Tutta colpa loro

Non è colpa nostra, si difendono i giovani di oggi. E hanno ragione. Non è colpa loro, ma di quegli adulti che li abituano a essere sempre difesi e li lasciano impuniti. Questa abitudine nociva alla deresponsabilizzazione è tutta colpa loro.

Penso ci sia un problema generazionale. Stiamo crescendo ragazzi sempre più deresponsabilizzati. Laddove invece proprio il principio responsabilità – come insegna il filosofo Hans Jonas – è alla base di una vita da cittadini moralmente integri; cittadini consapevoli del loro ruolo nel mondo, che sanno come comportarsi per preservare questa loro casa comune che è il pianeta Terra.
Un serio problema di deresponsabilizzazione sta coinvolgendo genitori e figli, con questi ultimi che vengono difesi a spada tratta dai primi e sono sempre “innocenti” anche ben oltre la prova contraria; in realtà genitori siffatti stanno insegnando ai loro figli – più che a essere maturi – l’immaturità. Inoltre, questa condizione di “tutto è lecito” che vivono i ragazzi in famiglia si ripercuote poi anche a scuola ed è un’insana abitudine che non può non influenzare in maniera negativa il loro comportamento. In che modo? Si riflette in un atteggiamento generale, rispetto al passato, più presuntuoso. Studiano il pomeriggio prima, si presentano all’interrogazione il giorno dopo, non prendono il voto che vogliono e polemizzano. Mentre, invece, molto più maturo sarebbe da parte loro un atteggiamento equilibrato, perché se un professore dà un voto, quale che sia, non lo attribuisce certo per simpatie personali o favoritismi presunti. Lo dà perché pienamente convinto che “quello” è il voto per “quella” prestazione che ha ascoltato durante l’interrogazione o ha corretto in occasione della verifica scritta.
Come qualunque altro professore, pur mettendoci tutta la buona volontà del mondo, non sono così folle da credermi infallibile nel giudizio. Posso solo assicurare di metterci il massimo dell’impegno per essere equo; “giusto” non credo sia umanamente possibile esserlo; questo perché da credente ritengo che la giustizia non sia una prerogativa di questo mondo; al massimo “hic et nunc” si può ambire a un’approssimazione di giustizia, ben consci che quella terrena non sarà mai una giustizia perfetta, tutt’al più perfettibile e sempre un po’ claudicante, temo. Con “equo” intendo che ci tengo a essere – quanto più mi riesce – “uniforme” nella valutazione.
Quando devo correggere delle verifiche scritte di una classe tendo a cominciarle e finirle nello stesso giorno, così da minimizzare eventuali difformità di giudizio dovute a circostanze esterne – stati fisici o stati d’animo alterati – che da un giorno a un altro possono portarmi a essere più o meno severo. Sembra una sciocchezza ma tale non è per me. In quanto esseri umani siamo creature umorali, che – a livello inconscio e a seconda dell’umore – tendono a modificare i loro comportamenti. Quindi, sapendolo, credo sia opportuno prendere delle contromisure. Nella fattispecie: correggere i compiti l’uno di fila all’altro. Si tratta di una regola di condotta che m’impongo e che cerco – nei limiti del possibile – di applicare. Da quest’anno, per combattere la possibile disparità nella valutazione delle interrogazioni, m’impegno a concentrarle in uno stesso periodo, in maniera tale che fra il primo e l’ultimo degli interrogati non trascorrano che pochi giorni, minimizzando così un eventuale influsso di fattori esterni.
Detto ciò, forse proprio perché desidero avere un atteggiamento di equanimità nei confronti di ogni mio studente, forse per questo mi rammarico doppiamente quando qualche mio studente non “prende con filosofia” il voto che gli ho assegnato; in tal caso a dispiacermi è la mancanza di consapevolezza della prestazione offerta; e se non si è consapevoli, significa che si è poco maturi. Come un serpente che si morde la coda, la scarsa maturità in molti casi è causata da una distorta percezione di sé a cui spesso contribuiscono quei genitori che tengono sul palmo di una mano i loro figli e per i quali i frutti dei loro lombi non possono che essere infallibili.
Non è colpa nostra, si difendono i giovani di oggi. E hanno ragione. Non è colpa loro, ma di quegli adulti che li abituano a essere sempre difesi e li lasciano impuniti. Questa abitudine nociva alla deresponsabilizzazione è tutta colpa loro.

Come togliere il dittatore di torno

Lo spirito critico è il solo antidoto per sconfiggere lo spirito di gregge tanto in voga in un’era dominata dal potere sottile quanto invisibile – ma non meno potente – della rete. Essa in teoria avrebbe dovuto liberarci, in pratica ha riproposto sotto altre forme il problema del condizionamento delle masse, sempre più assoggettate alla dittatura dei like basata sull’apparenza e non sull’essenza delle cose.

Mi piacerebbe che i miei studenti acquisissero la competenza di saper stare al mondo. Ovvero: riuscire a stare alle regole del gioco ma non passivamente, bensì in maniera propositiva, cercando di adattarsi. Questa competenza si chiama resilienza e io la intendo come quella capacità di saper fare di necessità virtù, come ci hanno insegnato i nostri nonni con la loro inscalfibile saggezza popolare.

Sapersi adattare non implica – per forza di cose – un adeguamento al ribasso. Si adatta chi – in maniera del tutto sana – si rende conto che non si può sempre vivere alle proprie condizioni, ma si deve sempre vivere con il proprio stile inconfondibile fregandosene della propria limitata condizione umana; condizione di chi ogni giorno ha l’obbligo di fare i conti con il senso del limite, che non vuol dire trovare una scusa per non fare o per fare di meno, bensì per cercare di portare a termine i propri compiti facendo del proprio meglio. È naturale poi che una volta si potrà ottenere di più e un’altra di meno; quel che conta, però, è il livello d’impegno che dev’essere sempre alto.

In passato mi è stato chiesto: “Prof, come posso migliorare in filosofia e storia?”. La mia risposta mai troppo scontata è stata: “Leggi più che puoi, solo così amplierai il tuo lessico migliorando il tuo modo di parlare e scrivere”. Ho riscoperto l’acqua calda, lo so, ma non mi stancherò mai di ripetere come la lettura sia il solo rimedio tutt’oggi noto ed efficace per contrastare le tirannie del pensiero unico. Leggere stimola l’insorgenza di un pensiero autonomo, che altrimenti non sgorga come per incanto chissà dove e chissà come. Dietro un ragazzo che non sa pensare con la propria testa o che non pensa affatto, si nasconde un ragazzo che non legge nient’altro che i post su Facebook (poi c’è poco da meravigliarsi se prende per vere le fake news).

Un professore di filosofia come me non può non combattere questa inclinazione sbagliata nei propri studenti. Lo stesso Socrate ha perso la vita perché ha voluto insegnare ai suoi allievi a pensare con la loro testa; non a caso il pensiero è sempre stato pericoloso per chi detiene il potere, perché un cittadino che pensa da sé, dotato di spirito critico, è un cittadino più duro da ingannare con false promesse.

Lo spirito critico è il solo antidoto per sconfiggere lo spirito di gregge tanto in voga in un’era dominata dal potere sottile quanto invisibile – ma non meno potente – della rete. Essa in teoria avrebbe dovuto liberarci, in pratica ha riproposto sotto altre forme il problema del condizionamento delle masse, sempre più assoggettate alla dittatura dei like basata sull’apparenza e non sull’essenza delle cose.

Penso che non si possa chiedere a un professore di filosofia di lasciar correre su questo che è uno dei problemi capitali del nostro tempo: la scarsa o – in taluni casi – addirittura assente inclinazione a leggere. Motivo per cui do libri in lettura ai miei studenti liceali consapevole che: gustarsi qualche pagina al giorno… toglie il dittatore di torno!

Profezie di Le Bon

Il socialismo è debole rispetto alle fedi religiose. Perché? “L’evidente debolezza dell’attuale credo socialista non impedirà ad esso di radicarsi nell’animo delle folle. La sua vera inferiorità nei confronti delle fedi religiose sta unicamente in ciò: che l’ideale di felicità promesso da quelle era realizzabile soltanto nella vita futura e che dunque nessuno poteva contestarne la realizzazione. Poiché invece l’ideale di felicità socialista deve realizzarsi su questa terra, la vanità delle sue promesse sarà presto evidente, e la nuova fede perderà prestigio di colpo” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 183).

Il destino dei critici letterari? L’estinzione secondo Le Bon. Per quale motivo? A causa “dell’inutilità di ogni opinione personale” (p. 189).

Peggio delle folle ci sono solo le caste, così la pensa in proposito Le Bon: “Dobbiamo temere sì la potenza delle folle, ma ancor più quella di certe caste. Le une possono lasciarsi convincere. Le altre non si piegano mai” (p. 215).

Chiude la Psicologia delle folle, una triste profezia – dal sapore spengleriano – di tramonto della civiltà: “Passare dalla barbarie alla civiltà inseguendo un sogno, poi declinare e morire quando il sogno è finito, tale è il ciclo della vita di un popolo” (p. 251).

Parlamentarismo o antiparlamentarismo?

In politica aiutare alcuni significherà sempre scontentare altri. Mentre voler accontentare tutti è sicura garanzia di deludere tutti.

L’antiparlamentarismo di Le Bon è figlio del suo tempo e preparò il terreno alla follia dei totalitarismi del Novecento. In tal senso, vale la pena leggere il seguente passaggio: “[…] il regime parlamentare sintetizza l’ideale di tutti i popoli civili moderni. Pone in atto l’idea, psicologicamente errata, ma comunemente ammessa, secondo la quale un’adunanza di molti uomini è più adatta che un’adunanza di pochi a decidere con saggezza e indipendenza sopra un determinato argomento”. Perché questo? “Ritroviamo nelle assemblee parlamentari le caratteristiche generali delle folle: semplicismo delle idee, irritabilità, suggestionabilità, esagerazione dei sentimenti, influenza preponderante dei capi” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 229).

Nonostante non lesini critiche al parlamentarismo, alla fine Le Bon fa dietrofront in difesa delle democrazie parlamentari, che tutto sommato considera: meno peggio degli altri sistemi di governo. “Nonostante tutti gli inconvenienti del loro funzionamento le assemblee parlamentari rappresentano lo strumento migliore che i popoli abbiano sinora trovato per governarsi e, soprattutto, per sottrarsi il più possibile al gioco delle tirannie personali” (pp. 242-243).

Quali sono le possibili minacce per le democrazie parlamentari? Secondo Le Bon “[…] gli inevitabili sprechi finanziari e una restrizione progressiva delle libertà individuali” (p. 243). Perché? Per via dell’aumentare della spesa pubblica che favorirebbe alcune categorie di elettori, per esempio, alcune caste lavorative a scapito di altre. Ciò provocherebbe ulteriori imposte costrittive a vantaggio degli uni e a sfavore degli altri.

Morale? In politica aiutare alcuni significherà sempre scontentare altri. Mentre voler accontentare tutti è sicura garanzia di deludere tutti.

La Rivoluzione francese e le folle

Con la Rivoluzione francese irrompe sul palcoscenico della storia un nuovo attore: la folla, la cui natura è sotterraneamente permeata da un’irrazionalità di fondo.

Con la Rivoluzione francese irrompe sul palcoscenico della storia un nuovo attore: la folla, la cui natura è sotterraneamente permeata da un’irrazionalità di fondo. Dietro le condivisibili rivendicazioni del popolo contro i soprusi monarchici, si nasconde lo spauracchio delle folle la cui spietatezza rivaleggia con quella del più feroce dei tiranni. Si veda il caso emblematico del governatore della Bastiglia, de Launay, decapitato in seguito al precipitare degli eventi che portarono alla presa della prigione da parte di una folla inferocita e autoassoltasi dopo essersi macchiata dell’orrendo misfatto, tant’era suggestionata. Di seguito il resoconto che ce ne dà Le Bon

“I delitti delle folle sono generalmente determinati da una suggestione fortissima, e gli individui che ne hanno preso parte sono persuasi di aver adempiuto a un dovere. La stessa cosa non accade in un delitto comune […] Si può citare come esempio tipico l’assassinio del governatore della Bastiglia, de Launay. Dopo la presa della fortezza, il governatore, circondato da una folla eccitatissima, ricevette colpi da tutte le parti. Gridavano di impiccarlo, di tagliargli la testa o di legarlo alla coda di un cavallo. Dibattendosi, de Launay diede sbadatamente un calcio ad uno dei presenti. Qualcuno propose, e la proposta fu subito acclamata dalla folla, che l’individuo colpito tagliasse la testa al governatore […] Obbedienza a una suggestione tanto più potente quanto più collettiva, convinzione dell’assassino di aver commesso un atto assai meritorio, e convinzione del tutto naturale giacché riceve l’approvazione unanime dei concittadini. Un simile atto può essere qualificato criminale da un punto di vista legale, ma non psicologico” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, pp. 201-202).

I democratici puri adorano le formule generali, poco importa se applicabili o meno. Quale migliore esempio, in questo senso, “dei grandi oratori della Rivoluzione” (p. 236). Essi “[…] si sentivano in dovere di interrompersi ad ogni istante per bollare il vizio ed esaltare la virtù: imprecavano contro i tiranni e giuravano di vivere liberi o morire. Il pubblico si alzava in piedi, applaudiva freneticamente e poi, calmato, tornava a sedersi” (pp. 236-237). Perché funzionano simili argomentazioni? Perché promettere in grande paga, se non sempre, quasi. Siamo onesti, quanti vanno a verificare l’effettivo compimento o meno delle promesse fatte dal leader politico votato? Quando si tratta di votare molto spesso, non dico sempre, la sfera razionale abdica in favore di quella emotiva, di gran lunga preponderante nel farci prendere una decisione politica. Motivo per cui un politico bravo ma antipatico è meglio che non si candidi, quantomeno eviterebbe inevitabili dispiaceri.

Sul prestigio

Come si ottiene il prestigio? Inanellando un successo dopo l’altro. Il prestigio così come si acquista con il successo, allo stesso modo si perde con il suo opposto: l’insuccesso. Basti pensare alla fine di molti dittatori, prima idolatrati dalle folle, poi dalle stesse umiliati nel momento delle loro esecuzioni.

Come si conquista una folla? Affermazione, ripetizione, contagio. Come avviene il “contagio”? Affermazione + ripetizione = contagio, questa è la formula vincente! Una volta messosi in moto l’ingranaggio, l’idea che ha contagiato una folla dilaga fino ad acquistare sempre maggiore prestigio. Quest’ultimo non è altro che una fascinazione, un ammaliamento esercitato da un capo carismatico.

“Il socialista più burbero si emoziona alla vista di un principe o di un marchese; e tali titoli bastano per scroccare a un commerciante tutto quel che si vuole” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 166). Ciò era vero ieri come lo è oggi. Penso alla mia Italia: una repubblica fondata sul prestigio.

Il mantenimento del “prestigio” è questione di talento. Le Bon a proposito di Napoleone: “Il prestigio gli sopravvisse e continuò a crescere. Grazie ad esso un suo oscuro nipote fu eletto imperatore […] Maltrattate gli uomini, massacrateli a milioni, provocate invasioni su invasioni, tutto vi è permesso se possedete un sufficiente grado di prestigio e il talento necessario per mantenerlo” (p. 171).

Come si ottiene il prestigio? Inanellando un successo dopo l’altro. Il prestigio così come si acquista con il successo, allo stesso modo si perde con il suo opposto: l’insuccesso. Basti pensare alla fine di molti dittatori, prima idolatrati dalle folle, poi dalle stesse umiliati nel momento delle loro esecuzioni. Si vedano i vari: Mussolini, Saddam Hussein, Gheddafi e via elencando.

Quali caratteristiche dovrebbe avere un candidato al ruolo di capo politico? “La prima qualità che un candidato deve possedere è il prestigio” (p. 217). Il simile non attrae come candidato. Motivo per cui difficilmente un operaio o un contadino sceglierà un suo pari per rappresentarlo. Le sue scelte con più probabilità ricadranno su qualche figura dotata – o perlomeno “reputata” – di maggiore prestigio.

La fede dei capi

La fede (in quel che si va propagandando) è il requisito irrinunciabile per diventare capi, senza non si può assurgere al ruolo di guide politiche. Solo chi ha fede, una fede cieca e assoluta, riesce a muovere, se non le montagne, quantomeno gli eserciti provocando carneficine evitabili (a patto di riuscire a sconfiggere la suggestione delle folle).

I capi devono credere loro per primi alle fandonie, ridicolaggini e insulsaggini che vanno raccontando alle folle giubilanti. Devono possedere una volontà ferrea che compensi la perdita delle volontà degli individui riuniti in una folla. Quindi: la volontà del pastore si estende e viene fatta propria da tutto il gregge. Per fare ciò occorre credere in maniera viscerale a ciò che si dice. Senza questa visceralità il capo non sarebbe tale. Come i migliori piazzisti sanno, per convincere della bontà intrinseca della merce che si sta vendendo, occorre crederci fortemente e prima ancora degli altri a cui si vuol venderla.

“Il più delle volte i capi non sono uomini di pensiero, ma d’azione. Sono poco chiaroveggenti; né potrebbe essere altrimenti, perché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Vengono reclutati soprattutto tra quei nevrotici, esagitati, semi-alienati che vivono al limite della follia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che perseguono, qualunque ragionamento si infrange contro le loro convinzioni. Il disprezzo e le persecuzioni non fanno che eccitarli di più. Interesse personale, famiglia, tutto è sacrificato. Perfino l’istinto di conservazione è distrutto, al punto che il martirio costituisce l’unica ricompensa alla quale quegli individui ambiscano. L’intensità della fede conferisce grande forza di suggestione alle loro parole. La moltitudine dà sempre ascolto all’uomo dotato di forte volontà. Gli individui riuniti in folla perdono la volontà e quindi si rivolgono per istinto verso chi ne possiede una” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, pp. 152-153).

Certo, è facile parlare con il senno di poi, ma è innegabile che Le Bon sembra che si riferisca direttamente a Hitler, Stalin, Mussolini e altri sciagurati loro simili. La fede (in quel che si va propagandando) è il requisito irrinunciabile per diventare capi, senza non si può assurgere al ruolo di guide politiche. Solo chi ha fede, una fede cieca e assoluta, riesce a muovere, se non le montagne, quantomeno gli eserciti provocando carneficine evitabili (a patto di riuscire a sconfiggere la suggestione delle folle). La fede è inoltre la forza motrice che “fa” la Storia. E solo quei capi dotati di una fede incrollabile sono in grado di “fare” la storia. I leader posseggono una “conoscenza istintiva […] dell’anima delle folle” (p. 38) che si trovano a capeggiare.

Il capo e la folla

Le folle hanno una natura fortemente conservatrice. Il loro ribellismo è solo una facciata che cela il loro istintivo servilismo di fronte al Cesare di turno. Passata l’ebbrezza del momento rivoluzionario, esse si rivelano per quello che sono: desiderose di essere soggiogate da un nuovo e più carismatico padrone.

La ricerca di un capo è istintiva e connaturata a qualsiasi gruppo umano, non bisogna avere visto la serie tv “Lost” per saperlo…

Dunque, qual è l’identikit del capo?

“Nella maggior parte dei casi il capo è stato dapprima soltanto un gregario, ipnotizzato dall’idea di cui in seguito è diventato l’apostolo. Questa idea l’ha invaso in modo tale che nulla più esiste al difuori di essa; di modo che ogni opinione contraria sembra errore e superstizione. Così accadde a Robespierre, ipnotizzato dalle sue chimeriche idee, pronto a impiegare metodi degni dell’Inquisizione per propagarle” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 152).

Nella maggioranza dei casi, il capo è un uomo d’azione. Questa sintetica categorizzazione mi fa venire in mente carrellate di dittatori di tutti i secoli. Tra cui quelli del Novecento, per i quali le pagine della “Psicologia delle folle” hanno fatto da “nave scuola”, con Le Bon nelle vesti del loro inconsapevole traghettatore.

Così come ogni gregge ha bisogno di un pastore per essere governato, lo stesso dicasi per una folla che: senza un capo in grado di aizzarla a comando, non riesce ad andare da nessuna parte.

Le folle hanno una natura fortemente conservatrice. Il loro ribellismo è solo una facciata che cela il loro istintivo servilismo di fronte al Cesare di turno. Passata l’ebbrezza del momento rivoluzionario, esse si rivelano per quello che sono: desiderose di essere soggiogate da un nuovo e più carismatico padrone.

Quali caratteristiche deve avere un aizzatore di folle, un leader? “Un capo raramente precede l’opinione pubblica: si limita più spesso ad adottarne gli errori” (p. 234). Ergo: troppa intelligenza può essere d’intralcio per un capo. Questo perché rischia di sgonfiare quella violenza dialettica necessaria a sedurre una folla bisognosa di espressioni forti, solleticata più da parole che lascino trasparire sentimenti palpitanti, anche violenti, piuttosto che freddi ragionamenti, perlopiù utili solo ad annoiarla. L’ideale secondo Le Bon è possedere una “intelligenza limitata” (237).

Ora, quanti politici odierni vi vengono in mente stando a quanto dice Le Bon? Non so voi, a me diversi.

Saper parlare alle folle

Come conquistare il favore delle folle? Con discorsi semplici e il più possibile riconducibili a immagini. Le idee che arrivano alle folle sono solo la pallida eco di quelle che erano in origine. Per poter fare proprie delle idee, le folle hanno bisogno di semplificarle. Le idee complesse non scalfiscono la loro dura corazza.

Come conquistare il favore delle folle? Con discorsi semplici e il più possibile riconducibili a immagini. Le idee che arrivano alle folle sono solo la pallida eco di quelle che erano in origine. Per poter fare proprie delle idee, le folle hanno bisogno di semplificarle. Le idee complesse non scalfiscono la loro dura corazza.

Un oratore è innanzitutto un seduttore, motivo per cui ha maggiori chances di sedurre una folla, che non aspetta altro che qualcuno capace di conquistarla, “qualcuno” che sa bene quali tasti toccare e quali no invece.

“[…] quando le folle, per effetto di sconvolgimenti politici e mutamenti di fede, finiscono col professare un’antipatia profonda per le immagini evocate da certe parole, il primo dovere di un autentico uomo di Stato è quello di cambiare tali parole, senza, beninteso, mutare nulla nella sostanza. Questa infatti è troppo legata alla costituzione ereditaria per poter essere trasformata. Il giudizioso Tocqueville fa notare che il compito del Consolato e dell’Impero fu soprattutto quello di rivestire con parole nuove la maggior parte delle istituzioni del passato, sostituendo termini che suscitavano immagini sgradevoli con altri che, per la loro novità, non le suscitavano più. La taglia diventò pertanto contributo fondario; la gabella, imposta sul sale; gli aiuti, contributi indiretti e diretti; la tassa di dominio si chiamò patente, e così via” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, pp. 139-140).

Quale ammaestramento ricavarne? Cambiano le parole ma non cambia nulla, “de facto”. Il politico intelligente, per non dire furbo, più che altro è un ribattezzatore. Ribattezza e con ciò legittima vecchie politiche coniando nomi nuovi, che le rendono più gradite. La loro grande abilità è quella di saper riscaldare le minestre, veri intenditori di ribollite.

Come impostare un discorso pubblico vincente? “L’oratore che segue il suo pensiero e non quello degli ascoltatori perde, per questo solo fatto, ogni efficacia” (p. 146).

È piuttosto assodato che il bravo oratore sa parlare a braccio, così facendo riesce a essere più coinvolgente del pedante che legge il suo discorsetto preparato a tavolino, limitandosi a enfatizzare con la voce i passaggi più importanti e talvolta neanche quello. Per questo, in un discorso pubblico, è bene appuntarsi quanto di stimolante sollevato dall’uditorio, per avere dei validi appigli da cui partire per ribattere con efficacia punto su punto quelle tesi che contrastino la propria. L’oratore che non fa questo ha già perso in partenza la sfida oratoria. Casomai si dovesse intervenire subito, a freddo, senza avere testato in via preliminare la platea con domande “ad hoc” di scandaglio, meglio restare cauti, sul vago e affondare i propri colpi con pazienza, dopo avere ascoltato le ragioni altrui. Un discorso pubblico vincente – di solito – è un’estenuante prova di resistenza, una “maratona” mi verrebbe da dire, in cui i fuochi d’artificio dialettici è meglio tenerseli per il gran finale. Mentre, per la “captatio benevolentiae”, non guasterebbe cominciare una seduta oratoria con una battuta per dimostrare – sin da subito – acume e simpatia. Doti, queste, di cui un buon oratore non può essere privo.

Buoni propositi per il nuovo anno scolastico (e lotta senza quartiere alla sterile conoscenza specialistica)

Dunque, responsabilizzare e accrescere il livello di consapevolezza dei miei studenti sono due dei miei buoni propositi per il nuovo anno scolastico che sta per cominciare. Formare un individuo consapevole significa crescere un cittadino responsabile. Più cittadini responsabili avremo in futuro e maggiori possibilità ci saranno per noi tutti di avere un “futuro” come specie umana.

Nei limiti di quanto un essere umano può predicare bene e cercare di razzolare altrettanto “bene” – nessuno è perfetto e credere che qualcuno possa esserlo è follia – cerco di essere coerente coi miei principi didattici. Uno di questi mi impone di battermi sempre affinché i miei ragazzi non solo studino, ma pure capiscano l’importanza di ciò che studiano. A costo di ripetermi fino alla nausea, non mi stancherò mai di dire loro di dare la giusta – e non eccessiva – importanza alle valutazioni che ricevono. Un voto è e rimane “solo” un voto; quello più importante ciascuno se lo deve meritare ogni giorno per il livello d’impegno profuso sia in ambito lavorativo sia in quello dei rapporti interpersonali.
Motivo per cui – soprattutto con alcuni ragazzi di quinta – a volte mi piace provare a farli ragionare sul voto che si darebbero per la prestazione offerta; badate bene, voto che io ho già trascritto nel registro e che non modificherei per nessun motivo dato che è stato assai meditato, talvolta sofferto. Devo dire che quando tento questo “esperimento”, nella stragrande maggioranza dei casi i ragazzi indovinano, dimostrando di avere avuto la percezione della prestazione offerta. Quando ciò avviene mi rallegro del livello di responsabilizzazione raggiunto dai miei studenti. Ciò è per me motivo di grande soddisfazione in quanto credo – e spero – significhi che ho incoraggiato la “consapevolezza” nella maggior parte di loro. Poi, sarà perché sono esigente “in primis”con me stesso, auspico che questa “maggior parte dei miei studenti” diventi ogni anno “maggiore”.
Dunque, responsabilizzare e accrescere il livello di consapevolezza dei miei studenti sono due dei miei buoni propositi per il nuovo anno scolastico che sta per cominciare. Formare un individuo consapevole significa crescere un cittadino responsabile. Più cittadini responsabili avremo in futuro e maggiori possibilità ci saranno per noi tutti di avere un “futuro” come specie umana. È incredibile quanto noi “umani” siamo l’unica “specie” animale a rischio di auto-estinzione. Ipotesi, quest’ultima, scongiurabile solo cominciando a lavorare sulle future leve che solleveranno questo nostro mondo incerottato, che dio solo sa quanto ha bisogno di vedere aumentare il numero di intelligenze umanistiche capaci di andare oltre la troppo diffusa – oggi – e sterile conoscenza specialistica. A quest’ultima non ho paura di dichiarare: lotta senza quartiere.