Viva Rousseau

[…] evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau!

In questi stralunati giorni di crisi epocale che stiamo vivendo, in un momento di serendipità mi sono imbattuto in un testo stimolante intitolato “Dopo il Covid-19” di Leonardo Caffo, filosofo salito alle luci della ribalta negli ultimi anni per il suo “antispecismo debole”. L’autore auspica una globalizzazione del “[…] mondo attraverso l’etica e non l’economia” e invita a riprendere “[…] a considerare la campagna e la natura più importanti delle città”. Su questi punti, mi trovo d’accordo con lui e mi vien voglia di gridare: evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau! Bravo Caffo per avere restituito con il suo lessico le idee rousseauiane, ovvero, di chi ci ha messi in guardia dal pericoloso mito che la società capitalistica di oggi ha ereditato dal secolo dei lumi: il mito del progresso. “Andrà tutto bene” sì, se cambieremo il paradigma che ci ha condotti alla formulazione di questa frase fatta. Quale paradigma? Quello capitalista, che, come dice bene Caffo, se non a questa crisi, perirà alla prossima. In favore di quale altro nuovo paradigma? No di certo quello marxiano, per quanto Marx ci abbia indirizzati sulla buona strada con la sua critica lucida quanto spietata del capitalismo. Il paradigma che potrebbe allungare la vita dell’essere umano – Caffo ne parla in termini di essere “postumano”, sta bene chiamarlo così, conferisce una certa eco nietzscheana che mi piace – è senz’altro quello ambientalista. Tutto sta a capire quale ambientalismo potrà aiutarci a farci meno del male, salvarci mi sembra una parola troppo pomposa, tutto considerato.

Partire dall’etica della responsabilità di Hans Jonas sarebbe un buon inizio, ma ha ragione Caffo nel sottintendere che non ci potrà essere rivoluzione ambientalista se prima non verrà meno il Grande Nemico: il capitalismo. Ecco, questo libricino ha un merito secondo me, quello di recitare bene un “de profundis” per il capitalismo, che tante soddisfazioni ci ha dato (a qualcuno più che ad altri), ma a quale prezzo? Uno che non possiamo permetterci, come ci sta insegnando il Covid-19 o come ci insegnerà il Covid-119, ammesso – e non concesso – che come avremo la possibilità di arrivarci.

A essere onesto, non so quanto gli attori geopolitici del nostro tempo possano essere folgorati sulla via del Covid-19 e acquistare il senno mai avuto, cane mangia cane nella stupida logica realista degli statisti di oggi e di ieri (e spero contro ogni speranza “non” di domani), una autolesionistica logica della sopraffazione. Per quanto mi riguarda, auspico una diversa logica e non si sa mai, può non essere troppo tardi per l’uomo cambiare per davvero, anche se – ad oggi – i cambiamenti prodottisi non sono stati all’altezza della reale gravità del momento; stanno bene politiche di incentivi per chi investe in energie rinnovabili, è un punto di partenza, ma va fatto molto di più. Del resto, consola pensare che il “non-ancora” non equivale a un “giammai”, se non si è intervenuto come si deve fin qui, chi può escludere che non lo si farà una buona volta, dopo che evidente a tutti – pure a quelli più lenti di comprendonio – sarà che ci troviamo spalle al muro?

L’uomo potrà cambiare, ma solo se lo vorrà, sul serio. Finché l’uomo capitalistico agonizzerà rimanendo vivo, dubito che il cambiamento avverrà. Ricordiamoci che non c’è bestia più feroce di quella braccata, che si sente in trappola. E su una cosa sono sicuro, il capitalismo venderà cara la pelle prima di esalare il suo ultimo respiro. Nell’attesa che ciò avvenga (non si pone il problema del “se” ma solo del “quando”), occorre lavorare a un’ipotesi di società alternativa, che non sia utopistica ma percorribile. Gli idealisti teorizzano l’orizzonte ideale, i realisti devono condurci verso di esso ben consapevoli, a differenza dei primi, che non lo raggiungeremo mai. Averlo sempre davanti sarebbe già una vittoria, piuttosto che lasciarselo alle spalle e condannare precocemente – cioè prima del tempo – l’umanità.

Come criceti nella ruota

Come criceti nella ruota siamo condannati a girare e rigirare a vuoto, ma, come ben sanno i criceti, chi si ferma è perduto.

A mio avviso, la parte dello “Zarathustra” più interessante è quella intitolata “La visione e l’enigma”; è intrisa di simboli e senza un cospicuo sforzo interpretativo si capirebbe ben poco, e capire è costruire un senso, malgrado il nonsenso apparente, che è un po’ la chiave della ricerca filosofica nietzscheana. Se la vita è quello che è, che senso ha viverla? Il bello è “cercare” questo senso più che trovarlo, questo c’insegna la filosofia di Nietzsche e più in generale è ciò che dovrebbe inculcarci la filosofia tutta. Checché ne dicano alcuni, per la filosofia pura, quella (socratica) delle origini: la ricerca del sapere è più importante del sapere stesso. Così come la ricerca della verità è più importante della verità stessa.

Se ve la devo dire tutta, io per primo non mi accontento di questa ricerca. Quando, però, tento di andare oltre e mi metto a caccia di risposte, mi rendo conto che sto flirtando con la teologia, a discapito della filosofia. E in questo sono poco nietzscheano, il relativismo dei valori e della verità non mi basta. Perciò credo che la Verità (con la maiuscola), a cercare bene, ci sia, ma credo pure che il percorso filosofico-avventuroso del relativismo nietzscheano sia stimolante, malgrado sia convinto – in ultima analisi – che Nietzsche avesse torto.

Il buon “Federico” è un filosofo che va apprezzato a piccole dosi: dargli troppo retta può nuocere a sé e agli altri. Ascoltarlo “quel tanto che serve” ritengo sia un vero toccasana e le sue massime, i suoi aforismi un balsamo per l’anima afflitta dell’uomo di ogni luogo ed epoca. Perlomeno gli esiti nefandi dell’influenza nietzscheana sul Nazismo m’inducono a pensare questo.

Con ciò cosa voglio dire, che Nietzsche era nazista? Certamente no anche per la semplice evidenza che quando lui è morto, nel 1900, Hitler ha solo undici anni. Ad ogni modo, mentirei se affermassi che la sua filosofia non contenga la scintilla del nazismo. D’altra parte, però, sento di poter perdonare il suo antisemitismo – il suo bersaglio polemico è San Paolo, basti leggere “L’Anticristo” per rendersene conto – in quanto, che lo abbia voluto o meno, persino lui che si considerava tanto “inattuale” in questo, nell’antisemitismo appunto, fu fin troppo “attuale”, intendendo con ciò figlio della sua epoca malata.

D’altronde, ogni epoca ha il suo male. Qual è la malattia della nostra epoca? Il capitalismo. Un male spirituale prima che economico, il cui sintomo più evidente e preoccupante è: l’avidità. Ammettendo questo, non mi schiero però con Marx, poiché la storia ci ha mostrato l’inefficacia dell’antitesi comunista, che vorrebbe sconfessare il capitalismo su basi economiche, mentre io credo si dovrebbe combatterlo e criticarlo per la sua miseria spirituale, per il modo in cui ci ha tramutati tutti in bestie simili all’animale mitologico denominato Caradrio, che mangiano e defecano simultaneamente in preda a un’insaziabilità divorante. All’orizzonte di cure comprovate per arginare questo male non se ne vedono, semmai s’intravvedono solo sperimentazioni palliative, capaci di attenuare i sintomi senza operare però sulle cause che li hanno originati; non credo infatti alla possibilità di riuscita di decrescite felici, per quanto le adoro e ne condivido i principi basilari.

Io una sintesi che potrebbe funzionare l’avrei in mente e non brilla di certo per originalità (d’altronde è mia opinione che, filosoficamente parlando, l’originalità è sopravvalutata), ma non per questo è meno rivoluzionaria nel senso più autentico del termine, intendendo con rivoluzione l’etimo latino “revolvere”, che significa “tornare indietro”. A che cosa? Al Cristo dei “Vangeli”. Non so voi, ma nonostante abbia studiato autori su autori, non ho trovato niente di più rivoluzionario del comandamento di Cristo, che così sintetizzo: “Ama i tuoi nemici”.

Nonostante non ne sia capace, ammiro più di ogni altro chi riesce a fare di questo comandamento evangelico il suo imperativo categorico. Se tutti diventassimo capaci di questo, non vi sarebbero più guerre, ma la pace regnerebbe sulla Terra. Con i “se”, però, non si fa neanche un metro di strada.

Fra tutti gli amori, quello per i nemici mi resta difficile da digerire sia a livello intellettuale sia viscerale. Lo confesso, non sono ancora pronto a farlo mio. Chiamo in causa Kierkegaard, secondo il quale si possono rintracciare tre stadi esistenziali: quello estetico, quello etico e quello religioso. Be’, direi che io sono fermo al secondo. Per amare i nemici occorre raggiungere il terzo, che – in tutta franchezza – credo sia riservato a una ristrettissima minoranza. Ed è questo il problema, che rende la kantiana “pace perpetua” una grandiosa idea, poco praticabile però. Dire che lo è “poco” non equivale a dire che non lo sia affatto. Dunque, credo che sia impossibile realizzarla? No. Credo allora che sia improbabile? Sì. Perché per renderla possibile bisognerebbe che ogni uomo arrivi ad amare il proprio nemico e sia da quest’ultimo riamato dello stesso amore. Facile, no? Come bere un bicchiere d’acqua, che, a proposito, si può sapere com’è: se mezzo pieno o mezzo vuoto?

Di fronte a problematiche del genere rimpiango di non essere un orientalista, che facilmente risponderebbe: il bicchiere è sia pieno sia vuoto. Vuoto e pieno sono le due facce di un’unica medaglia. Perciò mi sento di rispondere: il bicchiere è mezzo pieno fino a che non ne bevi il liquido, da quando cominci a berlo diventa mezzo vuoto, però vuoi mettere, almeno ti disseti, anche se poi ti viene voglia di riempirlo di nuovo.

Qual è la morale? Che la vita è una coazione a ripetere e ne sapeva qualcosa Sisifo, costretto a far rotolare la pietra giù dalla rupe per poi ricaricarsela, riportarla di nuovo su in cima e farla rotolare giù ancora e ancora.

Vi ha fatto venire in mente qualcosa Sisifo? A me sì, la ruota di un criceto, che gira e rigira fino a che non muore, se non fosse che quel povero Sisifo è condannato all’eterna ripetizione.

Ebbene? Come criceti nella ruota siamo condannati a girare e rigirare a vuoto, ma, come ben sanno i criceti, chi si ferma è perduto.