L’umanesimo necessario

Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via.

“Poiché il numero degli eletti è limitato, quello dei malcontenti è per forza immenso. Questi ultimi sono pronti a tutte le rivoluzioni, quali ne siano i capi o gli scopi. Con l’acquisizione di conoscenze inutilizzabili l’uomo si trasforma sempre in un ribelle” (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 126). Queste parole potrebbe averle scritte qualsiasi Ministro dell’Istruzione degli ultimi vent’anni di storia repubblicana italiana, invece sono di Gustave Le Bon. A sentirli ripetono sempre tutti la stessa ricetta – onde conservare il potere e lo status quo presente, a loro vantaggioso – e cioè miglior cosa sarebbe “sostituire gli odiosi manuali e i pietosi concorsi con un’istruzione professionale capace di riportare la gioventù verso i campi, gli opifici e le imprese coloniali oggi trascurati” (p. 126). La solita solfa, insomma: l’eterno ritorno del conservatorismo in materia d’istruzione. Della serie: alla fine quasi che era meglio Giovanni Gentile e la sua riforma della scuola datata 1923.
Governo che viene, riforma del sistema scolastico che se ne va per lasciare il posto all’ideologia dominante, di ideali ormai neanche a parlarne. E che dire degli scenari odierni e futuri? Scenari da “disaster movie” fantascientifico sembrerebbero unanimi nel confermarci quanto i lavori di cosiddetta “bassa manovalanza” saranno sempre più svolti da macchine, robot o androidi, poco importa. Per questo si fa un “gran parlare” di redditi di cittadinanza o di dignità, che poi sempre della stessa cosa si tratta e sempre la stessa ineludibile domanda pongono: in che modo i manovali di “domani”si guadagneranno il pane? Un massiccio incremento di droghe e criminalità saranno – con tutta probabilità – i seri effetti collaterali che i governanti futuri si dovranno preparare a contrastare con efficacia se non vorranno esserne travolti. Per non parlare degli scenari geopolitici che potrebbero vedere nazioni farsi la guerra per accaparrarsi le migliori tecnologie.
Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via. Una scoperta scientifica o un’innovazione tecnologica è una cosa grandiosa, può segnare un grande balzo in avanti per l’umanità. Chi lo mette in dubbio? Io no di certo. Tuttavia sia la scienza sia la tecnologia senza una visione globale manca di un elemento essenziale: ciò che esattamente permette a una data innovazione di essere fruita, fatta propria e utilizzata per il meglio.
Un esempio? Si prenda una pistola. Può risultare una strepitosa invenzione finalizzata a difendersi dai malintenzionati che vogliono farci del male. Come può – del resto – anche essere la peggiore delle invenzioni umane, se usata da uno studente squilibrato per fare strage dei suoi compagni e compagne. Tutto dipende dal “fine”– “telos” avrebbero detto i Greci – per cui una cosa viene fatta. Senza un fine preciso, quale che sia, a seconda delle proprie convinzioni, si è – scusate il gioco di parole – “finiti”. Inutile girarci intorno, la scienza, la tecnologia hanno un baco costitutivo: hanno poca o talvolta nessuna dimestichezza con la “finalità”, che è invece pane per i denti dei cultori delle “humanae litterae”, che di finalità, quale che sia, se ne intendono e parecchio, avendoci costruito i loro plurimillenari giacimenti di sapere.

L’insegnamento come missione

Un insegnante che fa bene il proprio mestiere non fa altro che adempiere a una vera e propria missione: salvare – nel più alto e autentico senso della parola – le vite di giovani che senza le loro cure potrebbero finire sbandati e in balia di chissà quali ideologie fasulle, cattive compagnie, falsi profeti, pessimi maestri, fastidiosi imbonitori, sette degenerate e chi più ne ha più ne metta. Come fanno a salvarne un così alto numero? Sviluppando nella gioventù – erroneamente considerata nichilista – il più prezioso degli anticorpi: lo spirito critico.

“Invece di preparare gli uomini per la vita, la scuola li prepara per gli impieghi pubblici in cui la riuscita non esige nemmeno un barlume di iniziativa […] Dall’alto al basso della piramide sociale, la massa formidabile dei diplomati e dei laureati stringe oggi d’assedio le carriere […] Nel solo dipartimento della Senna vi sono ventimila istitutori ed istitutrici disoccupati che, disprezzando i campi e gli opifici, si rivolgono allo Stato per vivere” (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 125). Questo dice Gustave Le Bon sul finire dell’Ottocento. Le sue parole suonano ancora oggi attuali. Cosa parrebbe volerci dire l’autore della “Psicologia delle folle”?
A me sembra questo: che gli statali non sono che spiriti barbini, privi d’iniziativa e di una volontà che non sia quella di non bramare altro se non il “posto fisso” o, in alternativa, spirare provandoci. Non è che la considerazione dei cosiddetti “statali” sia tanto migliorata, oggi. Nell’immaginario collettivo sono sempre considerati alla stregua di mangiatori di pane a tradimento; in pratica, “magnaccia” scansafatiche che vivono sulle spalle di altra gente più industriosa di loro. Peccato che non sia tutto bianco o nero. Citando George Bernard Shaw: “Per ogni problema complesso, c’è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata”.
Esistono degli statali sfaticati? Sì, certo, ne esistono e non pochi, vedi alla voce: “furbetti del cartellino” tanto per citare il più clamoroso episodio recente. L’altra domanda da porsi è però secondo me se ne esistono di volenterosi, che s’impegnano per fare bene e talvolta persino con creatività il loro lavoro? Io credo proprio di sì. Un esempio? Un insegnante che svolge a regola d’arte il proprio mestiere non fa altro che adempiere a una vera e propria missione: salvare – nel più alto e autentico senso della parola – le vite di giovani che senza le loro cure potrebbero finire sbandati e in balia di chissà quali ideologie fasulle, cattive compagnie, falsi profeti, pessimi maestri, fastidiosi imbonitori, sette degenerate e chi più ne ha più ne metta. Come fanno a salvarne un così alto numero? Sviluppando nella gioventù – erroneamente considerata nichilista – il più prezioso degli anticorpi: lo spirito critico. A che prezzo? Con la sacrosanta “fatica” di chi sa che sta facendo la cosa giusta, assolvendo alla propria missione esistenziale, qui e ora in questa desolata ma – per fortuna – non disperante “valle di lacrime”.

Lo stupido multitasking

La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì.

Viviamo in un presente difficile, questo è il destino di ogni generazione; non ce ne è una che non si sia lamentata, più o meno a torto, dello stato di cose ereditato. Tuttavia, non si è troppo piagnucolosi nel constatare che la velocità con cui i cambiamenti, in tutti i settori, si succedono l’uno all’altro sia a dir poco disorientante. L’impressione generale è che si vada sempre più di corsa e, di conseguenza, per stare al passo con i tempi che corrono si vuole fare sempre più cose alla volta. Proprio su quest’ultimo aspetto, i neuroscienziati stanno facendo delle ricerche, i cui esiti sembrano propendere verso l’ipotesi che stiamo diventando tutti – passatemi il termine – un po’ più stupidi.
Lavorare in multitasking è cognitivamente impegnativo, porta a un sovraccarico eccessivo del nostro sistema cerebrale che per questo va in tilt. Le suddette ricerche stanno evidenziando come sia pressoché impossibile fare più cose alla volta – questo significa lavorare in multitasking –, perché sempre e comunque ne faremo una alla volta, che ci piaccia o meno.
Prendiamo il caso di un tizio qualsiasi, me per esempio, visto che una ne faccio e cento ne penso. Alcune volte mi capita di lavorare con quattro o cinque schermi davanti a me: due tablet, uno smartphone e uno, due computer. Bene, quando provo a lavorare in questa maniera mi rendo conto di lavorare male, “a spizzichi e bocconi” per così dire. Faccio un po’ di questo, un po’ di quello, un altro po’ di quell’altro e così via. La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì. Per farlo vi consiglio di familiarizzare con la filosofia, che è più innocua di quanto sembrerebbe a una prima occhiata. Questo perché la filosofia oltre a essere l’arte del dubitare, del porre le domande giuste, è anche l’arte del fare le cose con lentezza: del “prenderla come viene” direbbero i dudeisti memori dell’insegnamento di Drugo, protagonista del film “Il grande Lebowski”.
“Prenderla come viene” significa “prenderla con filosofia”, ovvero assegnando la giusta importanza alle cose che ci accadono, prendere la vita per quello che è: la più sensazionale e supersonica delle montagne russe. Non fai in tempo a salire che devi già scendere. Ed è così per tutti. In questo sta la grande democrazia della vita. C’è una poesia di Antonio De Curtis, in arte Totò, intitolata “La livella”, che incarna l’essenza democratica della vita: sia al ricco sia al povero sempre la stessa sorte tocca.
In attesa della resurrezione dei corpi gloriosi, spero e quindi credo. Sperare è credere. E credere, aveva ragione il filosofo-matematico Blaise Pascal, è un po’ come scommettere. Cosa? La più decisiva delle scommesse: che Dio esiste. Nel caso si vincerebbe tutto, vedi alla voce: salvezza eterna. In caso contrario si perderebbe: niente!
In ultima analisi, filosofare vuol dire proprio: prendersi il tempo che serve. Per scegliere bene e finire per fare la cosa giusta.

“Senza moscioli né pistole”, nuova uscita!

SENZA MOSCIOLI NÉ PISTOLE
(MARCO APOLLONI)

un giallo hard boiled

L’investigatore privato Tarcisio Muzzo è un tipo che o lo si ama o si odia. Smodato, amante degli eccessi, ma sempre genuino e mosso dalla ferrea volontà di spedire nel posto che merita la peggiore feccia in circolazione, sogna di vivere come Magnum P.I., il celebre protagonista dell’omonima serie tv anni Ottanta. La realtà, però, è che le sue giornate scorrono tutte uguali, tra un adolescente disagiato da pedinare e adulteri da cogliere in flagrante. Finché l’indagine sul misterioso suicidio di una giovane universitaria apre scenari inimmaginabili per la tranquilla realtà anconetana. E così, tra un Rosso Conero e un tuffo nelle acque cristalline del litorale marchigiano, tra epiche abbuffate di moscioli – le prelibate cozze di Portonovo – e capatine al night club, Tarcisio si muove nella sorniona vita di provincia; come un eroe improbabile, dotato però di un sottile acume e una sorprendente profondità, capirà che si nasconde ben altro dietro la morte della ragazza e si addentrerà sempre più nelle pieghe oscure dell’animo umano.

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È STATO DEFINITO

“Un intricato caso da risolvere, un investigatore dallo stile anni Ottanta, una pupa da salvare sono gli ingredienti di questo riuscito hard boiled costiero, baciato dal sole e dal mare della costa marchigiana” Gianluca Morozzi

“Un romanzo veloce con dialoghi convincenti, un esordio felice” Valerio Varesi

“[…] un giallo serrato e contro le regole, con uno stile ironico e tagliente

“Brillante, intelligente, raffinato, vibrante, si comincia a leggerlo, non si riesce a staccarsene e ci si dispiace quando finisce. Da non perdere” Gabriele Ottaviani (convenzionali.wordpress,com)

“[…] un indagine ricca di colpi di scena e suspence” Riviera del Conero Tv

“Davvero bello questo primo thriller di Marco Apolloni. Innanzitutto molto ben scritto. Ambientato nella riviera del Conero mi ha subito attirata. La trama, originale, permeata da una sottile ironia con dei crescendo di suspence e un finale non scontato. Leggendolo, mi ha ricordato, per assonanza, i romanzi noir di Massimo Carlotta […] con un’atmosfera simile. Comunque ve lo consiglio! Ci sarà un secondo romanzo di questo scontroso investigatore?” Viviana Cereghini via Amazon.it

“Scorrevole, appassionante, tiene in sospeso fino alla fine. I personaggi sono descritti con molta cura e la vicenda è coinvolgente… Maggiormente apprezzato il libro anche per l’ambientazione, la regione Marche, dove vivo da qualche anno…” Laura55 via Amazon.it

Monetizzare il proprio tempo

Fino all’ultimo, si lotta per avere più tempo: più anni, più mesi, più giorni, più minuti, finanche più secondi. Il tempo è l’unico bene di cui non disponiamo, ma che a sua volta dispone di noi, nel senso che siamo – il nostro essere perdura – fino a che non scade il “nostro tempo”, che, in ogni caso, non è mai abbastanza. Sia che si ritorni al Padre o alla polvere, a seconda se si è credenti o atei, siamo sempre “mancanti di tempo”. È questa la nostra mancanza fondamentale, che condiziona ogni nostro – solo all’apparenza – insulso gesto quotidiano.

Fare pace con il tempo non è possibile, neanche per chi ha fede, almeno secondo me. La resurrezione dei corpi gloriosi è una cosa di là da venire, un’acquisizione intellettuale mi viene da dire. Il Giorno del Giudizio è lontano o vicino – chi può dirlo, “come un ladro di notte” verrà, insegna San Paolo –, ma resta comunque una spada di Damocle pendente e non ancora calata. Intanto la nostra vita – anche quella di chi crede che ci sarà una fine gloriosa – è una cosa molto concreta: è una lotta incessante contro il tempo che durerà fino al giorno della nostra dipartita.

Fino all’ultimo, si lotta per avere più tempo: più anni, più mesi, più giorni, più minuti, finanche più secondi. Il tempo è l’unico bene di cui non disponiamo, ma che a sua volta dispone di noi, nel senso che siamo – il nostro essere perdura – fino a che non scade il “nostro tempo”, che, in ogni caso, non è mai abbastanza. Sia che si ritorni al Padre o alla polvere, a seconda se si è credenti o atei, siamo sempre “mancanti di tempo”. È questa la nostra mancanza fondamentale, che condiziona ogni nostro – solo all’apparenza – insulso gesto quotidiano.

Lasciamo perdere per un momento l’aldilà prospettatoci dalla religione. Questa nostra vita, nella sua essenza, uguale per tutti, difetta di tempo. Ciò, anziché convincerci che non è il caso di farci la guerra (visto il nostro essere tutti fratelli nella morte), ci rende ancora più aggressivi gli uni “contro” gli altri, perché si vuole di più e proprio questo “di più” – essenzialmente più potere, nelle sue molteplici accezioni – è a scapito di qualcun altro. Se fossimo tutti degli immortali non credo ci sarebbero le guerre e supereremmo agevolmente ogni sorta d’incomprensione. Andremmo tutti d’amore e d’accordo, ma con i “se” e con i “ma”, lo sappiamo bene, non si va da nessuna parte.

C’è una massima di Benjamin Franklin che sottoscrivo in pieno, “time is money”, tradotta: il tempo è denaro. Non so voi, ma preferisco alleggerirmi il portafoglio, piuttosto che sacrificare il mio limitato serbatoio temporale. Monetizzare il proprio tempo, dunque, non è solo una necessità, ma anche una forma di sanità mentale, se non si vuole vivere nell’autoinganno di credersi: eterni.

Amore “non est disputandum”

Ho un enorme rispetto, stima e ammirazione per chiunque si ami, in tutti i modi in cui è dato amare, che sia l’amore per il Creatore o quello per un’altra creatura, poco importa purché sia amore. C’è da dire che l’Italia è piena di tanti discendenti di Marco Porcio Catone detto il Censore e costoro, lo ammetto, mi danno il voltastomaco. Perché si permettono di criticare i costumi altrui, credendo i loro di costumi inappuntabili anche se magari hanno vite piene di aspetti quantomeno discutibili (si veda alla voce: scheletri nell’armadio).
Se uno sessualmente ha un costume differente dal mio, non vedo chi sia io maschio eterosessuale felicemente coniugato – quindi che ha fatto una scelta ben precisa – per poterlo giudicare. Detengo per caso il Verbo a mio uso e consumo? Questi novelli Catone invece manco a dirlo: sputano anatemi a destra e a manca, con una nonchalance raccapricciante. Il patibolo ideale per le loro esecuzioni spietate è senza dubbio l’onnipotente rete social (da Facebook in giù), da dove si sta bene al sicuro e al calduccio nelle proprie dimore. Già perché questi sputasentenze non hanno nemmeno il coraggio di metterci la faccia mentre danno degli invertiti o dei contro natura – a seconda del lessico più o meno forbito in loro possesso – a chi pratica un amore diverso dal loro. Della serie: lanciano il sasso e tirano indietro la mano. Costoro, discepoli del suddetto Catone, credo soffrano di quella che definisco “sindrome del Padreterno”.
Sono cristiano e come tale mi riallaccio all’insegnamento del mio Maestro, Gesù Cristo, che sull’argomento si è espresso direi a chiare lettere, senza possibilità di equivoco, in difesa di una donna accusata di adulterio: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8,7). Non so voi, ma io non me la sento di scagliare pietre contro nessuno. Se non altro per non essere schiacciato seduta stante da qualche gigantesco asteroide.
Ripeto: stimo, ammiro e rispetto chi si ama. Per quale motivo? Credo che l’amore, più che la bellezza, possa salvare il mondo. Anche se, a rigore di logica, cos’è che si ama dell’altro? Una qualche bellezza che s’intravvede e che attrae. Bellezza, questa, non necessariamente fisica. In fondo la bellezza rimane pur sempre soggettiva e ognuno ha la sua scala valutativa per cui una persona può essere più o meno bella, più o meno attraente di un’altra.
In definitiva: la bellezza soggettivamente percepita accende l’amore, che poi salva. E se la bellezza è soggettiva, lo stesso dicasi per l’amore, che perciò “non est disputandum”.

Contro il determinismo istituzionale

Prima si capirà l’anima di un popolo, meglio si accetteranno le sue istituzioni senza operare forzature dall’esterno. Occorre dunque per gli italiani – rimanendo all’esempio appena citato – rassegnarsi al fascismo e al maschilismo in politica? A differenza di Le Bon, non mi sento affatto di avvalorare alcun ragionamento deterministico, stando al quale: siccome le cose sono sempre andate in un modo, allora continueranno ad andare così “in saecula saeculorum”. Dico solo, in questo sì fedele all’insegnamento di Le Bon e di Rousseau, che se non c’è un adatto humus culturale per far sì che un’istituzione democratica attecchisca anche laddove vuoi per motivi antropologici vuoi geografici non sembrerebbe possibile, bisogna non fare altro che pazientare e preparare il terreno allo sviluppo della democrazia. Come farlo? Educando le future generazioni. Dunque è questione di cultura e non di natura. Ragion per cui si sbagliava Le Bon e c’è speranza anche per noi italiani.

“Le istituzioni non hanno virtù intrinseche; non sono in sé né buone né cattive. Buone ad un momento dato e per un dato popolo, possono diventare pessime per un altro”, così scrive con grande lungimiranza – a fine Ottocento – Gustave Le Bon (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 118). Se le istituzioni sono neutre, dunque, potremmo paragonarle a dei vestiti: non ce ne è uno che va bene per tutti. Per questo esportare la democrazia non solo non è possibile, ma è sbagliato in partenza. Ogni popolo deve avere modo di covare e sviluppare le proprie istituzioni senza ingerenze esterne, secondando la propria anima profonda.

Qualcosa del genere l’aveva affermata anche Jean-Jacques Rousseau, sostenitore dell’idea che ogni Paese necessitasse di uno specifico tipo di governo. Le democrazie avevano secondo lui bisogno di condizioni climatiche favorevoli, perlomeno non estreme; mentre per i Paesi con un clima più estremo le tirannie si lasciavano preferire. Quindi per Rousseau, volendo semplificare senza per questo sminuirne il pensiero, ogni Paese ha il sistema di governo che si merita in quanto più gli si confà.

“Un popolo non ha il potere di cambiare realmente le sue istituzioni. Può certo, a prezzo di rivoluzioni violente, modificarne il nome, ma non l’essenza”, a parlare è sempre il profetico Le Bon (“Psicologia delle folle”, p. 118). Devo ammettere che da genitore, ciò mi preoccupa perché è mia ferma convinzione – così com’era prima ancora che “mia” di Piero Gobetti – che il fascismo sia l’autobiografia della mia nazione. In altri termini: da Cesare a Mussolini esiste un nesso che fa sì che noi italiani prediligiamo un leader forte, o che perlomeno appare tale. Qual è il motivo di questo? Credo sia da ricercarsi nel cesaropapismo che ha lasciato tracce indelebili nel nostro dna come popolo.

Se andiamo a vedere la storia italiana più recente, ancora intrecciata con la cronaca dei nostri giorni, il ventennio berlusconiano rientra perfettamente in quest’ottica. Seppure in una forma più caricaturale e macchiettistica (da “Drive In” verrebbe da dire), Berlusconi rispecchia il tipo del governante prediletto dal popolo italiano, che preferisce demandare al salvatore della patria di turno le decisioni sul proprio avvenire, allergico al guazzabuglio democratico. Deriverebbe da questa “autobiografia della nazione” la profonda, sincera antipatia della maggioranza degli italiani verso il parlamentarismo e la classe politica in generale. A tale maggioranza non importa di venire raggirata perché tanto, secondo la comune vulgata: “Sono tutti uguali, tutti corrotti, tutti ladri” (si veda la politica anti-establishment portata avanti con insperato successo dal Movimento 5 Stelle). Tanto vale perciò dare il voto, fra tutti, al più simpatico ed effervescente di questi capipopolo, meglio se puttaniere. Infatti sia per Cesare, sia per Mussolini, arrivando all’ormai rassicurante “nonno d’Italia” Berlusconi la virilità è sempre stata decisiva per cattivarsi e mantenere il consenso degli italici (uso con cognizione di causa “italici” e non “italiani”).

Porre l’accento sulla propria componente virile, però, da solo come motivo non spiega l’ottimo stato di salute politica che gode ancora oggi il Cavaliere, che rispecchia un’altra caratteristica appartenuta anche a Cesare e Mussolini, sto parlando del: trasformismo. Si veda la trasformazione camaleontica perfettamente riuscita a Silvio da: sciupafemmine consumato ad amico dei cagnolini. Che intendo? Andate a vedere una qualsiasi bacheca di Facebook per capire dove voglio andare a parare, vale a dire: dei poveretti che muoiono delle peggiori malattie in conseguenza dell’inquinamento provocato dall’Ilva di Taranto a chi volete che importi (a pochi), mentre tutti sono pronti a levare gli scudi contro quei barbari che prendono a calci i propri amici a quattro zampe. Sia chiaro, chi vi parla adora gli animali, in quanto animale a sua volta, nonché possessore di una splendida quanto ruffiana cagnetta di razza meticcia. Ciò non toglie che questo nostro intenerirci di fronte ai maltrattamenti nei confronti degli animali è inspiegabile se paragonato al nostro atteggiamento pressoché diffuso d’indifferenza verso persone la cui unica colpa è quella di vivere a pochi passi dall’inferno dell’Ilva (questo naturalmente è solo uno degli innumerevoli esempi che si potrebbero portare, l’ho scelto perché mi sembra piuttosto esemplare).

Dal quadro politico dell’Italia degli ultimi anni, emerge un ulteriore aspetto che, di certo, non ci fa onore come italiani: il ruolo ancora oggi marginale della donna nella vita politica del nostro Paese. Una donna di potere – intendendo con esso quello specificatamente “politico” – in Italia sarà sempre malvista, nella migliore delle ipotesi, quando non dileggiata, nella peggiore. Perché? Proprio a causa del dna italico biecamente “maschilista”. Se in molti Paesi al mondo le donne di potere cominciano a essere la norma (la tedesca Angela docet), in Italia c’è ancora molta strada da fare per metterci al passo con i tempi che cambiano, senza che però la mentalità del popolo italiano sia cambiata poi più di tanto. Il “buon” Tommasi di Lampedusa nel suo capolavoro letterario, “Il Gattopardo”, del resto l’aveva predetto: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Se il carattere è il destino di un uomo, secondo il celebre detto attribuito al filosofo Eraclito, lo stesso vale per il carattere che è il destino di un popolo. “Il destino dei popoli è determinato dal loro carattere e non dai loro governi” recita infatti Le Bon (“Psicologia delle folle”, p. 119). A completamento del suo ragionamento, sempre Le Bon prosegue: “Certi paesi, come gli Stati Uniti, prosperano meravigliosamente con istituzioni democratiche, ed altri, come le repubbliche latino-americane, vegetano nella più pietosa anarchia malgrado abbiano istituzioni simili. Le istituzioni sono altrettanto estranee alla grandezza degli uni quanto alla decadenza degli altri. I popoli restano comunque governati dal loro carattere, e tutte le istituzioni che non fossero intimamente modellate su di esso rappresenterebbero soltanto un abito preso a prestito, un travestimento transitorio” (“Psicologia delle folle”, p. 121).

Prima si capirà l’anima di un popolo, meglio si accetteranno le sue istituzioni senza operare forzature dall’esterno. Occorre dunque per gli italiani – rimanendo all’esempio appena citato – rassegnarsi al fascismo e al maschilismo in politica? A differenza di Le Bon, non mi sento affatto di avvalorare alcun ragionamento deterministico, stando al quale: siccome le cose sono sempre andate in un modo, allora continueranno ad andare così “in saecula saeculorum”. Dico solo, in questo sì fedele all’insegnamento di Le Bon e di Rousseau, che se non c’è un adatto humus culturale per far sì che un’istituzione democratica attecchisca anche laddove vuoi per motivi antropologici vuoi geografici non sembrerebbe possibile, bisogna non fare altro che pazientare e preparare il terreno allo sviluppo della democrazia. Come farlo? Educando le future generazioni. Dunque è questione di cultura e non di natura. Ragion per cui si sbagliava Le Bon e c’è speranza anche per noi italiani.

Certo è che per attuare questo cambiamento di paradigma non conosco altro modo se non potenziare la scuola, che significa: investire sulla formazione della futura classe dirigente. E noi, in Italia, cosa stiamo facendo in proposito? Stiamo andando verso questa direzione? A giudicare dalla scarsa considerazione sociale e conseguente retribuzione di quei professionisti, gli insegnanti, che di tale cambiamento di paradigma dovrebbero essere il motore, non direi proprio. Tuttavia, se questo motore viene ingolfato di continuo dalla troppa “aria fritta” fuoriuscita da una cattiva politica – da tanti slogan e poche idee – capita che s’inceppi e non parta, come sta capitando al motore malmesso del nostro Paese. Motore, questo, che per funzionare bene andrebbe lubrificato come si deve. E qual è il lubrificante che permette a un professore di coltivare i propri studi in modo da risultare più preparato e motivante? Fuor di metafora: sono i soldi questo lubrificante. I soldi – piaccia o no – danno valore a una professione. Se io Stato do pochi soldi a chi dovrebbe educare le future generazioni vuol dire che più di tanto non m’importa del mio futuro come Paese, perlomeno è questo il messaggio che passa. Se un qualsiasi parlamentare guadagna un “tot” per esercitare la sua funzione e un professore invece un “tot” di meno, cosa sto comunicando? Semplice, che credo solo in un presente dilatato che a malapena vede oltre agli egoismi della prossima legislatura. Una politica senza domani, ecco che impressione ho della politica italiana. E non mi vergogno a dire che ciò mi suscita il pessimismo dell’intelletto, che vivaddio controbilancio con il mio inguaribile ottimismo della passione.

Vi lascio con una domanda: che cos’è la politica, la buona politica almeno, se non quell’arte che dovrebbe seminare bene oggi per poter raccogliere i più squisiti frutti domani?