Sopravvivere non può bastarci

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male.

Voglio riportare un passaggio interessante di “Dopo il Covid-19”, breve ma ricco instant book di Leonardo Caffo. “E se il mondo che seguirà sarà un mondo in cui la libertà conterà più del rischio di perdere la vita? Se vivere diventasse, improvvisamente e dopo il Covid-19, più interessante che sopravvivere? Presto o tardi, anche se la nostra società ci ha completamente diseducati ad affrontare il tema della morte, tutti quanti dobbiamo morire: siamo sicuri che questa vita lunghissima ma vuota per cui stiamo lottando adesso valga più di una vita intensamente breve?”

Chi ha qualche dimestichezza con la filosofia, non può non scovare in questo passo l’influenza senecana. C’è tanto del “De brevitate vitae” di Seneca in questo discorso di Caffo. Ciò non è affatto un difetto. Sono intimamente convinto che filosofare sia “con-filosofare”, come vuole Karl Jaspers, vale a dire: un “filosofare con” chi vive il nostro tempo, ma anche con chi ci ha preceduti e con chi ci succederà. Motivo per cui in filosofia l’originalità è impensabile. Riferirsi ai filosofi precedenti è indispensabile per chiunque filosofi oggi ed è incoraggiante sapere che chi verrà dopo rifletterà “insieme a noi” in un circolo virtuoso, ininterrotto del pensiero.

Precisato questo, la stessa timida critica che rivolgo a Seneca, di riflesso la muovo anche a Caffo, ossia: c’è un sentore di “carpe diem” tanto caro ai Latini nel brano sopra riportato. Come insegna il “Faust” di Goethe, s’illude chi crede di poter cogliere l’attimo. Si può godere l’attimo, assaporare il presente solo proiettandosi nel futuro che non sta davanti a noi, come alcuni credono in maniera del tutto erronea, bensì alle nostre spalle e da lì ci sorprenderà in ogni caso, su questo possiamo stare certi. In realtà, il Covid-19 ci palesa quella che dovrebbe essere un’ovvietà per noi umani: la prevedibile imprevedibilità sia in positivo sia in negativo del futuro. Perché “prevedibile imprevedibilità”? Non amo gli ossimori, ma in questo caso credo sia calzante definire “prevedibile” un futuro che per tutti riserva lo stesso tragico traguardo, la morte, altrettanto ritengo sia sensato parlare di “imprevedibilità”, perché come vivremo nel futuro e come trapasseremo anche – per fortuna – non ci è dato saperlo con precisione. Per quanto oggi esistano figure d’intellettuali che si fanno chiamare “futurologi”, in tutta franchezza credo che il futuro saprà sorprendere anche la più acuta delle previsioni “futurologiche”. Fra tutti, trovo più giusto quell’atteggiamento nei confronti del futuro di chi intende farsi cogliere affaccendati dalla morte, magari mentre si piantano i cavoli in giardino, come insegna Montaigne.

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male. In questo forse rimango un ottimista antropologico, come Rousseau, seppure convinto con realismo che, per quanto bene intenzionato, come ha rilevato Freud, nell’uomo agiscono due impulsi opposti: uno costruttivo, di vita, Eros; un altro autodistruttivo, di morte, Thanatos. La questione cruciale credo sia riuscire a tenere a bada il secondo a vantaggio del primo. Il guaio è che, a partire dalla seconda rivoluzione industriale in poi, con l’avvento della società capitalistica otto-novecentesca, si è avuto un trionfo dell’impulso di morte, che è ora di combattere e sconfiggere prima che finisca di scavarci la fossa; non solo le due guerre mondiali del Novecento, ma pure lo sfruttamento “illimitato” delle “limitate” risorse del Pianeta sono tutte prove lampanti dell’insano trionfo autolesionista del capitalismo odierno.

Malgrado molti scienziati e filosofi ne denuncino gli effetti e le cause, i politici (i neoconservatori e persino alcuni liberal-democratici) sempre meno considerano scienziati e filosofi che mettono in guardia da certi comportamenti predatori ai danni del Pianeta e di tutti quelli che ci abitano (compresi loro), mentre gli stessi politici se ne stanno in ammirante ascolto degli oracoli di oggi, gli economisti, alcuni dei quali (i neoliberisti), con i loro sciagurati consigli, ci hanno condotti a un punto di non ritorno con la paziente quanto inflessibile Madre Natura, che sa tanto di resa dei conti finali. Ci illudevamo di rimpallare il problema delle conseguenze del nostro sfruttamento alle future generazioni, mentre ora comincia a essere chiaro a molti – non ancora a tutti – che riguarda anche e soprattutto noi. Dico “soprattutto” perché ha ragione da vendere Caffo a sostenere che, se non ci rimbocchiamo le maniche noi per primi, potrebbero non esserci più altre generazioni dopo la nostra. Tocchiamo tutto quello che c’è da toccare, per scaramanzia, ma di sicuro prima lo capiamo e prima agiamo uniti nell’interesse di tutti. Meglio allarmare, se ciò comporterà svegliare i dormienti che ci hanno condotto sull’orlo di questo scongiurabile baratro.

Caffo ci dice che “non abbiamo neanche idea delle mostruosità che possono seguire alla crisi del Covid-19, se diamo al sistema la possibilità di espandersi anche dopo questo stop forzato”. Su questo punto, temo che di idee – tutte inquietanti – ce ne sarebbero eccome. Le riassumo in questi termini: aumento delle disuguaglianze e totale affermazione della legge della giungla. Risultato? L’uomo capitalistico – evoluzione, per certi aspetti, o involuzione, per altri, di quello sapiens – eserciterà fino all’ultimo le solite – deludenti – dinamiche di conflitto, giocherà sulle vite di poveri sfortunati – come se la sfortuna fosse una colpa – a chi arriverà prima al vaccino per affermarsi come padrone incontrastato di quell’ammasso di macerie che diventerà il mondo, svicolando l’unico vero problema: l’inevitabile auto-estinzione, seguitando di questo passo. C’è la speranza di venire smentito, ma per avverarla – al momento – mancano solide basi. A ogni modo, se non ci sono adesso, non è detto che non ci saranno domani.

Da Machiavelli a Nietzsche

Per Machiavelli il principe non deve farsi troppi scrupoli nel prendere decisioni dalla moralità discutibile, quantomeno secondo l’usuale morale cristiana; così come per Nietzsche il Superuomo deve andare al di là del bene e del male cristianamente inteso.

Machiavelli riporta alcuni episodi tra cui uno particolarmente utile per comprendere i talenti di Cesare Borgia, il suo principe ideale. Si narra che “[…] non fidandosi della Francia e di altre forze estranee e non volendo correr rischi con esse, decise di ricorrere agli inganni.” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 93.) Famigerato rimane il tranello teso a Paolo Orsini, che Machiavelli riporta restando fedele agli eventi. “Il duca colmò costui di cortesie e lo rassicurò fornendogli danaro, abiti e cavalli, tanto che gli Orsini finirono, per dabbenaggine, col consegnarsi nelle sue mani in Sinigaglia. Cesare Borgia uccise i capi del partito degli Orsini, compreso Paolo, e costrinse i partigiani a diventargli amici. Pose in tal modo fondamenta assai buone al suo potere” (p. 93).

Cosa insegna l’inganno teso contro gli Orsini presso la rocca di Senigallia? Per la morale cristiana suscita riprovazione un simile modo di agire tanto spietato e vigliacco, invece Machiavelli pare sciogliersi come un ghiacciolo al sole nel raccontare questa che lui reputa una prodezza da fuoriclasse della politica dei suoi tempi. Questo perché per Machiavelli morale e politica non sono compatibili. Quel che è certo per lui è che il talento politico di un eccellente principe non si misura sul grado cristiano di bontà, quasi a voler suggerire l’idea che la bontà è un lusso che un consumato politicante non può permettersi.

Per essere incisivi in politica occorre talvolta essere spietati e all’occorrenza vigliacchi, perché l’insegnamento tratto dalla lettura de “Il principe” di Machiavelli è che: “il fine giustifica i mezzi” adoperati per ottenerlo. Per quanto di questa frase non vi è traccia ne “Il principe”. A ogni modo, è innegabile che alcuni passi dell’opera – fra tutti i capitoli diciotto e diciannove – si prestino a trasmettere una filosofia “amorale”, che Nietzsche definirebbe da Superuomo.

A questo proposito, il collegamento tra il principe ideale vagheggiato da Machiavelli e lo “Übermensch” nietzscheano è tutt’altro che infondato. Per Machiavelli il principe non deve farsi troppi scrupoli nel prendere decisioni dalla moralità discutibile, quantomeno secondo l’usuale morale cristiana; così come per Nietzsche il Superuomo deve andare al di là del bene e del male cristianamente inteso. Infatti, sia Machiavelli sia Nietzsche ritengono che per fare la storia e non limitarsi a subirla si debba avere: una condotta inflessibile pur di raggiungere i propri scopi politici secondo il primo e pur di accrescere la propria volontà di potenza per il secondo.

La filosofia del Drugo

Il Drugo è un debosciato o un maestro zen? Trovo la seconda ipotesi più corretta. Perché? Il Drugo abbraccia la logica paradossale degli orientali e si tiene alla larga dalla logica aristotelica degli occidentali imperniata sul principio di non contraddizione, che rinnega, proprio come Nietzsche.

Chi è il Drugo? Così come Jeff Bridges rispondo: “Io sono il Drugo!”. E lo siete anche voi se… amate prenderla come viene perché tanto, si sa, la vita è una giostra impazzita e bisogna assaporarla finché si è vivi… apprezzate la trinità drughiana, ovvero, quattro chiacchiere con gli amici, una birretta e una partitella a bowling, va bene però qualsiasi altro sport… adorate uscire di casa in pantofole o sandali o ciabatte 365 giorni l’anno… non vi scandalizza l’idea di andare al supermercato in vestaglia giusto per rifornirvi della vostra marca di birra preferita. Se avete fatto o fareste queste cose, be’, siete dei Drughi anche voi e vi meritate di rivedervi “Il grande Lebowski”, film capolavoro dei fratelli Coen. E se non vi basta e siete curiosi di sapere cos’hanno in comune Drugo e Nietzsche, vi consiglio di leggere il mio “Filosofi da Oscar”, libro che fa dialogare filosofia e cinema; un libro di filosofia per non accademici, ovvero che può essere letto e anche capito – si spera – da gente solo curiosa di filosofia, che ha avuto modo di degustarla a qualche festival estivo, che l’ha studiata al liceo – o avrebbe voluto ma ha fatto un’altra scuola – e vorrebbe riprenderla; insomma, chiunque abbia voglia di andare un po’ più a fondo delle questioni ed è stufo di rimanere fermo alla superficie (la superficialità è un vestito che ad alcuni sta più scomodo che ad altri).
Filosofi da Oscar” vuole essere un inno a una filosofia per tutti (e non solo per qualcuno). Perché poi, diciamocelo, il problema della filosofia è che si è sempre presa troppo sul serio e anche se è una cosa dannatamente seria – forse proprio per questo – ogni tanto i filosofi dovrebbero rilassarsi un po’ e “prenderla come viene”, alla maniera del Drugo.
Il Drugo è un debosciato o un maestro zen? Trovo la seconda ipotesi più corretta. Perché? Il Drugo abbraccia la logica paradossale degli orientali e si tiene alla larga dalla logica aristotelica degli occidentali imperniata sul principio di non contraddizione, che rinnega, proprio come Nietzsche. La verità è bianca o nera? Dipende se si è o no juventini (per me è bianconera per esempio). Battute a parte, secondo Aristotele o è bianca o è nera. Ma lo è pure per Nietzsche e per il Drugo e per tutti quelli che la prendono come viene. Il “prenderla come viene” è il leitmotiv filosofico de “Il grande Lebowski”.
Cosa accomuna Drugo a Nietzsche? Il “prenderla come viene” del primo fa il paio con “l’amor fati” del secondo. Scegliere il proprio destino e amarlo. Perché lottare contro la corrente se è tanto bello lasciarsi trasportare da essa? Certo, purché si scelga in quale corrente nuotare o affogare. Per esempio: scegli che il tuo destino è essere un tennista, allora devi pure amarlo al punto da non metterti – che ne so – a fare l’avvocato o il fornaio. Lo stesso dicasi per il suddetto avvocato o fornaio, che non deve deviare dal proprio percorso esistenziale mettendosi a fare il tennista. In altre parole: seguire sempre la corrente. Ovunque vi porterà andrà più che bene, perché è là che da sempre volevate andare.
Ora, strano a dirsi, “Il grande Lebowski” è uno di quei film che possono non piacere alla prima visione, già alla seconda o alla terza risulta più convincente, come mai? Perché il Drugo tira fuori il lato trash che vi è in noi, che rinneghiamo ma che alla fin fine… non ci dispiace.
Apprezzare il Drugo significa essere giunti a una nobile verità: l’abito non fa il monaco. E il monaco non fa l’abito (a quello ci pensa il sarto). Di solito, i più loschi individui indossano giacca e cravatta; sono dei piazzisti spregiudicati e vogliono rifilarti titoli tossici; solo per via di un terribile equivoco vengono chiamati affaristi e non criminali, come meriterebbero.
Chi apprezza il Drugo, non può non apprezzare anche Nietzsche, che è stato un grande Drugo della storia. Dietro a quei baffoni enigmatici celava la saggezza del tipo che sa “prenderla come viene”, tenendo botta, nonostante una vita tutt’altro che “rosa e fiori”. Ma proprio in questo sta la sua grande saggezza: Nietzsche – come ogni grande Drugo prima e dopo di lui – ha amato il suo destino (questo è il senso della rivisitazione nietzscheana del concetto di “amor fati”); ha saputo accettare come pochi la solitudine e l’incomprensione, entrambe riservate in vita ai grandi geni. Il suo merito è stato quello di averci fatto guardare dentro all’abisso, che a sua volta ha finito poi per rimirare dentro di noi. E cosa ci ha trovato? Niente che a noi sia estraneo, solamente: il bene e il male, ovvero, il meglio e il peggio di cui l’uomo è capace.

Corso di CineFilosofia

Sono aperte le iscrizioni al CORSO DI CINEFILOSOFIA (II edizione), che prenderà il via il prossimo 24 FEBBRAIO 2020 presso la Biblioteca Zavatti di Civitanova Marche. Il ciclo di tre incontri, tenuto dal Professore Marco Apolloni – docente di Filosofia e Storia – avrà cadenza settimanale, dalle ore 18 alle 20. Partendo dal saggio “FILOSOFI DA OSCAR”, il docente stuzzicherà la curiosità dei presenti – siano essi cultori della disciplina o meno – verso la filosofia. Come suggerisce il titolo, il libro propone un accostamento tra la filosofia e il cinema e, attraverso la presentazione di pellicole famose, Apolloni proporrà alcune “riflessioni filosofiche” su temi universali e sempre attuali. Per info/prenotazioni: 333.3495829 – marcoapolloni83@gmail.com. Si tratta di una seconda edizione del corso, tuttavia il non aver partecipato alla prima non preclude l’iscrizione a questi nuovi appuntamenti, dato che verranno approfonditi argomenti diversi.

Qual è la più importante qualità di un professore?

Uno dei tanti compiti del docente è mettere voti onesti, né troppo severi né troppo generosi. Una valutazione, affinché sia utile, dev’essere “formativa”, deve cioè “formare” la persona che si ha davanti, renderla consapevole su cosa e come migliorare. Di fronte a una scena muta o quasi, per quanto ci dispiaccia, non si può lasciar correre.

Trovo assurde quelle interrogazioni dove devi parlare tu e non lo studente, perché quest’ultimo non riesce a spiccicare parola, magari perché si è bloccato, o ha la personalità fragile, o non si ricorda quanto ha o – diversamente – “non ha” studiato. Quando capita, tu professore che vuoi essere di aiuto ai tuoi studenti, non vuoi mostrarti troppo rigido, fiscale (anche se non ci sarebbe nulla di male a esserlo). Al contrario, provi ad andargli incontro: cominciare tu il discorso, deviare su una domanda in teoria più facile… perché dico “in teoria”? Perché “in pratica” tutte le domande sono difficili per chi non studia. Alcune volte, in situazioni del genere, si può finire con il rifare daccapo la spiegazione per quanto parli solo tu, dato che chi dall’altra parte dovrebbe esporti dei contenuti non è capace di farlo. Quando capita questo, però, più che mettere il voto alla prestazione dello studente, dovresti metterla a te stesso.

Per quanto mi riguarda, cerco di evitare una situazione tanto ridicola, dal momento che trovo diseducativo farla passare franca a uno studente che non si presenta preparato a un’interrogazione. Infatti, che insegnamento potrà mai trarne se il professore non lo aiuterà a capire che ha sbagliato? Siccome, oltre a essere professori, siamo anche educatori, mi pare doveroso correggere comportamenti erronei per far sbocciare il senso di responsabilità nei nostri studenti. Quando un professore s’interroga da solo e mette un voto a sé stesso più che alla pessima prestazione di chi ha davanti, oltre a non agire secondo deontologia, rende un pessimo servizio al ragazzo, come se – implicitamente – lo invitasse a riprovarci la volta successiva, quella dopo ancora e così via in un continuo prendere/prendersi in giro.

Uno dei tanti compiti del docente è mettere voti onesti, né troppo severi né troppo generosi. Una valutazione, affinché sia utile, dev’essere “formativa”, deve cioè “formare” la persona che si ha davanti, renderla consapevole su cosa e come migliorare. Di fronte a una scena muta o quasi, per quanto ci dispiaccia, non si può lasciar correre.

Con la mia scala valutativa già cerco – nei limiti del possibile – di aiutare i miei studenti, visto che come voto minimo parto dal tre e non disdegno – in rari casi ma succede – di mettere il massimo, cioè dieci. Quindi, per scelta didattico-educativa ho deciso di escludere dal novero delle valutazioni possibili i voti minimi che reputo lesivi della dignità della persona. Mi posso permettere questo perché mi guardo bene dal fare verifiche a crocette, preferendo quelle a domanda aperta, che – peraltro – mi sembrano più consone a materie quali Filosofia e Storia che si basano molto sul saper argomentare. Uno studente che non ha argomenti e non riesce a svilupparci sopra un discorsetto di senso compiuto “non” ha colto uno degli aspetti principali della disciplina filosofica. Inoltre, uno studente incapace di esporre le proprie idee, nel corso della sua vita sarà sempre dimezzato perché non in grado di comunicare “a parole” e “per concetti” ciò che sente dentro di sé, ciò che pensa.

Pensare è quel che rende l’uomo un “animale razionale”, che rispetto alle altre specie animali possiede quel “quid plus”, quel valore aggiunto costituito dalla ragione. Quest’ultima tutti ce l’abbiamo, anche se non tutti ne facciamo uso o perlomeno non sempre, altrimenti avrebbe avuto ragione Kant con il suo trattato “Per la pace perpetua” a ritenere possibile – grazie al progredire della ragione – un mondo privo di guerre.

Di certo non condanno quei miei colleghi che somministrano prove strutturate, in particolare quelli delle materie scientifiche. Nel loro caso è impossibile non partire dallo zero perché – faccio un esempio – se in un test “a crocette” do dieci domande e un alunno non ne indovina neanche una, questi logicamente si dovrà beccare un rotondo quanto scoraggiante zero. Vorrei anche aggiungere che in verifiche formato quiz – per quanto ben congegnate – vi sono più rischi che: lo studente possa rispondere nella maniera corretta tirando a indovinare, oppure possa copiare – con più agio che in quelle discorsive – da qualche compagno.

A ogni modo, con le domande aperte che propongo ai miei studenti, aggiro allegramente il problema dei voti minimi e, andando come scala di valutazione dal tre al dieci, mi sembra di operare “in aiuto” dei miei alunni. Perciò, quando uno studente non mi riconosce questa forma di premura nei suoi confronti ma – anzi – protesta per un voto che non lo soddisfa, be’, non nego che ci rimango male. Poi, per carità, il dispiacere mi passa subito e dimentico in fretta perché non voglio essere un professore vendicativo. So bene di avere “il coltello dalla parte del manico” e non mi sembra corretto accanirmi su chi – come uno studente al cospetto di un “prof” – è in una posizione di debolezza; approfittarsene sarebbe da vigliacchi, da chi fa il forte coi deboli e il debole coi forti.

Tutti i professori ambiscono a esseri giusti, si sa, ma giacché la giustizia è prerogativa divina e non è cosa di questo mondo, di solito ci si accontenta di essere equi, ovvero: capaci di trattare con la massima equità i propri studenti. Motivo per cui per essere in pace con quello che faccio, mi basta pensare – e sperare – di essere equo. Equità, ecco qual è la più importante qualità di un professore.

Come togliere il dittatore di torno

Lo spirito critico è il solo antidoto per sconfiggere lo spirito di gregge tanto in voga in un’era dominata dal potere sottile quanto invisibile – ma non meno potente – della rete. Essa in teoria avrebbe dovuto liberarci, in pratica ha riproposto sotto altre forme il problema del condizionamento delle masse, sempre più assoggettate alla dittatura dei like basata sull’apparenza e non sull’essenza delle cose.

Mi piacerebbe che i miei studenti acquisissero la competenza di saper stare al mondo. Ovvero: riuscire a stare alle regole del gioco ma non passivamente, bensì in maniera propositiva, cercando di adattarsi. Questa competenza si chiama resilienza e io la intendo come quella capacità di saper fare di necessità virtù, come ci hanno insegnato i nostri nonni con la loro inscalfibile saggezza popolare.

Sapersi adattare non implica – per forza di cose – un adeguamento al ribasso. Si adatta chi – in maniera del tutto sana – si rende conto che non si può sempre vivere alle proprie condizioni, ma si deve sempre vivere con il proprio stile inconfondibile fregandosene della propria limitata condizione umana; condizione di chi ogni giorno ha l’obbligo di fare i conti con il senso del limite, che non vuol dire trovare una scusa per non fare o per fare di meno, bensì per cercare di portare a termine i propri compiti facendo del proprio meglio. È naturale poi che una volta si potrà ottenere di più e un’altra di meno; quel che conta, però, è il livello d’impegno che dev’essere sempre alto.

In passato mi è stato chiesto: “Prof, come posso migliorare in filosofia e storia?”. La mia risposta mai troppo scontata è stata: “Leggi più che puoi, solo così amplierai il tuo lessico migliorando il tuo modo di parlare e scrivere”. Ho riscoperto l’acqua calda, lo so, ma non mi stancherò mai di ripetere come la lettura sia il solo rimedio tutt’oggi noto ed efficace per contrastare le tirannie del pensiero unico. Leggere stimola l’insorgenza di un pensiero autonomo, che altrimenti non sgorga come per incanto chissà dove e chissà come. Dietro un ragazzo che non sa pensare con la propria testa o che non pensa affatto, si nasconde un ragazzo che non legge nient’altro che i post su Facebook (poi c’è poco da meravigliarsi se prende per vere le fake news).

Un professore di filosofia come me non può non combattere questa inclinazione sbagliata nei propri studenti. Lo stesso Socrate ha perso la vita perché ha voluto insegnare ai suoi allievi a pensare con la loro testa; non a caso il pensiero è sempre stato pericoloso per chi detiene il potere, perché un cittadino che pensa da sé, dotato di spirito critico, è un cittadino più duro da ingannare con false promesse.

Lo spirito critico è il solo antidoto per sconfiggere lo spirito di gregge tanto in voga in un’era dominata dal potere sottile quanto invisibile – ma non meno potente – della rete. Essa in teoria avrebbe dovuto liberarci, in pratica ha riproposto sotto altre forme il problema del condizionamento delle masse, sempre più assoggettate alla dittatura dei like basata sull’apparenza e non sull’essenza delle cose.

Penso che non si possa chiedere a un professore di filosofia di lasciar correre su questo che è uno dei problemi capitali del nostro tempo: la scarsa o – in taluni casi – addirittura assente inclinazione a leggere. Motivo per cui do libri in lettura ai miei studenti liceali consapevole che: gustarsi qualche pagina al giorno… toglie il dittatore di torno!

Filosofia per molti e non per tutti

Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.

Di questi tempi, tutti corriamo come dei matti, siamo sempre e di più trafelati, oberati da mille impegni che ci sobbarchiamo come illudendoci – non so – di essere immortali. Già, perché va bene dimenticarci come meccanismo di autodifesa la nostra dimensione mortale – a volte meglio non pensarci per godere appieno della nostra vita al presente –, però non dobbiamo nemmeno essere troppo schizofrenici, cioè a dire: perdere contatto con la realtà di ciò che siamo, creature che fingono soltanto di non sapere ciò che aspetta loro, che eternizzano il loro presente e lo vivono come se non fosse quello stillicidio di anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi che è in effetti. Appunto, considerando la meta, meglio capire come godersi il viaggio. Questo è ciò di cui si preoccupano i filosofi. Per voler essere dei guastafeste, si potrebbe senz’altro ribattere che c’è chi muore e non l’ha ancora capito. E con questo? “Capire” vale il prezzo del biglietto, anche se questo può voler dire soffrire proprio perché si è meglio compresa l’essenza di questa nostra vita: la sofferenza.
Più si capisce e più si soffre. Quindi? Tanto vale arrendersi? Neanche per sogno, si vive lottando per ogni respiro, assaporandolo per giunta, godendo della bella notizia, ovvero che si è ancora vivi anche se non si sa per quanto.
Credo si debba riscoprire una dimensione agonica del vivere, che vorrà pure dire soffrire e, per chi vuole vivere filosoficamente, capire questa sofferenza. Non è un caso se Edipo si acceca dopo avere appreso di avere ammazzato suo padre e avere generato figli con sua madre. Sapere questo, capirlo – “capire” è lo step successivo del “conoscere” – farebbe impazzire il migliore degli uomini, figuriamoci un assassino incestuoso. Comunque, meglio non accecarsi perché gli occhi vanno tenuti bene aperti e ci servono per vedere bene, con chiarezza, ci aiutano a capire. La visione, la vista è un coadiuvante della comprensione, la dilata, la fortifica. Perciò non mi resta che raccomandarvi di tenere gli occhi spalancati e augurarvi buon viaggio, con o senza filosofia, con o senza consapevolezza, a voi la scelta.
Costringere ad amare la filosofia è l’ultimo obiettivo che mi pongo. Non la penso come Epicuro e nemmeno come Nietzsche, la penso come me stesso e dico che la filosofia no, non è per tutti, ma per molti sì. Per quelli che non si accontentano a vivere e basta, ma vogliono vivere meglio, con più qualità, facendosi delle domande per darsi risposte funzionali, cioè che funzionino per sé. Il filosofo si pone domande “materiali”: cosa mangiare a pranzo o a cena, che film o serie televisiva vedere, che marca di crema solare comprare, che tragitto percorrere per andare al lavoro, eccetera. Come pure domande “spirituali”: chi siamo, da dove veniamo, che ci stiamo a fare qui sulla Terra, c’è vita solo “qui sulla Terra” o anche altrove, che cos’è la vita, perché c’è il tutto anziché il nulla e così via.
A costo di esagerare, la sparo grossa: forse persino Socrate si sbagliava a ritenere indegna una vita senza ricerca filosofica. Si può vivere “senza” filosofia (senza consapevolezza), ne sono convinto. È solo che, come Socrate, anche a me convince di più una vita “con” filosofia (con consapevolezza). Questo vuol dire che i filosofi sono maniaci del controllo? Non lo so, forse. O forse l’unico controllo che s’illudono o sanno di avere – chi può dirlo – è la consapevolezza di non poter controllare tutto e che a volte la corrente non si combatte, si asseconda se non si vuole affogare, come sa bene il nuotatore esperto. Oltretutto, ora che ci penso, non saprei in che altro modo vivere se non applicando, in ogni cosa che faccio, la mia filosofia di vita. In definitiva, la filosofia per me è tutto, ma questo “tutto” non lo è per tutti.

Filosofia e politica

Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno.

Avrei potuto intitolare questo post anche: “Le ragioni per cui nessun partito ha ragione”. Il proprio partito ha sempre ragione? È stupido anche solo supporlo, figuriamoci pensarlo. Chi è solito ragionare con la propria testa, non è solito iscriversi a partiti politici, a meno che non abbia delle ambizioni. Cosa legittima, purché si capisca che una volta scesi in campo si dovrà per forza o per amore fare i conti con la spietata logica partitica. Gustave Le Bon (lo scopritore della “psicologia delle folle) non ha dubbi: in gruppo si è più stupidi. Tesi che appoggio in pieno.
In breve, non è detto che la ragione del partito – non importa quale – sia più ragionevole, più giusta di quella del singolo. Spesso accade il contrario: tante teste, tanta confusione. Se fossimo tutti uguali o la pensassimo tutti allo stesso modo, che noia sarebbe il mondo? Mi devo scusare, ma un po’ come Unamuno anche io appartengo a un partito il cui unico iscritto sono io soltanto e a volte penso che siamo pure in troppi.
Come mi capita di dire sempre ai miei ragazzi a lezione: “Il mio compito con voi non è fare politica, ma è fare in modo che impariate a pensare con la vostra testa così da impedire ai politici di raggirarvi”. Ecco, tutt’al più è filosofia politica. Nulla di originale, dal momento che c’è già chi ci ha provato e ha pure fatto una brutta fine. Lo hanno prima processato, poi condannato all’esilio e quel folle – follia filosofica fu la sua – se le è fatta commutare in condanna a morte, rifiutando l’esilio dalla sua amata città, le cui leggi aveva sempre amato e rispettato.
Se proprio quelle stesse leggi, tanto amate e rispettate da lui – a questo punto tutti dovrebbero avere capito trattarsi di Socrate –, si erano rivoltate contro di “lui”, tanto valeva accettare serenamente il proprio fato avverso e morire per le idee in cui aveva sempre creduto, che aveva ogni giorno praticato insegnando la filosofia nel solo modo che conosceva: “sapendo di non sapere”, ovvero vivendo filosoficamente. Come? Ricercando il sapere che è compito proprio di ciascun filosofo. Perché una vita senza ricerca – come lui stesso ha detto – non è degna di essere vissuta.
Temo che, poiché insegna a pensare con la propria testa, la filosofia darà sempre fastidio al potente e al prepotente di turno. È vero, oggi non ci sono più i Trenta Tiranni, Crizia pure è trapassato, ma la tirannia invisibile che ci governa tutti – non mi riferisco alla presente situazione politica italiana, sia chiaro – ha ancora più bisogno della filosofia e di una vita filosofica come antidoto alla schizofrenia dei nostri tempi.

La filosofia ci rende liberi

Anche se qualcuno ci imprigiona mettendoci delle catene di ferro ai piedi o delle manette ai polsi, ma noi siamo liberi qui, nella mente, allora continueremo a esserlo anche se carcerati.

Io sono un filosofo e anche voi lo siete, solo che finora può essere che nessuno ve lo abbia mai detto. Perché dico questo? Facile, dal momento in cui siamo tutti vivi e più o meno vegeti ognuno di noi ha – che lo voglia o meno – una propria filosofia di vita, che coincide con un proprio modo di stare al mondo e vedere le cose. Tutto questo io lo chiamo “filosofia”. Confrontarsi con il pensiero dei più grandi filosofi di tutti i tempi è di fondamentale importanza per sviluppare il proprio punto di vista, il proprio angolo visuale sulle cose. Alcune di queste grandi menti potranno piacervi, altre le odierete, ma se c’è una cosa di cui sono ragionevolmente sicuro è  che nessun filosofo vi rimarrà del tutto indifferente. Ecco, una cosa importante che può insegnarvi la filosofia: è prendere posizione, lottare contro l’indifferenza dilagante nel mondo, dire la vostra imparando a pensare con la vostra testa che, a conti fatti, è l’essenza stessa della libertà perché nessuno è più libero di chi pensa con la propria testa e dice – con sensatezza – ciò che pensa.
La differenza fra le catene fisiche che ci tengono imprigionati e quelle mentali è che le seconde sono molto più insidiose, ci intrappolano con mille legacci e ci impediscono di vivere una vita pienamente consapevole. La consapevolezza è il succo della filosofia. (A tal proposito, rimando alla storiella zen del mandarino, che, in estrema sintesi, si può mangiare in due modi: senza consapevolezza e con consapevolezza, il primo modo implica un ingurgitare senza senso, mentre il secondo e più efficace modo significa assaporare coinvolgendo tutti e cinque i sensi.) Anche se qualcuno ci imprigiona mettendoci delle catene di ferro ai piedi o delle manette ai polsi, ma noi siamo liberi qui, nella mente, allora continueremo a esserlo anche se carcerati. Vero è che se si riesce a essere liberi di mente e non al “gabbio” sarebbe decisamente più confortevole per tutti quanti 🙂 In definitiva: a che serve la filosofia? A renderci liberi (e non è poco).

Filosofia e religione

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda.

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda. In che senso? La filosofia c’insegna a ricercare la o le verità, ma nel farlo ci mette in condizioni di ricercare la Verità, come si suole dire: ci colloca già sulla buona strada.
Sia chiaro io credo che ogni strada sia buona per sé e che per ognuno ce ne sia una diversa che, ciononostante – per questo non sono un relativista –, può condurre alla stessa meta. Questa meta per me è Dio, per un altro potrebbe essere il fato, per un altro ancora il caso. Ecco, secondo me tre sono le categorie di assoluti, categorie che la mente umana non può eludere: ovvero ciascuno, vivendo a modo proprio, finisce inevitabilmente per credere in una delle tre. Motivo per cui affermo che la filosofia è la via per arrivare alla religione, perché filosofare significa mettersi in cerca della Verità, ci tengo a precisare: non a trovarla. Va da sé che se uno non cerca, neanche può trovare.
Ebbene è a questo proposito che s’inserisce Dio, il fato o il caso. Questi tre assoluti sono i pilastri del pensiero. Pilastri, questi, che rendono meno vacillanti le fondamenta del nostro vivere. Sono convinto infatti che non si possa vivere senza un principio veritiero, quale che sia quello a cui si scelga di credere.