Conosci Te Stesso: La Ricerca del Bene Individuale e Collettivo

Le riflessioni ispirate al testo “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni esplorano temi di Dio, male e libertà, enfatizzando il valore delle domande nella filosofia. Si distingue tra la filosofia morale, che si occupa del singolo, e quella politica, rivolta alla collettività, evidenziando l’importanza del bene comune e la responsabilità del cittadino nella vita politica.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Vi ho parlato di Dio, del male, della libertà e mi rendo conto che le mie parole potrebbero avere ispirato più domande che risposte. Ciò mi rallegra perché sollevare interrogativi è il mestiere del filosofo. Se volete risposte vi consiglio il reparto di libri di “self help” che potete trovare in qualsiasi libreria; lì scoverete tante risposte preconfezionate di cui i filosofi, quelli veri, cresciuti alla scuola di Socrate e Platone non sanno che farci.

Le risposte ognuno può e deve cercarle in sé, ma siccome è faticoso indagare sé stessi, non tutti sono disposti a farlo. Poi, la filosofia non è solo ricerca della verità individuale, però chi già comincia con quella si può considerare a buon punto. Questo tipo di filosofia dal sapore socratico e riconducibile a un’iscrizione sapienziale incisa in qualche tempio a Delfi, poi divenuta un motto ripreso da Socrate, ovvero “conosci te stesso”, risponde al nome di “filosofia morale”. Se però vogliamo allargare la nostra indagine alla verità collettiva, dobbiamo considerare un’altra branca filosofica: la “filosofia politica”.

Quella morale si occupa del bene del singolo individuo, quella politica del bene dell’intera collettività. Entrambe hanno in comune il “bene”, ma declinato in due maniere diverse che sono pur tuttavia collegate. Questo perché c’è un diretto collegamento tra bene del “singolo” e bene della “collettività”. Chi ha una propria idea di bene è sacrosanto che voglia provare quantomeno ad applicarla alla comunità in cui vive, magari interessandosi di politica. Un buon cittadino ha il dovere di dedicarsi alla politica raggiunta la maturità che porta con sé – solitamente – maggiore saggezza ed esperienza, così la pensavano i tre “mostri sacri” della filosofia greca: Socrate, Platone, Aristotele.

Poi, durante l’età ellenistica, con l’entrata in crisi della democrazia e l’affermazione di una politica espansionistica anche in Grecia, con Alessandro Magno, i filosofi di questo periodo si sono rintanati in sé stessi, o tutt’al più nel loro giardino, come Epicuro. Stoicismo, epicureismo, scetticismo, cinismo, finanche eclettismo sono state tutte filosofie di matrice socratica, che hanno dato del loro meglio in ambito morale. I tempi cambiano e, essendo diventata la politica una faccenda pericolosa, molti in età ellenistica hanno pensato bene di “vivere nascosti”, secondo il motto epicureo.

“Il dio del tennis” in lizza per l’edizione 2022 del Premio Fiesole Narrativa Under 40

Ringrazio per la grande opportunità, che rende onore a una storia di riscatto sportivo; scrivendola, ho voluto nobilitare il valore della lotta contro le avversità, che possono renderci più forti nel momento in cui riusciamo a trovare in noi la forza per superarle (qualora possibile).

COMPIERE LO SCOPO PER CUI SI È AL MONDO, RINGRAZIAMENTO IN TRE PUNTI

1. Lottare per vincere è l’unica cosa che conta e non vincere

Onorato ed emozionato di essere in lizza per l’edizione 2022 del Premio Fiesole Narrativa Under 40 con il mio romanzo “Il dio del tennis”, uscito di recente con Clown Bianco Edizioni.

Ringrazio per la grande opportunità, che rende onore a una storia di riscatto sportivo; scrivendola, ho voluto nobilitare il valore della lotta contro le avversità, che possono renderci più forti nel momento in cui riusciamo a trovare in noi la forza per superarle (qualora possibile).

Lo sport mi ha insegnato il valore del sacrificio, il dovere di sudarsi ogni benedetta vittoria, mai regalata, osando quel colpo in più e confidando nella Fortuna che aiuta gli audaci, come già sapevano i nostri avi Latini.

Avere più voglia di vincere dell’avversario è il lievito madre di ogni vittoria; poi se non si riesce nell’intento, poco importa. L’essenziale è mettercela tutta.

Lo sport – così come la vita – ci insegna che non si può vincere sempre. Lottare per vincere è l’unica cosa che conta e non vincere.

Sono sempre stato affascinato dalle imprese sportive degli outsider, di chi per svariati motivi parte sfavorito e poi finisce per assaporare la vittoria, anche per una sola volta nella vita.

Per qualche comprensibile motivo (forse la capacità di immedesimarsi nel vincitore contro pronostico), chi più vince da favorito, più risulta antipatico. I narratori di sport lo sanno e per questo esaltano le imprese degli sfavoriti. Non c’è niente di più romanzesco che rovesciare il pronostico.

Sarà per questo che, da narratore, non mi riconosco nella logica eccessiva del “vincere” come “l’unica cosa che conta”. Se non vinci, non sei nessuno, perché? Se non lotti, tutt’al più, hai ben poco di cui andare fiero, dico io. Questione di punti di vista.

2. L’unica guerra che merita di essere combattuta

Sono contento di essere stato un tennista e ora di avere anche scritto di tennis, uno sport che annovera un pregio non da poco secondo me. Ti ricorda che chi sta dall’altra parte della rete è solo un “avversario”, perché in fondo non esistono “nemici”, come alcune persone in malafede vorrebbero farci credere per piegarci ai loro giochi di potere. “Armatevi e partite, per Dio, per la patria, per la famiglia”, quanti di noi si sono tramutati in “carne da cannone” lasciandosi abbindolare da simili slogan guerrafondai? Troppi. Era davvero necessario per la migliore sorte dell’umanità? Da antihegeliano convinto non credo. Ciò che condivido invece di Hegel è il modo di rapportarsi col mondo, per come è. Fermo restando, però, che il primo passo verso un sostanziale miglioramento comincia teorizzando un mondo “migliore” alla maniera di Platone, senza dimenticarsi di quello su cui appoggiamo i piedi. Motivo per cui la querelle tra pensatori realisti e idealisti è presto risolta. La ragione è nella via mediana tra questi due opposti, che è anche la via più saggia in quanto più equilibrata.

Ne sanno qualcosa i narratori, consapevoli che le loro storie non reggerebbero senza equilibrio narrativo, così come qualsiasi squadra di qualunque sport non arriverebbe a certi risultati senza avere trovato il proprio equilibrio interno. Vale ugualmente per il tennista migliore, che non può che essere colui che riesce a sviluppare un gioco più equilibrato rispetto ai suoi avversari.

Persino i migliori giocatori si rendono conto di quanto effimera sia la gloria. Un giorno il “migliore” si chiama Sampras, quello dopo Federer, quello dopo ancora Nadal, poi Djokovic e via di questo passo. Riferirsi a qualcuno appellandolo come “migliore” nel suo settore di competenza ha senso solo se si trae da costui un esempio di condotta nella vita di tutti i giorni, pur essendo consapevoli che certe vette non competono a tutti. Alcuni riescono più di altri, mentre unico è il traguardo ingrato che ci attende e che dovrebbe tanto più invitarci a fare la pace, piuttosto che la guerra.

L’unica “guerra” che merita di essere combattuta è quella della vita contro la morte; l’esito della quale appare scontato ma, finché la vita avrà una parola da opporre alla morte, non sarà mai detta l’ultima. Ci aspetta una lotta titanica, quotidiana, incessante… una lotta a perdere, perlomeno se si decide di rimanere in un ambito squisitamente terreno. Questione di scelta personale, materia di fede.

Il “dio” di cui faccio cenno nei capitoli e nel titolo del mio romanzo tennistico “Il dio del tennis” va distinto da quel Dio extra-terreno a cui non mi stanco di credere, pur alla maniera dei filosofi. Per deontologia professionale (ed esistenziale aggiungerei), il mio non può che essere un credo “problematico”, che tiene conto del dubbio e accetta di confrontarsi con esso senza assecondarlo, anche se la tentazione nichilista in certi giorni può apparire forte.

Del resto, cosa pretendere da chi ha intitolato il suo romanzo d’esordio dedicato ai dorati anni universitari “Il circolo dei nichilisti” e fa ammettere all’io narrante protagonista vagamente autobiografico di essere stato un bambino alquanto stravagante, uno di quelli che posando lo sguardo al cielo già si poneva la domanda filosofica per eccellenza: “Perché c’è il tutto anziché il niente?”.

3. L’invenzione in malafede del nemico

Tra il tutto e il niente c’è di mezzo la vita, che amo celebrare nei miei romanzi. “Il dio del tennis” non fa eccezione: è una storia di vita ispirata a nessun tennista in particolare, ma in cui ciononostante si possono identificare svariati giocatori che hanno calcato i campi di tutto il mondo, da quelli meno prestigiosi fino ad arrivare a quelli del gotha del tennis mondiale.

Il protagonista Giovanni è tutto fuorché un vincente. È uno che lotta sia dentro sia fuori dal campo, la sua parabola è simile a quella di molti e le sue vicissitudini somigliano a una giostra impazzita. Un continuo saliscendi con uno scopo ben preciso: la risalita dagli inferi, anabasi, dopo esservi disceso, catabasi. Ogni cosa che vive ha il proprio scopo, dice Aristotele. Allo stesso modo, sono convinto che ogni narrazione debba avere il “proprio scopo”.

A essere sincero, non sono un amante dei finali aperti che lasciano in bocca al lettore un sapore d’incompiutezza. Mi piace credere che Aristotele avesse ragione nel dire che tutti abbiamo uno scopo da portare a termine. Per questo non si possono concepire storie con trame incompiute e, men che meno, con personaggi senz’arte né parte. Per indole non comincio a scrivere un libro se non so come farlo finire e non lascio a metà i personaggi che creo: mi scatenerebbe una rabbia che non saprei gestire, perché da premuroso padre letterario ambisco per loro a vederli più o meno felici, più o meno sistemati.

In un certo senso, credo che si dovrebbero distinguere due aspetti importanti del nostro essere umani, che vuol dire mortali. In quanto tali, da un lato finiamo per capitolare al cospetto del Grande Nemico, la morte appunto, dall’altro chi ci dice che simile Nemico ci sottrae alla vita da incompiuti? Credo che non solo in narrativa possano esserci vite compiute di personaggi, ma che esistano “vite compiute” di persone reali. Poi può anche avverarsi il contrario, sia in narrativa sia nella vita reale. L’amara verità che esistano storie e “vite incompiute”, però, non toglie meno “verità” a quelle storie o vite che riescono a raggiungere un degno compimento.

Ho detto che la vita avrà sempre una parola da opporre alla morte e questa non può che essere: amore. Esso è il più degno “coronamento” di ogni vita e di ogni storia a essa ispirata. Che cos’è l’amore? Credo dovremmo figurarcelo come una scala che dall’amore di sé ci porta alla più alta forma di amore, quella per il tutto o per Dio, a seconda delle proprie convinzioni. Ne risulta qualcosa di molto somigliante a quello che diceva Platone (non a caso sono autore di un saggio il cui titolo è già tutto un programma: “Eros alato”). La tappa intermedia per arrampicarsi in questa “scala” è l’amore per gli altri, ivi compresi i propri avversari.

A tale riguardo, nessuno sport come il tennis ti fa capire quanto “l’altro” sia per noi funzionale. Io non gioco – cioè non mi diverto – a tennis senza l’altro che mi sta di fronte e con il quale pratico degli scambi; lui tira la palla a me e io la tiro a lui, dall’altra parte del campo. Quando vado in battuta non a caso “servo” e l’altro “riceve”, nessuno gioca da solo a tennis a meno che non voglia tirarla contro il muro, ma in questo caso sarebbe peggio che giocare contro il banco al casinò. Il muro vince sempre.

La grandiosità dello sport è che i muri li tira giù e fa giocare assieme persino acerrimi “nemici”, o presunti tali. Lo sport abbatte i muri, crea ponti inaspettati e insperati tra i popoli, tra le persone; permette il dialogo che favorisce a sua volta la distensione dei rapporti. E in tempi di tensioni su scala planetaria, si dovrebbe all’opposto ritornare a un approccio più realista ai problemi. Tale “approccio” negli anni Settanta è stato adottato con successo da Henry Kissinger, stratega della realpolitik “a stelle e strisce”, nonché uno dei fautori di quel capolavoro diplomatico realizzato a cavallo tra il 1971 e il 1972 e passato alla storia come “diplomazia del ping pong”. Quantomeno curioso come questo sport di racchetta abbia reso possibile il clamoroso avvicinamento tra Cina e Stati Uniti, due potenze agli antipodi per concezioni filosofiche e visioni politiche: comunista l’una, capitalista l’altra, ora tornate a essere a dir poco sospettose l’una nei confronti dell’altra. Ripassare la storia non può farci male.

Precondizione di ogni dialogo distensivo è l’essere consapevoli di quella relazione speciale che c’è tra noi e gli altri, che ha spinto numerosi filosofi a riconoscere la natura relazionale dell’essere umano. Per favorire questa benevola inclinazione di pensiero, potrebbe venirci in soccorso proprio il tennis, il più “relazionale” degli sport. Tale relazionalità è tanto vicendevole quanto conflittuale. L’avversario mi pone davanti dei problemi che devo risolvere se non voglio soccombere ad essi e di conseguenza perdere la partita. Tra tutti gli avversari il più tosto da affrontare è quello che ci ritroviamo davanti ogni mattina: quello riflesso nello specchio. Avversario, questo, che possiamo battere come e più di chiunque altro, perché dovremmo conoscerlo meglio di tutti. Il guaio è quando non ci si conosce abbastanza, perché chi non ha una sufficiente conoscenza di sé rischia di rimanere un incompiuto.

In fin dei conti aveva ragione Socrate: conosci te stesso. Più arriveremo a conoscerci, aggiungo io, più soddisfazioni potremo toglierci, nel tennis come nella vita.

Volevo limitarmi a un ringraziamento e, per l’eterogenesi dei fini, ho finito con lo svelare il messaggio che sta dietro al mio romanzo “Il dio del tennis”: lottare ogni giorno per compiere lo scopo per cui si è al mondo.  

La filosofia non è una scienza ma è un’arte. Spiegazione in sei punti essenziali

Perché non c’è “una filosofia”, ma ne esistono di diverse? Questo perché la filosofia è plurale e antidogmatica per definizione, proprio come lo è la scienza, o per meglio dire: le scienze. Il filosofo non spaccia verità, offre semplicemente un diverso angolo di visione della realtà, alternativo a quello della massa. Ogni filosofo ha il suo angolo visuale, il suo personale buco della serratura da cui osserva con meraviglia il mondo; sul nesso che c’è tra filosofia e meraviglia si leggano le pagine immortali di Aristotele nella “Metafisica”.

Primo punto, il senso del limite

La filosofia non è una scienza, ma il paradosso – i paradossi piacciono molto ai filosofi – è che la sua influenza sulla scienza è evidente. In che modo? Per via di un metodo che è possibile definire “scientifico”, che la filosofia ha trasmesso alla scienza, qualunque “scienza”; un metodo basato sul celebre dubbio cartesiano, che vanta come progenitori gli antichi filosofi scettici.

La filosofia ha fatto e continua a far porre alle scienze dei seri interrogativi sulle finalità che esse dovrebbero perseguire. Fino a “dove” possono spingersi senza mettere in pericolo di autoestinzione l’essere umano, l’unico animale in grado di provocare o accelerare la propria distruzione? Questo è l’interrogativo più pressante che la filosofia “sbatte in faccia” a ogni scienza cosiddetta “esatta”.

Una prova sconcertante di questa capacità autodistruttiva propria dell’uomo sono state le bombe atomiche sganciate il 6 e il 9 agosto del 1945 sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, che hanno sì messo la parola “fine” alla Seconda guerra mondiale, ma hanno anche inaugurato l’inquietante epoca storica ancora in corso di svolgimento. Quale? Quella che potremmo definire a pieno titolo come “l’età della deterrenza nucleare”, per l’appunto “ancora in corso” perché non è cessata con la Guerra Fredda nel 1991, anno dello scioglimento dell’Unione Sovietica.

Battuta l’Unione Sovietica in quella che è passata alla storia come “Guerra Fredda”, gli Stati Uniti hanno dovuto e continuano a dover affrontare altri nemici: il terrorismo sia interno sia esterno e la fin qui muscolare concorrenza geopolitica di superpotenze emergenti, su tutte la Cina. Il primo nemico che sembrava se non del tutto sconfitto, quantomeno in forte contenimento, potrebbe rialzare la testa dopo il recente assalto al Campidoglio di quelli che sarebbero sbagliato definire soltanto degli “eccentrici” e il precipitare degli avvenimenti in Afghanistan, che riportano le lancette della storia indietro di vent’anni. Mentre il secondo nemico potrebbe alla lunga innescare – Dio non voglia – la famosa “trappola di Tucidide”, dal nome dell’autore del classico della storiografia antica, “La guerra del Peloponneso”; trappola che consisterebbe nella disgraziata eventualità per cui la potenza emergente, messa alle strette e sentendosi in trappola, potrebbe reagire cominciando una guerra contro la potenza egemone; una guerra finalizzata a sostituirsi a quest’ultima nel ruolo di potenza egemonica, un po’ quanto avvenuto – per la precisione – nell’antichità tra l’emergente Atene e l’egemone Sparta, con la Cina calata nella parte della prima e gli Stati Uniti nella parte della seconda, volendo attualizzare.

Già all’indomani degli avvenimenti giapponesi, che posero fine al più sanguinoso e odioso conflitto della storia, alcuni scienziati hanno posto i riflettori sull’orlo del precipizio che sta lì davanti a noi, costituito da un’eventuale, ulteriore guerra mondiale, che, se combattuta, potrebbe portare all’estinzione dell’intero genere umano, o – tutt’al più – andarci molto vicino. Parafrasando il fisico Albert Einstein, una delle più geniali menti del Novecento, in caso si arrivasse a combattere una Terza guerra mondiale è lecito aspettarsi che un’ulteriore Quarta verrebbe combattuta con le clave di pietra…

Le scienze, tra cui la fisica che ha portato alla sciagurata creazione delle armi atomiche, soffrono da sempre di smanie di onnipotenza e anelano all’illimitato, mentre la filosofia insegna loro a fare i conti con il senso del limite, di cui molto spesso esse si dimenticano. In particolare, c’è una branca della filosofia, la filosofia morale, che si occupa di ricordarci i nostri limiti. Quale utilità potrebbe mai avere tale fastidioso promemoria? Potrebbe tornarci utile per superare questi “limiti”, perché solo ammettendoli ci è dato modo di cominciare un processo di costante, faticoso miglioramento atto a superarli, uno alla volta; per quanto ne rimarrebbe sempre uno pressoché invalicabile. Mi rendo conto che ciò che ci ricorda la nostra fondamentale impotenza può dare fastidio, ma fare finta di essere indistruttibili equivarrebbe a prendersi in giro e questo sarebbe un atteggiamento poco filosofico. Più del nostro “meglio” non ci è dato fare, non siamo onnipotenti. Prima lo capiremo e prima dimostreremo un’attitudine filosofica.  

Secondo punto, la filosofia è un insieme di filosofie e la più socratica è quella morale

S’immagini la filosofia come una grande scatola che ne contiene al proprio interno di più piccole. Ecco, la morale è uno di questi contenitori più “piccoli” contenuto dentro la più “grande” scatola filosofica. Motivo per cui la morale è quella sottocategoria filosofica più socraticamente intesa, ossia più praticata da Socrate, colui che in molti considerano il fondatore della filosofia; tant’è vero che si divide un periodo prima e uno dopo di lui, un po’ com’è stato fatto in ambito cristiano dove c’è stata una suddivisione tra un’età precedente e un’altra successiva alla venuta di Cristo.

Di cosa si occupa la filosofia morale? Per prima cosa bisogna sgomberare il campo agli equivoci: il filosofo morale “alla Socrate” non ha la benché minima pretesa di “farci la predica”, bensì vuole stimolarci a riflettere su ciò che è lecito considerare giusto e – di conseguenza – su cosa invece non lo sia. Perché soccorrere una persona che sta per affogare in mare è da considerarsi come un qualcosa di intrinsecamente giusto in sé e per sé, mentre togliere la vita non è mai giusto o lo è solo a determinate condizioni, a seconda di quale morale si voglia abbracciare, se una idealistica piuttosto che una realistica? Ce lo spiegano “le” filosofie morali, al plurale appunto, perché vi sono “più filosofie” all’interno del grande contenitore filosofico, ma ve ne sono anche di diverse all’interno delle singole scatole filosofiche contenute all’interno del più “grande contenitore”. Tanto da potersi spingere a dire che la filosofia è un insieme di scatole, ognuna con la propria legittimità e importanza. La più socratica di queste scatole è la filosofia morale.

Perché non c’è “una filosofia”, ma ne esistono di diverse? Questo perché la filosofia è plurale e antidogmatica per definizione, proprio come lo è la scienza, o per meglio dire: le scienze. Il filosofo non “spaccia” verità, offre semplicemente un diverso angolo di visione della realtà, alternativo a quello della massa. Ogni filosofo ha il suo angolo visuale, il suo personale buco della serratura da cui osserva con meraviglia il mondo; sul nesso che c’è tra filosofia e meraviglia si leggano le pagine immortali di Aristotele nella “Metafisica”.

Terzo punto, eccentricità e interiorità della filosofia

La filosofia è la più eccentrica delle discipline. Il suo sapere stesso è stravagante, nel senso che è più metodologico che contenutistico.

Contenuti filosofici ce ne sono e sono – ovviamente – le parole scritte ma anche i discorsi riportati per iscritto dei filosofi che ci accompagnano di epoca in epoca in un viaggio emozionante alla scoperta del pensiero, che non fa che ripensarsi in continuazione. Un viaggio più interiore che esteriore, che parte dal proprio sé e in esso fa ritorno.

Quarto punto, conosci te stesso e diventerai il pastore della tua vita

L’obiettivo più grande e nobile che ciascun filosofo si pone nella propria indagine onnicomprensiva della realtà è la conoscenza di sé. “Conosci te stesso”, questo è il severo monito socratico. Solo chi arriverà a conoscersi fino in fondo potrà dirsi libero. Da cosa? Dalla tirannia del conformismo, che porta all’adeguarsi alla massa con la patetica scusa del “tutti la pensano così e quindi è bene che io mi adegui”; imperdonabile “scusa” che spesso ci fa comportare da pecore belanti e ci impedisce di diventare i pastori delle nostre vite.

Come si fa a diventare il proprio pastore? Basta ritagliarsi uno spazio per pensare anziché limitarsi a vivere ogni momento con frenesia, perché “chi vuol essere lieto, sia: di doman non c’è certezza”. Magari questo modo di pensare poteva andare bene per il rinascimentale Lorenzo de’ Medici, ma non può funzionare per chi crede nel dovere dell’affrontare le grandi sfide di domani; “sfide” che impongono al singolo l’infaticabile ricerca della propria dose quotidiana di certezza, resistendo alla tentazione d’imboccare scorciatoie facili e fatalistiche.

Quinto punto, andare veloce non ti fa arrivare dove vorresti davvero

La filosofia è amica della lentezza. Il filosofo va lento mentre tutti gli altri attorno a lui corrono, il più delle volte senza sapere di preciso per andare dove. Il filosofo va “piano” perché vuole arrivare “lontano”, come insegna la troppo bistrattata saggezza popolare, non sempre in disaccordo con quella filosofica. Se proprio la si vuole dire, il filosofo è più un maratoneta che un centometrista; si rende conto che la vita è una maratona, si corre sulle lunghe distanze e la sua parte più succosa la si assapora “durante” la corsa e non al traguardo, uguale e deprimente per tutti.

Dov’è che ci conduce questa disciplina atipica, la filosofia? In noi stessi, come già detto. In una certa misura è come se ci restituisse a noi stessi. La filosofia ha la grande pretesa di insegnarci a pensare con la nostra testa, pensiero che può nascere solo da un’intima e profonda conoscenza di sé.    

Sesto punto, l’arte del dubitare

Se non è una scienza, allora che cos’è questa particolare disciplina? La filosofia è un’arte, l’arte del dubitare di tutto per comprendere meglio il Tutto che ci circonda.

La filosofia del Drugo

Il Drugo è un debosciato o un maestro zen? Trovo la seconda ipotesi più corretta. Perché? Il Drugo abbraccia la logica paradossale degli orientali e si tiene alla larga dalla logica aristotelica degli occidentali imperniata sul principio di non contraddizione, che rinnega, proprio come Nietzsche.

Chi è il Drugo? Così come Jeff Bridges rispondo: “Io sono il Drugo!”. E lo siete anche voi se… amate prenderla come viene perché tanto, si sa, la vita è una giostra impazzita e bisogna assaporarla finché si è vivi… apprezzate la trinità drughiana, ovvero, quattro chiacchiere con gli amici, una birretta e una partitella a bowling, va bene però qualsiasi altro sport… adorate uscire di casa in pantofole o sandali o ciabatte 365 giorni l’anno… non vi scandalizza l’idea di andare al supermercato in vestaglia giusto per rifornirvi della vostra marca di birra preferita. Se avete fatto o fareste queste cose, be’, siete dei Drughi anche voi e vi meritate di rivedervi “Il grande Lebowski”, film capolavoro dei fratelli Coen. E se non vi basta e siete curiosi di sapere cos’hanno in comune Drugo e Nietzsche, vi consiglio di leggere il mio “Filosofi da Oscar”, libro che fa dialogare filosofia e cinema; un libro di filosofia per non accademici, ovvero che può essere letto e anche capito – si spera – da gente solo curiosa di filosofia, che ha avuto modo di degustarla a qualche festival estivo, che l’ha studiata al liceo – o avrebbe voluto ma ha fatto un’altra scuola – e vorrebbe riprenderla; insomma, chiunque abbia voglia di andare un po’ più a fondo delle questioni ed è stufo di rimanere fermo alla superficie (la superficialità è un vestito che ad alcuni sta più scomodo che ad altri).
Filosofi da Oscar” vuole essere un inno a una filosofia per tutti (e non solo per qualcuno). Perché poi, diciamocelo, il problema della filosofia è che si è sempre presa troppo sul serio e anche se è una cosa dannatamente seria – forse proprio per questo – ogni tanto i filosofi dovrebbero rilassarsi un po’ e “prenderla come viene”, alla maniera del Drugo.
Il Drugo è un debosciato o un maestro zen? Trovo la seconda ipotesi più corretta. Perché? Il Drugo abbraccia la logica paradossale degli orientali e si tiene alla larga dalla logica aristotelica degli occidentali imperniata sul principio di non contraddizione, che rinnega, proprio come Nietzsche. La verità è bianca o nera? Dipende se si è o no juventini (per me è bianconera per esempio). Battute a parte, secondo Aristotele o è bianca o è nera. Ma lo è pure per Nietzsche e per il Drugo e per tutti quelli che la prendono come viene. Il “prenderla come viene” è il leitmotiv filosofico de “Il grande Lebowski”.
Cosa accomuna Drugo a Nietzsche? Il “prenderla come viene” del primo fa il paio con “l’amor fati” del secondo. Scegliere il proprio destino e amarlo. Perché lottare contro la corrente se è tanto bello lasciarsi trasportare da essa? Certo, purché si scelga in quale corrente nuotare o affogare. Per esempio: scegli che il tuo destino è essere un tennista, allora devi pure amarlo al punto da non metterti – che ne so – a fare l’avvocato o il fornaio. Lo stesso dicasi per il suddetto avvocato o fornaio, che non deve deviare dal proprio percorso esistenziale mettendosi a fare il tennista. In altre parole: seguire sempre la corrente. Ovunque vi porterà andrà più che bene, perché è là che da sempre volevate andare.
Ora, strano a dirsi, “Il grande Lebowski” è uno di quei film che possono non piacere alla prima visione, già alla seconda o alla terza risulta più convincente, come mai? Perché il Drugo tira fuori il lato trash che vi è in noi, che rinneghiamo ma che alla fin fine… non ci dispiace.
Apprezzare il Drugo significa essere giunti a una nobile verità: l’abito non fa il monaco. E il monaco non fa l’abito (a quello ci pensa il sarto). Di solito, i più loschi individui indossano giacca e cravatta; sono dei piazzisti spregiudicati e vogliono rifilarti titoli tossici; solo per via di un terribile equivoco vengono chiamati affaristi e non criminali, come meriterebbero.
Chi apprezza il Drugo, non può non apprezzare anche Nietzsche, che è stato un grande Drugo della storia. Dietro a quei baffoni enigmatici celava la saggezza del tipo che sa “prenderla come viene”, tenendo botta, nonostante una vita tutt’altro che “rosa e fiori”. Ma proprio in questo sta la sua grande saggezza: Nietzsche – come ogni grande Drugo prima e dopo di lui – ha amato il suo destino (questo è il senso della rivisitazione nietzscheana del concetto di “amor fati”); ha saputo accettare come pochi la solitudine e l’incomprensione, entrambe riservate in vita ai grandi geni. Il suo merito è stato quello di averci fatto guardare dentro all’abisso, che a sua volta ha finito poi per rimirare dentro di noi. E cosa ci ha trovato? Niente che a noi sia estraneo, solamente: il bene e il male, ovvero, il meglio e il peggio di cui l’uomo è capace.

Meglio antipatico che incompetente

Un’inclinazione erronea da combattere nei propri studenti è il vittimismo, che li porta – a volte – a far dire loro bugie che hanno “le gambe corte” e che il meno dotato degli azzeccagarbugli potrebbe facilmente sconfessare. Nel corso degli anni ne ho sentite di lamentele su colleghi che – per esempio – non fornirebbero motivazioni dopo avere assegnato un voto. In tutta franchezza, faccio fatica a immaginarmi un collega che non motiva un proprio voto. Può darsi che gli studenti confondano il dare una motivazione, che loro “non” accettano, con il non darne alcuna.

Hanno ancora un senso i voti? Comincio col rispondere che “un senso” per me ce l’hanno ed è quello di stimolare il miglioramento senza il quale ogni giorno non saremo spinti a fare meglio del giorno prima e così via. Questa tendenza a farci migliorare è ciò che salverei del voto.
Un’inclinazione erronea da combattere nei propri studenti è il vittimismo, che li porta – a volte – a far dire loro bugie che hanno “le gambe corte” e che il meno dotato degli azzeccagarbugli potrebbe facilmente sconfessare. Nel corso degli anni ne ho sentite di lamentele su colleghi che – per esempio – non fornirebbero motivazioni dopo avere assegnato un voto. In tutta franchezza, faccio fatica a immaginarmi un collega che non motiva un proprio voto. Può darsi che gli studenti confondano il dare una motivazione, che loro “non” accettano, con il non darne alcuna. Magari questi docenti avranno dato loro una motivazione più o meno stringata, ciononostante loro polemizzano e allora vanno in giro a calunniare il singolo docente. Questa è una cosa che proprio non sopporto, lo confesso. Anche perché gli studenti che te lo raccontano – di solito – cercano il tuo appoggio esterno, che io mi guardo bene dal prestare perché “fino a prova contraria” do ragione e tendo a credere ai miei colleghi, vista la natura – spesso – “strumentale” delle lamentele degli studenti che nove volte su dieci coincidono con un brutto voto.
Come insegna l’etica di Aristotele, la verità sta nel mezzo. Cosa voglio dire? La ragione – di solito – non ce l’ha mai al cento per cento una sola parte; magari una parte ha più ragione dell’altra, non è insolito però che colpe e meriti siano condivisi. In fondo la giustizia stessa – così come dovrebbe essere concepita in un paese civile e democratico – ci invita a credere “fino a prova contraria” alla non colpevolezza di un presunto reo, si chiama: “presunzione d’innocenza”. E non utilizzare questa forma di cortesia con un collega, non concedendogli quantomeno la “presunzione d’innocenza”, oltre a essere un comportamento scorretto, mi pare anche chiaro indizio di giustizialismo.
Ammetto di non nutrire simpatia alcuna per delatori e forcaioli che – talvolta con la bava agli angoli della bocca – chiedono di far saltare teste a destra e a manca al solo fine di salvare la loro di testa. La Rivoluzione francese dovrebbe pur averci insegnato qualcosa… un conto è la giustizia e ben altro paio di maniche è il giustizialismo. Motivo per cui “fino a prova contraria” credo alla buona fede di un collega e solo in caso di prova schiacciante ai suoi danni sono disposto a riconoscerlo colpevole; la prova in questione dev’essere però incontrovertibile. Cosa intendo per “incontrovertibile”? Dimostrata coi fatti e non con le chiacchiere, perché a chiacchierare alle spalle sono tutti bravi, quando si tratta però di portare dei “fatti” a supporto, solo in pochi si fanno avanti (ammesso e non concesso che si facciano “avanti”).
Dunque, di chi è la colpa del brutto voto dato ai nostri eccezionali figli, dei docenti forse? No, fino a prova contraria. Poi le eccezioni ci sono, altrimenti non avrebbe più senso la regola. La norma però parla chiara: i docenti sono esseri umani che possono sbagliare, ma se – in effetti – lo fanno è quasi sempre in buona fede. Come dicevano quei gran filosofi dei miei nonni: “Solo chi non alza mai un dito, non sbaglia mai”. Purtroppo, essendo umani, quel “quasi sempre” comprende alcune eccezioni, ma da qui a farmi credere a tutte le malefatte che sento dire dei miei colleghi, troppo ce ne vuole. Tra l’altro non sono così ingenuo da credere di non essere mai stato vittima io stesso di simili calunnie. Fare il professore e dover mettere dei voti rende simile a un arbitro di calcio: come sa bene chi frequenta gli stadi, ogni tanto qualcuno lo si scontenta, è inevitabile direi. Inoltre, non ambisco a ottenere l’unanimità dei consensi attorno alla mia persona; se lo facessi significherebbe che sarei un totalitarista incline a promuovere il culto della mia persona. Per quanto nutra stima nei confronti di me medesimo, certi giorni non mi vado per niente a genio; dunque, mi guardo bene dal voler suscitare unanimi simpatie. E poi, a dirla tutta, per quanto la simpatia giovi, un professore così come un dottore, un politico, un uomo di legge, un parrucchiere, un cuoco – e qualsiasi altro mestierante che non ho menzionato – non dev’essere per forza di cose simpatico, purché sia bravo. Solo la bravura è davvero richiesta nell’esercizio di una professione. La simpatia è accessoria, sopravvalutata e vi dirò di più: meglio antipatico che incompetente.

Il sapiente Nietzsche

Che dire poi del rapporto di Nietzsche con il vicino Oriente, se non che il suo pensiero ha più cose in comune con lo spirito sapienziale degli orientali piuttosto che con lo spirito fin troppo razionale degli occidentali.

Fra i pensatori occidentali il maestro indiscusso di Nietzsche fu senz’altro Schopenhauer, con il quale l’autore de “L’anticristo” condivide il concetto di volontà. Soltanto che se per l’allievo Nietzsche questa è una forza positiva (si veda la sua volontà di potenza), per il maestro Schopenhauer la volontà è una forza fondamentalmente negativa, che ci rende più schiavi che liberi.
Una certa parentela Nietzsche ce l’ha pure con un filosofo dell’antichità: Eraclito, la cui filosofia del divenire è riassumibile con l’adagio “panta rei”, ovvero “tutto scorre”.
Più problematico è il rapporto con i tre grandi e illustri mostri sacri della filosofia antica: Socrate, Platone e Aristotele, direi soprattutto con quest’ultimo di cui non sopporta l’opprimente “principio di non contraddizione”, che mal si concilia con la visione nietzscheana della vita come contraddizione inevitabile e incessante.
Che dire poi del rapporto di Nietzsche con il vicino Oriente, se non che il suo pensiero ha più cose in comune con lo spirito sapienziale degli orientali piuttosto che con lo spirito fin troppo razionale degli occidentali.
Tra sapienza e ragione Nietzsche sceglie la prima a occhi chiusi, sin dal suo esordio nella filosofia che conta con il saggio “La nascita della tragedia”; esordio nel quale si scaglia con veemenza contro lo spirito razionale-socratico-apollineo uccisore dell’essenza migliore irrazionale-tragica-dionisiaca della cultura greca antica.
Oltretutto la sua vicinanza di pensiero con gli orientali è facilmente riscontrabile anche nella scelta, tutt’altro che casuale, di rendere il profeta indoiranico Zoroastro: l’eroe del suo capolavoro sia poetico sia filosofico “Also sprach Zarathustra”.

Pensare con la propria testa

Quindi, in definitiva, che senso ha studiare filosofia? Ne ha molto. Direi che, dal momento che “vivere bene” dovrebbe interessare tutti, allo stesso modo la filosofia “dovrebbe” interessare tutti. Vero è però che non è per tutti, perché non tutti sono disposti a compiere lo sforzo – perché tale è – di pensare con la loro testa e si accontentano che altri pensino per loro.

Una studentessa una volta mi ha chiesto: “Prof, qual è il suo filosofo preferito?”. Con il rischio di venire frainteso, ho risposto con estrema sincerità, in coscienza, senza ipocrisie: “Me stesso!”. Ora, di difetti ne ho tanti, ma essere presuntuoso… non è fra questi. Anche se tutti i presuntuosi dicono di non esserlo, ragion per cui non mi sento di biasimare coloro che decideranno di non credermi. A ogni modo, ci si creda oppure no, perché ho voluto dare una risposta così volutamente provocatoria?
Tutti dicono di essere platonici, aristotelici, hegeliani, marxisti. Io invece posso solo dirvi che mi ispiro a tutti e a nessuno. Nel senso che adoro il mondo delle idee di Platone, ma non sopporto il suo essere monarchico. Sul piano politico sono più vicino al democratico Aristotele, di cui però non tollero la mentalità schematica, come se si potesse dare conto dell’illogicità della vita in un schemino logico preconfezionato. Sono con Hegel quando mi serve su un piatto d’argento la dialettica servo-padrone, contro di lui quando però dimostra di non avere il coraggio necessario a trarre le conseguenze del suo pensiero e rinuncia a rovesciare uno status quo iniquo solo per non contraddire il suo assioma fondamentale: il reale è razionale e viceversa. Il reale, se fa schifo, non è razionale. E un uomo che si spaccia per razionale non può starsene con le mani in mano e ha il dovere morale-intellettuale di reagire a una deprecabile situazione di stasi, allorché la ritenga effettivamente “deprecabile.
Che dire poi del portentoso lottatore Marx, che, a differenza del suo maestro Hegel, vuole eccome trasformare un ingiusto status quo” in qualcosa di meglio, preconizzando il riscatto degli oppressi a discapito degli oppressori. Sono con lui nel simpatizzare con gli ultimi della Terra, ma credo che come tutte le utopie la sua pecchi di non fare i debiti conti con la natura irrimediabilmente conservatrice ed egoista dell’essere umano. In fondo Hobbes non aveva tutti i torti nel definire l’uomo lupo per l’altro uomo, il celebre “homo homini lupus”…
Il discorso potrebbe continuare con decine di altri filosofi presi a prestito dalla storia di questa strana disciplina – più un’arte che una scienza secondo me – che è la filosofia. Il senso però mi sembra chiaro, anche se lo specifico tante le volte non lo fosse: ognuno deve diventare il miglior filosofo di se stesso, il che significa che deve prendere ciò che ritiene buono del pensiero degli altri e buttare a mare quello che degli altri pensatori ritiene buono solo per i pesci. Solo così si può continuare a fare una filosofia “forte” in barba a chi la vorrebbe “debole”.
A ben pensarci, non credo che esistano filosofie deboli, tutt’al più filosofi deboli. In filosofia tutto è stato detto, ma può e deve essere ridetto… meglio! Non mi stancherò mai di ripetere ai miei studenti che: filosofare – cioè pensare – è essenzialmente ripensare. Tutto ciò che stiamo pensando noi in questo momento è stato pensato anche da altri, che sono venuti prima di noi. In un certo senso, tutti i temi essenziali della filosofia sono stati abbozzati da Platone. A noi non resta che portare avanti il testimone, come si fa in una staffetta. Immaginatevi l’intera storia della filosofia come una corsa a staffetta dove ciascuno di noi può fare soltanto un tragitto relativamente breve e poi deve passare il testimone ad altri, che dovranno fare il loro per poi consegnarlo a loro volta e così via finché ci saranno persone disposte non solo a vivere e basta, ma anche a pensare “come” poter vivere meglio. E “come” si può farlo ce lo dice Platone riportando gli insegnamenti del suo maestro, Socrate, che aveva giurato fedeltà a un solo imperativo: conosci te stesso! Perché solo chi si conosce, sa cosa è meglio per sé e trova il modo di vivere bene. Il problema – non da poco – rimane imparare a conoscersi. Molti sono morti prima di essere riusciti a conoscere, che so, il dieci per cento di loro stessi. Forse è addirittura impossibile conoscersi fino in fondo. Conoscersi meglio però si può e si deve. Conoscere gli altri, invece, non voglio dire che sia impossibile, ma ci vorrebbe il miglior Tom Cruise del primo “Mission Impossible” e non quello più spento visto nei troppi sequel per tentare l’ardimentosa impresa.
Quindi, in definitiva, che senso ha studiare filosofia? Ne ha molto. Direi che, dal momento che “vivere bene” dovrebbe interessare tutti, allo stesso modo la filosofia “dovrebbe” interessare tutti. Vero è però che non è per tutti, perché non tutti sono disposti a compiere lo sforzo – perché tale è – di pensare con la loro testa e si accontentano che altri pensino per loro. Altro che empietà e corruzione delle giovani menti, Socrate è stato condannato dai Trenta Tiranni di Atene perché insegnava alla gente a pensare con la loro testa. E se ci pensate, non c’è cosa più pericolosa di questa per i tiranni, che, per controllarci meglio, vorrebbero che noi pensassimo come loro vogliono, non come vogliamo noi.

Volere è davvero potere?

Malgrado la componente casualistica, fatalistica o divina dimostrino la precaria e fragile condizione impressa nella filigrana delle nostre esistenze, non possiamo né dobbiamo prescindere dalla componente volontaristica. Altrimenti significherebbe arrendersi senza lottare, quando la lotta è precisamente la condizione necessaria e ineludibile dello stare al mondo. Al contrario, credo che abbiamo bisogno di sviluppare una volontà ponderata, non onnipotente, commisurata al nostro essere creature a cui è dato un certo tempo – per agire e patire, agire è patire – e abitanti un certo spazio.

Volere è davvero potere? Mi è stato obiettato di tenere troppo in conto il detto baconiano “volere è potere”. Rispondo con quella che a me sembra un’ovvietà: se non vuoi, nemmeno puoi. Non è che puoi senza volere. È tecnicamente difficile, per non dire impossibile; anche se i pubblicitari dell’Adidas risponderebbero sulle rime di un loro famoso spot che “impossible is nothing”. Non so voi, ma ripensando alla mia vita, non posso non convenire che quello che ho, ce l’ho proprio perché l’ho fortemente voluto. Per questo do ragione all’affermazione di Francis Bacon, pur non condividendone l’accezione prometeica (da Prometeo, quello che rubò il fuoco sacro agli dèi per favorire il genere umano e inaugurò così l’èra della tecnica). Direi piuttosto d’interpretare – ogni comprensione non può che essere un’interpretazione soggettiva – l’affermazione baconiana più in chiave psicologico-motivazionale.  Ergo per me: volere – il più delle volte, non sempre – è davvero potere.

Dalla volontà baconiana il passo per arrivare alla volontà di potenza nietzscheana non è breve, ma neppure troppo lungo. Nel mio libro “Filosofi da Oscar” mi avventuro in una disamina del capolavoro nietzscheano, “Così parlò Zarathustra”, in particolare della sezione dell’opera intitolata “La visione e l’enigma”. Qui espongo quella che è secondo me la peculiarità della volontà di potenza nietzscheana intesa come “affermazione suprema della vita, che rifugge il tanfo sepolcrale di un vissuto passivo, parassitario”; Nietzsche infatti “valorizza la vita, in quanto valore accorpante tutti gli altri” (“Filosofi da Oscar”, pp. 48-49). Cos’altro aggiungere se non che: il segreto della volontà come di tutte le cose è nella misura, nel “giusto mezzo” direbbe Aristotele. Perciò volere è bene, eccedere però ci porta dritti ad Auschwitz, a compiere cioè le più nefande aberrazioni in nome di una volontà onnipotente.

Mi viene in mente l’immagine montaliana della storia; immagine, questa, applicabile anche alla storia individuale, non solo a quella universale; la storia dipinta come una catena di anelli che non sempre tengono. Ciò per dire che qualcosa che ci sovrasta e che ci sfugge c’è e – ho motivo di credere – ci sarà sempre. Che sia il caso, il fato o Dio non importa, poiché si tratta di parole diverse che indicano lo stesso, identico dato di fatto, la precarietà e fragilità dell’essere umano.

Malgrado la componente casualistica, fatalistica o divina dimostrino la precaria e fragile condizione impressa nella filigrana delle nostre esistenze, non possiamo né dobbiamo prescindere dalla componente volontaristica. Altrimenti significherebbe arrendersi senza lottare, quando la lotta è precisamente la condizione necessaria e ineludibile dello stare al mondo. Al contrario, credo che abbiamo bisogno di sviluppare una volontà ponderata, non onnipotente, commisurata al nostro essere creature a cui è dato un certo tempo – per agire e patire, agire è patire – e abitanti un certo spazio.

A proposito della sciagurata volontà di potenza nietzscheana, mi viene da dire che il bello – e anche il più grande limite – di Nietzsche è che ciascuno può fornire una chiave interpretativa differente del suo pensiero. A ogni modo, se la potenza dev’essere sopraffazione della altrui volontà per affermare ed espandere la propria, be’, allora credo sia meglio – nel senso di meno dannoso – un pensatore “impotente”. La volontà di sopraffazione è sempre e comunque becera, lo dico pur essendo un grande estimatore di Nietzsche. Ciò non toglie che pure i grandi possono prendere delle “grandi” cantonate. Comunque, riflettendo su Nietzsche, non si può non tenere presente il delicato rapporto tra pensiero e patologia; a volte, nei suoi scritti, a emergere non è tanto la sua genialità quanto la sua condizione patologica.

Detto questo, come mia abitudine, da ogni filosofo, Nietzsche compreso, cerco di prendere quello che per me è il meglio, mettendo da parte ciò che ritengo non lo sia. La volontà di potenza “non” è quanto di “meglio” può offrire la filosofia nietzscheana. Di Nietzsche preferisco prendermi altro, per esempio: la concezione dell’amare il proprio destino, o “amor fati”.

La forza (benefica) delle illusioni

Dunque, secondo me, non tutte le illusioni vengono per nuocere; alcune sono indispensabili per vivere. Un esempio? Prendiamo Freud, uno dei tre “maestri del sospetto” (gli altri due sono Marx e Nietzsche), stando a Derrida. Dei tre è forse quello che ci va giù più duro nel condannare le illusioni. La sua intera teoria psicanalitica che cos’è se non un’illusione di controllo? Freud si è illuso di poter vivere senza illusioni rendendo l’uomo consapevole dei suoi limiti “in quanto uomo”. E che cos’è questa consapevolezza – appunto – se non un’illusione di controllo? L’illusione di chi si sente in pieno controllo del proprio destino, quando poi tutti – in cuor nostro – sappiamo bene che è il caso, il fato o Dio ad avere il controllo sulle nostre vite. E se persino Freud, il paladino dei disillusi, s’illudeva, non c’è che arrendersi all’evidenza: l’illusione ci è necessaria per non impazzire, vista la realtà fondamentalmente inaccettabile della vita, la morte. Piaccia o meno tutti abbiamo bisogno d’illuderci per non spararci un colpo in testa alla maniera di Kirillov, uno dei protagonisti dei “Demoni” di Dostoevskij. D’altronde se non ci si potesse illudere, che senso avrebbe vivere?

L’uomo acquisisce la consapevolezza del proprio essere “nel” tempo la prima volta che fa esperienza della morte. La morte di una persona a noi vicina, o anche di un animale domestico, perfora il “velo di Maya” delle illusioni. Anche se questa consapevolezza deve durare il tempo di un bagliore, poiché per poter vivere – checché se ne dica – ciascuno di noi ha bisogno di alimentare la più dolce e irreale delle illusioni: pensare alla morte come se fosse una cosa a noi “estranea”, che riguarda solo gli altri. Perché questo? Il pensiero della nostra morte ci è intollerabile.

Dunque, secondo me, non tutte le illusioni vengono per nuocere; alcune sono indispensabili per vivere. Un esempio? Prendiamo Freud, uno dei tre “maestri del sospetto” (gli altri due sono Marx e Nietzsche), stando a Derrida. Dei tre è forse quello che ci va giù più duro nel condannare le illusioni. La sua intera teoria psicanalitica che cos’è se non un’illusione di controllo? Freud si è illuso di poter vivere senza illusioni rendendo l’uomo consapevole dei suoi limiti “in quanto uomo”. E che cos’è questa consapevolezza – appunto – se non un’illusione di controllo? L’illusione di chi si sente in pieno controllo del proprio destino, quando poi tutti – in cuor nostro – sappiamo bene che è il caso, il fato o Dio ad avere il controllo sulle nostre vite. E se persino Freud, il paladino dei disillusi, s’illudeva, non c’è che arrendersi all’evidenza: l’illusione ci è necessaria per non impazzire, vista la realtà fondamentalmente inaccettabile della vita, la morte. Piaccia o meno tutti abbiamo bisogno d’illuderci per non spararci un colpo in testa alla maniera di Kirillov, uno dei protagonisti dei “Demoni” di Dostoevskij. D’altronde se non ci si potesse illudere, che senso avrebbe vivere?

Inoltre, le illusioni sono anche importanti per alzare l’asticella dei propri obiettivi. A dare retta alla magra realtà, tutti ci dovremmo accontentare della solita minestra riscaldata. Ecco, le illusioni sono il pepe che dà sapore alla vita. Ovvio che ogni tanto tocca pure fare i conti con la realtà. Ma solo “ogni tanto”, troppo spesso non fa bene e, di sicuro, non aiuta.

L’eccesso è sempre sbagliato, sia esso di realtà o d’illusioni. In questo mi rifaccio ad Aristotele e predico anch’io la via mediana come la più opportuna.

Per chiudere il cerchio del mio ragionamento: la vita è troppo amara senza la dolcezza zuccherosa delle illusioni.