Qual è la più importante qualità di un professore?

Uno dei tanti compiti del docente è mettere voti onesti, né troppo severi né troppo generosi. Una valutazione, affinché sia utile, dev’essere “formativa”, deve cioè “formare” la persona che si ha davanti, renderla consapevole su cosa e come migliorare. Di fronte a una scena muta o quasi, per quanto ci dispiaccia, non si può lasciar correre.

Trovo assurde quelle interrogazioni dove devi parlare tu e non lo studente, perché quest’ultimo non riesce a spiccicare parola, magari perché si è bloccato, o ha la personalità fragile, o non si ricorda quanto ha o – diversamente – “non ha” studiato. Quando capita, tu professore che vuoi essere di aiuto ai tuoi studenti, non vuoi mostrarti troppo rigido, fiscale (anche se non ci sarebbe nulla di male a esserlo). Al contrario, provi ad andargli incontro: cominciare tu il discorso, deviare su una domanda in teoria più facile… perché dico “in teoria”? Perché “in pratica” tutte le domande sono difficili per chi non studia. Alcune volte, in situazioni del genere, si può finire con il rifare daccapo la spiegazione per quanto parli solo tu, dato che chi dall’altra parte dovrebbe esporti dei contenuti non è capace di farlo. Quando capita questo, però, più che mettere il voto alla prestazione dello studente, dovresti metterla a te stesso.

Per quanto mi riguarda, cerco di evitare una situazione tanto ridicola, dal momento che trovo diseducativo farla passare franca a uno studente che non si presenta preparato a un’interrogazione. Infatti, che insegnamento potrà mai trarne se il professore non lo aiuterà a capire che ha sbagliato? Siccome, oltre a essere professori, siamo anche educatori, mi pare doveroso correggere comportamenti erronei per far sbocciare il senso di responsabilità nei nostri studenti. Quando un professore s’interroga da solo e mette un voto a sé stesso più che alla pessima prestazione di chi ha davanti, oltre a non agire secondo deontologia, rende un pessimo servizio al ragazzo, come se – implicitamente – lo invitasse a riprovarci la volta successiva, quella dopo ancora e così via in un continuo prendere/prendersi in giro.

Uno dei tanti compiti del docente è mettere voti onesti, né troppo severi né troppo generosi. Una valutazione, affinché sia utile, dev’essere “formativa”, deve cioè “formare” la persona che si ha davanti, renderla consapevole su cosa e come migliorare. Di fronte a una scena muta o quasi, per quanto ci dispiaccia, non si può lasciar correre.

Con la mia scala valutativa già cerco – nei limiti del possibile – di aiutare i miei studenti, visto che come voto minimo parto dal tre e non disdegno – in rari casi ma succede – di mettere il massimo, cioè dieci. Quindi, per scelta didattico-educativa ho deciso di escludere dal novero delle valutazioni possibili i voti minimi che reputo lesivi della dignità della persona. Mi posso permettere questo perché mi guardo bene dal fare verifiche a crocette, preferendo quelle a domanda aperta, che – peraltro – mi sembrano più consone a materie quali Filosofia e Storia che si basano molto sul saper argomentare. Uno studente che non ha argomenti e non riesce a svilupparci sopra un discorsetto di senso compiuto “non” ha colto uno degli aspetti principali della disciplina filosofica. Inoltre, uno studente incapace di esporre le proprie idee, nel corso della sua vita sarà sempre dimezzato perché non in grado di comunicare “a parole” e “per concetti” ciò che sente dentro di sé, ciò che pensa.

Pensare è quel che rende l’uomo un “animale razionale”, che rispetto alle altre specie animali possiede quel “quid plus”, quel valore aggiunto costituito dalla ragione. Quest’ultima tutti ce l’abbiamo, anche se non tutti ne facciamo uso o perlomeno non sempre, altrimenti avrebbe avuto ragione Kant con il suo trattato “Per la pace perpetua” a ritenere possibile – grazie al progredire della ragione – un mondo privo di guerre.

Di certo non condanno quei miei colleghi che somministrano prove strutturate, in particolare quelli delle materie scientifiche. Nel loro caso è impossibile non partire dallo zero perché – faccio un esempio – se in un test “a crocette” do dieci domande e un alunno non ne indovina neanche una, questi logicamente si dovrà beccare un rotondo quanto scoraggiante zero. Vorrei anche aggiungere che in verifiche formato quiz – per quanto ben congegnate – vi sono più rischi che: lo studente possa rispondere nella maniera corretta tirando a indovinare, oppure possa copiare – con più agio che in quelle discorsive – da qualche compagno.

A ogni modo, con le domande aperte che propongo ai miei studenti, aggiro allegramente il problema dei voti minimi e, andando come scala di valutazione dal tre al dieci, mi sembra di operare “in aiuto” dei miei alunni. Perciò, quando uno studente non mi riconosce questa forma di premura nei suoi confronti ma – anzi – protesta per un voto che non lo soddisfa, be’, non nego che ci rimango male. Poi, per carità, il dispiacere mi passa subito e dimentico in fretta perché non voglio essere un professore vendicativo. So bene di avere “il coltello dalla parte del manico” e non mi sembra corretto accanirmi su chi – come uno studente al cospetto di un “prof” – è in una posizione di debolezza; approfittarsene sarebbe da vigliacchi, da chi fa il forte coi deboli e il debole coi forti.

Tutti i professori ambiscono a esseri giusti, si sa, ma giacché la giustizia è prerogativa divina e non è cosa di questo mondo, di solito ci si accontenta di essere equi, ovvero: capaci di trattare con la massima equità i propri studenti. Motivo per cui per essere in pace con quello che faccio, mi basta pensare – e sperare – di essere equo. Equità, ecco qual è la più importante qualità di un professore.

Il tranello della condiscendenza

Noi docenti abbiamo pregi e difetti come tutti, ne dovremmo essere consapevoli noi per primi. Tuttavia, credo che se non si è un minimo consapevoli dei propri mezzi, delle proprie capacità, non si possa fare il mestiere che facciamo ogni giorno districandoci fra i banchi delle aule scolastiche e cercando in tutti i modi di suscitare l’interesse di un uditorio difficile come quello di ragazzi nel pieno dell’età dello sviluppo, con le loro naturali turbolenze, le loro inevitabili distrazioni e i loro comprensibili sbalzi d’umore.

D’inclinazione sono per fare poche cose ma fatte bene. Poi, certo, nessuno è perfetto, non credo esista il docente che ha tutte le qualità di questo mondo. Siamo persone e non ologrammi collegati a qualche cloud da cui attingere un numero illimitato di informazioni; ologrammi che da qui a qualche anno – stando a recenti sperimentazioni – magari prenderanno il posto di noi professori in carne e ossa, che siamo molto più fallibili e con molti più difetti. Gli studenti faranno le domande agli ologrammi e riceveranno in cambio una freddezza artificiale ma – in compenso – un’esattezza millimetrica nelle risposte.

Noi docenti abbiamo pregi e difetti come tutti, ne dovremmo essere consapevoli noi per primi. Tuttavia, credo che se non si è un minimo consapevoli dei propri mezzi, delle proprie capacità, non si possa fare il mestiere che facciamo ogni giorno districandoci fra i banchi delle aule scolastiche e cercando in tutti i modi di suscitare l’interesse di un uditorio difficile come quello di ragazzi nel pieno dell’età dello sviluppo, con le loro naturali turbolenze, le loro inevitabili distrazioni e i loro comprensibili sbalzi d’umore.

Credo di avere consapevolezza della importanza della professione che svolgo; “consapevolezza”, questa, che non va confusa con la pericolosa e sbagliata presunzione. Ai miei studenti offro competenza – oltre al massimo dello sforzo – ma non concedo “sempre” compiacimento, tantomeno la spalla su cui piangere, non mi comporto con loro da “migliore amico”, questo mai. Posso essere con loro disponibile, cordiale nei loro confronti, a seconda del grado di restituzione di disponibilità e cordialità che ricevo (tutta una questione di “do ut des”). Posso sdrammatizzare con loro per allentare la tensione (perché in fondo nella vita non è salutare prendersi sempre sul serio e a volte occorre dimostrare autoironia), ma non chiedetemi di confondere i ruoli che devono essere chiari vuoi a me, loro “professore”, vuoi a loro, miei “studenti”.

Se devo essere onesto trovo fastidiosi quei genitori post-sessantottini che si comportano coi loro figli da “migliori amici”. Un genitore non potrà mai essere il “migliore amico” del proprio figlio, occorre chiarezza dei ruoli: i figli devono fare “i figli” e i genitori devono fare “i genitori”. Ovvero? I figli dare preoccupazioni ai genitori e questi ultimi dare l’esempio ai primi. Ecco, i nostri ragazzi – lo dico da genitore prima che professore – hanno bisogno di esempi possibilmente “buoni”. Il problema è che il “buon esempio” sta diventando sempre più merce rara. E pensare che un solo “buon esempio” di un professore a uno studente, oppure di un genitore a un figlio, vale più di mille professori o genitori cosiddetti “migliori amici”.

In conclusione, venire incontro alle esigenze degli studenti entro certi “ragionevoli” limiti credo sia sacrosanto, essere però troppo accomodante nei loro riguardi non credo faccia il loro bene. E, siccome voglio fare del mio meglio per aiutarli a diventare ogni giorno studenti e persone più capaci, m’impegno a non cadere nel tranello della condiscendenza.

Il paradigma della qualità

L’educazione alla qualità e non all’efficienza è ciò che si dovrebbe ritornare a insegnare nelle scuole. Ho usato volutamente il termine “ritornare”, perché questo tipo di educazione è stato usato in passato, nell’antica Atene, da un signore paragonatosi a un “tafano” e – come se non bastasse – anche a una “levatrice”, di cervelli beninteso. Il suo nome ormai consegnato alla posterità è: Socrate.

 

Dopo i passi avanti fatti con il passaggio dalla scuola del programma a quella della programmazione, dalla conoscenza cumulativa alla formazione di specifiche competenze, la scuola italiana è giunta a un bivio e deve scegliere se imboccare la strada maestra della “qualità” o deviare per la ripida scorciatoia della “quantità”. Fallita e si spera ormai tramontata l’idea della scuola-azienda (ma “mai dire mai”, visto che do ragione a Mark Twain e credo anch’io che “la storia non si ripeta ma spesso faccia rima”), introdotta con la riforma Moratti, una scuola neanche a dirlo incentrata sul paradigma dell’efficienza industriale, è giunta l’ora di svoltare verso un paradigma di tutt’altro segno e di nuovo umanista.

La mia impostazione rousseauiana mi fa concepire la formazione come un unicum volto a formare tanto l’individuo di oggi (infante/bambino/ragazzino/ragazzo) quanto il cittadino di domani (futuro elettore o rappresentante politico). Ergo, per formare al meglio nella sua interezza l’educando, ritengo sensato e doveroso promuovere quello che chiamo: il paradigma della qualità. Il fondamento filosofico della stessa l’ho ricavato dal romanziere americano Robert M. Pirsig. Egli ha promosso una metafisica della qualità, che, a mio avviso, può – senza forzature – applicarsi alla didattica.

Il fordismo – da Henry Ford, inventore della catena di montaggio – inteso come esaltazione della quantità, ci ha resi schiavi della produttività a tutti costi. Ribaltando il detto cartesiano, per un fordista dei nostri giorni: “Produci dunque sei”. Una rivalutazione del principio di qualità potrebbe ovviare alla degenerazione prodotta dal principio opposto di quantità. Solo tale rivalutazione può rimettere al centro l’uomo, ormai ridotto alla stregua di automa dedito principalmente alla produzione, al produrre quel surplus, quella eccedenza che Marx ha chiamato “plusvalore”, che è proprio ciò che permette ai capitalisti di arricchirsi. (Non a caso c’è chi ha visto nel marxsismo un nuovo umanesimo, seppure tradito poi – nonostante le resistenze di alcuni ad ammetterlo – dalle scelleratezze perpetrate nei Paesi del socialismo reale.)

Qual è il male della filosofia odierna, o ancora meglio: della didattica filosofica contemporanea? Questo male secondo Pirsig – e anche secondo me – si chiama filosofologia. I filosofologi sono per una concezione “archeologica” della filosofia, che andrebbe secondo loro rintanata nelle accademie, dimore dei filosofologi, i quali più che a filosofare – come avrebbe voluto Kant, promotore del metodo zetetico, da “zetein”, “indagine” – si insegna la filosofologia. Che cos’è? Un continuo rimando di citazioni privo del coraggio di osare argomentare proprio dello spirito originario della filosofia, quella autentica, delle origini tanto per intenderci, la cui incarnazione ci è data dal celebre detto socratico “so di non sapere”. Al contrario i filosofologi sanno troppo e, paradossalmente, pensano troppo poco, o – in alcuni casi addirittura – quasi neanche pensano e si limitano a citare altri più titolati di loro come se da ciò ne derivasse un particolare merito (il merito, se c’è, tutt’al più è dell’autore citato). Insomma, il citazionismo è diventato lo sport più praticato nelle sempre più deserte accademie.

Più che il possesso di qualche conoscenza, la filosofia è ricerca della conoscenza. Si tratta di una ricerca incessante e infaticabile, che è nel dna stesso della materia, detto in termini più “accademici”: nel suo statuto epistemologico. Interessante a tale riguardo è il mito della nascita di Eros, che racchiude il senso profondo della filosofia e del filosofare inteso come continuo cercare mai domo, appagato poiché Eros/filosofia: di certo non arderebbe di amore per la conoscenza, se solo la possedesse.

Nelle scuole servirebbero degli insegnanti di filosofia e non dei filosofologi. Perché chi è che può insegnare se non chi ha dimestichezza e confidenza con una determinata disciplina? Il filosofologo, non facendo lui direttamente filosofia, non può insegnare alcunché a dei liceali, tanto meno a pensare con la loro testa, che – come si evince dalle “Indicazioni ministeriali” – è la competenza più basilare della disciplina filosofica.

Da dove comincerei questo cambiamento di paradigma e – perché no – di passo nell’insegnamento? Partirei dal bandire dal lessico degli studenti i vari “così disse Tizio o Caio”, motivandoli sin da subito ad affermare “così dico” con una certa cognizione di causa. Questo significa farli prendere coscienza delle loro idee, a mio avviso. Va da sé che per farlo i miei studenti dovranno conoscere quelle dei principali pensatori, senza per questo costringerli a scimmiottare i testi o i manuali studiati, per poi, una volta terminata l’interrogazione o il compito in classe, disinteressarsene come se quell’apprendimento non fosse utile per le loro vite. Mi piacerebbe che durante le interrogazioni e i compiti in classe i miei alunni mi spiegassero il tale filosofo o il tale periodo storico con parole loro, facendo un uso ponderato delle citazioni, che nel migliore dei casi denotano una memoria alla Pico della Mirandola, nel peggiore invece un odioso studio “a pappagallo” dei testi. Dunque, auspico che il “così dico” subentri finalmente al “così si dice”, la fase attiva a quella passiva, studiare filosofia ma anche impratichirsi con il filosofare: fare filosofia in prima persona.

Perché questo? Perché lo dico io? No, semplicemente perché lo dice già il “Profilo generale e competenze per l’insegnamento della filosofia”. Si sa, però, un conto è dirlo, un altro è attuarlo. Facendo un’eccezione alla mia regola, ne cito un breve passaggio: “La conoscenza degli autori e dei problemi filosofici fondamentali dovrà aiutare lo studente a sviluppare la riflessione personale, l’attitudine all’approfondimento e la capacità di giudizio critico”.

Va bene studiare i grandi del pensiero, però occorre metterci del proprio. Tradotto: non basta sapere e non basta neanche comprendere, ma occorre trasformare, cioè fare proprio un apprendimento. Un po’ come a voler dire, rielaborando l’undicesima “Tesi su Feuerbach” di Marx: i “filosofologi” si sono limitati a interpretare il mondo, ora si tratta di trasformarlo”.

Come penso di riuscire nell’intento? Facendo mio il metodo argomentativo-critico-decostruttivo che ben si attaglia all’insegnamento della filosofia (e anche della storia). Sono convinto che insegnare a filosofare liberi dalle catene del “così si è sempre detto, fatto, pensato”. Parafrasando Heidegger: la “diceria” è la vera tirannia del pensiero.

Filosofare è ripensare quanto è già stato pensato, non mi stancherò mai di ripeterlo. Motivo per cui: la vera essenza della filosofia è dinamica. Senza un ripensamento radicale, che affondi cioè sino alla radice stessa del problema, non può esserci alcun rinnovamento. E non c’è rinnovamento senza ripensamento.

Insomma, alla fine si ritorna sempre al “conoscere te stesso”; conoscenza di sé che è l’unica conoscenza possibile. Già sarebbe tanto arrivare a conoscersi nell’arco della propria vita. Solo conoscendosi a fondo ci si può riconnettere con il proprio sé più autentico, capire cosa si vuole e provare a ottenerlo.

L’educazione alla qualità e non all’efficienza è ciò che si dovrebbe ritornare a insegnare nelle scuole. Ho usato volutamente il termine “ritornare”, perché questo tipo di educazione è stato usato in passato, nell’antica Atene, da un signore paragonatosi a un “tafano” e – come se non bastasse – anche a una “levatrice”, di cervelli beninteso. Il suo nome ormai consegnato alla posterità è: Socrate.

Pertanto, è l’educazione maieutica socratica il presupposto alla mia didattica della qualità. Perché insegnare deve ritornare a essere concepito come un “compito di salute pubblica”, come una “missione”, per dirlo come Morin, o come una vocazione, per dirlo come lo dico io.

Che tipo di “missione”? Una missione trasmissiva, che “richiede certamente competenza, ma richiede anche, oltre a una tecnica, un’arte”. Quale tecnica, quale arte? Una tecnica, un’arte “che nessun manuale spiega, ma che Platone aveva già indicato come condizione indispensabile di ogni insegnamento: l’eros, che è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi” (“La testa ben fatta”, p. 106).

In definitiva, all’insegnamento è necessaria una pulsione erotica, platonicamente intesa come: “amore per la conoscenza”, che non si possiede, ma a cui si vuol tendere. Come trasmettere questo amore? Con passione e fatica senza dimenticare che, come afferma Platone nel dialogo “Ippia Maggiore”: “Le cose belle sono difficili”. Sia l’amore sia la bellezza – l’uno, Eros, secondo la leggenda platonica viene concepito durante la festa di Afrodite, quindi, nasce sotto il suo segno – richiedono cura, dedizione, impegno, in una parola: consacrazione. Serve amore, tanto amore per consacrarsi alla bellezza, che non so se potrà salvare il mondo come credono alcuni – il più famoso dei quali è Dostoevskij –, di sicuro però credo ci si possa trovare tutti d’accordo nel dire che: senza la bellezza – nell’accezione più ampia possibile, che ben poco ha a che vedere con la cosmesi – il mondo sarebbe un posto ben più misero in cui vivere. Finché c’è bellezza, invece, c’è speranza. Quale? Che il domani possa essere migliore dell’oggi.