L’irriducibile fatica della vita

Il pensiero positivo è utile fino a un certo punto. Nessuno come un campione sa quant’è dura vincere, quanta fatica ci vuole per portare a casa un risultato importante. Ci si deve allenare a una genuina quanto salubre fatica quotidiana. Abituare un ragazzo alla mollezza è il peggiore torto che gli si possa fare e il migliore viatico per renderlo un adulto spiantato, deresponsabilizzato, scansafatiche, un reietto insomma.

Prendiamo i grandi campioni dello sport. Quando c’è il momento decisivo della partita, quello che ti fa vincere una finale, quando insomma deve fare goal, buttare di là dalla rete la palla, far muovere la retina del canestro, stampare una schiacciata sulle righe, è proprio in quel frangente che emerge il fuoriclasse. Noi dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi a diventare i campioni delle loro vite. Per farlo dobbiamo disingannarli, ovvero, togliere dalla loro testa l’inganno che va sempre tutto bene.

Il pensiero positivo è utile fino a un certo punto. Nessuno come un campione sa quant’è dura vincere, quanta fatica ci vuole per portare a casa un risultato importante. Ci si deve allenare a una genuina quanto salubre fatica quotidiana. Abituare un ragazzo alla mollezza è il peggiore torto che gli si possa fare e il migliore viatico per renderlo un adulto spiantato, deresponsabilizzato, scansafatiche, un reietto insomma.

Favoleggiare che se uno pensa di continuo positivo tutto gli si spianerà davanti è una pericolosa illusione. Chi ci crede magari raggiunge il satori buddhista, cioè si risveglia spiritualmente e acquisisce un superiore livello di consapevolezza: l’esistenza è sofferenza e noi dobbiamo fare tutto quello che è in nostro potere per evitare situazioni che possono crearci attaccamento per qualcosa o qualcuno. Chi diventa consapevole di ciò, riesce poi a vivere in una maniera molto simile a quella auspicata dalle filosofie ellenistiche (epicurea, stoica, scettica), che vietano le passioni o, tutt’al più con chi non sa proprio farne a meno, si raccomandano di astenersene quanto più possibile. Come se fosse lodevole vivere senza provare passione per niente, neanche fossimo delle statue di bronzo, anziché creature palpitanti, in grado di sentire prima ancora che di pensare. Dunque, la sofferenza va accettata, bisogna prenderne atto; insomma, non può essere estirpata. Glorificata quello mai, non c’è gloria nel dolore, per quanto anni di catechismo hanno voluto insegnarci il contrario. Da cristiano, non penso di essere blasfemo nel dire che di Cristo ce ne è solo uno. Per quanto voglia disilluderci, credo che il buddhismo ci illuda più del cristianesimo, fermo restando la mia stima nei confronti di una religione che già Nietzsche aveva definito la più filosoficamente illuminata e che a me ricorda il nobile tentativo di affrancamento dalla condizione umana tentato dalle filosofie ellenistiche. Tentativo, questo, a mio avviso destinato a naufragare, per quanto lodevole nelle intenzioni, data l’essenza umana che è la sofferenza. Qui intendo essenza come ciò che vi è di più fondamentale in noi esseri umani fatti di carne e sangue, per dirla con Unamuno.

Perché considero il pensiero positivo una solenne fregatura? Può ingannare persone fragili pronte ad aggrapparsi al primo guru dispensatore di banalità trite e ritrite ma vendute a peso d’oro, non persone dotate di un minimo raziocinio. Questi santoni del marketing aziendale dei nostri tempi che cosa fanno se non liofilizzare filosofie occidentali o correnti di pensiero orientali creando slogan facilmente memorizzabili, che riconducono la nobile arte del pensare a formule semplicistiche del tipo: “Se vuoi, puoi, e se puoi, allora credici e ce la farai”. Che dire, mi dispiace per chi ci casca. Tu puoi, se sei. Se sei cosa? Se sei ferrato in quello che fai; se sei responsabile, competente, resiliente; se sei in gamba, insomma. Altrimenti, se sei una persona che vive seguendo i nuovi sofisti del self help, non ce la fai, non ci sono santi che tengono, dev’essere chiaro. Voglio che i miei ragazzi abbiano la cognizione di quanto sia duro ma possibile farcela. Lo sarà se saranno disposti a rimboccarsi le maniche e a lasciare da parte le lamentele. Chi si impegna ce la potrà fare, questo è il messaggio che deve arrivare. Prima si smetterà di ingannarli raccontando loro delle frottole e prima si farà loro un favore. Abituarli alle lamentele significa disabituarli alla irriducibile fatica della vita.

Eros alato – Indice dei nomi

A distanza di pochi mesi dall’uscita, mi piace condividere con voi l’Indice dei nomi presenti in Eros alato. L’idea mi è venuta in un secondo momento e magari in un’eventuale, futura ristampa tale Indice verrà inglobato nel testo. Nel frattempo mi è sembrato giusto metterlo a disposizione dei lettori della prima edizione dell’opera.
In attesa di novità o aggiornamenti, vi auguro buona lettura!

“Eros alato”, dove trovarlo

Potete ordinare il mio “Eros alato” sul sito internet della Casa Editrice a questo indirizzo: http://giaconieditore.com/prodotto/eros-alato/

A breve sarà ordinabile in tutti i più noti store online, anche in formato e-book.

Il libro può essere ordinato in tutte le librerie, basta solo dire al libraio: il titolo (“Eros alato”), il nome dell’autore (Marco Apolloni), la Casa Editrice (Giaconi Editore) e l’anno di pubblicazione (2020).

Lo trovate presente in scaffale nelle seguenti librerie (salvo esaurimento scorte), che vi elenco qui di seguito (divise per provincia):

PROVINCIA DI ANCONA

Libreria Fogola – Ancona

Libreria Gulliver Mondadori Bookstore – Ancona

Mondadori Grotte Center – Camerano

Libreria Tomo D’Oro – Falconara

Libreria Aleph – Castelfidardo

Il Mercante di Storie – Osimo

Booklet – Osimo

Atelier delle Storie – Loreto

La Via Maestra – Loreto

Ortolibreria – Jesi

Libreria Incontri – Jesi

Liberi Libri – Senigallia

Senigallia Libri – Senigallia

Spunk – Barbara

PROVINCIA DI MACERATA

Il Maestro e Margherita – Civitanova Marche

Libreria Ranieri – Civitanova Marche

La Casa di Carta – Recanati

Libreria Passepartout – Recanati

Riganelli – Recanati

Edicola Dignani – Pollenza

Libreria Gulliver – San Severino

La Bottega del Libro – Macerata

Cartolibreria L’Idea – Macerata

Libreria Del Monte – Macerata

Libreria Mondadori – Corridomnia Shopping Park

Libreria Mondadori – Matelica

Il Fantabosco – Sarnano

Libri D’Amare – Porto Recanati

Karta Bookbar – Montecosaro

W La Scuola – Tolentino

Libreria Mondadori – Tolentino

Linea Ufficio – Appignano

Edicartoregalo – Potenza Picena

PROVINCIA DI FERMO

Libreria Cartolibroemme – Fermo

Libreria Incontri – Fermo

Libreria Mondadori – Porto San Giorgio

Il Gatto con gli Stivali – Porto Sant’Elpidio

Idea 3 – Montegranaro

PROVINCIA DI PESARO-URBINO

Le Foglie D’Oro – Pesaro

Libreria Mondadori – Fano

PROVINCIA DI ASCOLI PICENO

Libreria Rinascita – Ascoli Piceno

“Eros alato”. Novità editoriale

“L’amore ci consente di fuoriuscire dal nostro sé individuale proiettandoci nel sé universale.”

Il momento è quello che è, lo sappiamo. Oggi, però, permettetemi di condividere con voi la gioia per l’uscita del mio “Eros alato“, un’opera di riflessione sul più viscerale ma anche spirituale degli argomenti: l’amore. Ringrazio l’infaticabile Simone Giaconi, la sua preziosa collaboratrice Valentina Castellani della coraggiosa, indipendente, marchigiana GIACONI EDITORE e Platone; il primo per aver creduto sin da subito e con entusiasmo nel contenuto del libro, la seconda per averlo così ben confezionato e il terzo per averlo in parte ispirato. Se vorrete essere fra i primi a leggerlo, ecco un modo veloce e sicuro – che di questi tempi non guasta – per farselo spedire comodamente a casa: http://giaconieditore.com/prodotto/eros-alato/

***

“In amore si ama con i sensi, soprattutto però con lo spirito. Dunque, l’amore spirituale è più appagante del solo amore sensuale. Nell’alchimia di due anime innamorate si racchiude il significato della vita umana, che è ricordo della propria origine perduta e della propria discendenza ultraterrena. Dopo ogni orgasmo è come se noi morissimo, la «petite mort» secondo i francesi, per poi rinascere a una nuova vita. Quale? Quella dello spirito, fortificato dal perpetuarsi dell’atto amoroso in cui ci offriamo a un’altra persona per sdebitarci di quanto ricevuto, venendo al mondo. In quest’ottica, fare all’amore non è che un reciproco modo per ringraziarsi. L’amore ci consente di fuoriuscire dal nostro sé individuale proiettandoci nel sé universale.” (Tratto da “Eros alato“, un libro di Marco Apolloni.)

Sopravvivere non può bastarci

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male.

Voglio riportare un passaggio interessante di “Dopo il Covid-19”, breve ma ricco instant book di Leonardo Caffo. “E se il mondo che seguirà sarà un mondo in cui la libertà conterà più del rischio di perdere la vita? Se vivere diventasse, improvvisamente e dopo il Covid-19, più interessante che sopravvivere? Presto o tardi, anche se la nostra società ci ha completamente diseducati ad affrontare il tema della morte, tutti quanti dobbiamo morire: siamo sicuri che questa vita lunghissima ma vuota per cui stiamo lottando adesso valga più di una vita intensamente breve?”

Chi ha qualche dimestichezza con la filosofia, non può non scovare in questo passo l’influenza senecana. C’è tanto del “De brevitate vitae” di Seneca in questo discorso di Caffo. Ciò non è affatto un difetto. Sono intimamente convinto che filosofare sia “con-filosofare”, come vuole Karl Jaspers, vale a dire: un “filosofare con” chi vive il nostro tempo, ma anche con chi ci ha preceduti e con chi ci succederà. Motivo per cui in filosofia l’originalità è impensabile. Riferirsi ai filosofi precedenti è indispensabile per chiunque filosofi oggi ed è incoraggiante sapere che chi verrà dopo rifletterà “insieme a noi” in un circolo virtuoso, ininterrotto del pensiero.

Precisato questo, la stessa timida critica che rivolgo a Seneca, di riflesso la muovo anche a Caffo, ossia: c’è un sentore di “carpe diem” tanto caro ai Latini nel brano sopra riportato. Come insegna il “Faust” di Goethe, s’illude chi crede di poter cogliere l’attimo. Si può godere l’attimo, assaporare il presente solo proiettandosi nel futuro che non sta davanti a noi, come alcuni credono in maniera del tutto erronea, bensì alle nostre spalle e da lì ci sorprenderà in ogni caso, su questo possiamo stare certi. In realtà, il Covid-19 ci palesa quella che dovrebbe essere un’ovvietà per noi umani: la prevedibile imprevedibilità sia in positivo sia in negativo del futuro. Perché “prevedibile imprevedibilità”? Non amo gli ossimori, ma in questo caso credo sia calzante definire “prevedibile” un futuro che per tutti riserva lo stesso tragico traguardo, la morte, altrettanto ritengo sia sensato parlare di “imprevedibilità”, perché come vivremo nel futuro e come trapasseremo anche – per fortuna – non ci è dato saperlo con precisione. Per quanto oggi esistano figure d’intellettuali che si fanno chiamare “futurologi”, in tutta franchezza credo che il futuro saprà sorprendere anche la più acuta delle previsioni “futurologiche”. Fra tutti, trovo più giusto quell’atteggiamento nei confronti del futuro di chi intende farsi cogliere affaccendati dalla morte, magari mentre si piantano i cavoli in giardino, come insegna Montaigne.

Concordo con Caffo nell’affermare che sopravvivere non può bastarci, si tratta di vivere d’ora in avanti con maggiore dignità, ma mi sento di aggiungere anche: con più consapevolezza e accettazione della grande contraddizione umana insita in noi. La consapevolezza di una creatura finita che aspira all’infinito, che è una contraddizione insanabile, è vero, ma che è propria di ogni essere umano ed è propriamente ciò che ci ha reso nel bene e nel male quello che siamo. Io credo più nel bene che nel male. In questo forse rimango un ottimista antropologico, come Rousseau, seppure convinto con realismo che, per quanto bene intenzionato, come ha rilevato Freud, nell’uomo agiscono due impulsi opposti: uno costruttivo, di vita, Eros; un altro autodistruttivo, di morte, Thanatos. La questione cruciale credo sia riuscire a tenere a bada il secondo a vantaggio del primo. Il guaio è che, a partire dalla seconda rivoluzione industriale in poi, con l’avvento della società capitalistica otto-novecentesca, si è avuto un trionfo dell’impulso di morte, che è ora di combattere e sconfiggere prima che finisca di scavarci la fossa; non solo le due guerre mondiali del Novecento, ma pure lo sfruttamento “illimitato” delle “limitate” risorse del Pianeta sono tutte prove lampanti dell’insano trionfo autolesionista del capitalismo odierno.

Malgrado molti scienziati e filosofi ne denuncino gli effetti e le cause, i politici (i neoconservatori e persino alcuni liberal-democratici) sempre meno considerano scienziati e filosofi che mettono in guardia da certi comportamenti predatori ai danni del Pianeta e di tutti quelli che ci abitano (compresi loro), mentre gli stessi politici se ne stanno in ammirante ascolto degli oracoli di oggi, gli economisti, alcuni dei quali (i neoliberisti), con i loro sciagurati consigli, ci hanno condotti a un punto di non ritorno con la paziente quanto inflessibile Madre Natura, che sa tanto di resa dei conti finali. Ci illudevamo di rimpallare il problema delle conseguenze del nostro sfruttamento alle future generazioni, mentre ora comincia a essere chiaro a molti – non ancora a tutti – che riguarda anche e soprattutto noi. Dico “soprattutto” perché ha ragione da vendere Caffo a sostenere che, se non ci rimbocchiamo le maniche noi per primi, potrebbero non esserci più altre generazioni dopo la nostra. Tocchiamo tutto quello che c’è da toccare, per scaramanzia, ma di sicuro prima lo capiamo e prima agiamo uniti nell’interesse di tutti. Meglio allarmare, se ciò comporterà svegliare i dormienti che ci hanno condotto sull’orlo di questo scongiurabile baratro.

Caffo ci dice che “non abbiamo neanche idea delle mostruosità che possono seguire alla crisi del Covid-19, se diamo al sistema la possibilità di espandersi anche dopo questo stop forzato”. Su questo punto, temo che di idee – tutte inquietanti – ce ne sarebbero eccome. Le riassumo in questi termini: aumento delle disuguaglianze e totale affermazione della legge della giungla. Risultato? L’uomo capitalistico – evoluzione, per certi aspetti, o involuzione, per altri, di quello sapiens – eserciterà fino all’ultimo le solite – deludenti – dinamiche di conflitto, giocherà sulle vite di poveri sfortunati – come se la sfortuna fosse una colpa – a chi arriverà prima al vaccino per affermarsi come padrone incontrastato di quell’ammasso di macerie che diventerà il mondo, svicolando l’unico vero problema: l’inevitabile auto-estinzione, seguitando di questo passo. C’è la speranza di venire smentito, ma per avverarla – al momento – mancano solide basi. A ogni modo, se non ci sono adesso, non è detto che non ci saranno domani.

Viva Rousseau

[…] evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau!

In questi stralunati giorni di crisi epocale che stiamo vivendo, in un momento di serendipità mi sono imbattuto in un testo stimolante intitolato “Dopo il Covid-19” di Leonardo Caffo, filosofo salito alle luci della ribalta negli ultimi anni per il suo “antispecismo debole”. L’autore auspica una globalizzazione del “[…] mondo attraverso l’etica e non l’economia” e invita a riprendere “[…] a considerare la campagna e la natura più importanti delle città”. Su questi punti, mi trovo d’accordo con lui e mi vien voglia di gridare: evviva il buon selvaggio, evviva la natura destinata ad avere la meglio sulla cultura (compreso il mostro sacro della tecnica), evviva Rousseau scaturigine di ogni Thoreau (e Caffo) venuto dopo di lui. Altro che Marx, bentornato Rousseau! Bravo Caffo per avere restituito con il suo lessico le idee rousseauiane, ovvero, di chi ci ha messi in guardia dal pericoloso mito che la società capitalistica di oggi ha ereditato dal secolo dei lumi: il mito del progresso. “Andrà tutto bene” sì, se cambieremo il paradigma che ci ha condotti alla formulazione di questa frase fatta. Quale paradigma? Quello capitalista, che, come dice bene Caffo, se non a questa crisi, perirà alla prossima. In favore di quale altro nuovo paradigma? No di certo quello marxiano, per quanto Marx ci abbia indirizzati sulla buona strada con la sua critica lucida quanto spietata del capitalismo. Il paradigma che potrebbe allungare la vita dell’essere umano – Caffo ne parla in termini di essere “postumano”, sta bene chiamarlo così, conferisce una certa eco nietzscheana che mi piace – è senz’altro quello ambientalista. Tutto sta a capire quale ambientalismo potrà aiutarci a farci meno del male, salvarci mi sembra una parola troppo pomposa, tutto considerato.

Partire dall’etica della responsabilità di Hans Jonas sarebbe un buon inizio, ma ha ragione Caffo nel sottintendere che non ci potrà essere rivoluzione ambientalista se prima non verrà meno il Grande Nemico: il capitalismo. Ecco, questo libricino ha un merito secondo me, quello di recitare bene un “de profundis” per il capitalismo, che tante soddisfazioni ci ha dato (a qualcuno più che ad altri), ma a quale prezzo? Uno che non possiamo permetterci, come ci sta insegnando il Covid-19 o come ci insegnerà il Covid-119, ammesso – e non concesso – che come avremo la possibilità di arrivarci.

A essere onesto, non so quanto gli attori geopolitici del nostro tempo possano essere folgorati sulla via del Covid-19 e acquistare il senno mai avuto, cane mangia cane nella stupida logica realista degli statisti di oggi e di ieri (e spero contro ogni speranza “non” di domani), una autolesionistica logica della sopraffazione. Per quanto mi riguarda, auspico una diversa logica e non si sa mai, può non essere troppo tardi per l’uomo cambiare per davvero, anche se – ad oggi – i cambiamenti prodottisi non sono stati all’altezza della reale gravità del momento; stanno bene politiche di incentivi per chi investe in energie rinnovabili, è un punto di partenza, ma va fatto molto di più. Del resto, consola pensare che il “non-ancora” non equivale a un “giammai”, se non si è intervenuto come si deve fin qui, chi può escludere che non lo si farà una buona volta, dopo che evidente a tutti – pure a quelli più lenti di comprendonio – sarà che ci troviamo spalle al muro?

L’uomo potrà cambiare, ma solo se lo vorrà, sul serio. Finché l’uomo capitalistico agonizzerà rimanendo vivo, dubito che il cambiamento avverrà. Ricordiamoci che non c’è bestia più feroce di quella braccata, che si sente in trappola. E su una cosa sono sicuro, il capitalismo venderà cara la pelle prima di esalare il suo ultimo respiro. Nell’attesa che ciò avvenga (non si pone il problema del “se” ma solo del “quando”), occorre lavorare a un’ipotesi di società alternativa, che non sia utopistica ma percorribile. Gli idealisti teorizzano l’orizzonte ideale, i realisti devono condurci verso di esso ben consapevoli, a differenza dei primi, che non lo raggiungeremo mai. Averlo sempre davanti sarebbe già una vittoria, piuttosto che lasciarselo alle spalle e condannare precocemente – cioè prima del tempo – l’umanità.

La scuola che vorrei

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle.

La scuola che vorrei dovrebbe insegnare agli studenti ad agire da persone responsabili, con il coraggio delle proprie idee e la volontà di difenderle. Ricordo un mio ex studente di una vecchia quinta simpatizzante revisionista, talmente coraggioso e volenteroso nel voler difendere la sua libertà di pensiero che in occasione di un’interrogazione di Storia diede mostra di sé. Aveva studiato come si deve, per cui non mi feci problemi a dargli un otto, valutando il suo grado di preparazione e mettendo tra parentesi il giudizio personale sulla pericolosità delle sue idee. Gli ridarei otto all’infinito, perché quel voto ha rispecchiato il mio giudizio ponderato sul lavoro di studio e documentazione che aveva svolto a casa, lui che nelle precedenti interrogazioni non era mai andato oltre a uno stiracchiato sei e mezzo. Questo per dire che ho premiato e sempre premierò chi sarà disposto a metterci la faccia, anche se non la penserà come, perché dimostrerà maturità, che è la qualità che un professore apprezza di gran lunga in uno studente. Non a caso l’esame di fine ciclo di studi si chiama proprio: “Maturità”.

Chi critica perché vede frustrata la propria aspettativa di voto, ha capito poco le finalità della scuola. Non sono così ipocrita da dire che il voto è l’ultima cosa, di certo però non è l’aspetto principale e più importante dell’essere studenti. Di solito tendono ad avere voti più alti proprio quegli studenti che capiscono questo, mentre si trovano più in difficoltà quelli che stentano ad accettare una valutazione magari non soddisfacente ma data senza pregiudizi, con imparzialità, rigore e la massima onestà intellettuale. “Non riesco a capire perché ho preso questo voto, che certamente non mi merito”, quante volte e quanti studenti avranno pensato qualcosa del genere? Tante volte e tanti studenti, io credo. Be’, sono nel torto e sono lontani dal capire perché devono imparare a crescere, a essere più maturi per arrivare finalmente a comprendere che un sette sudato può fare notevolmente più bene di un otto gonfiato.

Sono i voti più sofferti che preparano a quello che c’è fuori dalla scuola: una società cannibale in cui essere bravi a volte non basta e per questo occorre farsi il mazzo per meritarsi il lavoro dei propri sogni. La scuola non è una preparazione alla vita, è già vita, per parafrasare John Dewey, filosofo dell’educazione americano. Per questo l’atteggiamento migliore è lagnarsi di meno e rimboccarsi di più le maniche. I professori sono i vostri migliori alleati degli studenti, sono quelli che li accompagnano in quel processo di crescita che potrà portarli a realizzare ciò che si prefiggono, prima lo capiranno e meglio affronteranno le difficoltà della scuola, che non sono insormontabili ma ampiamente alla portata, solo che ci vuole impegno, ci vuole partecipazione attiva, ci vuole senso di responsabilità, ci vuole soprattutto volontà di migliorarsi accettando i consigli di chi ha più preparazione ed esperienza. Insomma, una storia vecchia come il mondo.

Combattere per la vita

Tra combattere per forza d’inerzia e combattere per la vita corre un abisso. Chi lo fa per una più valida ragione nove volte su dieci avrà la meglio su chi combatte per denaro. Il motivo è di una banalità disarmante: chi combatte in ciò in cui crede è pronto a tutto, infatti, nessun ingaggio economico vale il proprio sacrificio senza una reale motivazione.

Machiavelli adduce degli esempi storici per asserire la pericolosità delle truppe mercenarie. Esempi virtuosi d’indipendenza dalle truppe mercenarie sono: Roma, Sparta, gli Svizzeri. Esempi deprecabili di dipendenza dagli eserciti mercenari: Cartaginesi, Tebani, Milanesi. Inoltre, Machiavelli prende atto di alcuni disastrosi esempi d’impiego di milizie mercenarie nella penisola italiana, in particolare: la bruciante sconfitta subita ad Agnadello dai Veneziani nel 1509 per mano degli aderenti alla Lega di Cambrai, capeggiata dalla Francia di Luigi XII. Ciò offre a Machiavelli lo spunto per dire che: “Con i mercenari, le conquiste sono sempre lente, tardive e deboli, mentre le perdite sono improvvise e stupefacenti” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 135).

La più grande piaga dell’Italia del Quattrocento? Machiavelli non ha dubbi: gli eserciti mercenari che l’hanno tenuta in scacco. (Per inciso, un problema non limitato a quel secolo della storia italiana.) L’impiego a mezzo servizio degli eserciti di professionisti, che combattevano per il loro tornaconto personale e non per una causa in cui credevano, hanno reso facile il compito di conquista agli eserciti stranieri, che invece una causa ce l’avevano ed erano disposti a morire per essa.

Sostiene Lev Tolstoj in “Guerra e pace”, che in caso di battaglia incerta, il fattore decisivo, il cosiddetto “fattore X” che, anche quando si è inferiori sia di numero sia di armamenti, può far pendere l’ago della bilancia dalla parte della vittoria è: il morale delle truppe. E, se una cosa è certa, quella è che il morale dei mercenari è volubile e incerto. Motivo per cui tra un esercito superiore ma demotivato e uno inferiore però motivato, quello che ha più possibilità di vittoria è il secondo.

Si pensi alla fine che fecero i soldati statunitensi in Vietnam, i quali combatterono senza capire il perché (a differenza dei politici che li avevano mandati a morire in una terra lontana per bilanciare in loro favore l’equilibrio delle potenze nel pieno della Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica). I vietcong sconfissero gli americani perché si battevano per tenere in piedi le loro case, per dare una vita migliore alle loro famiglie ed erano disposti a immolarsi per un ideale politico in cui investirono tutte le loro migliori energie.

Tra combattere per forza d’inerzia e combattere per la vita corre un abisso. Chi lo fa per una più valida ragione nove volte su dieci avrà la meglio su chi combatte per denaro. Il motivo è di una banalità disarmante: chi combatte in ciò in cui crede è pronto a tutto, infatti, nessun ingaggio economico vale il proprio sacrificio senza una reale motivazione.

Come sanno bene i cacciatori, è proprio quando sono braccati che i cinghiali diventano più pericolosi. E non solo loro, tutte le bestie, umani compresi.

Della volpe, del leone e di quanto la lealtà sia sopravvalutata per uno statista

Sarebbe bello se tutti fossero leali con il prossimo, il mondo sarebbe un posto migliore, pace e serenità per tutti ma, affinché tutto vada liscio e questo clima di distensione duri, la conditio sine qua non sarebbe che tutti, nessuno escluso, viaggiassero sulla stessa pacifica e serena lunghezza d’onda; basterebbe anche solo una stecca fuori dal coro, un solo essere umano sleale per mandare tutto a rotoli. Dunque, sarebbe bello sì, possibile…

La lealtà è sopravvaluta secondo Machiavelli. Prova ne sono queste parole: “Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 165). Della serie: la lealtà è uno scomodo vestito pruriginoso, che a volte va tolto per sentire meno prurito. Sarebbe bello se tutti fossero leali con il prossimo, il mondo sarebbe un posto migliore, pace e serenità per tutti ma, affinché tutto vada liscio e questo clima di distensione duri, la conditio sine qua non sarebbe che tutti, nessuno escluso, viaggiassero sulla stessa pacifica e serena lunghezza d’onda; basterebbe anche solo una stecca fuori dal coro, un solo essere umano sleale per mandare tutto a rotoli. Dunque, sarebbe bello sì, possibile…

A proposito dei modi di combattere, Machiavelli dice che ne esistono di due tipi: “[…] l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo” (p. 165). Giocoforza: “Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni non conoscono l’arte di governare” (pp. 165-166).

Due esempi del tutto arbitrari, due di tanti che si possono fare: Attila, re degli Unni; Garibaldi, eroe dei due mondi. Il primo fu un formidabile guerriero, però incapace di vedere oltre la successiva battaglia. Il secondo non fu secondo a nessuno in coraggio e spirito battagliero, ma dovette inginocchiarsi al cospetto di un reuccio piemontese. La loro natura leonina è lampante, solo con quella però non si governano gli uomini in tempo di pace, quando i nemici sono camuffati da amici e occorre il fiuto della volpe per stanarli. Per sconfiggere i nemici sul campo di battaglia un principe deve dare libero sfogo alla sua natura leonesca, per governare quella volpesca.

Ha senso essere leali in tutto e per tutto? Si direbbe proprio di no per Machiavelli: “Un signore prudente […] non può né deve rispettare la parola data se tale rispetto lo danneggia e se sono venute meno le ragioni che lo indussero a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni,” solito discorso, “questa regola non sarebbe buona. Ma poiché gli uomini sono cattivi e non manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con loro” (p. 167). Insomma, la prudenza non è mai troppa. Opportunismo machiavellico derivato da un pessimismo antropologico di fondo sulla base del quale: rispettare la parola data conviene solo se non va contro i propri interessi. Ragionamento spietato? Senza dubbio.

Un secolo dopo Machiavelli, un simile modo di ragionare verrà riproposto dal cardinale Richelieu, che per salvaguardare l’interesse nazionale francese (o “ragion di Stato”), pur essendo lui membro del clero cattolico e di un Paese cattolicissimo si allea furbescamente – massimo esempio di “natura volpina” – con le potenze protestanti per vincere la guerra dei Trent’anni e per spostare l’equilibrio di potenza europeo in favore della sua Francia. Si può dire che quello che Machiavelli teorizza, Richelieu lo realizza. Per gli uomini di ieri, di oggi e di ogni tempo risuona profetico questo passo de “Il principe”: “[…] chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che colui il quale vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare” (p. 167). L’ammirazione di Machiavelli per Cesare Borgia è estesa anche – seppure in misura più contenuta – al padre papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Di quest’ultimo Machiavelli afferma: “Non ci fu mai uomo che promettesse con così grande efficacia, che giurasse con altrettanto fervore e che poi mancasse di parola come lui” (p. 167).

Mancare la parola data è un comportamento meschino? Secondo la morale lo è. In politica – in determinate circostanze – può essere un modo di agire da statista.