Platone e il Bene Comune: Riflessioni Filosofiche

La filosofia nell’ambito pubblico ci invita a cercare il bene sia dentro che fuori di noi, attraverso la partecipazione collettiva alla verità. La condivisione crea un “bene doppio” e la verità diventa più preziosa se ricercata insieme, come dimostra il dialogo platonico. La politica deve mirare al bene comune.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Nella sfera pubblica, la filosofia ci serve perché ci fa riscoprire il gusto del ricercare il bene non solo dentro ma anche fuori di noi, perché la verità è partecipazione e se è meno partecipata è meno significativa. Sì, se trovi una verità per te valida potresti fare della tua vita un capolavoro, se però questo “capolavoro” lo condividi e lo rendi partecipe agli altri, la soddisfazione che ne ricavi è doppia sapendo di avere fatto un “bene doppio”. La verità è più bella se ricercata insieme, attraverso il dialogo, come ci insegnano Socrate e Platone. Non è un caso che Platone scriva dei dialoghi… uno che vuole importi una verità, la “sua” verità, scrive un “trattato” dove esprime magari con finezza e maestria la “sua” idea di verità, peccato però che tu la senta come “estranea”, perché ti viene “calata” dall’alto.

Le verità imposte funzionano poco, secondo me; mi riferisco alle verità politiche “imposte”. Il discorso cambia per le verità scientifiche, cioè della scienza, che sono per definizione più elitarie, ma il loro esserlo non le rende meno valide; non è che, siccome la legge di gravitazione non riusciamo a capirla tutti, allora vale di meno… poi, se la capiamo tutti perché c’è qualcuno bravo che ce la spiega, meglio ancora. In ambito politico è necessario che la verità sia frutto di una ricerca del bene comune il più possibile condivisa, affinché tutti possano parteciparne (la politica e partecipazione). Per questo il grande Platone sceglie il mezzo dei dialoghi per dirci che il Bene collettivo – quello con l’iniziale maiuscola – va ricercato tutti insieme. Qualcosa che interessa solo il singolo, “solo il singolo” ce l’ha a cuore, perché è “bene” per sé. Qualcos’altro invece che riguarda tutti, “tutti” se ne fanno carico, perché è “bene” per la collettività.

Conosci Te Stesso: La Ricerca del Bene Individuale e Collettivo

Le riflessioni ispirate al testo “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni esplorano temi di Dio, male e libertà, enfatizzando il valore delle domande nella filosofia. Si distingue tra la filosofia morale, che si occupa del singolo, e quella politica, rivolta alla collettività, evidenziando l’importanza del bene comune e la responsabilità del cittadino nella vita politica.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Vi ho parlato di Dio, del male, della libertà e mi rendo conto che le mie parole potrebbero avere ispirato più domande che risposte. Ciò mi rallegra perché sollevare interrogativi è il mestiere del filosofo. Se volete risposte vi consiglio il reparto di libri di “self help” che potete trovare in qualsiasi libreria; lì scoverete tante risposte preconfezionate di cui i filosofi, quelli veri, cresciuti alla scuola di Socrate e Platone non sanno che farci.

Le risposte ognuno può e deve cercarle in sé, ma siccome è faticoso indagare sé stessi, non tutti sono disposti a farlo. Poi, la filosofia non è solo ricerca della verità individuale, però chi già comincia con quella si può considerare a buon punto. Questo tipo di filosofia dal sapore socratico e riconducibile a un’iscrizione sapienziale incisa in qualche tempio a Delfi, poi divenuta un motto ripreso da Socrate, ovvero “conosci te stesso”, risponde al nome di “filosofia morale”. Se però vogliamo allargare la nostra indagine alla verità collettiva, dobbiamo considerare un’altra branca filosofica: la “filosofia politica”.

Quella morale si occupa del bene del singolo individuo, quella politica del bene dell’intera collettività. Entrambe hanno in comune il “bene”, ma declinato in due maniere diverse che sono pur tuttavia collegate. Questo perché c’è un diretto collegamento tra bene del “singolo” e bene della “collettività”. Chi ha una propria idea di bene è sacrosanto che voglia provare quantomeno ad applicarla alla comunità in cui vive, magari interessandosi di politica. Un buon cittadino ha il dovere di dedicarsi alla politica raggiunta la maturità che porta con sé – solitamente – maggiore saggezza ed esperienza, così la pensavano i tre “mostri sacri” della filosofia greca: Socrate, Platone, Aristotele.

Poi, durante l’età ellenistica, con l’entrata in crisi della democrazia e l’affermazione di una politica espansionistica anche in Grecia, con Alessandro Magno, i filosofi di questo periodo si sono rintanati in sé stessi, o tutt’al più nel loro giardino, come Epicuro. Stoicismo, epicureismo, scetticismo, cinismo, finanche eclettismo sono state tutte filosofie di matrice socratica, che hanno dato del loro meglio in ambito morale. I tempi cambiano e, essendo diventata la politica una faccenda pericolosa, molti in età ellenistica hanno pensato bene di “vivere nascosti”, secondo il motto epicureo.

Dostoevskij e Platone: La Salvezza mediante Buone Opere

Il dibattito tra cattolici e protestanti si concentra sulla questione della salvezza e dell’importanza delle opere. I cattolici sostengono che le opere siano essenziali, mentre i protestanti pongono l’accento sulla predestinazione. L’autore preferisce la visione cattolica, collegandola a Platone e alla filosofia antica, evidenziando il valore delle buone opere, nonostante le critiche alla Chiesa nel Cinquecento.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

La grande questione tra cattolici e protestanti era tutta incentrata sull’importanza da attribuire alle opere. Le “opere” che facciamo ci fanno guadagnare la salvezza della nostra anima immortale? Sì? No? Per i protestanti si è predestinati alla salvezza e le opere non contano nulla se manca la “predestinazione”, che è tutto. Pertanto “le opere” vanno messe in secondo piano? Esse ti fanno guadagnare punti preziosi per la salvezza, perciò tu devi operare bene in vita per “guadagnarti” la ricompensa nell’aldilà, così ribattono i cattolici per cui “predestinazione” e “opere” sono indisgiungibili. Perché? Tu sei “responsabile” di tutto ciò che fai nella vita, dovrai rispondere di qualunque cosa farai, nel bene e nel male. Così la penso e per questo sono più vicino al cattolicesimo che al protestantesimo, teologicamente parlando. Più che altro la posizione cattolica è più in linea con il mio grande amico, che si chiama Aristocle, ma i più lo conoscono con il suo soprannome: Platone. 

Sebbene Dostoevskij sia una delle mie grandi passioni intellettuali, per me Platone è il classico “over the top”, il “non plus ultra”. Sono stato di recente in Grecia ad accompagnare una mia classe in gita. Fra le altre mete (le Meteore, Delfi, Olimpia), abbiamo visitato anche Atene e per suggellare la visita, in una tipica taverna greca con vista direttamente sul Partenone, con alcuni colleghi, come me di professori di filosofia, abbiamo brindato al maestro di tutti noi: Platone. Ho detto “professori”, ma vi confesso che preferisco la dicitura “filosofi”, poiché la formulazione “professori” per coloro che insegnano l’arte filosofica teorizzata nell’antica Grecia da Socrate, mi sembra una formulazione quantomeno imprecisa. Ho buoni motivi per credere che se solo fosse qui tra noi Socrate storcerebbe la bocca nel sentirmi definire me e i miei colleghi “professori”, noi che più di altri dovremmo avere fatto tesoro del significato dell’insegnamento socratico “so di non sapere”.

A ogni modo, vi dicevo di Socrate… molti lo considerano il padre della filosofia e hanno ragione, non voglio dire il contrario. Tuttavia, se non fosse stato per Platone, parliamoci chiaro: chi si sarebbe ricordato di Socrate? Platone ha avuto il merito di rendere immortale Socrate e, scrivendo del suo maestro, ha reso “immortale” anche sé stesso. 

I suoi dialoghi sono quanto di meglio la filosofia antica ci abbia regalato, uno in particolare li sintetizza tutti: “La Repubblica”. Si tratta di un dialogo suddiviso in dieci libri. Nell’ultimo si trova il mito di Er. Qui si parla della ricompensa dei giusti nell’aldilà. Siamo davanti alla “Divina Commedia” prima della “Divina Commedia”. Perché Dante si sarà pure ispirato al “Libro della Scala” degli Arabi, ma è verosimile supporre che conoscesse il mito di Er. Per farvela breve, la morale di questo mito è che la salvezza dobbiamo guadagnarcela con le buone opere, perché se ci comportiamo bene otteniamo una ricompensa, viceversa una punizione. Vi risparmio il contenuto del mito, che non è oggetto di questa lezione e di cui vi ho già parlato altre volte. 

Per spezzare una lancia in favore di Lutero e della sua “protesta”, non tutte le buone opere della Chiesa rinascimentale furono tali. Il motivo del contendere tra cattolici e protestanti sono state le indulgenze, considerate “buone opere”, vale a dire: per salvare le anime dei propri cari estinti, si offriva un soldino alla Chiesa e i preti cattolici promettevano che l’anima del proprio caro defunto sarebbe ascesa, dal limbo del purgatorio, fin sulle vette del paradiso. Diciamocelo con franchezza: Lutero non aveva tutti i torti, la Chiesa cattolica nel Cinquecento non era pia, i papi rinascimentali non erano “stinchi di santo”, le loro virtù erano tutt’altro che specchiate. Tuttavia, il senso di guadagnarsi la salvezza attraverso “buone opere” che siano tali nella sostanza, non va sminuito per colpe gravi della Chiesa cattolica romana del Cinquecento.

La scelta in Kierkegaard e Dostoevskij: La Tragedia della Vita

La riflessione esplora il concetto di libertà attraverso le opere di Dostoevskij e Kierkegaard, evidenziando che la vita implica scelte tragiche, poiché gli esseri umani sono limitati. Nonostante le catene fisiche, la mente rimane libera. Una vita guidata dalla filosofia e dalla fede cristiana, secondo questi autori, offre significato e direzione.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Non so quanto Dostoevskij abbia letto di Kierkegaard, quello che “so” è che la tragedia della vita è la scelta, una “scelta” sempre tragica, perché non si può fare tutto in quanto mortali. Dobbiamo obbligatoriamente scegliere una possibilità piuttosto che un’altra. Kierkegaard l’ha risolta così: “Aut aut”, o A o B, AB insieme non è contemplato.

Possiamo scegliere di fare una cosa per volta, una alla “volta”, perché siamo esseri limitati nello spazio e nel tempo. Siamo qui, adesso. E se siamo “qui”, non possiamo essere lì, “adesso”. La simultaneità e l’ubiquità ci sono precluse in quanto umani, cioè “mortali”. Come sapeva bene Kierkegaard (e anche Dostoevskij), la scelta ha sempre a che fare con la libertà: noi siamo liberi di scegliere, nessuno può toglierci una sia pur residuale, infinitesimale libertà. Pure un condannato a morte, che è in catene, può comunque scegliere come salire sul patibolo, se con dignità o meno; pertanto, sta a lui decidere con quale atteggiamento abbandonare le sue spoglie mortali. Perché si può incatenare il corpo di una persona, ma non la sua anima, che qui uso come sinonimo di mente: l’anima-mente è libera. Nessun tiranno può incatenare il pensiero di un condannato. Il pensiero vola libero, perché o è “libero”, o non è. E dato che tutti pensiamo, siamo tutti potenzialmente “liberi”. Il problema è che a volte rinunciamo a pensare, lasciamo che lo facciano altri per noi, che ovviamente pensano bene al loro tornaconto e non ai nostri interessi.

Come sanno bene i filosofi, da Socrate in poi, per essere liberi occorre pensare con la propria testa. I filosofi ti insegnano a essere “libero”, a “pensare” per conto tuo. E in questo sia Kierkegaard sia Dostoevskij sono maestri. Se scelgo sono libero, dunque, e se lo sono, un destino tragico mi attende: sapere di avere un numero limitato di possibilità nella vita. Perciò devo giocarmi bene le mie carte, imparando a scegliere con estrema accuratezza. E come lo imparo? Scegliendo di vivere filosofando, perché una vita guidata dalla bussola della filosofia permette di non smarrirsi nei meandri di un’esistenza vuota e insignificante, un’esistenza che gira su sé stessa senza una meta precisa. Questa meta per Kierkegaard e Dostoevskij è chiara: è cristiana. Il primo la identifica con Dio, perché la scelta migliore che possiamo fare per lui è scegliere una vita religiosa alla maniera di Abramo (sia fatta la Sua volontà). Il secondo la fa coincidere con Cristo, per credere nel Padre occorre passare per il tramite del Figlio, che ha saputo prendere sotto la sua ala protettiva i peccatori promettendo loro la remissione dei loro peccati, se avessero abbandonato tutto e lo avessero seguito.

Ecco che cos’è la vita per un cristiano: seguire Cristo, il suo esempio tragico, quello di chi si è caricato su di sé la propria croce e se l’è portata fino in cima al Golgota.

Dostoevskij e Kierkegaard contro Hegel: L’individuo al primo posto

Kierkegaard, filosofo ottocentesco, critica l’ottimismo di Hegel sulla storia, proponendo una filosofia focalizzata sull’individuo piuttosto che sulla collettività. Sottolinea l’importanza della scelta personale e il rischio che le vite vengano sacrificate per fini storici, ritenendo necessaria una riflessione esistenziale simile a quella di Socrate.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Prima ancora degli esistenzialisti del Novecento che vi ho nominato, ce n’è uno dell’Ottocento che merita una menzione speciale da parte mia. Mi riferisco al danese Søren Kierkegaard, ovvero: il filosofo della scelta, per antonomasia. Filosofo anti-hegeliano della prima metà dell’Ottocento, mentre Dostoevskij ha vissuto più la seconda metà dell’Ottocento, che è un periodo più inquieto per la storia del pensiero, a differenza della prima metà che fu un periodo dove c’era tanto ottimismo. Si era da poco usciti dal Settecento, che è stato il “secolo dei lumi”, il secolo del trionfo della ragione. Così nei primi decenni dell’Ottocento prende piede il mito del progresso, che impone la convinzione – per alcuni aspetti condivisibile e per altri discutibile – che gli esseri umani si trovavano nella migliore delle epoche storiche. 

Era infatti convinzione del più grande filosofo d’inizio Ottocento, Hegel, che le epoche future sarebbero state migliori dell’epoca presente, così come la sua epoca era migliore di quelle che l’avevano preceduta. Hegel aveva una visione della storia fin troppo ottimistico-progressista, quando invece un approccio più pragmatico e meno idealista di quello hegeliano ci suggerirebbe quantomeno cautela. Lungo il corso della storia si incontrano frequenti interruzioni e talvolta involuzioni di quello che parrebbe essere un cammino progressivo e migliorativo, “parrebbe” appunto, senza esserlo davvero. Kierkegaard non lo soffriva proprio, Hegel intendo; infatti, porrà l’accento sulle criticità della filosofia hegeliana, che si è occupata delle masse, della collettività, ma non delle singole vite umane.

Hegel non ha remore nel giustificare che alle volte debbano venire immolate sull’altare della Storia delle vite, come nel caso delle guerre. Per Kierkegaard dobbiamo altresì ritornare a focalizzarci sull’individuo, ritornare a fare filosofia alla maniera socratica, una filosofia esistenziale. Già, perché Socrate in un certo senso è stato il primo “esistenzialista” degno di questo nome. Ci ha fatto fare i conti con il senso dell’esistere e sull’importanza di farlo seguendo il proprio pensiero e realizzando il proprio scopo: il suo era quello di filosofare. Perciò, così come aveva sempre vissuto decise che tanto valeva morire, filosofando appunto. Il singolo individuo conta per Kierkegaard, che di Socrate è “figlio”, filosoficamente parlando.

Kierkegaard disprezza e non riesce a capacitarsi della noncuranza con cui Hegel lascia che i grandi condottieri della storia utilizzino per i loro loschi fini di conquista i singoli individui considerati alla stregua di “carne da cannone” e poco gli importa che la storia sia un “banco di macelleria”.

Dostoevskij e l’esistenzialismo

Dostoevskij è visto come un precursore dell’esistenzialismo, con opere come “Memorie dal sottosuolo” considerate filosofiche. L’autore esplora il senso dell’esistenza, la libertà e la morte, collegando le esperienze traumatiche della guerra con le riflessioni esistenziali. La morte, secondo lui e altri filosofi, conferisce significato alla vita.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Dostoevskij viene considerato da molti: uno dei progenitori dell’esistenzialismo. Dostoevskij e l’esistenzialismo è un collegamento per me fin troppo evidente… a tal proposito, è necessario che vi parli di un libricino dostoevskiano che, sebbene breve, non per questo è meno importante di altri, anzi… c’è persino chi sostiene che è il romanzo più filosofico di Dostoevskij, sto parlando di “Memorie dal sottosuolo”, il suo romanzo più “esistenzialista”. Personalmente non sono d’accordo, perché “I fratelli Karamazov” e “I demoni”, per spessore filosofico, gli stanno una spanna sopra. Certo, i gusti sono “gusti”, ognuno è sacrosanto che abbia i suoi, tant’è vero che, nel novero dei libri dostoevskiani filosoficamente superiori, c’è pure chi vi annovera “L’idiota”, che ha secondo me degli spunti favolosi, uno su tutti: l’idea che la bellezza possa avere una valenza salvatrice. Pur tuttavia, gusto mio, lo metto fuori dal podio delle tre opere più filosofiche di Dostoevskij, che sono anche le mie preferite. Ovviamente è una classifica personale la mia, del tutto opinabile, come tutte le “classifiche” basate sul gusto “personale”. A ogni modo, su questo fantomatico podio al terzo posto – medaglia di bronzo – ci metterei “Memorie dal sottosuolo”, come vi dicevo: l’opera di Dostoevskij che rimanda di più all’esistenzialismo… 

Innanzitutto, cos’è l’esistenzialismo? Si tratta di una corrente di pensiero che si diffonderà a cavallo tra le due guerre mondiali. Quindi, quando parliamo di “esistenzialismo”, parliamo degli anni Venti e Trenta del Novecento, quando gli uomini sono usciti da quell’immane carneficina che era stata la Prima guerra mondiale. C’erano entrati tutti contenti in guerra, alcuni pensando che potesse forgiare i popoli, come se la guerra potesse mai essere un “bene”… mah! Pian piano, però, pure i più entusiasti dovettero convincersi di quell’abominio che quella – come ogni altra guerra – fu… aveva ucciso milioni di esseri umani, prodotto mutilati non solo nel fisico ma anche – e soprattutto – nella mente. Persone che erano diventate le ombre di loro stesse e che si sono portate avanti questo trauma per tutta la vita. 

Da questo spaventoso “trauma” emerge una riflessione profonda, esistenziale appunto, che rimette in discussione il senso dell’esistere, ponendo al centro di tutto: un pensiero che doveva fare i conti con la finitezza. E fin qui, niente di nuovo, dato ciò in cui consiste la vita umana. La filosofia si è sempre occupata del nostro complicato rapporto con la finitudine, da Socrate in poi. Il problema però si intensifica e diventa ancora più vibrante quando a morire sono tanti giovani e le cause sono tutto fuorché naturali, perché le armi che li hanno uccisi sono artificialmente create dall’uomo, che è il peggior nemico di sé stesso, come vi ho già detto. 

Nella “Apologia”, dopo essere stato condannato dai suoi concittadini, Socrate stesso si esprime così, cito a memoria: “Io vado a morire e voi a vivere, chi di noi due va verso il meglio è oscuro a tutti, fuori che a dio […]”. Con “dio” qui Socrate/Platone non intende ovviamente il Dio cristiano, è “dio” con la minuscola, non ha nulla a che vedere con quello con la maiuscola dei cristiani. Lo ricordo – ma già lo saprete senz’altro – la filosofia greca viene prima del cristianesimo… a ogni modo, trovo indicativo questo atteggiamento di curiosità di Socrate verso ciò che potrebbe essere la morte. Lo reputo molto sintomatico di una certa indole filosofica di vederla come l’evento culminante della vita, che le conferisce il senso ultimo. Uno dei padri dell’esistenzialismo novecentesco, tanto stimabile come filosofo quanto disprezzabile come uomo (per via delle sue simpatie naziste), sto parlando di Martin Heidegger (l’autore di “Essere e tempo”), teorizza l’essere-per-la-morte. In sintesi, Heidegger sostiene che la nostra vita abbia tanto più senso visto che c’è la morte, perché ogni cosa che facciamo è in funzione di essa, con la quale – dolenti o nolenti – dovremmo tutti farci i conti. Infatti, cos’è la morte se non la realtà ultima della vita? 

Da buon anticipatore dell’esistenzialismo del Novecento, anche Dostoevskij nelle sue opere è costretto a fare i conti – come tutti gli esseri umani – con questa “realtà ultima”, che influenza le nostre azioni in vita. In un certo senso, potremmo dire che la morte sia ciò che ci rende davvero liberi. Eh già, vi è uno stretto nesso tra libertà e morte, una diretta correlazione. Perché? Penso sia a causa della nostra finitudine, connaturata alla nostra vita, al nostro essere cioè costretti a fare quello che secondo gli esistenzialisti si chiama: “scegliere”. Delle parole significative sulla filosofia della scelta le spenderà per esempio Jean-Paul Sartre, l’altro grande esistenzialista del Novecento (autore de “L’Essere e il Nulla” che già dal titolo si capisce quanto scimmiotti “Essere e Tempo” di Heidegger). Un altro esistenzialista degno di nota del Novecento sarà Camus, che è il mio preferito e che intrattiene un legame ancora più esplicito con Dostoevskij (lo citerà spesso nelle sue opere). Anche se Camus è più scrittore che filosofo. Invece Sartre e Heidegger sono più filosofi di razza, sebbene siano più difficili perché più teoretici, però non hanno di certo la stoffa letteraria di Camus, vincitore del premio Nobel per la letteratura. Anche se, a dirla tutta, pure Sartre lo vincerà, ma lo rifiuterà al contempo, il Nobel intendo…

“Il dio del tennis” in lizza per l’edizione 2022 del Premio Fiesole Narrativa Under 40

Ringrazio per la grande opportunità, che rende onore a una storia di riscatto sportivo; scrivendola, ho voluto nobilitare il valore della lotta contro le avversità, che possono renderci più forti nel momento in cui riusciamo a trovare in noi la forza per superarle (qualora possibile).

COMPIERE LO SCOPO PER CUI SI È AL MONDO, RINGRAZIAMENTO IN TRE PUNTI

1. Lottare per vincere è l’unica cosa che conta e non vincere

Onorato ed emozionato di essere in lizza per l’edizione 2022 del Premio Fiesole Narrativa Under 40 con il mio romanzo “Il dio del tennis”, uscito di recente con Clown Bianco Edizioni.

Ringrazio per la grande opportunità, che rende onore a una storia di riscatto sportivo; scrivendola, ho voluto nobilitare il valore della lotta contro le avversità, che possono renderci più forti nel momento in cui riusciamo a trovare in noi la forza per superarle (qualora possibile).

Lo sport mi ha insegnato il valore del sacrificio, il dovere di sudarsi ogni benedetta vittoria, mai regalata, osando quel colpo in più e confidando nella Fortuna che aiuta gli audaci, come già sapevano i nostri avi Latini.

Avere più voglia di vincere dell’avversario è il lievito madre di ogni vittoria; poi se non si riesce nell’intento, poco importa. L’essenziale è mettercela tutta.

Lo sport – così come la vita – ci insegna che non si può vincere sempre. Lottare per vincere è l’unica cosa che conta e non vincere.

Sono sempre stato affascinato dalle imprese sportive degli outsider, di chi per svariati motivi parte sfavorito e poi finisce per assaporare la vittoria, anche per una sola volta nella vita.

Per qualche comprensibile motivo (forse la capacità di immedesimarsi nel vincitore contro pronostico), chi più vince da favorito, più risulta antipatico. I narratori di sport lo sanno e per questo esaltano le imprese degli sfavoriti. Non c’è niente di più romanzesco che rovesciare il pronostico.

Sarà per questo che, da narratore, non mi riconosco nella logica eccessiva del “vincere” come “l’unica cosa che conta”. Se non vinci, non sei nessuno, perché? Se non lotti, tutt’al più, hai ben poco di cui andare fiero, dico io. Questione di punti di vista.

2. L’unica guerra che merita di essere combattuta

Sono contento di essere stato un tennista e ora di avere anche scritto di tennis, uno sport che annovera un pregio non da poco secondo me. Ti ricorda che chi sta dall’altra parte della rete è solo un “avversario”, perché in fondo non esistono “nemici”, come alcune persone in malafede vorrebbero farci credere per piegarci ai loro giochi di potere. “Armatevi e partite, per Dio, per la patria, per la famiglia”, quanti di noi si sono tramutati in “carne da cannone” lasciandosi abbindolare da simili slogan guerrafondai? Troppi. Era davvero necessario per la migliore sorte dell’umanità? Da antihegeliano convinto non credo. Ciò che condivido invece di Hegel è il modo di rapportarsi col mondo, per come è. Fermo restando, però, che il primo passo verso un sostanziale miglioramento comincia teorizzando un mondo “migliore” alla maniera di Platone, senza dimenticarsi di quello su cui appoggiamo i piedi. Motivo per cui la querelle tra pensatori realisti e idealisti è presto risolta. La ragione è nella via mediana tra questi due opposti, che è anche la via più saggia in quanto più equilibrata.

Ne sanno qualcosa i narratori, consapevoli che le loro storie non reggerebbero senza equilibrio narrativo, così come qualsiasi squadra di qualunque sport non arriverebbe a certi risultati senza avere trovato il proprio equilibrio interno. Vale ugualmente per il tennista migliore, che non può che essere colui che riesce a sviluppare un gioco più equilibrato rispetto ai suoi avversari.

Persino i migliori giocatori si rendono conto di quanto effimera sia la gloria. Un giorno il “migliore” si chiama Sampras, quello dopo Federer, quello dopo ancora Nadal, poi Djokovic e via di questo passo. Riferirsi a qualcuno appellandolo come “migliore” nel suo settore di competenza ha senso solo se si trae da costui un esempio di condotta nella vita di tutti i giorni, pur essendo consapevoli che certe vette non competono a tutti. Alcuni riescono più di altri, mentre unico è il traguardo ingrato che ci attende e che dovrebbe tanto più invitarci a fare la pace, piuttosto che la guerra.

L’unica “guerra” che merita di essere combattuta è quella della vita contro la morte; l’esito della quale appare scontato ma, finché la vita avrà una parola da opporre alla morte, non sarà mai detta l’ultima. Ci aspetta una lotta titanica, quotidiana, incessante… una lotta a perdere, perlomeno se si decide di rimanere in un ambito squisitamente terreno. Questione di scelta personale, materia di fede.

Il “dio” di cui faccio cenno nei capitoli e nel titolo del mio romanzo tennistico “Il dio del tennis” va distinto da quel Dio extra-terreno a cui non mi stanco di credere, pur alla maniera dei filosofi. Per deontologia professionale (ed esistenziale aggiungerei), il mio non può che essere un credo “problematico”, che tiene conto del dubbio e accetta di confrontarsi con esso senza assecondarlo, anche se la tentazione nichilista in certi giorni può apparire forte.

Del resto, cosa pretendere da chi ha intitolato il suo romanzo d’esordio dedicato ai dorati anni universitari “Il circolo dei nichilisti” e fa ammettere all’io narrante protagonista vagamente autobiografico di essere stato un bambino alquanto stravagante, uno di quelli che posando lo sguardo al cielo già si poneva la domanda filosofica per eccellenza: “Perché c’è il tutto anziché il niente?”.

3. L’invenzione in malafede del nemico

Tra il tutto e il niente c’è di mezzo la vita, che amo celebrare nei miei romanzi. “Il dio del tennis” non fa eccezione: è una storia di vita ispirata a nessun tennista in particolare, ma in cui ciononostante si possono identificare svariati giocatori che hanno calcato i campi di tutto il mondo, da quelli meno prestigiosi fino ad arrivare a quelli del gotha del tennis mondiale.

Il protagonista Giovanni è tutto fuorché un vincente. È uno che lotta sia dentro sia fuori dal campo, la sua parabola è simile a quella di molti e le sue vicissitudini somigliano a una giostra impazzita. Un continuo saliscendi con uno scopo ben preciso: la risalita dagli inferi, anabasi, dopo esservi disceso, catabasi. Ogni cosa che vive ha il proprio scopo, dice Aristotele. Allo stesso modo, sono convinto che ogni narrazione debba avere il “proprio scopo”.

A essere sincero, non sono un amante dei finali aperti che lasciano in bocca al lettore un sapore d’incompiutezza. Mi piace credere che Aristotele avesse ragione nel dire che tutti abbiamo uno scopo da portare a termine. Per questo non si possono concepire storie con trame incompiute e, men che meno, con personaggi senz’arte né parte. Per indole non comincio a scrivere un libro se non so come farlo finire e non lascio a metà i personaggi che creo: mi scatenerebbe una rabbia che non saprei gestire, perché da premuroso padre letterario ambisco per loro a vederli più o meno felici, più o meno sistemati.

In un certo senso, credo che si dovrebbero distinguere due aspetti importanti del nostro essere umani, che vuol dire mortali. In quanto tali, da un lato finiamo per capitolare al cospetto del Grande Nemico, la morte appunto, dall’altro chi ci dice che simile Nemico ci sottrae alla vita da incompiuti? Credo che non solo in narrativa possano esserci vite compiute di personaggi, ma che esistano “vite compiute” di persone reali. Poi può anche avverarsi il contrario, sia in narrativa sia nella vita reale. L’amara verità che esistano storie e “vite incompiute”, però, non toglie meno “verità” a quelle storie o vite che riescono a raggiungere un degno compimento.

Ho detto che la vita avrà sempre una parola da opporre alla morte e questa non può che essere: amore. Esso è il più degno “coronamento” di ogni vita e di ogni storia a essa ispirata. Che cos’è l’amore? Credo dovremmo figurarcelo come una scala che dall’amore di sé ci porta alla più alta forma di amore, quella per il tutto o per Dio, a seconda delle proprie convinzioni. Ne risulta qualcosa di molto somigliante a quello che diceva Platone (non a caso sono autore di un saggio il cui titolo è già tutto un programma: “Eros alato”). La tappa intermedia per arrampicarsi in questa “scala” è l’amore per gli altri, ivi compresi i propri avversari.

A tale riguardo, nessuno sport come il tennis ti fa capire quanto “l’altro” sia per noi funzionale. Io non gioco – cioè non mi diverto – a tennis senza l’altro che mi sta di fronte e con il quale pratico degli scambi; lui tira la palla a me e io la tiro a lui, dall’altra parte del campo. Quando vado in battuta non a caso “servo” e l’altro “riceve”, nessuno gioca da solo a tennis a meno che non voglia tirarla contro il muro, ma in questo caso sarebbe peggio che giocare contro il banco al casinò. Il muro vince sempre.

La grandiosità dello sport è che i muri li tira giù e fa giocare assieme persino acerrimi “nemici”, o presunti tali. Lo sport abbatte i muri, crea ponti inaspettati e insperati tra i popoli, tra le persone; permette il dialogo che favorisce a sua volta la distensione dei rapporti. E in tempi di tensioni su scala planetaria, si dovrebbe all’opposto ritornare a un approccio più realista ai problemi. Tale “approccio” negli anni Settanta è stato adottato con successo da Henry Kissinger, stratega della realpolitik “a stelle e strisce”, nonché uno dei fautori di quel capolavoro diplomatico realizzato a cavallo tra il 1971 e il 1972 e passato alla storia come “diplomazia del ping pong”. Quantomeno curioso come questo sport di racchetta abbia reso possibile il clamoroso avvicinamento tra Cina e Stati Uniti, due potenze agli antipodi per concezioni filosofiche e visioni politiche: comunista l’una, capitalista l’altra, ora tornate a essere a dir poco sospettose l’una nei confronti dell’altra. Ripassare la storia non può farci male.

Precondizione di ogni dialogo distensivo è l’essere consapevoli di quella relazione speciale che c’è tra noi e gli altri, che ha spinto numerosi filosofi a riconoscere la natura relazionale dell’essere umano. Per favorire questa benevola inclinazione di pensiero, potrebbe venirci in soccorso proprio il tennis, il più “relazionale” degli sport. Tale relazionalità è tanto vicendevole quanto conflittuale. L’avversario mi pone davanti dei problemi che devo risolvere se non voglio soccombere ad essi e di conseguenza perdere la partita. Tra tutti gli avversari il più tosto da affrontare è quello che ci ritroviamo davanti ogni mattina: quello riflesso nello specchio. Avversario, questo, che possiamo battere come e più di chiunque altro, perché dovremmo conoscerlo meglio di tutti. Il guaio è quando non ci si conosce abbastanza, perché chi non ha una sufficiente conoscenza di sé rischia di rimanere un incompiuto.

In fin dei conti aveva ragione Socrate: conosci te stesso. Più arriveremo a conoscerci, aggiungo io, più soddisfazioni potremo toglierci, nel tennis come nella vita.

Volevo limitarmi a un ringraziamento e, per l’eterogenesi dei fini, ho finito con lo svelare il messaggio che sta dietro al mio romanzo “Il dio del tennis”: lottare ogni giorno per compiere lo scopo per cui si è al mondo.  

La filosofia non è una scienza ma è un’arte. Spiegazione in sei punti essenziali

Perché non c’è “una filosofia”, ma ne esistono di diverse? Questo perché la filosofia è plurale e antidogmatica per definizione, proprio come lo è la scienza, o per meglio dire: le scienze. Il filosofo non spaccia verità, offre semplicemente un diverso angolo di visione della realtà, alternativo a quello della massa. Ogni filosofo ha il suo angolo visuale, il suo personale buco della serratura da cui osserva con meraviglia il mondo; sul nesso che c’è tra filosofia e meraviglia si leggano le pagine immortali di Aristotele nella “Metafisica”.

Primo punto, il senso del limite

La filosofia non è una scienza, ma il paradosso – i paradossi piacciono molto ai filosofi – è che la sua influenza sulla scienza è evidente. In che modo? Per via di un metodo che è possibile definire “scientifico”, che la filosofia ha trasmesso alla scienza, qualunque “scienza”; un metodo basato sul celebre dubbio cartesiano, che vanta come progenitori gli antichi filosofi scettici.

La filosofia ha fatto e continua a far porre alle scienze dei seri interrogativi sulle finalità che esse dovrebbero perseguire. Fino a “dove” possono spingersi senza mettere in pericolo di autoestinzione l’essere umano, l’unico animale in grado di provocare o accelerare la propria distruzione? Questo è l’interrogativo più pressante che la filosofia “sbatte in faccia” a ogni scienza cosiddetta “esatta”.

Una prova sconcertante di questa capacità autodistruttiva propria dell’uomo sono state le bombe atomiche sganciate il 6 e il 9 agosto del 1945 sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, che hanno sì messo la parola “fine” alla Seconda guerra mondiale, ma hanno anche inaugurato l’inquietante epoca storica ancora in corso di svolgimento. Quale? Quella che potremmo definire a pieno titolo come “l’età della deterrenza nucleare”, per l’appunto “ancora in corso” perché non è cessata con la Guerra Fredda nel 1991, anno dello scioglimento dell’Unione Sovietica.

Battuta l’Unione Sovietica in quella che è passata alla storia come “Guerra Fredda”, gli Stati Uniti hanno dovuto e continuano a dover affrontare altri nemici: il terrorismo sia interno sia esterno e la fin qui muscolare concorrenza geopolitica di superpotenze emergenti, su tutte la Cina. Il primo nemico che sembrava se non del tutto sconfitto, quantomeno in forte contenimento, potrebbe rialzare la testa dopo il recente assalto al Campidoglio di quelli che sarebbero sbagliato definire soltanto degli “eccentrici” e il precipitare degli avvenimenti in Afghanistan, che riportano le lancette della storia indietro di vent’anni. Mentre il secondo nemico potrebbe alla lunga innescare – Dio non voglia – la famosa “trappola di Tucidide”, dal nome dell’autore del classico della storiografia antica, “La guerra del Peloponneso”; trappola che consisterebbe nella disgraziata eventualità per cui la potenza emergente, messa alle strette e sentendosi in trappola, potrebbe reagire cominciando una guerra contro la potenza egemone; una guerra finalizzata a sostituirsi a quest’ultima nel ruolo di potenza egemonica, un po’ quanto avvenuto – per la precisione – nell’antichità tra l’emergente Atene e l’egemone Sparta, con la Cina calata nella parte della prima e gli Stati Uniti nella parte della seconda, volendo attualizzare.

Già all’indomani degli avvenimenti giapponesi, che posero fine al più sanguinoso e odioso conflitto della storia, alcuni scienziati hanno posto i riflettori sull’orlo del precipizio che sta lì davanti a noi, costituito da un’eventuale, ulteriore guerra mondiale, che, se combattuta, potrebbe portare all’estinzione dell’intero genere umano, o – tutt’al più – andarci molto vicino. Parafrasando il fisico Albert Einstein, una delle più geniali menti del Novecento, in caso si arrivasse a combattere una Terza guerra mondiale è lecito aspettarsi che un’ulteriore Quarta verrebbe combattuta con le clave di pietra…

Le scienze, tra cui la fisica che ha portato alla sciagurata creazione delle armi atomiche, soffrono da sempre di smanie di onnipotenza e anelano all’illimitato, mentre la filosofia insegna loro a fare i conti con il senso del limite, di cui molto spesso esse si dimenticano. In particolare, c’è una branca della filosofia, la filosofia morale, che si occupa di ricordarci i nostri limiti. Quale utilità potrebbe mai avere tale fastidioso promemoria? Potrebbe tornarci utile per superare questi “limiti”, perché solo ammettendoli ci è dato modo di cominciare un processo di costante, faticoso miglioramento atto a superarli, uno alla volta; per quanto ne rimarrebbe sempre uno pressoché invalicabile. Mi rendo conto che ciò che ci ricorda la nostra fondamentale impotenza può dare fastidio, ma fare finta di essere indistruttibili equivarrebbe a prendersi in giro e questo sarebbe un atteggiamento poco filosofico. Più del nostro “meglio” non ci è dato fare, non siamo onnipotenti. Prima lo capiremo e prima dimostreremo un’attitudine filosofica.  

Secondo punto, la filosofia è un insieme di filosofie e la più socratica è quella morale

S’immagini la filosofia come una grande scatola che ne contiene al proprio interno di più piccole. Ecco, la morale è uno di questi contenitori più “piccoli” contenuto dentro la più “grande” scatola filosofica. Motivo per cui la morale è quella sottocategoria filosofica più socraticamente intesa, ossia più praticata da Socrate, colui che in molti considerano il fondatore della filosofia; tant’è vero che si divide un periodo prima e uno dopo di lui, un po’ com’è stato fatto in ambito cristiano dove c’è stata una suddivisione tra un’età precedente e un’altra successiva alla venuta di Cristo.

Di cosa si occupa la filosofia morale? Per prima cosa bisogna sgomberare il campo agli equivoci: il filosofo morale “alla Socrate” non ha la benché minima pretesa di “farci la predica”, bensì vuole stimolarci a riflettere su ciò che è lecito considerare giusto e – di conseguenza – su cosa invece non lo sia. Perché soccorrere una persona che sta per affogare in mare è da considerarsi come un qualcosa di intrinsecamente giusto in sé e per sé, mentre togliere la vita non è mai giusto o lo è solo a determinate condizioni, a seconda di quale morale si voglia abbracciare, se una idealistica piuttosto che una realistica? Ce lo spiegano “le” filosofie morali, al plurale appunto, perché vi sono “più filosofie” all’interno del grande contenitore filosofico, ma ve ne sono anche di diverse all’interno delle singole scatole filosofiche contenute all’interno del più “grande contenitore”. Tanto da potersi spingere a dire che la filosofia è un insieme di scatole, ognuna con la propria legittimità e importanza. La più socratica di queste scatole è la filosofia morale.

Perché non c’è “una filosofia”, ma ne esistono di diverse? Questo perché la filosofia è plurale e antidogmatica per definizione, proprio come lo è la scienza, o per meglio dire: le scienze. Il filosofo non “spaccia” verità, offre semplicemente un diverso angolo di visione della realtà, alternativo a quello della massa. Ogni filosofo ha il suo angolo visuale, il suo personale buco della serratura da cui osserva con meraviglia il mondo; sul nesso che c’è tra filosofia e meraviglia si leggano le pagine immortali di Aristotele nella “Metafisica”.

Terzo punto, eccentricità e interiorità della filosofia

La filosofia è la più eccentrica delle discipline. Il suo sapere stesso è stravagante, nel senso che è più metodologico che contenutistico.

Contenuti filosofici ce ne sono e sono – ovviamente – le parole scritte ma anche i discorsi riportati per iscritto dei filosofi che ci accompagnano di epoca in epoca in un viaggio emozionante alla scoperta del pensiero, che non fa che ripensarsi in continuazione. Un viaggio più interiore che esteriore, che parte dal proprio sé e in esso fa ritorno.

Quarto punto, conosci te stesso e diventerai il pastore della tua vita

L’obiettivo più grande e nobile che ciascun filosofo si pone nella propria indagine onnicomprensiva della realtà è la conoscenza di sé. “Conosci te stesso”, questo è il severo monito socratico. Solo chi arriverà a conoscersi fino in fondo potrà dirsi libero. Da cosa? Dalla tirannia del conformismo, che porta all’adeguarsi alla massa con la patetica scusa del “tutti la pensano così e quindi è bene che io mi adegui”; imperdonabile “scusa” che spesso ci fa comportare da pecore belanti e ci impedisce di diventare i pastori delle nostre vite.

Come si fa a diventare il proprio pastore? Basta ritagliarsi uno spazio per pensare anziché limitarsi a vivere ogni momento con frenesia, perché “chi vuol essere lieto, sia: di doman non c’è certezza”. Magari questo modo di pensare poteva andare bene per il rinascimentale Lorenzo de’ Medici, ma non può funzionare per chi crede nel dovere dell’affrontare le grandi sfide di domani; “sfide” che impongono al singolo l’infaticabile ricerca della propria dose quotidiana di certezza, resistendo alla tentazione d’imboccare scorciatoie facili e fatalistiche.

Quinto punto, andare veloce non ti fa arrivare dove vorresti davvero

La filosofia è amica della lentezza. Il filosofo va lento mentre tutti gli altri attorno a lui corrono, il più delle volte senza sapere di preciso per andare dove. Il filosofo va “piano” perché vuole arrivare “lontano”, come insegna la troppo bistrattata saggezza popolare, non sempre in disaccordo con quella filosofica. Se proprio la si vuole dire, il filosofo è più un maratoneta che un centometrista; si rende conto che la vita è una maratona, si corre sulle lunghe distanze e la sua parte più succosa la si assapora “durante” la corsa e non al traguardo, uguale e deprimente per tutti.

Dov’è che ci conduce questa disciplina atipica, la filosofia? In noi stessi, come già detto. In una certa misura è come se ci restituisse a noi stessi. La filosofia ha la grande pretesa di insegnarci a pensare con la nostra testa, pensiero che può nascere solo da un’intima e profonda conoscenza di sé.    

Sesto punto, l’arte del dubitare

Se non è una scienza, allora che cos’è questa particolare disciplina? La filosofia è un’arte, l’arte del dubitare di tutto per comprendere meglio il Tutto che ci circonda.

La filosofia ti apre gli occhi

A quelli che mi chiedono a cosa serve la filosofia, mi sento di rispondere: la filosofia ti apre gli occhi.

Certi professori ti cambiano la vita, è proprio vero. A me è successo in età liceale, in terza liceo, quando conobbi la mia professoressa di filosofia. Fu la prima a credere in me. Fino a quel momento ero stato uno studente discontinuo, con una predilezione per le materie umanistiche. In italiano me l’ero sempre cavata, leggevo un po’ di tutto e i miei temi erano famosi tra i miei compagni. Perché? Uno stile pungente e uno spiccato spirito critico mi guadagnarono non solo consensi, ma anche attriti con i miei compagni e alcuni docenti.

La scintilla scoccò quando incontrai sul mio cammino la filosofia, una materia tanto misteriosa, all’inizio, quanto stimolante man mano che la conoscevo meglio. Cominciarono le prime verifiche, i primi risultati eccellenti e, dopo essere stato per anni un buon tennista, m’interessai sempre meno al tennis e sempre più al “so di non sapere” di Socrate, al mondo delle idee di Platone, all’atarassia di Epicuro… da quel momento in poi non fu più possibile per me vivere senza filosofia.  

Come conoscenze appresi le principali teorie professate dai filosofi nel corso dei secoli. Imparai che non potrebbe darsi alcuna filosofia senza il dubbio; un dubbio metodico, strategico oserei dire, che impone la hegeliana “fatica del concetto”, il lavorio incessante della mente che non si accontenta di quel poco che sa ma che, vorace, vuole sapere sempre di più; peculiarità della filosofia è appunto questa sua curiosità innata. Il filosofo proprio perché ammette socraticamente di “non sapere” è portato a interessarsi a tutto, non si pasce mai delle proprie limitate conoscenze, bensì è in perenne ricerca della verità. Una verità che in filosofia non è mai definitiva ma in continua evoluzione, come ci insegna Socrate; una verità che per i nostri deficit strutturali – in quanto umani – non possiamo comprendere del tutto, ma che ci comprende perché – appunto – più grande di noi.  

La filosofia mi ha permesso di dare sostanza al mio stile, una sostanza filosofica che mi ha fatto capire che quando scrivevo o parlavo più che agli aggettivi dovevo badare agli argomenti che avevo da dire. Ora come ora, non posso non reputarmi fortunato essendo riuscito a coronare il mio sogno di ragazzo: fare un lavoro che mi permettesse di parlare e scrivere. I miei discorsi, i miei libri non avrebbero avuto ragione d’essere senza il felice incontro con la filosofia, che ha stimolato la mia vena argomentativa e critica. Grazie alla filosofia ho capito che non c’è niente di meglio che pensare con la propria testa, credere nelle proprie idee ed escogitare il modo più efficace per comunicarle.  A quelli che mi chiedono a cosa serve la filosofia, mi sento di rispondere: la filosofia ti apre gli occhi. Perlomeno, a me li ha aperti, per questo non finirò mai di ringraziarla.