Machiavelli pacifista improbabile

Quando gli interessi degli umani coincidono lo scontro diventa inevitabile, a meno che una delle due parti non rinunci alla contesa per manifesta inferiorità e si consegni senza porre condizioni alla parte avversa.

Forse sarà per via del contesto storico che non può non avere influenzato le sue idee, o forse perché esperto conoscitore dell’animo umano in quanto appassionato lettore dei classici antichi (Greci e Romani) e della sua non trascurabile vicinanza a personaggi illustri (tra cui l’illustrissimo Cesare Borgia), sta di fatto che Machiavelli neanche s’immagina una società senza guerre. Perché la guerra è così ineluttabile per l’essere umano? Per via della natura umana irriducibilmente guasta.

Quando gli interessi degli umani coincidono lo scontro diventa inevitabile, a meno che una delle due parti non rinunci alla contesa per manifesta inferiorità e si consegni senza porre condizioni alla parte avversa.

Data la natura umana, quindi, per un principe farsi trovare impreparato all’eventualità della guerra sarebbe la rovina. Per questo: “Un principe […] non deve avere altro obiettivo, né altro pensiero, né altro fondamentale dovere, se non quello di prepararsi alla guerra. Questo è l’unico compito che si addica veramente a chi comanda” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 145). Infatti “[…] i prìncipi, quando hanno pensato più alle raffinatezze che alle armi, hanno perso lo Stato da essi posseduto. Perderai lo Stato soprattutto se trascurerai le arti militari. Lo conquisterai se di esse diventerai esperto” (p. 145).

A ognuno il suo, sembrerebbe suggerire Machiavelli; e, a proposito di chi governa, non c’è nulla di più propriamente “suo” dell’arte della guerra.

Del fine che giustifica i mezzi

Una divisione manichea tra bene e male è un lusso che si può permettere solo chi non governa. Le esigenze cambiano e con esse anche ciò che è giusto o non è giusto fare. A volte ciò che è giusto potrebbe essere ciò che in termini cristiani si definisce male. Allo stesso tempo, però, sembrare buono in senso cristiano è fondamentale per il principe, che deve “apparire religioso”.

“Un principe […] non deve realmente possedere tutte le qualità, ma deve far credere di averle” (p. 167). Perché “[…] se le ha e le usa sempre, gli sono dannose.” Mentre: “Se fa credere di averle, gli sono utili” (p. 167). Per giunta: “[…] egli è spesso obbligato, per mantenere il potere, a operare contro la lealtà, contro la carità, contro l’umanità, contro la religione.” Quindi, ecco la stoccata finale che stronca qualsiasi tentativo di buonismo nell’interpretare il pensiero machiavellico: “[…] non si allontani dal bene, quando può, ma sappia entrare nel male, quando vi è costretto” (p. 169).

Una divisione manichea tra bene e male è un lusso che si può permettere solo chi non governa. Le esigenze cambiano e con esse anche ciò che è giusto o non è giusto fare. A volte ciò che è giusto potrebbe essere ciò che in termini cristiani si definisce male. Allo stesso tempo, però, sembrare buono in senso cristiano è fondamentale per il principe, che deve “apparire religioso”. Questo perché: “Gli uomini, in generale, giudicano più con gli occhi che con le mani, perché tutti vedono e pochi toccano con mano.”

A questo punto Machiavelli esprime quel concetto poi semplificato nella formula “il fine giustifica i mezzi”. Le sue esatte parole: “Nel giudicare le azioni degli uomini, e soprattutto dei prìncipi […] non si guarda ai mezzi, ma al fine. Il principe faccia quel che occorre per vincere e conservare il potere. I mezzi saranno sempre giudicati onorevoli e lodati da ognuno […]” (p. 169). Per cui: “il fine giustifica i mezzi” non è che la parafrasi più convincente del passo appena citato.

Della volpe, del leone e di quanto la lealtà sia sopravvalutata per uno statista

Sarebbe bello se tutti fossero leali con il prossimo, il mondo sarebbe un posto migliore, pace e serenità per tutti ma, affinché tutto vada liscio e questo clima di distensione duri, la conditio sine qua non sarebbe che tutti, nessuno escluso, viaggiassero sulla stessa pacifica e serena lunghezza d’onda; basterebbe anche solo una stecca fuori dal coro, un solo essere umano sleale per mandare tutto a rotoli. Dunque, sarebbe bello sì, possibile…

La lealtà è sopravvaluta secondo Machiavelli. Prova ne sono queste parole: “Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 165). Della serie: la lealtà è uno scomodo vestito pruriginoso, che a volte va tolto per sentire meno prurito. Sarebbe bello se tutti fossero leali con il prossimo, il mondo sarebbe un posto migliore, pace e serenità per tutti ma, affinché tutto vada liscio e questo clima di distensione duri, la conditio sine qua non sarebbe che tutti, nessuno escluso, viaggiassero sulla stessa pacifica e serena lunghezza d’onda; basterebbe anche solo una stecca fuori dal coro, un solo essere umano sleale per mandare tutto a rotoli. Dunque, sarebbe bello sì, possibile…

A proposito dei modi di combattere, Machiavelli dice che ne esistono di due tipi: “[…] l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo” (p. 165). Giocoforza: “Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni non conoscono l’arte di governare” (pp. 165-166).

Due esempi del tutto arbitrari, due di tanti che si possono fare: Attila, re degli Unni; Garibaldi, eroe dei due mondi. Il primo fu un formidabile guerriero, però incapace di vedere oltre la successiva battaglia. Il secondo non fu secondo a nessuno in coraggio e spirito battagliero, ma dovette inginocchiarsi al cospetto di un reuccio piemontese. La loro natura leonina è lampante, solo con quella però non si governano gli uomini in tempo di pace, quando i nemici sono camuffati da amici e occorre il fiuto della volpe per stanarli. Per sconfiggere i nemici sul campo di battaglia un principe deve dare libero sfogo alla sua natura leonesca, per governare quella volpesca.

Ha senso essere leali in tutto e per tutto? Si direbbe proprio di no per Machiavelli: “Un signore prudente […] non può né deve rispettare la parola data se tale rispetto lo danneggia e se sono venute meno le ragioni che lo indussero a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni,” solito discorso, “questa regola non sarebbe buona. Ma poiché gli uomini sono cattivi e non manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con loro” (p. 167). Insomma, la prudenza non è mai troppa. Opportunismo machiavellico derivato da un pessimismo antropologico di fondo sulla base del quale: rispettare la parola data conviene solo se non va contro i propri interessi. Ragionamento spietato? Senza dubbio.

Un secolo dopo Machiavelli, un simile modo di ragionare verrà riproposto dal cardinale Richelieu, che per salvaguardare l’interesse nazionale francese (o “ragion di Stato”), pur essendo lui membro del clero cattolico e di un Paese cattolicissimo si allea furbescamente – massimo esempio di “natura volpina” – con le potenze protestanti per vincere la guerra dei Trent’anni e per spostare l’equilibrio di potenza europeo in favore della sua Francia. Si può dire che quello che Machiavelli teorizza, Richelieu lo realizza. Per gli uomini di ieri, di oggi e di ogni tempo risuona profetico questo passo de “Il principe”: “[…] chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che colui il quale vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare” (p. 167). L’ammirazione di Machiavelli per Cesare Borgia è estesa anche – seppure in misura più contenuta – al padre papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Di quest’ultimo Machiavelli afferma: “Non ci fu mai uomo che promettesse con così grande efficacia, che giurasse con altrettanto fervore e che poi mancasse di parola come lui” (p. 167).

Mancare la parola data è un comportamento meschino? Secondo la morale lo è. In politica – in determinate circostanze – può essere un modo di agire da statista.