Il bicchiere inesistente di Woody

Mezzo pieno o mezzo vuoto, allora? Così come la luce ha bisogno delle tenebre, il pieno ha bisogno del vuoto, il liscio del ruvido, eccetera. Immaginate il nostro istinto nichilista come una parte inscindibile di noi, è ineliminabile, non ci possiamo fare niente, dobbiamo accettarla ma allo stesso tempo combatterla. In poche parole: dobbiamo fare in modo che a prevalere sia la parte di noi che non getta la spugna. Quella parte convinta che, alla resa dei conti, la luce la spunterà sulle tenebre, così come il pieno sul vuoto e il liscio sul ruvido e via discorrendo.

Chi non si è mai posto la domanda: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Per Woody Allen il bicchiere nemmeno esiste. Vi farò una confessione: sono ossessionato dalla domanda perché c’è il tutto anziché il nulla. Dopo attenta riflessione, sono arrivato alla conclusione – ve la faccio semplice – che siamo tutti nichilisti, a giorni alterni. Ci sono giorni in cui non hai la forza di alzarti dal letto e fisseresti inebetito il soffitto del tutto privo della forza di re-agire; altri in cui sei adrenalina pura e il tuo motore interiore gira che è una meraviglia. Per nostra fortuna sono più i giorni sì dei giorni no. Motivo per cui tiriamo avanti la baracca, speranzosi nel domani.

Già, “speranza”, una parola che contiene infinite promesse, quante però mantenute? Poche, nella migliore delle ipotesi, ma per quelle “poche” val bene la pena vivere e patire; del resto, vivere è patire. Malgrado la miseria dei nostri giorni – ma non vorrei sembrare troppo nichilista –, si deve pur “sperare”, perché non resta altro da fare. Sperare è la “condicio sine qua non” che ci tiene in vita. Tutto si riduce alla fine: a sperare di vedere sorgere una nuova alba e così via giorno dopo giorno.

Mezzo pieno o mezzo vuoto, allora? Così come la luce ha bisogno delle tenebre, il pieno ha bisogno del vuoto, il liscio del ruvido, eccetera. Immaginate il nostro istinto nichilista come una parte inscindibile di noi, è ineliminabile, non ci possiamo fare niente, dobbiamo accettarla ma allo stesso tempo combatterla. In poche parole: dobbiamo fare in modo che a prevalere sia la parte di noi che non getta la spugna. Quella parte convinta che, alla resa dei conti, la luce la spunterà sulle tenebre, così come il pieno sul vuoto e il liscio sul ruvido e via discorrendo.

Certo, un monaco buddista obietterebbe che il segreto per la felicità intesa come completa realizzazione di sé è lo svuotamento. Ma, per quanto stimi il pensiero orientale, non me la sento di dare troppa corda al concetto di “svuotamento”. Sono un occidentale impregnato di filosofia, che è una creazione del nostro Occidente greco-latino e, se devo dirla tutta, ne vado fiero. Sono fiero della mia matrice filosofica occidentale. Anche se a volte pensare per paradossi credo possa essere di qualche utilità. In definitiva, concepisco la vita come lotta incessante contro i nostri due istinti contrapposti: Eros da una parte, che è istinto di vita, e Thanatos dall’altra, che è invece istinto di morte.

Talento, genio e teoria del flusso

Pensando a certi geni che volano alti sulle ali della loro arte, mi è venuto in mente lo studio di uno psicologo dal nome impronunciabile: Mihály Csíkszentmihályi, ideatore della teoria del flusso. Questi analizzando il “modus operandi” degli artisti, si accorse che, talmente presi dalla loro arte, si dimenticavano di tutto – persino dei loro bisogni primari: mangiare, dormire, eccetera – per lunghissimi periodi di tempo. Csíkszentmihályi definì questo tipo di attività: “autotelica”, ossia che trova già in sé il suo scopo, la sua raison d’etre.

“Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può” diceva Ernest Hello ripreso poi da Carmelo Bene, che aggiunse su se stesso: “Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento”. Bell’aforisma, che invita alla riflessione. Il genio è un essere umano molto abile. Dunque: vista la sua natura immanente – non è certo un dio, tutt’al più un essere umano che ci azzecca più degli altri –, se non vorrebbe nulla, non potrebbe nulla, ma rimarrebbe uno dei tanti – troppi – geni incompresi che ci sono a questo mondo. Mia opinione, opinabilissima peraltro.

Pensando a certi geni che volano alti sulle ali della loro arte, mi è venuto in mente lo studio di uno psicologo dal nome impronunciabile: Mihály Csíkszentmihályi, ideatore della teoria del flusso. Questi analizzando il “modus operandi” degli artisti, si accorse che, talmente presi dalla loro arte, si dimenticavano di tutto – persino dei loro bisogni primari: mangiare, dormire, eccetera – per lunghissimi periodi di tempo. Csíkszentmihályi definì questo tipo di attività: “autotelica”, ossia che trova già in sé il suo scopo, la sua raison d’etre.

Da romanziere e anche ex sportivo mi è capitato di sperimentarla. Queste attività autoteliche ci fanno vivere dei momenti di grazia nei quali si è concentrati corpo e anima in quello che si sta facendo. In simili momenti tutto trova giustificazione in sé e ci si sente completamente immersi in quello che si sta facendo.

Perché tiro in ballo questo? Perché mi convince poco l’aforisma di Hello. Perché anche il genio o il talento che vive immerso in questo transitorio stato di grazia autotelica, prima o poi, subisce un brusco risveglio. Per esempio, sempre stando ai risultati dello studio di Csíkszentmihályi: finita la propria tela, consumatasi la propria attività autotelica, l’artista poi quasi se ne disinteressa, come se nemmeno l’avesse creata lui o, comunque, non le dà un’importanza commisurata allo sforzo compiuto per realizzarla. A causa di questi “bruschi risvegli”, quindi, credo che momenti di autocoscienza ce li abbiano tutti, geni compresi o incompresi, che poi – detto fra noi – sempre geni sono.