Profezie di Le Bon

Il socialismo è debole rispetto alle fedi religiose. Perché? “L’evidente debolezza dell’attuale credo socialista non impedirà ad esso di radicarsi nell’animo delle folle. La sua vera inferiorità nei confronti delle fedi religiose sta unicamente in ciò: che l’ideale di felicità promesso da quelle era realizzabile soltanto nella vita futura e che dunque nessuno poteva contestarne la realizzazione. Poiché invece l’ideale di felicità socialista deve realizzarsi su questa terra, la vanità delle sue promesse sarà presto evidente, e la nuova fede perderà prestigio di colpo” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 183).

Il destino dei critici letterari? L’estinzione secondo Le Bon. Per quale motivo? A causa “dell’inutilità di ogni opinione personale” (p. 189).

Peggio delle folle ci sono solo le caste, così la pensa in proposito Le Bon: “Dobbiamo temere sì la potenza delle folle, ma ancor più quella di certe caste. Le une possono lasciarsi convincere. Le altre non si piegano mai” (p. 215).

Chiude la Psicologia delle folle, una triste profezia – dal sapore spengleriano – di tramonto della civiltà: “Passare dalla barbarie alla civiltà inseguendo un sogno, poi declinare e morire quando il sogno è finito, tale è il ciclo della vita di un popolo” (p. 251).

Parlamentarismo o antiparlamentarismo?

In politica aiutare alcuni significherà sempre scontentare altri. Mentre voler accontentare tutti è sicura garanzia di deludere tutti.

L’antiparlamentarismo di Le Bon è figlio del suo tempo e preparò il terreno alla follia dei totalitarismi del Novecento. In tal senso, vale la pena leggere il seguente passaggio: “[…] il regime parlamentare sintetizza l’ideale di tutti i popoli civili moderni. Pone in atto l’idea, psicologicamente errata, ma comunemente ammessa, secondo la quale un’adunanza di molti uomini è più adatta che un’adunanza di pochi a decidere con saggezza e indipendenza sopra un determinato argomento”. Perché questo? “Ritroviamo nelle assemblee parlamentari le caratteristiche generali delle folle: semplicismo delle idee, irritabilità, suggestionabilità, esagerazione dei sentimenti, influenza preponderante dei capi” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 229).

Nonostante non lesini critiche al parlamentarismo, alla fine Le Bon fa dietrofront in difesa delle democrazie parlamentari, che tutto sommato considera: meno peggio degli altri sistemi di governo. “Nonostante tutti gli inconvenienti del loro funzionamento le assemblee parlamentari rappresentano lo strumento migliore che i popoli abbiano sinora trovato per governarsi e, soprattutto, per sottrarsi il più possibile al gioco delle tirannie personali” (pp. 242-243).

Quali sono le possibili minacce per le democrazie parlamentari? Secondo Le Bon “[…] gli inevitabili sprechi finanziari e una restrizione progressiva delle libertà individuali” (p. 243). Perché? Per via dell’aumentare della spesa pubblica che favorirebbe alcune categorie di elettori, per esempio, alcune caste lavorative a scapito di altre. Ciò provocherebbe ulteriori imposte costrittive a vantaggio degli uni e a sfavore degli altri.

Morale? In politica aiutare alcuni significherà sempre scontentare altri. Mentre voler accontentare tutti è sicura garanzia di deludere tutti.

La Rivoluzione francese e le folle

Con la Rivoluzione francese irrompe sul palcoscenico della storia un nuovo attore: la folla, la cui natura è sotterraneamente permeata da un’irrazionalità di fondo.

Con la Rivoluzione francese irrompe sul palcoscenico della storia un nuovo attore: la folla, la cui natura è sotterraneamente permeata da un’irrazionalità di fondo. Dietro le condivisibili rivendicazioni del popolo contro i soprusi monarchici, si nasconde lo spauracchio delle folle la cui spietatezza rivaleggia con quella del più feroce dei tiranni. Si veda il caso emblematico del governatore della Bastiglia, de Launay, decapitato in seguito al precipitare degli eventi che portarono alla presa della prigione da parte di una folla inferocita e autoassoltasi dopo essersi macchiata dell’orrendo misfatto, tant’era suggestionata. Di seguito il resoconto che ce ne dà Le Bon

“I delitti delle folle sono generalmente determinati da una suggestione fortissima, e gli individui che ne hanno preso parte sono persuasi di aver adempiuto a un dovere. La stessa cosa non accade in un delitto comune […] Si può citare come esempio tipico l’assassinio del governatore della Bastiglia, de Launay. Dopo la presa della fortezza, il governatore, circondato da una folla eccitatissima, ricevette colpi da tutte le parti. Gridavano di impiccarlo, di tagliargli la testa o di legarlo alla coda di un cavallo. Dibattendosi, de Launay diede sbadatamente un calcio ad uno dei presenti. Qualcuno propose, e la proposta fu subito acclamata dalla folla, che l’individuo colpito tagliasse la testa al governatore […] Obbedienza a una suggestione tanto più potente quanto più collettiva, convinzione dell’assassino di aver commesso un atto assai meritorio, e convinzione del tutto naturale giacché riceve l’approvazione unanime dei concittadini. Un simile atto può essere qualificato criminale da un punto di vista legale, ma non psicologico” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, pp. 201-202).

I democratici puri adorano le formule generali, poco importa se applicabili o meno. Quale migliore esempio, in questo senso, “dei grandi oratori della Rivoluzione” (p. 236). Essi “[…] si sentivano in dovere di interrompersi ad ogni istante per bollare il vizio ed esaltare la virtù: imprecavano contro i tiranni e giuravano di vivere liberi o morire. Il pubblico si alzava in piedi, applaudiva freneticamente e poi, calmato, tornava a sedersi” (pp. 236-237). Perché funzionano simili argomentazioni? Perché promettere in grande paga, se non sempre, quasi. Siamo onesti, quanti vanno a verificare l’effettivo compimento o meno delle promesse fatte dal leader politico votato? Quando si tratta di votare molto spesso, non dico sempre, la sfera razionale abdica in favore di quella emotiva, di gran lunga preponderante nel farci prendere una decisione politica. Motivo per cui un politico bravo ma antipatico è meglio che non si candidi, quantomeno eviterebbe inevitabili dispiaceri.

La fede dei capi

La fede (in quel che si va propagandando) è il requisito irrinunciabile per diventare capi, senza non si può assurgere al ruolo di guide politiche. Solo chi ha fede, una fede cieca e assoluta, riesce a muovere, se non le montagne, quantomeno gli eserciti provocando carneficine evitabili (a patto di riuscire a sconfiggere la suggestione delle folle).

I capi devono credere loro per primi alle fandonie, ridicolaggini e insulsaggini che vanno raccontando alle folle giubilanti. Devono possedere una volontà ferrea che compensi la perdita delle volontà degli individui riuniti in una folla. Quindi: la volontà del pastore si estende e viene fatta propria da tutto il gregge. Per fare ciò occorre credere in maniera viscerale a ciò che si dice. Senza questa visceralità il capo non sarebbe tale. Come i migliori piazzisti sanno, per convincere della bontà intrinseca della merce che si sta vendendo, occorre crederci fortemente e prima ancora degli altri a cui si vuol venderla.

“Il più delle volte i capi non sono uomini di pensiero, ma d’azione. Sono poco chiaroveggenti; né potrebbe essere altrimenti, perché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Vengono reclutati soprattutto tra quei nevrotici, esagitati, semi-alienati che vivono al limite della follia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che perseguono, qualunque ragionamento si infrange contro le loro convinzioni. Il disprezzo e le persecuzioni non fanno che eccitarli di più. Interesse personale, famiglia, tutto è sacrificato. Perfino l’istinto di conservazione è distrutto, al punto che il martirio costituisce l’unica ricompensa alla quale quegli individui ambiscano. L’intensità della fede conferisce grande forza di suggestione alle loro parole. La moltitudine dà sempre ascolto all’uomo dotato di forte volontà. Gli individui riuniti in folla perdono la volontà e quindi si rivolgono per istinto verso chi ne possiede una” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, pp. 152-153).

Certo, è facile parlare con il senno di poi, ma è innegabile che Le Bon sembra che si riferisca direttamente a Hitler, Stalin, Mussolini e altri sciagurati loro simili. La fede (in quel che si va propagandando) è il requisito irrinunciabile per diventare capi, senza non si può assurgere al ruolo di guide politiche. Solo chi ha fede, una fede cieca e assoluta, riesce a muovere, se non le montagne, quantomeno gli eserciti provocando carneficine evitabili (a patto di riuscire a sconfiggere la suggestione delle folle). La fede è inoltre la forza motrice che “fa” la Storia. E solo quei capi dotati di una fede incrollabile sono in grado di “fare” la storia. I leader posseggono una “conoscenza istintiva […] dell’anima delle folle” (p. 38) che si trovano a capeggiare.

Il capo e la folla

Le folle hanno una natura fortemente conservatrice. Il loro ribellismo è solo una facciata che cela il loro istintivo servilismo di fronte al Cesare di turno. Passata l’ebbrezza del momento rivoluzionario, esse si rivelano per quello che sono: desiderose di essere soggiogate da un nuovo e più carismatico padrone.

La ricerca di un capo è istintiva e connaturata a qualsiasi gruppo umano, non bisogna avere visto la serie tv “Lost” per saperlo…

Dunque, qual è l’identikit del capo?

“Nella maggior parte dei casi il capo è stato dapprima soltanto un gregario, ipnotizzato dall’idea di cui in seguito è diventato l’apostolo. Questa idea l’ha invaso in modo tale che nulla più esiste al difuori di essa; di modo che ogni opinione contraria sembra errore e superstizione. Così accadde a Robespierre, ipnotizzato dalle sue chimeriche idee, pronto a impiegare metodi degni dell’Inquisizione per propagarle” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 152).

Nella maggioranza dei casi, il capo è un uomo d’azione. Questa sintetica categorizzazione mi fa venire in mente carrellate di dittatori di tutti i secoli. Tra cui quelli del Novecento, per i quali le pagine della “Psicologia delle folle” hanno fatto da “nave scuola”, con Le Bon nelle vesti del loro inconsapevole traghettatore.

Così come ogni gregge ha bisogno di un pastore per essere governato, lo stesso dicasi per una folla che: senza un capo in grado di aizzarla a comando, non riesce ad andare da nessuna parte.

Le folle hanno una natura fortemente conservatrice. Il loro ribellismo è solo una facciata che cela il loro istintivo servilismo di fronte al Cesare di turno. Passata l’ebbrezza del momento rivoluzionario, esse si rivelano per quello che sono: desiderose di essere soggiogate da un nuovo e più carismatico padrone.

Quali caratteristiche deve avere un aizzatore di folle, un leader? “Un capo raramente precede l’opinione pubblica: si limita più spesso ad adottarne gli errori” (p. 234). Ergo: troppa intelligenza può essere d’intralcio per un capo. Questo perché rischia di sgonfiare quella violenza dialettica necessaria a sedurre una folla bisognosa di espressioni forti, solleticata più da parole che lascino trasparire sentimenti palpitanti, anche violenti, piuttosto che freddi ragionamenti, perlopiù utili solo ad annoiarla. L’ideale secondo Le Bon è possedere una “intelligenza limitata” (237).

Ora, quanti politici odierni vi vengono in mente stando a quanto dice Le Bon? Non so voi, a me diversi.

La natura istintiva e sentimentale delle folle

Anche se una folla è composta da persone intelligenti o equilibrate è più che capace di comportamenti stupidi, per non dire folli.

Il problema fondamentale delle folle? Esse “[…] sono ignare della ragione e mosse soltanto dal sentimento” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 188), ci dice Le Bon.

Anche se una folla è composta da persone intelligenti o equilibrate è più che capace di comportamenti stupidi, per non dire folli. Questo perché: “Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e di conseguenza le loro individualità, si annullano. L’eterogeneo si dissolve nell’omogeneo e i caratteri inconsci predominano” (p. 52).

Che insegnamento trarne? Quando si sta raggruppati in una folla, la diversa estrazione sociale conta meno di zero.

“Annullamento della personalità cosciente, predominio della personalità inconscia, orientamento determinato dalla suggestione e dal contagio dei sentimenti e delle idee in un unico senso, tendenza a trasformare immediatamente in atti le idee suggerite, tali sono i principali caratteri dell’individuo in una folla. Egli non è più se stesso, ma un automa, incapace di esser guidato dalla propria volontà” (p. 55).

Parole sante…

Ricordo la prima volta che andai a vedere una partita di calcio allo stadio, con mio padre. Avevo sei anni e durante il primo tempo rimasi terrorizzato osservando i comportamenti scalmanati di un gruppo di ultras, che mi sedevano intorno. Nel secondo parziale, non solo mi passò lo spavento, ma mi unii a quello che sempre più mi sembrava un delirare tanto insensato quanto divertente. Perché? All’inizio ero solo un bambino di sei anni spaurito, poi divenni parte di quella folla oceanica.

“Poiché la folla è impressionata soltanto da sentimenti impetuosi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare di dichiarazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento sono espedienti familiari agli oratori nelle riunioni popolari” (p. 76).

Della serie: se proprio devi spararla, tanto vale che la spari grossa. Quest’argomentazione di Le Bon mi ricorda tanto le parole di Goebbels: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.

Insipido quanto inefficace conservatorismo

Prima della Rivoluzione francese le persone morivano lo stesso a sciami per i più futili motivi e le folle – come entità storicamente costituita – non esistevano ancora. Motivo per cui incolpare di tutti i mali del mondo la Rivoluzione francese e fingersi ciechi per non vedere il grande balzo in avanti fatto fare dalla stessa all’umanità in materia di diritti significa: essere stolti o semplicemente conservatori, il che è lo stesso. Pretendere di conservare le vecchie parrucche così come le vecchie abitudini cos’è infatti se non cieca stoltezza? Il progresso inteso come cambiamento continuo rinvia all’eracliteo fiume dove bagnandosi ogni volta non ci si bagna mai nella medesima acqua e come si potrebbe vista l’incessante mutevolezza delle cose?

Il sottotitolo della “Psicologia delle folle” potrebbe essere “Critica distruttiva della Rivoluzione francese”, non a caso G. Le Bon – l’autore – così si esprime: “Per scoprire che non si può riformare una società da cima a fondo seguendo i dettami della ragione pura, fu necessario massacrare molti milioni di uomini e sconvolgere l’intera Europa per vent’anni” (p. 145). Facile ribattere: senza la stessa, a quest’ora saremmo dei sudditi in balia dei capricci di reucci più o meno illuminati, purtroppo – il più delle volte – “meno” che “più”.

È vero, la violenza delle folle rivoluzionarie si è rivelata spaventosa finanche raccapricciante, ma non addebiterei i morti ammazzati alla follia delle folle, semmai dell’uomo in quanto strano animale sadomasochista, dominato cioè da una componente autodistruttiva che la psicanalisi freudiana ha ribattezzato spirito “thanatico”, da Thanatos personificazione maschile della Morte secondo i Greci; lo stesso spirito può essere detto anche “nichilistico”, a dimostrazione di quanto cambiando una parola non cambi però la sostanza della stessa.

Prima della Rivoluzione francese le persone morivano lo stesso a sciami per i più futili motivi e le folle – come entità storicamente costituita – non esistevano ancora. Motivo per cui incolpare di tutti i mali del mondo la Rivoluzione francese e fingersi ciechi per non vedere il grande balzo in avanti fatto fare dalla stessa all’umanità in materia di diritti significa: essere stolti o semplicemente conservatori, il che è lo stesso. Pretendere di conservare le vecchie parrucche così come le vecchie abitudini cos’è infatti se non cieca stoltezza? Il progresso inteso come cambiamento continuo rinvia all’eracliteo fiume dove bagnandosi ogni volta non ci si bagna mai nella medesima acqua e come si potrebbe vista l’incessante mutevolezza delle cose?

La biologia è la più grande amica del pensiero di Eraclito: si nasce, si cresce, s’invecchia, si muore. Con buona pace di Parmenide e di chi come lui s’immagina l’essere come fissità, l’essere è transeunte, ovvero: per adesso è, fra poco… staremo a vedere. Questo per dire che non ci è dato scegliere se accettare oppure no il cambiamento, così come non si può decidere se vivere o morire poiché vivere sottintende anche morire e, in quest’ottica, vivere è pure cambiare, passare cioè da uno stato dell’essere a un altro fino all’inevitabile epilogo. Perché? Morire non è che un passaggio da uno stato della materia a un altro, dall’essere viventi all’essere parte del tutto, seppure accontentandosi della condizione di polvere cosmica, ovvero polvere siamo e, come c’insegna la Bibbia, polvere torneremo a essere, questa è la nostra essenza da brividi, al solo pensarci. Si veda anche il ciclo buddistico di morti e rinascite tanto simile al principio della termodinamica: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Niente muore davvero e se lo dice anche la scienza… crediamogli. Non per questo, però, ci dobbiamo sentire più consolati a diventare qualcos’altro e, quindi, continuare a perdurare come materia cosmica; giacché, tornando allo stato essenziale di polvere, non è che ci si può continuare a considerare vivi…

Così come l’uomo biologicamente diviene altro, le idee che da lui scaturiscono non possono essere da meno. Perciò cambiano anche se poi – come ha ben intuito Le Bon e anche Tomasi di Lampedusa – non cambiano mai per davvero. Cambiano il nome, non il significato. Un barlume di consolazione lo si può ricavare dal tentativo di progredire effettuato dalla strana creatura umana, che, pur mirando al meglio tante volte, sono più le volte che fa cilecca e compie il peggio. Le rivoluzioni sono imperfette, così come le religioni, idem qualunque altra invenzione umana, perché l’uomo non è perfetto, perfettibile però sì, quantomeno ci prova, bisogna riconoscerglielo.

La Rivoluzione francese aspramente criticata da Le Bon, non differisce di una virgola da questa logica incentrata sull’errore e sull’errare caratterizzante l’animale uomo. Nelle sue mille imperfezioni e crudeltà – la ghigliottina e la guerra su tutte – gli eventi del 1789 e successivi hanno portato a cambiamenti significativi nella vita delle persone, tutt’altro che negativi. Il più significativo dei quali è avere reso gli individui: più adulti, padroni nel bene e nel male del loro destino politico più di quanto non lo fossero nell’ancien régime, dei cittadini pensanti e non soltanto dei sudditi adoranti, con dei diritti e – non dimentichiamolo – dei doveri ben precisi.

Nell’analizzare l’opera di Le Bon occorre secondo me salvare la bontà di alcune intuizioni sul funzionamento psicologico delle folle – la storia purtroppo gli ha dato ampiamente ragione – e buttare a mare certe considerazioni propagandistiche in chiave antiprogressista, sintomo di un insipido quanto inefficace conservatorismo.