Platone e il Bene Comune: Riflessioni Filosofiche

La filosofia nell’ambito pubblico ci invita a cercare il bene sia dentro che fuori di noi, attraverso la partecipazione collettiva alla verità. La condivisione crea un “bene doppio” e la verità diventa più preziosa se ricercata insieme, come dimostra il dialogo platonico. La politica deve mirare al bene comune.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Nella sfera pubblica, la filosofia ci serve perché ci fa riscoprire il gusto del ricercare il bene non solo dentro ma anche fuori di noi, perché la verità è partecipazione e se è meno partecipata è meno significativa. Sì, se trovi una verità per te valida potresti fare della tua vita un capolavoro, se però questo “capolavoro” lo condividi e lo rendi partecipe agli altri, la soddisfazione che ne ricavi è doppia sapendo di avere fatto un “bene doppio”. La verità è più bella se ricercata insieme, attraverso il dialogo, come ci insegnano Socrate e Platone. Non è un caso che Platone scriva dei dialoghi… uno che vuole importi una verità, la “sua” verità, scrive un “trattato” dove esprime magari con finezza e maestria la “sua” idea di verità, peccato però che tu la senta come “estranea”, perché ti viene “calata” dall’alto.

Le verità imposte funzionano poco, secondo me; mi riferisco alle verità politiche “imposte”. Il discorso cambia per le verità scientifiche, cioè della scienza, che sono per definizione più elitarie, ma il loro esserlo non le rende meno valide; non è che, siccome la legge di gravitazione non riusciamo a capirla tutti, allora vale di meno… poi, se la capiamo tutti perché c’è qualcuno bravo che ce la spiega, meglio ancora. In ambito politico è necessario che la verità sia frutto di una ricerca del bene comune il più possibile condivisa, affinché tutti possano parteciparne (la politica e partecipazione). Per questo il grande Platone sceglie il mezzo dei dialoghi per dirci che il Bene collettivo – quello con l’iniziale maiuscola – va ricercato tutti insieme. Qualcosa che interessa solo il singolo, “solo il singolo” ce l’ha a cuore, perché è “bene” per sé. Qualcos’altro invece che riguarda tutti, “tutti” se ne fanno carico, perché è “bene” per la collettività.

Conosci Te Stesso: La Ricerca del Bene Individuale e Collettivo

Le riflessioni ispirate al testo “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni esplorano temi di Dio, male e libertà, enfatizzando il valore delle domande nella filosofia. Si distingue tra la filosofia morale, che si occupa del singolo, e quella politica, rivolta alla collettività, evidenziando l’importanza del bene comune e la responsabilità del cittadino nella vita politica.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Vi ho parlato di Dio, del male, della libertà e mi rendo conto che le mie parole potrebbero avere ispirato più domande che risposte. Ciò mi rallegra perché sollevare interrogativi è il mestiere del filosofo. Se volete risposte vi consiglio il reparto di libri di “self help” che potete trovare in qualsiasi libreria; lì scoverete tante risposte preconfezionate di cui i filosofi, quelli veri, cresciuti alla scuola di Socrate e Platone non sanno che farci.

Le risposte ognuno può e deve cercarle in sé, ma siccome è faticoso indagare sé stessi, non tutti sono disposti a farlo. Poi, la filosofia non è solo ricerca della verità individuale, però chi già comincia con quella si può considerare a buon punto. Questo tipo di filosofia dal sapore socratico e riconducibile a un’iscrizione sapienziale incisa in qualche tempio a Delfi, poi divenuta un motto ripreso da Socrate, ovvero “conosci te stesso”, risponde al nome di “filosofia morale”. Se però vogliamo allargare la nostra indagine alla verità collettiva, dobbiamo considerare un’altra branca filosofica: la “filosofia politica”.

Quella morale si occupa del bene del singolo individuo, quella politica del bene dell’intera collettività. Entrambe hanno in comune il “bene”, ma declinato in due maniere diverse che sono pur tuttavia collegate. Questo perché c’è un diretto collegamento tra bene del “singolo” e bene della “collettività”. Chi ha una propria idea di bene è sacrosanto che voglia provare quantomeno ad applicarla alla comunità in cui vive, magari interessandosi di politica. Un buon cittadino ha il dovere di dedicarsi alla politica raggiunta la maturità che porta con sé – solitamente – maggiore saggezza ed esperienza, così la pensavano i tre “mostri sacri” della filosofia greca: Socrate, Platone, Aristotele.

Poi, durante l’età ellenistica, con l’entrata in crisi della democrazia e l’affermazione di una politica espansionistica anche in Grecia, con Alessandro Magno, i filosofi di questo periodo si sono rintanati in sé stessi, o tutt’al più nel loro giardino, come Epicuro. Stoicismo, epicureismo, scetticismo, cinismo, finanche eclettismo sono state tutte filosofie di matrice socratica, che hanno dato del loro meglio in ambito morale. I tempi cambiano e, essendo diventata la politica una faccenda pericolosa, molti in età ellenistica hanno pensato bene di “vivere nascosti”, secondo il motto epicureo.

Dostoevskij e Platone: La Salvezza mediante Buone Opere

Il dibattito tra cattolici e protestanti si concentra sulla questione della salvezza e dell’importanza delle opere. I cattolici sostengono che le opere siano essenziali, mentre i protestanti pongono l’accento sulla predestinazione. L’autore preferisce la visione cattolica, collegandola a Platone e alla filosofia antica, evidenziando il valore delle buone opere, nonostante le critiche alla Chiesa nel Cinquecento.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

La grande questione tra cattolici e protestanti era tutta incentrata sull’importanza da attribuire alle opere. Le “opere” che facciamo ci fanno guadagnare la salvezza della nostra anima immortale? Sì? No? Per i protestanti si è predestinati alla salvezza e le opere non contano nulla se manca la “predestinazione”, che è tutto. Pertanto “le opere” vanno messe in secondo piano? Esse ti fanno guadagnare punti preziosi per la salvezza, perciò tu devi operare bene in vita per “guadagnarti” la ricompensa nell’aldilà, così ribattono i cattolici per cui “predestinazione” e “opere” sono indisgiungibili. Perché? Tu sei “responsabile” di tutto ciò che fai nella vita, dovrai rispondere di qualunque cosa farai, nel bene e nel male. Così la penso e per questo sono più vicino al cattolicesimo che al protestantesimo, teologicamente parlando. Più che altro la posizione cattolica è più in linea con il mio grande amico, che si chiama Aristocle, ma i più lo conoscono con il suo soprannome: Platone. 

Sebbene Dostoevskij sia una delle mie grandi passioni intellettuali, per me Platone è il classico “over the top”, il “non plus ultra”. Sono stato di recente in Grecia ad accompagnare una mia classe in gita. Fra le altre mete (le Meteore, Delfi, Olimpia), abbiamo visitato anche Atene e per suggellare la visita, in una tipica taverna greca con vista direttamente sul Partenone, con alcuni colleghi, come me di professori di filosofia, abbiamo brindato al maestro di tutti noi: Platone. Ho detto “professori”, ma vi confesso che preferisco la dicitura “filosofi”, poiché la formulazione “professori” per coloro che insegnano l’arte filosofica teorizzata nell’antica Grecia da Socrate, mi sembra una formulazione quantomeno imprecisa. Ho buoni motivi per credere che se solo fosse qui tra noi Socrate storcerebbe la bocca nel sentirmi definire me e i miei colleghi “professori”, noi che più di altri dovremmo avere fatto tesoro del significato dell’insegnamento socratico “so di non sapere”.

A ogni modo, vi dicevo di Socrate… molti lo considerano il padre della filosofia e hanno ragione, non voglio dire il contrario. Tuttavia, se non fosse stato per Platone, parliamoci chiaro: chi si sarebbe ricordato di Socrate? Platone ha avuto il merito di rendere immortale Socrate e, scrivendo del suo maestro, ha reso “immortale” anche sé stesso. 

I suoi dialoghi sono quanto di meglio la filosofia antica ci abbia regalato, uno in particolare li sintetizza tutti: “La Repubblica”. Si tratta di un dialogo suddiviso in dieci libri. Nell’ultimo si trova il mito di Er. Qui si parla della ricompensa dei giusti nell’aldilà. Siamo davanti alla “Divina Commedia” prima della “Divina Commedia”. Perché Dante si sarà pure ispirato al “Libro della Scala” degli Arabi, ma è verosimile supporre che conoscesse il mito di Er. Per farvela breve, la morale di questo mito è che la salvezza dobbiamo guadagnarcela con le buone opere, perché se ci comportiamo bene otteniamo una ricompensa, viceversa una punizione. Vi risparmio il contenuto del mito, che non è oggetto di questa lezione e di cui vi ho già parlato altre volte. 

Per spezzare una lancia in favore di Lutero e della sua “protesta”, non tutte le buone opere della Chiesa rinascimentale furono tali. Il motivo del contendere tra cattolici e protestanti sono state le indulgenze, considerate “buone opere”, vale a dire: per salvare le anime dei propri cari estinti, si offriva un soldino alla Chiesa e i preti cattolici promettevano che l’anima del proprio caro defunto sarebbe ascesa, dal limbo del purgatorio, fin sulle vette del paradiso. Diciamocelo con franchezza: Lutero non aveva tutti i torti, la Chiesa cattolica nel Cinquecento non era pia, i papi rinascimentali non erano “stinchi di santo”, le loro virtù erano tutt’altro che specchiate. Tuttavia, il senso di guadagnarsi la salvezza attraverso “buone opere” che siano tali nella sostanza, non va sminuito per colpe gravi della Chiesa cattolica romana del Cinquecento.

La Libertà Secondo Dostoevskij e Sant’Agostino

La libertà, secondo Dostoevskij e Sant’Agostino, è un concetto complesso che va oltre le scelte quotidiane. Mentre la “libertas minor” rappresenta la libertà terrena, la “libertas maior” è la libertà spirituale che si trova in Cristo. Solo seguendo Cristo si può raggiungere una vera libertà, oltre la finitezza dell’esistenza.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Dopo avervi parlato di “intelligenza euclidea” e “curiosità”, vorrei ora ritornare alla libertà… la “libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber. Per Dostoevskij ha un’altra valenza, anche se l’idea di Gaber non è male… se vi dovessi dire per me, beh, “per me” la libertà è la più bella cosa che ci possa essere. Come ho fatto nel mio libro, “La tragedia della libertà”, voglio anche oggi chiedere aiuto a Sant’Agostino per definirla meglio, questa “bella cosa” che è la libertà. Chiedere aiuto ai grandi pensatori ci facilita la vita, di questo sono convinto.
Ognuno di noi la mattina è libero di… non so, alzarsi dal letto, prepararsi una tazza di caffè, magari correggerla con del latte, inzupparci i biscotti, poi andare al lavoro, prendere una strada X piuttosto che una strada Y. Quella è libertà, okay? Per Agostino d’Ippona – per alcuni “santo” – questa libertà è da considerarsi minore, perché ce n’è un’altra di libertà, ben più grande. Lui infatti distingue una “libertas minor” è una “libertas maior”. La seconda è la più importante e coincide con la libertà in Cristo, quella cristiana, tanto per intenderci.

Sant’Agostino, o Agostino d’Ippona che dir si voglia, prima che essere un filosofo, è stato un teologo. Egli aveva filtrato – con il suo “filtro cristiano” – molti concetti della filosofia di Platone. C’è chi lo considera – a ragion veduta secondo me – il più imprescindibile neoplatonico cristiano. Quindi, ecco, come già accennato, Agostino ci parla di una “libertas maior” che si può trovare soltanto in Cristo. Grosso modo Dostoevskij la pensa come l’Ipponense. La libertà noi la possiamo trovare soltanto scegliendo Cristo, mettendoci sulle sue orme. Perché? La questione non è così complicata: noialtri, in questo mondo, “hic et nunc”, in questa vita, possiamo beneficiare soltanto di una “libertas minor”. Siamo liberi di fare ciò che vogliamo confinati però nella finitezza della nostra esistenza. Se tu credi che tutto finisca qui e ora, rinunci a credere che ci sia un aldilà alla maniera cristiana, puoi considerarti “libero” fino a un certo punto. Questo perché la morte ti rende schiavo della finitezza, che è ciò che ti caratterizza.

Lezioni sul Principe Myškin e la Bellezza

Nove lezioni per inaugurare il Nuovo Anno ispirate a “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” (https://bit.ly/4qddOab) di Marco Apolloni (https://bit.ly/4qeRQnu) – LEZIONE 4

Tema. La lezione del principe Myskin sulla bellezza nell’Idiota, ovvero: che rapporto c’è tra bellezza esteriore e interiore?

“Sono note le somiglianze del principe Myškin con la figura di Cristo. Il Salvatore è anche il portatore di quella bellezza abbagliante che discende sulla Terra e che rappresenta un faro per un’umanità disorientata, i cui ideali sono minacciati costantemente dal tarlo insinuante del nichilismo. Nichilisti sono i salotti che frequenta Myškin, dove questa bellezza illuminante viene sbiadita e offuscata da una società corrotta dalle seduzioni dell’intelligenza euclidea, in perenne ricerca di un’insoddisfacente verità teorica. Una verità, cioè, che non soddisfa l’essenza spirituale dell’essere umano. Per questi motivi, Myškin assomiglia anche al Don Chisciotte di Cervantes, oltre che a Cristo. Quindi, in materia di bellezza, si può ritenere Dostoevskij un platonico, per il quale bellezza esteriore e interiore sono un tutt’uno inseparabile, poiché l’esteriorità deve specchiarsi nell’interiorità.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 198)

Insegnamento. La bellezza esteriore è poca cosa senza quella interiore nella quale deve specchiarsi, come pretende Platone e anche Dostoevskij.

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]

“Il dio del tennis” in lizza per l’edizione 2022 del Premio Fiesole Narrativa Under 40

Ringrazio per la grande opportunità, che rende onore a una storia di riscatto sportivo; scrivendola, ho voluto nobilitare il valore della lotta contro le avversità, che possono renderci più forti nel momento in cui riusciamo a trovare in noi la forza per superarle (qualora possibile).

COMPIERE LO SCOPO PER CUI SI È AL MONDO, RINGRAZIAMENTO IN TRE PUNTI

1. Lottare per vincere è l’unica cosa che conta e non vincere

Onorato ed emozionato di essere in lizza per l’edizione 2022 del Premio Fiesole Narrativa Under 40 con il mio romanzo “Il dio del tennis”, uscito di recente con Clown Bianco Edizioni.

Ringrazio per la grande opportunità, che rende onore a una storia di riscatto sportivo; scrivendola, ho voluto nobilitare il valore della lotta contro le avversità, che possono renderci più forti nel momento in cui riusciamo a trovare in noi la forza per superarle (qualora possibile).

Lo sport mi ha insegnato il valore del sacrificio, il dovere di sudarsi ogni benedetta vittoria, mai regalata, osando quel colpo in più e confidando nella Fortuna che aiuta gli audaci, come già sapevano i nostri avi Latini.

Avere più voglia di vincere dell’avversario è il lievito madre di ogni vittoria; poi se non si riesce nell’intento, poco importa. L’essenziale è mettercela tutta.

Lo sport – così come la vita – ci insegna che non si può vincere sempre. Lottare per vincere è l’unica cosa che conta e non vincere.

Sono sempre stato affascinato dalle imprese sportive degli outsider, di chi per svariati motivi parte sfavorito e poi finisce per assaporare la vittoria, anche per una sola volta nella vita.

Per qualche comprensibile motivo (forse la capacità di immedesimarsi nel vincitore contro pronostico), chi più vince da favorito, più risulta antipatico. I narratori di sport lo sanno e per questo esaltano le imprese degli sfavoriti. Non c’è niente di più romanzesco che rovesciare il pronostico.

Sarà per questo che, da narratore, non mi riconosco nella logica eccessiva del “vincere” come “l’unica cosa che conta”. Se non vinci, non sei nessuno, perché? Se non lotti, tutt’al più, hai ben poco di cui andare fiero, dico io. Questione di punti di vista.

2. L’unica guerra che merita di essere combattuta

Sono contento di essere stato un tennista e ora di avere anche scritto di tennis, uno sport che annovera un pregio non da poco secondo me. Ti ricorda che chi sta dall’altra parte della rete è solo un “avversario”, perché in fondo non esistono “nemici”, come alcune persone in malafede vorrebbero farci credere per piegarci ai loro giochi di potere. “Armatevi e partite, per Dio, per la patria, per la famiglia”, quanti di noi si sono tramutati in “carne da cannone” lasciandosi abbindolare da simili slogan guerrafondai? Troppi. Era davvero necessario per la migliore sorte dell’umanità? Da antihegeliano convinto non credo. Ciò che condivido invece di Hegel è il modo di rapportarsi col mondo, per come è. Fermo restando, però, che il primo passo verso un sostanziale miglioramento comincia teorizzando un mondo “migliore” alla maniera di Platone, senza dimenticarsi di quello su cui appoggiamo i piedi. Motivo per cui la querelle tra pensatori realisti e idealisti è presto risolta. La ragione è nella via mediana tra questi due opposti, che è anche la via più saggia in quanto più equilibrata.

Ne sanno qualcosa i narratori, consapevoli che le loro storie non reggerebbero senza equilibrio narrativo, così come qualsiasi squadra di qualunque sport non arriverebbe a certi risultati senza avere trovato il proprio equilibrio interno. Vale ugualmente per il tennista migliore, che non può che essere colui che riesce a sviluppare un gioco più equilibrato rispetto ai suoi avversari.

Persino i migliori giocatori si rendono conto di quanto effimera sia la gloria. Un giorno il “migliore” si chiama Sampras, quello dopo Federer, quello dopo ancora Nadal, poi Djokovic e via di questo passo. Riferirsi a qualcuno appellandolo come “migliore” nel suo settore di competenza ha senso solo se si trae da costui un esempio di condotta nella vita di tutti i giorni, pur essendo consapevoli che certe vette non competono a tutti. Alcuni riescono più di altri, mentre unico è il traguardo ingrato che ci attende e che dovrebbe tanto più invitarci a fare la pace, piuttosto che la guerra.

L’unica “guerra” che merita di essere combattuta è quella della vita contro la morte; l’esito della quale appare scontato ma, finché la vita avrà una parola da opporre alla morte, non sarà mai detta l’ultima. Ci aspetta una lotta titanica, quotidiana, incessante… una lotta a perdere, perlomeno se si decide di rimanere in un ambito squisitamente terreno. Questione di scelta personale, materia di fede.

Il “dio” di cui faccio cenno nei capitoli e nel titolo del mio romanzo tennistico “Il dio del tennis” va distinto da quel Dio extra-terreno a cui non mi stanco di credere, pur alla maniera dei filosofi. Per deontologia professionale (ed esistenziale aggiungerei), il mio non può che essere un credo “problematico”, che tiene conto del dubbio e accetta di confrontarsi con esso senza assecondarlo, anche se la tentazione nichilista in certi giorni può apparire forte.

Del resto, cosa pretendere da chi ha intitolato il suo romanzo d’esordio dedicato ai dorati anni universitari “Il circolo dei nichilisti” e fa ammettere all’io narrante protagonista vagamente autobiografico di essere stato un bambino alquanto stravagante, uno di quelli che posando lo sguardo al cielo già si poneva la domanda filosofica per eccellenza: “Perché c’è il tutto anziché il niente?”.

3. L’invenzione in malafede del nemico

Tra il tutto e il niente c’è di mezzo la vita, che amo celebrare nei miei romanzi. “Il dio del tennis” non fa eccezione: è una storia di vita ispirata a nessun tennista in particolare, ma in cui ciononostante si possono identificare svariati giocatori che hanno calcato i campi di tutto il mondo, da quelli meno prestigiosi fino ad arrivare a quelli del gotha del tennis mondiale.

Il protagonista Giovanni è tutto fuorché un vincente. È uno che lotta sia dentro sia fuori dal campo, la sua parabola è simile a quella di molti e le sue vicissitudini somigliano a una giostra impazzita. Un continuo saliscendi con uno scopo ben preciso: la risalita dagli inferi, anabasi, dopo esservi disceso, catabasi. Ogni cosa che vive ha il proprio scopo, dice Aristotele. Allo stesso modo, sono convinto che ogni narrazione debba avere il “proprio scopo”.

A essere sincero, non sono un amante dei finali aperti che lasciano in bocca al lettore un sapore d’incompiutezza. Mi piace credere che Aristotele avesse ragione nel dire che tutti abbiamo uno scopo da portare a termine. Per questo non si possono concepire storie con trame incompiute e, men che meno, con personaggi senz’arte né parte. Per indole non comincio a scrivere un libro se non so come farlo finire e non lascio a metà i personaggi che creo: mi scatenerebbe una rabbia che non saprei gestire, perché da premuroso padre letterario ambisco per loro a vederli più o meno felici, più o meno sistemati.

In un certo senso, credo che si dovrebbero distinguere due aspetti importanti del nostro essere umani, che vuol dire mortali. In quanto tali, da un lato finiamo per capitolare al cospetto del Grande Nemico, la morte appunto, dall’altro chi ci dice che simile Nemico ci sottrae alla vita da incompiuti? Credo che non solo in narrativa possano esserci vite compiute di personaggi, ma che esistano “vite compiute” di persone reali. Poi può anche avverarsi il contrario, sia in narrativa sia nella vita reale. L’amara verità che esistano storie e “vite incompiute”, però, non toglie meno “verità” a quelle storie o vite che riescono a raggiungere un degno compimento.

Ho detto che la vita avrà sempre una parola da opporre alla morte e questa non può che essere: amore. Esso è il più degno “coronamento” di ogni vita e di ogni storia a essa ispirata. Che cos’è l’amore? Credo dovremmo figurarcelo come una scala che dall’amore di sé ci porta alla più alta forma di amore, quella per il tutto o per Dio, a seconda delle proprie convinzioni. Ne risulta qualcosa di molto somigliante a quello che diceva Platone (non a caso sono autore di un saggio il cui titolo è già tutto un programma: “Eros alato”). La tappa intermedia per arrampicarsi in questa “scala” è l’amore per gli altri, ivi compresi i propri avversari.

A tale riguardo, nessuno sport come il tennis ti fa capire quanto “l’altro” sia per noi funzionale. Io non gioco – cioè non mi diverto – a tennis senza l’altro che mi sta di fronte e con il quale pratico degli scambi; lui tira la palla a me e io la tiro a lui, dall’altra parte del campo. Quando vado in battuta non a caso “servo” e l’altro “riceve”, nessuno gioca da solo a tennis a meno che non voglia tirarla contro il muro, ma in questo caso sarebbe peggio che giocare contro il banco al casinò. Il muro vince sempre.

La grandiosità dello sport è che i muri li tira giù e fa giocare assieme persino acerrimi “nemici”, o presunti tali. Lo sport abbatte i muri, crea ponti inaspettati e insperati tra i popoli, tra le persone; permette il dialogo che favorisce a sua volta la distensione dei rapporti. E in tempi di tensioni su scala planetaria, si dovrebbe all’opposto ritornare a un approccio più realista ai problemi. Tale “approccio” negli anni Settanta è stato adottato con successo da Henry Kissinger, stratega della realpolitik “a stelle e strisce”, nonché uno dei fautori di quel capolavoro diplomatico realizzato a cavallo tra il 1971 e il 1972 e passato alla storia come “diplomazia del ping pong”. Quantomeno curioso come questo sport di racchetta abbia reso possibile il clamoroso avvicinamento tra Cina e Stati Uniti, due potenze agli antipodi per concezioni filosofiche e visioni politiche: comunista l’una, capitalista l’altra, ora tornate a essere a dir poco sospettose l’una nei confronti dell’altra. Ripassare la storia non può farci male.

Precondizione di ogni dialogo distensivo è l’essere consapevoli di quella relazione speciale che c’è tra noi e gli altri, che ha spinto numerosi filosofi a riconoscere la natura relazionale dell’essere umano. Per favorire questa benevola inclinazione di pensiero, potrebbe venirci in soccorso proprio il tennis, il più “relazionale” degli sport. Tale relazionalità è tanto vicendevole quanto conflittuale. L’avversario mi pone davanti dei problemi che devo risolvere se non voglio soccombere ad essi e di conseguenza perdere la partita. Tra tutti gli avversari il più tosto da affrontare è quello che ci ritroviamo davanti ogni mattina: quello riflesso nello specchio. Avversario, questo, che possiamo battere come e più di chiunque altro, perché dovremmo conoscerlo meglio di tutti. Il guaio è quando non ci si conosce abbastanza, perché chi non ha una sufficiente conoscenza di sé rischia di rimanere un incompiuto.

In fin dei conti aveva ragione Socrate: conosci te stesso. Più arriveremo a conoscerci, aggiungo io, più soddisfazioni potremo toglierci, nel tennis come nella vita.

Volevo limitarmi a un ringraziamento e, per l’eterogenesi dei fini, ho finito con lo svelare il messaggio che sta dietro al mio romanzo “Il dio del tennis”: lottare ogni giorno per compiere lo scopo per cui si è al mondo.  

La filosofia ti apre gli occhi

A quelli che mi chiedono a cosa serve la filosofia, mi sento di rispondere: la filosofia ti apre gli occhi.

Certi professori ti cambiano la vita, è proprio vero. A me è successo in età liceale, in terza liceo, quando conobbi la mia professoressa di filosofia. Fu la prima a credere in me. Fino a quel momento ero stato uno studente discontinuo, con una predilezione per le materie umanistiche. In italiano me l’ero sempre cavata, leggevo un po’ di tutto e i miei temi erano famosi tra i miei compagni. Perché? Uno stile pungente e uno spiccato spirito critico mi guadagnarono non solo consensi, ma anche attriti con i miei compagni e alcuni docenti.

La scintilla scoccò quando incontrai sul mio cammino la filosofia, una materia tanto misteriosa, all’inizio, quanto stimolante man mano che la conoscevo meglio. Cominciarono le prime verifiche, i primi risultati eccellenti e, dopo essere stato per anni un buon tennista, m’interessai sempre meno al tennis e sempre più al “so di non sapere” di Socrate, al mondo delle idee di Platone, all’atarassia di Epicuro… da quel momento in poi non fu più possibile per me vivere senza filosofia.  

Come conoscenze appresi le principali teorie professate dai filosofi nel corso dei secoli. Imparai che non potrebbe darsi alcuna filosofia senza il dubbio; un dubbio metodico, strategico oserei dire, che impone la hegeliana “fatica del concetto”, il lavorio incessante della mente che non si accontenta di quel poco che sa ma che, vorace, vuole sapere sempre di più; peculiarità della filosofia è appunto questa sua curiosità innata. Il filosofo proprio perché ammette socraticamente di “non sapere” è portato a interessarsi a tutto, non si pasce mai delle proprie limitate conoscenze, bensì è in perenne ricerca della verità. Una verità che in filosofia non è mai definitiva ma in continua evoluzione, come ci insegna Socrate; una verità che per i nostri deficit strutturali – in quanto umani – non possiamo comprendere del tutto, ma che ci comprende perché – appunto – più grande di noi.  

La filosofia mi ha permesso di dare sostanza al mio stile, una sostanza filosofica che mi ha fatto capire che quando scrivevo o parlavo più che agli aggettivi dovevo badare agli argomenti che avevo da dire. Ora come ora, non posso non reputarmi fortunato essendo riuscito a coronare il mio sogno di ragazzo: fare un lavoro che mi permettesse di parlare e scrivere. I miei discorsi, i miei libri non avrebbero avuto ragione d’essere senza il felice incontro con la filosofia, che ha stimolato la mia vena argomentativa e critica. Grazie alla filosofia ho capito che non c’è niente di meglio che pensare con la propria testa, credere nelle proprie idee ed escogitare il modo più efficace per comunicarle.  A quelli che mi chiedono a cosa serve la filosofia, mi sento di rispondere: la filosofia ti apre gli occhi. Perlomeno, a me li ha aperti, per questo non finirò mai di ringraziarla.

“Eros alato”. Novità editoriale

“L’amore ci consente di fuoriuscire dal nostro sé individuale proiettandoci nel sé universale.”

Il momento è quello che è, lo sappiamo. Oggi, però, permettetemi di condividere con voi la gioia per l’uscita del mio “Eros alato“, un’opera di riflessione sul più viscerale ma anche spirituale degli argomenti: l’amore. Ringrazio l’infaticabile Simone Giaconi, la sua preziosa collaboratrice Valentina Castellani della coraggiosa, indipendente, marchigiana GIACONI EDITORE e Platone; il primo per aver creduto sin da subito e con entusiasmo nel contenuto del libro, la seconda per averlo così ben confezionato e il terzo per averlo in parte ispirato. Se vorrete essere fra i primi a leggerlo, ecco un modo veloce e sicuro – che di questi tempi non guasta – per farselo spedire comodamente a casa: http://giaconieditore.com/prodotto/eros-alato/

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“In amore si ama con i sensi, soprattutto però con lo spirito. Dunque, l’amore spirituale è più appagante del solo amore sensuale. Nell’alchimia di due anime innamorate si racchiude il significato della vita umana, che è ricordo della propria origine perduta e della propria discendenza ultraterrena. Dopo ogni orgasmo è come se noi morissimo, la «petite mort» secondo i francesi, per poi rinascere a una nuova vita. Quale? Quella dello spirito, fortificato dal perpetuarsi dell’atto amoroso in cui ci offriamo a un’altra persona per sdebitarci di quanto ricevuto, venendo al mondo. In quest’ottica, fare all’amore non è che un reciproco modo per ringraziarsi. L’amore ci consente di fuoriuscire dal nostro sé individuale proiettandoci nel sé universale.” (Tratto da “Eros alato“, un libro di Marco Apolloni.)

Meritatelo!

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Sarebbe bello che i propri studenti capissero la differenza fra tenere una lezione scimmiottando il manuale di testo, apponendovi qua e là dei commenti integrativi, e preparare una lezione personalizzata, con tanto di materiali curati e selezionati dal docente, che invitino a una riflessione davvero filosofica sui testi degli autori in programma. Sarebbe davvero bello far capire quanto lavoro occulto ci sia dietro a una lezione del secondo tipo e quanto più comodo, facile e poco stimolante sia invece erogare una prestazione del primo tipo neanche si avesse davanti un’utenza acefala che non necessita di essere formata in maniera consapevole e responsabile.

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Fare lezione alla maniera tradizionale, manco ci si trovasse al cospetto di vasi da riempire, non è nel mio stile e se lo facessi mi sembrerebbe di rubare lo stipendio. Lo saprei fare e lo potrei anche fare, ma non lo voglio fare, c’è differenza; una differenza sottile che non tutti possono capire né sono sicuro approvano, non m’importa; non vado in giro a dire agli altri come fare il loro mestiere e altrettanto non vorrei che si facesse con me. Se ciascuno pensasse al suo il mondo sarebbe un posto migliore, così la vedo io.

Credo sia controproducente far passare il messaggio di faciloneria a scuola, ovvero: che la vita sia tutto un continuo scherzo, un gioco da non prendere con la giusta dose di serietà e non invece qualcosa di dannatamente serioso, difficoltoso, perché no. Le difficoltà non si possono sempre svicolare. Magari si potessero zigzagare le traversie della nostra complicata esistenza di esseri umani. A ogni modo, non so quanto possa aiutare i nostri studenti un’eccessiva dose di faciloneria, temo piuttosto che possa danneggiarli. Ci troviamo già ogni giorno a scontrarci con una realtà complessa, come fior d’intellettuali ci hanno più volte fatto notare (penso soprattutto a Edgar Morin). Ragion per cui: non abituare i nostri studenti alle inevitabili difficoltà/complessità che si troveranno a dover fronteggiare usciti da scuola, credo che più che fare loro un favore si faccia loro un torto; non tutto è facile, anzi, niente lo è. Tutto va guadagnato con il sudore della propria fronte, meritato. Si fa tanto un gran parlare di merito, ma quanti di noi docenti sono disposti a rendersi antipatici agli occhi dei loro studenti pur di scovarlo e premiarlo in quelli che davvero se lo meritano? Non è facile, insegnare è tutt’altro che facile, direi che oltre a essere un lavoro è anche una vocazione e io questa vocazione la sento eccome. Perciò, quando le circostanze mi costringono a fare – malgrado non ne abbia voglia – il duro con i miei studenti, non mi sottraggo perché so che è di preciso: il mio dovere.

La vita è un cammino faticoso, non è una passeggiata spensierata. Bisogna sforzarsi, impegnarsi, studiare molto, altro che poco, per ricavarne poi in futuro qualche soddisfazione e, cosa non da meno, comprendere meglio, più in profondità, il presente che si sta vivendo; non basta abituarsi a fare il minimo indispensabile, bisogna fare di più e farlo meglio. Io lo so questo, perciò voglio insegnarlo ad altri. Quando i miei attuali ed ex studenti mi riconoscono questo sforzo sono lieto e mi rammarico invece quando non se ne accorgono, ma non demordo e paziento. Quello dell’insegnante è anche e soprattutto un lavoro di pazienza, paragonabile all’instancabile acqua che scava la roccia.

Ricordo con affetto una mia ex quarta. Il primo mese con loro è stata una lotta senza quartiere, voci di corridoio di miei colleghi mi avevano riportato lamentele sul fatto che fossi con loro troppo esigente, poi però è accaduto qualcosa di bello, che mi ha sorpreso in positivo: hanno cominciato a farsi via via più attenti, disciplinati, studiosi, appassionati alle mie lezioni. All’inizio dell’anno scorso mi hanno inviato una mail che – non mi vergogno a dire – mi ha fatto piangere di commozione. Quei ragazzi che non avevano più bisogno di catturare la mia benevolenza, visto che non ero più il loro professore e tanto più insegnavo in un’altra provincia, mi hanno ringraziato per tutto quello che ho dato loro, non solo in termini di nozioni culturali ma anche in termini umani, di quanto il mio insegnamento sia stato capace di avere un impatto sulle loro vite. Anche altre classi mi hanno dimostrato affetto, ma non fanno testo, perché nelle classi cosiddette facili insegnare è talmente un piacere che neanche sembra un lavoro. Invece questo riconoscimento palesatomi da una classe tutt’altro che facile, mi ha convinto sempre più di avere scelto la professione giusta.

Fra gli insegnamenti che vorrei impartire ai miei ragazzi c’è quello di abituarli a sapersela cavare fuori dall’ambiente protetto delle aule scolastiche, molto simile a quella giungla senza esclusione di colpi che aveva paventato nella sua concezione dello stato di natura Thomas Hobbes; una giungla dove chi ha dei meriti, se non si arrende, poi alla fine qualche soddisfazione riesce a togliersela. Per farcela – però – devo abituarli alle cose difficili. Lo diceva anche Platone nel testo intitolato “Ippia Maggiore”: “Le cose belle sono difficili”. Abituare chi si educa alle cose difficili, significa abituarli alla bellezza e alla complessità della vita, dove nessuno ti regala niente e tutto va meritato. L’imperativo categorico per uno studente? Meritatelo!