L’umanesimo necessario

Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via.

“Poiché il numero degli eletti è limitato, quello dei malcontenti è per forza immenso. Questi ultimi sono pronti a tutte le rivoluzioni, quali ne siano i capi o gli scopi. Con l’acquisizione di conoscenze inutilizzabili l’uomo si trasforma sempre in un ribelle” (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 126). Queste parole potrebbe averle scritte qualsiasi Ministro dell’Istruzione degli ultimi vent’anni di storia repubblicana italiana, invece sono di Gustave Le Bon. A sentirli ripetono sempre tutti la stessa ricetta – onde conservare il potere e lo status quo presente, a loro vantaggioso – e cioè miglior cosa sarebbe “sostituire gli odiosi manuali e i pietosi concorsi con un’istruzione professionale capace di riportare la gioventù verso i campi, gli opifici e le imprese coloniali oggi trascurati” (p. 126). La solita solfa, insomma: l’eterno ritorno del conservatorismo in materia d’istruzione. Della serie: alla fine quasi che era meglio Giovanni Gentile e la sua riforma della scuola datata 1923.
Governo che viene, riforma del sistema scolastico che se ne va per lasciare il posto all’ideologia dominante, di ideali ormai neanche a parlarne. E che dire degli scenari odierni e futuri? Scenari da “disaster movie” fantascientifico sembrerebbero unanimi nel confermarci quanto i lavori di cosiddetta “bassa manovalanza” saranno sempre più svolti da macchine, robot o androidi, poco importa. Per questo si fa un “gran parlare” di redditi di cittadinanza o di dignità, che poi sempre della stessa cosa si tratta e sempre la stessa ineludibile domanda pongono: in che modo i manovali di “domani”si guadagneranno il pane? Un massiccio incremento di droghe e criminalità saranno – con tutta probabilità – i seri effetti collaterali che i governanti futuri si dovranno preparare a contrastare con efficacia se non vorranno esserne travolti. Per non parlare degli scenari geopolitici che potrebbero vedere nazioni farsi la guerra per accaparrarsi le migliori tecnologie.
Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via. Una scoperta scientifica o un’innovazione tecnologica è una cosa grandiosa, può segnare un grande balzo in avanti per l’umanità. Chi lo mette in dubbio? Io no di certo. Tuttavia sia la scienza sia la tecnologia senza una visione globale manca di un elemento essenziale: ciò che esattamente permette a una data innovazione di essere fruita, fatta propria e utilizzata per il meglio.
Un esempio? Si prenda una pistola. Può risultare una strepitosa invenzione finalizzata a difendersi dai malintenzionati che vogliono farci del male. Come può – del resto – anche essere la peggiore delle invenzioni umane, se usata da uno studente squilibrato per fare strage dei suoi compagni e compagne. Tutto dipende dal “fine”– “telos” avrebbero detto i Greci – per cui una cosa viene fatta. Senza un fine preciso, quale che sia, a seconda delle proprie convinzioni, si è – scusate il gioco di parole – “finiti”. Inutile girarci intorno, la scienza, la tecnologia hanno un baco costitutivo: hanno poca o talvolta nessuna dimestichezza con la “finalità”, che è invece pane per i denti dei cultori delle “humanae litterae”, che di finalità, quale che sia, se ne intendono e parecchio, avendoci costruito i loro plurimillenari giacimenti di sapere.

Come s’insegna la storia?

Reputo utile l’esercizio d’insegnamento di una storia “come se” dovessero viverla i ragazzi. Della serie: come vi comportereste se foste dei sanculotti e faceste fatica a procurare un tozzo di pane per i vostri figli? Vi ribellereste? L’assaltereste o no la Bastiglia? Tagliereste o no la testa al re che ha tramato per far saltare le vostre di teste, tessendo una tela di alleanze con le potenze straniere per restaurare l’ancien regime? Oppure se foste dei cittadini della Germania hitleriana, vi opporreste alle politiche razziali o piuttosto le sosterreste con l’azione o l’inazione (che è la stessa cosa, cambia solo la forma di sostegno)?

In occasione del giorno della memoria, vorrei parlarvi di una modalità alternativa d’insegnamento della storia.

A mio avviso, i ragazzi devono capire che bisogna contestualizzare, immedesimarsi nei panni di chi la storia l’ha vissuta sulla sua pelle, da vittima o da carnefice o da entrambe le cose; e non limitarsi a discettare su di essa trattandola come materia inerte, poiché la storia vive e pulsa dentro di noi.

Reputo utile l’esercizio d’insegnamento di una storia “come se” dovessero viverla i ragazzi. Della serie: come vi comportereste se foste dei sanculotti e faceste fatica a procurare un tozzo di pane per i vostri figli? Vi ribellereste? L’assaltereste o no la Bastiglia? Tagliereste o no la testa al re che ha tramato per far saltare le vostre di teste, tessendo una tela di alleanze con le potenze straniere per restaurare l’ancien regime? Oppure se foste dei cittadini della Germania hitleriana, vi opporreste alle politiche razziali o piuttosto le sosterreste con l’azione o l’inazione (che è la stessa cosa, cambia solo la forma di sostegno)?

Ovvio che di puro esercizio speculativo si tratta, ma quanto meno costringe i ragazzi a osservare quel preciso argomento storico da un altro punto di vista, più impegnato e meno distaccato, con una lente d’ingrandimento soggettiva, non più soltanto oggettiva, che poi quello dell’oggettività o imparzialità in storia è un mito. Per questo può rivelarsi una buona idea servirsi dell’ausilio della “cinestoria”, ovvero del cinema al servizio della storia, proponendo alla classe delle scene selezionate di film significativi; scene ricche di pathos, di epicità, di spunti, capaci di riscaldare gli animi facilmente infiammabili degli alunni. Una volta accesa la fiammella dell’interesse, sarà più facile – non automatico, certo – far appassionare alla materia storica il grosso della classe.

Assodato che la capacità di contestualizzare sia una competenza primaria di chi studia la storia, altra competenza fondamentale della disciplina storica è saper attualizzare, che significa comprendere quei nessi che ci portano dalla storia di ieri alla cronaca di oggi. Per esempio: sicurezza e libertà, perché la prima è sulla bocca dei politici di destra e la seconda su quella dei loro colleghi di sinistra? Da dove discendono queste due differenti visioni politiche? Con lo studio della storia i ragazzi impareranno che deriva tutto da Hobbes e Rousseau, due filosofi. E non è un caso se nei licei italiani a insegnare la storia nel secondo biennio e nel quinto anno siano dei professori di filosofia. Questo perché il legame tra storia e filosofia va ben al di là di Hegel e di Ministri dell’Istruzione hegeliani – vedi il fascista nonché idealista Giovanni Gentile –, risale alla notte dei tempi. La filosofia serve a dare un senso agli eventi storici, che altrimenti sarebbero un’insensata elencazione di fatti slegati che mancano di un filo rosso necessario a orientarsi fra di essi.

In definitiva, credo che la filosofia sia la bussola della storia.