Dalla tragedia della vita alla “tragedia della libertà”

La “croce” simboleggia la sofferenza necessaria per la salvezza, evidenziando che il sacrificio è un destino comune. La libertà è intrinsecamente tragica, richiedendo scelte consapevoli. Coloro che temono di scegliere rinunciano alla loro libertà, delegando agli altri il potere decisionale. Essere liberi implica responsabilità verso le proprie scelte.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

La “croce” rappresenta la sofferenza che ciascuno di noi si sobbarca per guadagnarsi la salvezza che passa inevitabilmente per un sacrificio tragico. La tragedia della vita è che dobbiamo sacrificarci tutti, nessuno escluso. E questo destino “tragico” dobbiamo sceglierlo, è questa: “La tragedia della libertà”, che dà il titolo al mio libro. Libertà e tragedia sono un tutt’uno, non ho dubbi. Sono intimamente convinto che la libertà sia tragica, questa è la mia tesi di fondo. Tale insegnamento lo devo senz’altro a Dostoevskij, ma anche al “filosofo della scelta”: Kierkegaard. Il nostro essere costretti a scegliere in ogni istante della nostra esistenza è già di per sé una tragedia, che sa però di libertà. Quale? La “libertà” di scegliere consapevolmente quale possibilità attuare. Una vita filosofica non prescinde da questa “imprescindibile” consapevolezza esistenziale. Laddove altri sono paralizzati dalla scelta, chi vive filosoficamente soppesa bene cosa fare, senza con ciò rinunciare ad agire, in definitiva: a scegliere. 

Ho conosciuto persone che temevano come una pestilenza qualunque scelta. Persone, queste, intrappolate da un’angoscia esistenziale che le rendeva incapaci di vivere, impediva loro di alzarsi dal letto, tanto era il loro “male di vivere”, per dirla con il poeta Eugenio Montale. Individui del genere, che ho incontrato, sono “allergici” alle scelte, eppure scelgono inconsapevolmente, giacché coloro che s’illudono di non scegliere stanno comunque già facendo una scelta, la peggiore di tutte. Quale? Danno agli altri il potere di scegliere per loro e con ciò dimostrano di non voler essere “liberi”. Dunque, sebbene la libertà sia nelle nostre corde: una concreta, quotidiana possibilità per tutti noi, c’è chi fra noi vi rinuncia. Cosa si dovrebbe fare allora? Semplice e difficile allo stesso tempo: ritrovare in sé la forza e il coraggio di scegliere.

Essere liberi significa essere responsabili delle proprie scelte. La libertà non è soltanto “partecipazione”, come cantava Giorgio Gaber. Libertà fa rima con responsabilità, che è un po’ quello che ci insegna la filosofia cristiana. Noi siamo responsabili di ciò che facciamo, sempre.

La Libertà Secondo Dostoevskij e Sant’Agostino

La libertà, secondo Dostoevskij e Sant’Agostino, è un concetto complesso che va oltre le scelte quotidiane. Mentre la “libertas minor” rappresenta la libertà terrena, la “libertas maior” è la libertà spirituale che si trova in Cristo. Solo seguendo Cristo si può raggiungere una vera libertà, oltre la finitezza dell’esistenza.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Dopo avervi parlato di “intelligenza euclidea” e “curiosità”, vorrei ora ritornare alla libertà… la “libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber. Per Dostoevskij ha un’altra valenza, anche se l’idea di Gaber non è male… se vi dovessi dire per me, beh, “per me” la libertà è la più bella cosa che ci possa essere. Come ho fatto nel mio libro, “La tragedia della libertà”, voglio anche oggi chiedere aiuto a Sant’Agostino per definirla meglio, questa “bella cosa” che è la libertà. Chiedere aiuto ai grandi pensatori ci facilita la vita, di questo sono convinto.
Ognuno di noi la mattina è libero di… non so, alzarsi dal letto, prepararsi una tazza di caffè, magari correggerla con del latte, inzupparci i biscotti, poi andare al lavoro, prendere una strada X piuttosto che una strada Y. Quella è libertà, okay? Per Agostino d’Ippona – per alcuni “santo” – questa libertà è da considerarsi minore, perché ce n’è un’altra di libertà, ben più grande. Lui infatti distingue una “libertas minor” è una “libertas maior”. La seconda è la più importante e coincide con la libertà in Cristo, quella cristiana, tanto per intenderci.

Sant’Agostino, o Agostino d’Ippona che dir si voglia, prima che essere un filosofo, è stato un teologo. Egli aveva filtrato – con il suo “filtro cristiano” – molti concetti della filosofia di Platone. C’è chi lo considera – a ragion veduta secondo me – il più imprescindibile neoplatonico cristiano. Quindi, ecco, come già accennato, Agostino ci parla di una “libertas maior” che si può trovare soltanto in Cristo. Grosso modo Dostoevskij la pensa come l’Ipponense. La libertà noi la possiamo trovare soltanto scegliendo Cristo, mettendoci sulle sue orme. Perché? La questione non è così complicata: noialtri, in questo mondo, “hic et nunc”, in questa vita, possiamo beneficiare soltanto di una “libertas minor”. Siamo liberi di fare ciò che vogliamo confinati però nella finitezza della nostra esistenza. Se tu credi che tutto finisca qui e ora, rinunci a credere che ci sia un aldilà alla maniera cristiana, puoi considerarti “libero” fino a un certo punto. Questo perché la morte ti rende schiavo della finitezza, che è ciò che ti caratterizza.