei Paesi di origine, rancore degli autoctoni immiseriti da uno stato d’inflazione perenne con stipendi sempre fermi e prezzi delle merci – anche di prima necessità – in costante aumento, laddove una o più di queste condizioni persiste, allora avrà ancora senso lottare con tutte le proprie forze contro gli intolleranti-ignoranti di cui è pieno il mondo e la cui madre è sempre incinta.

In ultima analisi, che dire della democrazia diretta se non che è una bella utopia. Il fatto che sia bella, però, non la rende meno utopica.

Riforma della scuola o riformatori da riformare?

A parole – giusto quelle – i politici sembrerebbero cantare tutti o quasi la stessa canzone: chi non investe sulla Scuola, non investe sul futuro del proprio Paese. Peccato, però, che l’attuale classe politica, perlomeno nell’Italia degli ultimi anni, di fatto non fa più politica (intesa come il Bene comune), piuttosto tira a campare (fa il bene proprio).

Mentre tutti parlano di sciopero, oggi, una domanda mi sorge spontanea: e se, anziché riformare la Scuola, riformassimo i riformatori? (Il signore della foto parlerebbe di rottamazione…) Alcuni cambiamenti nascondono dei peggioramenti. Un esempio? Le ultime riforme della Scuola. Questo succede quando si vuole far passare, con un bieco tranello del Legislatore: il messaggio di un riformismo progressista orgogliosamente sbandierato, quando in realtà dietro c’è solo un miope disegno di taglio indiscriminato. Laddove ci sono comparti, come la Scuola, che, più che di tagli, necessiterebbero di continui investimenti.

A parole – giusto quelle – i politici sembrerebbero cantare tutti o quasi la stessa canzone: chi non investe sulla Scuola, non investe sul futuro del proprio Paese. Peccato, però, che l’attuale classe politica, perlomeno nell’Italia degli ultimi anni, di fatto non fa più politica (intesa come il Bene comune), piuttosto tira a campare (fa il bene proprio).

Il problema della politica italiana è che a forza di vivacchiare, delle uova oggi (accalappiare consensi), si è scordata della gallina domani (come si governa). E Dio solo sa quanto la nostra malridotta Italia ha bisogno di galline domani. Quindi, ricapitolando: cos’è che secondo me manca alla politica italiana, oggi? Un orizzonte ideale al quale aggrapparsi per combattere la miseria del reale, che, di questo passo, può solo peggiorare.