La filosofia ci rende liberi

Anche se qualcuno ci imprigiona mettendoci delle catene di ferro ai piedi o delle manette ai polsi, ma noi siamo liberi qui, nella mente, allora continueremo a esserlo anche se carcerati.

Io sono un filosofo e anche voi lo siete, solo che finora può essere che nessuno ve lo abbia mai detto. Perché dico questo? Facile, dal momento in cui siamo tutti vivi e più o meno vegeti ognuno di noi ha – che lo voglia o meno – una propria filosofia di vita, che coincide con un proprio modo di stare al mondo e vedere le cose. Tutto questo io lo chiamo “filosofia”. Confrontarsi con il pensiero dei più grandi filosofi di tutti i tempi è di fondamentale importanza per sviluppare il proprio punto di vista, il proprio angolo visuale sulle cose. Alcune di queste grandi menti potranno piacervi, altre le odierete, ma se c’è una cosa di cui sono ragionevolmente sicuro è  che nessun filosofo vi rimarrà del tutto indifferente. Ecco, una cosa importante che può insegnarvi la filosofia: è prendere posizione, lottare contro l’indifferenza dilagante nel mondo, dire la vostra imparando a pensare con la vostra testa che, a conti fatti, è l’essenza stessa della libertà perché nessuno è più libero di chi pensa con la propria testa e dice – con sensatezza – ciò che pensa.
La differenza fra le catene fisiche che ci tengono imprigionati e quelle mentali è che le seconde sono molto più insidiose, ci intrappolano con mille legacci e ci impediscono di vivere una vita pienamente consapevole. La consapevolezza è il succo della filosofia. (A tal proposito, rimando alla storiella zen del mandarino, che, in estrema sintesi, si può mangiare in due modi: senza consapevolezza e con consapevolezza, il primo modo implica un ingurgitare senza senso, mentre il secondo e più efficace modo significa assaporare coinvolgendo tutti e cinque i sensi.) Anche se qualcuno ci imprigiona mettendoci delle catene di ferro ai piedi o delle manette ai polsi, ma noi siamo liberi qui, nella mente, allora continueremo a esserlo anche se carcerati. Vero è che se si riesce a essere liberi di mente e non al “gabbio” sarebbe decisamente più confortevole per tutti quanti 🙂 In definitiva: a che serve la filosofia? A renderci liberi (e non è poco).

Con o senza consapevolezza

Quale insegnante non vorrebbe lasciarne più di una d’impronta? Bene, queste impronte altro non sono che i propri studenti, i quali, a distanza di anni, ti sono riconoscenti di avere favorito in loro una metamorfosi, una trasformazione positiva. La vera conoscenza, infatti, non è sapere, neanche comprendere, ma “trasformare”.
 

In cosa dovrebbe consistere la riforma dell’insegnamento nonché del pensiero teorizzata e auspicata da Morin? Con parole sue: “La riforma dovrebbe concernere la nostra attitudine a organizzare la conoscenza, cioè a pensare” (“La testa ben fatta”, p. 86). Perciò Morin rispolvera il celebre detto di Montaigne: “Meglio una testa ben fatta che una ben piena”. Perché: “Una testa ben fatta è una testa atta a organizzare le conoscenze così da evitare la loro sterile accumulazione” (“La testa ben fatta”, p. 18). E l’accumulo che sia di dati, informazioni, ricchezze è sempre sbagliato, manda “in palla” il nostro cervello, che dopo un po’ non ne può più. Accumulare fa male alla limitata natura umana, che avrebbe bisogno invece di “discernere” l’essenziale. Più facile a dirsi che a farsi, certo. Non provarci, però, sarebbe un errore capitale.

Essere passati da una scuola del programma a una scuola della programmazione è stato decisamente un passo avanti. In questo senso, un buon docente dovrebbe andare a lezione lui per primo con le idee “organizzate”. Poiché solo così potrà essere capace di favorire l’organizzazione delle stesse anche nei suoi alunni. La disorganizzazione più che l’improvvisazione è il male peggiore dell’insegnamento. Ergo: non si dovrebbe essere insegnanti e disorganizzati.

Oltre a essere organizzato, l’insegnante che sa veramente adempiere allo scopo del suo mestiere – “insegnare” ça va sans dire – deve anche “saper improvvisare”. I due aspetti, programmare e improvvisare, possono benissimo essere complementari. Si possono trascorrere ore e ore, infatti, a programmare di svolgere una lezione o un ciclo di lezioni in un modo piuttosto che in un altro. Tuttavia le circostanze, che non sono mai fisse e immutabili – figurarsi quando ci sono di mezzo degli educandi –, possono sempre variare e il talento di un insegnante sta proprio nel saper apporre degli accorgimenti “in itinere” al proprio lavoro, che non può “non” essere concepito come un cantiere perennemente aperto.

Il piattume del “tutto secondo i programmi” mal si addice con l’esperienza di chi sa bene cosa significa stare nelle classi e operare a stretto contatto con del materiale umano eccellente, per quanto grezzo. Dico “eccellente” perché bisogna sempre vedere nei propri discenti un potenziale inespresso, che – come la creta – andrebbe plasmato. Non sempre, ma in alcuni casi può darsi che dietro a un alunno svogliato, si nasconda un insegnante poco motivante. Fino all’ultima ora di lezione dell’ultimo anno di studio, si deve tentarle tutte per cercare di “motivare” allo studio i propri alunni. E se, alla resa dei conti, si sarà riusciti a fare scoccare la scintilla dell’amore per il sapere – specifico ma anche generale – anche a un solo alunno, vorrà dire che qualcosa di buono la si sarà fatta.

Chi salva un ragazzo dall’ignoranza, salva da questa piaga terrificante – la peggiore di tutte – la gioventù intera.

Lasciare un’impronta, ecco, questo – ho buoni motivi di credere – è il testamento di cui si accontenterebbe qualunque insegnante sufficientemente motivato, che svolge il proprio mestiere non solo per denaro, ma anche e, soprattutto, per vocazione, un insegnante stile professor Keating, quello de “L’attimo fuggente”.

Quale insegnante non vorrebbe lasciarne più di una d’impronta? Bene, queste impronte altro non sono che i propri studenti, i quali, a distanza di anni, ti sono riconoscenti di avere favorito in loro una metamorfosi, una trasformazione positiva. La vera conoscenza, infatti, non è sapere, neanche comprendere, ma trasformare.

Quale “trasformazione positiva”? Averli trasformati da quel materiale grezzo che erano a del materiale raffinato, consapevole di sé e degli altri, capace di uno spiccato senso civico, curioso e irriducibile ad arrendersi alla banalità dell’esistere senza consapevolezza.

Come recita un detto zen, ci sono due modi per assaporare un frutto e direi anche per vivere: con o senza consapevolezza.

Un bravo docente incoraggia il proprio studente a vivere “con” consapevolezza. Se riesce in quest’intento, ha adempiuto in pieno alla sua missione: insegnare.