Machiavelli al tempo del coronavirus

Nel caso di una pandemia mondiale né l’esempio storico di Kutuzov e nemmeno quello di Quinto Fabio Massimo porterebbero a risultati apprezzabili: temporeggiare sarebbe il peggiore dei mali possibili. E allora qual è l’atteggiamento più consono, più machiavellico per risolvere problemi reali e non astratti, che è ciò che esattamente si prefigge un politico? In altri termini, come affrontare da discepoli realisti di Machiavelli il gravoso momento presente condizionato dal dilagare del coronavirus?

Per comprendere appieno il controverso autore de “Il principe”, ritengo più plausibile adottare una linea interpretativa che distingua tra l’uomo Machiavelli, da una parte, e il filosofo Machiavelli, dall’altra. L’uomo Machiavelli è stato tutto fuorché l’accezione che, nel corso dei secoli, è stata assegnata all’aggettivo “machiavellico”, vale a dire: malvagio, doppiogiochista, cospiratore, intrigante, insomma, capace di qualunque scelleratezza pur di tenere saldamente il potere o accrescerlo. Infatti, andando a guardare la sua biografia, non si trovano conferme che avesse simili tratti caratteriali. Il filosofo Machiavelli, invece, è stato il massimo teorizzatore del realismo politico, ovvero di un certo modo di pensare e fare politica: il modo di chi crede che, a volte, per ottenere un bene più grande occorra scendere a compromessi con la propria coscienza.

A discolpa di Machiavelli, va detto che l’idealismo morale e politico, di stampo kantiano, alla lunga potrebbe essere più nocivo del realismo machiavellico. Agire secondo la propria massima morale, darsi un imperativo categorico e non muoversi di un millimetro dalle proprie posizioni è un atteggiamento tanto nobile quanto estremistico. Perché?

Si prenda il problema del carrello ferroviario ideato dalla filosofa Philippa Ruth Foot nel 1967. Si tratta di un esperimento mentale molto noto. Il carrello sta per trucidare cinque persone intrappolate su un binario. Un uomo assiste alla scena e, decidendo di abbassare la leva dello scambio, potrebbe fare in modo che il carrello devi su un altro binario dove però è incastrata una persona che in tal caso morirebbe, a seconda delle versioni: un operaio o una bambina. Che fare in una situazione del genere? Meglio tirare la leva del treno e lasciare che muoia una persona, o non fare niente ottenendo come risultato la morte di cinque persone? Se si è kantiani fino al midollo e ci si è ripromessi di salvaguardare la vita propria e altrui in ogni circostanza, non si muoverebbe un dito e si permetterebbe che avvenga un danno maggiore, perché in nessun caso si ammetterebbe l’ipotesi di concedere un male minore. Se si decidesse d’intervenire, d’altra parte, si contravverrebbe alla massima morale kantiana di agire in maniera tale da non nuocere ad anima viva e con ciò si tradirebbe anche l’imperativo categorico “non uccidere”. Ancora oggi i filosofi si arrabattano nel provare a risolvere questo dilemma etico che – per definizione – appare ed è irrisolvibile. Sarebbe facile se rimanesse soltanto una questione teorica, ma così non può essere per un medico – per esempio –  che in particolari circostanze – purtroppo attuali – deve decidere quale vita salvare, o per chi ha un ruolo politico ed è chiamato a prendere delle decisioni riguardanti la collettività, ad agire “hic et nunc”. Non è più teoria, bensì routine.

In politica non fare niente è già fare qualcosa, significa temporeggiare. A volte questo produce successi incredibili. Si pensi al generale Kutuzov, artefice con la sua tattica attendista della disfatta dell’esercito napoleonico durante la campagna di Russia, oppure a Quinto Fabio Massimo, che tenne lontano da Roma il condottiero cartaginese Annibale impegnandolo in battaglie diversive in giro per la penisola. Altre volte però temporeggiare è la peggiore delle opzioni, perché non fare niente porterebbe a danni irreparabili, mentre intervenire con tempestività e decisione, anche con misure antipopolari, potrebbe limitarli.

Nel caso di una pandemia mondiale, né l’esempio storico di Kutuzov e nemmeno quello di Quinto Fabio Massimo porterebbero a risultati apprezzabili: temporeggiare sarebbe il peggiore dei mali possibili. E allora qual è l’atteggiamento più consono, più machiavellico per risolvere problemi reali e non astratti, che è ciò che esattamente si prefigge un politico? In altri termini, come affrontare da discepoli realisti di Machiavelli il gravoso momento presente condizionato dal dilagare del coronavirus?

Come il signor Wolf di “Pulp Fiction”, un realista machiavellico “risolve problemi” e sa bene che, per ogni situazione, c’è una soluzione diversa. Un conto è filosofeggiare a vuoto, un conto è farlo per decidere. Machiavelli promuove una filosofia politica finalizzata a prendere decisioni. Per questo “Il principe” si profila come un manuale per decisori, cioè per politici. Kant filosofeggia per altri filosofi come lui, che s’interrogano sull’uomo astratto, ideale, lontano anni luce dall’uomo reale, concreto. Chi la pensa come Kant e ha una posizione estrema sulle questioni morali e politiche, non conosce mezze misure, né quello spirito di adattamento necessario per prendere decisioni giuste, anche – e soprattutto – nei momenti più difficili.

Mi dispiace dirlo, ma l’idealismo kantiano incoraggia un atteggiamento estremistico, per quanto nobile e lodevole in teoria, che – alla prova dei fatti – potrebbe risultare più dannoso dello spietato realismo machiavellico.

Gli estremismi, persino se buoni nelle intenzioni – com’è il caso dell’estremismo morale kantiano – sono nocivi perché creano disequilibri, che sono la condizione all’origine dei conflitti si sa quando cominciano, ma non quando finiscono. Il pensiero di Machiavelli è figlio della politica dell’equilibrio sancita dalla pace di Lodi del 1454. In essa si riconosceva la sostanziale incapacità di ciascuno degli Stati italiani del Quattrocento di prevalere in maniera netta e incontestabile sugli altri. Da ciò è derivata una politica di sostanziale equilibro, di compromesso insomma. In uno scenario del genere ogni idealismo si sarebbe rivelato nella migliore delle ipotesi inconcludente, nella peggiore disastroso.

In generale, è convinzione dei realisti di oggi che l’idealismo sia stato un ideale politico storicamente fallimentare in ogni epoca. Ciò perché gli uomini nobili sono un’eccezione che conferma una regola: la maggior parte degli uomini è buona o cattiva a seconda delle convenienze del momento, perlopiù però è cattiva. Capire questa spiacevole verità è la chiave per stabilire quei principi utili per governare altri esseri umani. Dopo averli capiti e stabiliti c’è però un ulteriore passaggio da compiere: avere la forza del leone e la scaltrezza della volpe per attuarli.

Pessimismo, ovvero, realismo

Un certo pessimismo è sano, perché ci tiene con i piedi ben piantati per terra, ci cura dalla sindrome del Padreterno che ce n’è uno – almeno per me – e non milioni di milioni. Trovo interessante il modo di concepire la storia proprio di Tolstoj, il quale, romanzando la figura del generale russo Kutuzov (fautore dell’annientamento progressivo dell’esercito napoleonico grazie a una tattica attendista), veicola l’idea che l’atteggiamento proprio di chi fa la storia è fatalistico. Il punto è questo: siccome non siamo noi a dominare gli eventi, piuttosto è il contrario, tanto vale lasciare andare le cose così come il fato, il caso o Dio vuole che vadano.

Un certo pessimismo è sano, perché ci tiene con i piedi ben piantati per terra, ci cura dalla sindrome del Padreterno che ce n’è uno – almeno per me – e non milioni di milioni. Trovo interessante il modo di concepire la storia proprio di Tolstoj, il quale, romanzando la figura del generale russo Kutuzov (fautore dell’annientamento progressivo dell’esercito napoleonico grazie a una tattica attendista), veicola l’idea che l’atteggiamento proprio di chi fa la storia è fatalistico. Il punto è questo: siccome non siamo noi a dominare gli eventi, piuttosto è il contrario, tanto vale lasciare andare le cose così come il fato, il caso o Dio vuole che vadano.

I romantici credono nel fato, gli scienziati nel caso, i mistici in Dio. Poco importa come lo si chiama, sempre a un concetto superiore e travalicante l’umana piccolezza si fa riferimento. Nietzsche – che, per quanto critica il Romanticismo, si può considerare un romantico, seppure “sui generis” – usa il termine “amor fati” per descrivere il suo fatalismo. Con la loro hit “Let it be”, i Beatles dicono più o meno la stessa cosa.

È pessimistico questo modo di vedere le cose? Forse, o forse è soltanto realistico. A dirla tutta, mi definirei più un realista che un pessimista, che poi: dire che l’uomo è soverchiato da forze più grandi di lui ed è libero solo entro certi limiti è un po’ come riscoprire l’acqua calda. Tuttavia, a volte, un po’ di sana “acqua calda” fa bene all’anima. Concepito in questi termini, allora sì che il pessimismo, o realismo che dir si voglia, può essere salutare per l’uomo.

Prendo a esempio il caso emblematico delle guerre. Gli idealisti, in malafede o ingenui (spero più la seconda), credono nella “pace perpetua” di kantiana memoria. Dunque, sono fiduciosi che altre carneficine mondiali non verranno compiute, perché si sa – dopo Hiroshima e Nagasaki – finalmente gli esseri umani hanno capito la lezione e non commetteranno più gli stessi sbagli. La politica di deterrenza nucleare dà e continuerà a dare i suoi frutti pacifici. Certo, come no, credeteci pure, pensano i realisti. In fondo un realista dice semplicemente le cose come stanno e in materia di conflitti: la guerra è la regola, la pace è l’eccezione. “La pace è l’intervallo tra due guerre”, per dirlo con il celebre aforisma di Jean Giraudoux; intervallo che può essere più o meno lungo. Basta aprire qualsiasi manuale di storia per capire chi ha ragione, se gli idealisti o i realisti. Come diceva mio nonno: “La ragione si dà ai fessi”. Da realista, in questo caso, non ci tengo ad avere ragione, anzi. Spero con tutto me stesso che non si combatteranno più guerre cosiddette “mondiali” (quelle “locali” non si sono mai interrotte), ma a un livello più razionale non mi stupirei se dovessimo ricadere nel medesimo errore. E una cosa è certa, tra idealisti e realisti, i secondi – più pragmatici – hanno fatto molto più dei primi e delle loro belle parole per assicurare una pace duratura. Da qui però a darla per scontata ce ne vuole e sarebbe un errore imperdonabile, oltretutto dalle conseguenze catastrofiche.

La storia è “magistra vitae”, diceva Cicerone. A mio avviso, a vedere la cocciutaggine degli uomini, la storia non è maestra di niente; eppure dagli errori passati si dovrebbe trarre un qualche insegnamento. Parafrasando Einstein: non so se verrà mai combattuta una terza guerra mondiale, ma se dovesse capitare so per certo con quali armi verrebbe combattuta la quarta, con le clave di pietra. Prima ho detto che sono tra quelli che ritengono sacra e inviolabile la vita umana, ma ci tengo a precisare che questo principio morale – non saprei come altro definirlo – non si applica a coloro che non ritengono sacra e inviolabile la vita altrui. C’è un detto latino che dice: “Vuoi la pace, preparati alla guerra”. Lo condivido in pieno. Con chi vuole il mio annientamento non credo di avere la forza morale di un Gandhi. La non violenza è tanto bella quanto inapplicabile per me. Se tu mi attacchi io ti rispondo: “Mors tua vita mea”. E a pensarla così sono in buona compagnia, persino lo Stato del Vaticano è per l’autodifesa, se attaccato.