La fede dei capi

La fede (in quel che si va propagandando) è il requisito irrinunciabile per diventare capi, senza non si può assurgere al ruolo di guide politiche. Solo chi ha fede, una fede cieca e assoluta, riesce a muovere, se non le montagne, quantomeno gli eserciti provocando carneficine evitabili (a patto di riuscire a sconfiggere la suggestione delle folle).

I capi devono credere loro per primi alle fandonie, ridicolaggini e insulsaggini che vanno raccontando alle folle giubilanti. Devono possedere una volontà ferrea che compensi la perdita delle volontà degli individui riuniti in una folla. Quindi: la volontà del pastore si estende e viene fatta propria da tutto il gregge. Per fare ciò occorre credere in maniera viscerale a ciò che si dice. Senza questa visceralità il capo non sarebbe tale. Come i migliori piazzisti sanno, per convincere della bontà intrinseca della merce che si sta vendendo, occorre crederci fortemente e prima ancora degli altri a cui si vuol venderla.

“Il più delle volte i capi non sono uomini di pensiero, ma d’azione. Sono poco chiaroveggenti; né potrebbe essere altrimenti, perché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Vengono reclutati soprattutto tra quei nevrotici, esagitati, semi-alienati che vivono al limite della follia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che perseguono, qualunque ragionamento si infrange contro le loro convinzioni. Il disprezzo e le persecuzioni non fanno che eccitarli di più. Interesse personale, famiglia, tutto è sacrificato. Perfino l’istinto di conservazione è distrutto, al punto che il martirio costituisce l’unica ricompensa alla quale quegli individui ambiscano. L’intensità della fede conferisce grande forza di suggestione alle loro parole. La moltitudine dà sempre ascolto all’uomo dotato di forte volontà. Gli individui riuniti in folla perdono la volontà e quindi si rivolgono per istinto verso chi ne possiede una” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, pp. 152-153).

Certo, è facile parlare con il senno di poi, ma è innegabile che Le Bon sembra che si riferisca direttamente a Hitler, Stalin, Mussolini e altri sciagurati loro simili. La fede (in quel che si va propagandando) è il requisito irrinunciabile per diventare capi, senza non si può assurgere al ruolo di guide politiche. Solo chi ha fede, una fede cieca e assoluta, riesce a muovere, se non le montagne, quantomeno gli eserciti provocando carneficine evitabili (a patto di riuscire a sconfiggere la suggestione delle folle). La fede è inoltre la forza motrice che “fa” la Storia. E solo quei capi dotati di una fede incrollabile sono in grado di “fare” la storia. I leader posseggono una “conoscenza istintiva […] dell’anima delle folle” (p. 38) che si trovano a capeggiare.

Il capo e la folla

Le folle hanno una natura fortemente conservatrice. Il loro ribellismo è solo una facciata che cela il loro istintivo servilismo di fronte al Cesare di turno. Passata l’ebbrezza del momento rivoluzionario, esse si rivelano per quello che sono: desiderose di essere soggiogate da un nuovo e più carismatico padrone.

La ricerca di un capo è istintiva e connaturata a qualsiasi gruppo umano, non bisogna avere visto la serie tv “Lost” per saperlo…

Dunque, qual è l’identikit del capo?

“Nella maggior parte dei casi il capo è stato dapprima soltanto un gregario, ipnotizzato dall’idea di cui in seguito è diventato l’apostolo. Questa idea l’ha invaso in modo tale che nulla più esiste al difuori di essa; di modo che ogni opinione contraria sembra errore e superstizione. Così accadde a Robespierre, ipnotizzato dalle sue chimeriche idee, pronto a impiegare metodi degni dell’Inquisizione per propagarle” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 152).

Nella maggioranza dei casi, il capo è un uomo d’azione. Questa sintetica categorizzazione mi fa venire in mente carrellate di dittatori di tutti i secoli. Tra cui quelli del Novecento, per i quali le pagine della “Psicologia delle folle” hanno fatto da “nave scuola”, con Le Bon nelle vesti del loro inconsapevole traghettatore.

Così come ogni gregge ha bisogno di un pastore per essere governato, lo stesso dicasi per una folla che: senza un capo in grado di aizzarla a comando, non riesce ad andare da nessuna parte.

Le folle hanno una natura fortemente conservatrice. Il loro ribellismo è solo una facciata che cela il loro istintivo servilismo di fronte al Cesare di turno. Passata l’ebbrezza del momento rivoluzionario, esse si rivelano per quello che sono: desiderose di essere soggiogate da un nuovo e più carismatico padrone.

Quali caratteristiche deve avere un aizzatore di folle, un leader? “Un capo raramente precede l’opinione pubblica: si limita più spesso ad adottarne gli errori” (p. 234). Ergo: troppa intelligenza può essere d’intralcio per un capo. Questo perché rischia di sgonfiare quella violenza dialettica necessaria a sedurre una folla bisognosa di espressioni forti, solleticata più da parole che lascino trasparire sentimenti palpitanti, anche violenti, piuttosto che freddi ragionamenti, perlopiù utili solo ad annoiarla. L’ideale secondo Le Bon è possedere una “intelligenza limitata” (237).

Ora, quanti politici odierni vi vengono in mente stando a quanto dice Le Bon? Non so voi, a me diversi.

Saper parlare alle folle

Come conquistare il favore delle folle? Con discorsi semplici e il più possibile riconducibili a immagini. Le idee che arrivano alle folle sono solo la pallida eco di quelle che erano in origine. Per poter fare proprie delle idee, le folle hanno bisogno di semplificarle. Le idee complesse non scalfiscono la loro dura corazza.

Come conquistare il favore delle folle? Con discorsi semplici e il più possibile riconducibili a immagini. Le idee che arrivano alle folle sono solo la pallida eco di quelle che erano in origine. Per poter fare proprie delle idee, le folle hanno bisogno di semplificarle. Le idee complesse non scalfiscono la loro dura corazza.

Un oratore è innanzitutto un seduttore, motivo per cui ha maggiori chances di sedurre una folla, che non aspetta altro che qualcuno capace di conquistarla, “qualcuno” che sa bene quali tasti toccare e quali no invece.

“[…] quando le folle, per effetto di sconvolgimenti politici e mutamenti di fede, finiscono col professare un’antipatia profonda per le immagini evocate da certe parole, il primo dovere di un autentico uomo di Stato è quello di cambiare tali parole, senza, beninteso, mutare nulla nella sostanza. Questa infatti è troppo legata alla costituzione ereditaria per poter essere trasformata. Il giudizioso Tocqueville fa notare che il compito del Consolato e dell’Impero fu soprattutto quello di rivestire con parole nuove la maggior parte delle istituzioni del passato, sostituendo termini che suscitavano immagini sgradevoli con altri che, per la loro novità, non le suscitavano più. La taglia diventò pertanto contributo fondario; la gabella, imposta sul sale; gli aiuti, contributi indiretti e diretti; la tassa di dominio si chiamò patente, e così via” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, pp. 139-140).

Quale ammaestramento ricavarne? Cambiano le parole ma non cambia nulla, “de facto”. Il politico intelligente, per non dire furbo, più che altro è un ribattezzatore. Ribattezza e con ciò legittima vecchie politiche coniando nomi nuovi, che le rendono più gradite. La loro grande abilità è quella di saper riscaldare le minestre, veri intenditori di ribollite.

Come impostare un discorso pubblico vincente? “L’oratore che segue il suo pensiero e non quello degli ascoltatori perde, per questo solo fatto, ogni efficacia” (p. 146).

È piuttosto assodato che il bravo oratore sa parlare a braccio, così facendo riesce a essere più coinvolgente del pedante che legge il suo discorsetto preparato a tavolino, limitandosi a enfatizzare con la voce i passaggi più importanti e talvolta neanche quello. Per questo, in un discorso pubblico, è bene appuntarsi quanto di stimolante sollevato dall’uditorio, per avere dei validi appigli da cui partire per ribattere con efficacia punto su punto quelle tesi che contrastino la propria. L’oratore che non fa questo ha già perso in partenza la sfida oratoria. Casomai si dovesse intervenire subito, a freddo, senza avere testato in via preliminare la platea con domande “ad hoc” di scandaglio, meglio restare cauti, sul vago e affondare i propri colpi con pazienza, dopo avere ascoltato le ragioni altrui. Un discorso pubblico vincente – di solito – è un’estenuante prova di resistenza, una “maratona” mi verrebbe da dire, in cui i fuochi d’artificio dialettici è meglio tenerseli per il gran finale. Mentre, per la “captatio benevolentiae”, non guasterebbe cominciare una seduta oratoria con una battuta per dimostrare – sin da subito – acume e simpatia. Doti, queste, di cui un buon oratore non può essere privo.

La natura istintiva e sentimentale delle folle

Anche se una folla è composta da persone intelligenti o equilibrate è più che capace di comportamenti stupidi, per non dire folli.

Il problema fondamentale delle folle? Esse “[…] sono ignare della ragione e mosse soltanto dal sentimento” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 188), ci dice Le Bon.

Anche se una folla è composta da persone intelligenti o equilibrate è più che capace di comportamenti stupidi, per non dire folli. Questo perché: “Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e di conseguenza le loro individualità, si annullano. L’eterogeneo si dissolve nell’omogeneo e i caratteri inconsci predominano” (p. 52).

Che insegnamento trarne? Quando si sta raggruppati in una folla, la diversa estrazione sociale conta meno di zero.

“Annullamento della personalità cosciente, predominio della personalità inconscia, orientamento determinato dalla suggestione e dal contagio dei sentimenti e delle idee in un unico senso, tendenza a trasformare immediatamente in atti le idee suggerite, tali sono i principali caratteri dell’individuo in una folla. Egli non è più se stesso, ma un automa, incapace di esser guidato dalla propria volontà” (p. 55).

Parole sante…

Ricordo la prima volta che andai a vedere una partita di calcio allo stadio, con mio padre. Avevo sei anni e durante il primo tempo rimasi terrorizzato osservando i comportamenti scalmanati di un gruppo di ultras, che mi sedevano intorno. Nel secondo parziale, non solo mi passò lo spavento, ma mi unii a quello che sempre più mi sembrava un delirare tanto insensato quanto divertente. Perché? All’inizio ero solo un bambino di sei anni spaurito, poi divenni parte di quella folla oceanica.

“Poiché la folla è impressionata soltanto da sentimenti impetuosi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare di dichiarazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento sono espedienti familiari agli oratori nelle riunioni popolari” (p. 76).

Della serie: se proprio devi spararla, tanto vale che la spari grossa. Quest’argomentazione di Le Bon mi ricorda tanto le parole di Goebbels: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.

L’effimero prestigio

Questo brano di Le Bon mi fa venire in mente il mondo del calcio. Se a segnare un gol su punizione è Dybala, il tiro sarà sempre considerato dal telecronista di turno una pennellata d’autore anche se dovesse trattarsi di un tiraccio fatto con la suola della scarpa. Se a siglare un gol sempre su punizione con un tiro – in effetti – meraviglioso è un giocatore qualsiasi, invece, magari di una squadra provinciale, per lo stesso telecronista si sarà trattato di un errore di piazzamento del portiere, nella peggiore delle ipotesi, o tutt’al più di un bel tiro anche se casuale, nella migliore.

Che cos’è il prestigio? Sembra avere le idee chiare in proposito Gustave Le Bon: “Per un lettore moderno, l’opera di Omero è fonte di incontestabile e immensa noia; ma chi oserebbe dirlo? Il Partenone, nel suo stato attuale, è un rudere abbastanza privo di interesse; ma ha un tale prestigio che si finisce col vederlo attraverso il velo di tutti i ricordi storici. La caratteristica del prestigio è quella di impedirci di vedere le cose quali sono, di paralizzare i nostri giudizi. Le folle sempre, e gli individui molto spesso, hanno bisogno di opinioni già fatte. Il successo delle opinioni è indipendente della parte di verità o di errore che contengono; poggia unicamente sul loro prestigio” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 167).

Questo brano di Le Bon mi fa venire in mente il mondo del calcio. Se a segnare un gol su punizione è Dybala, il tiro sarà sempre considerato dal telecronista di turno una pennellata d’autore anche se dovesse trattarsi di un tiraccio fatto con la suola della scarpa. Se a siglare un gol sempre su punizione con un tiro – in effetti – meraviglioso è un giocatore qualsiasi, invece, magari di una squadra provinciale, per lo stesso telecronista si sarà trattato di un errore di piazzamento del portiere, nella peggiore delle ipotesi, o tutt’al più di un bel tiro anche se casuale, nella migliore. Lo stesso dicasi per una parata decisiva. Un conto è se la fa Buffon, in tal caso sempre per il “suggestionato” telecronista sarà stata una paratona o addirittura, scomodando un linguaggio biblico a dir poco blasfemo, un “miracolo”. Mentre se a fare la stessa parata è un anonimo portiere di chissà quale squadretta, al massimo gli si può tributare il merito di avere fatto una “onesta” parata. Le definisco: stravaganze del prestigio.

Certo, un calciatore fuoriclasse accumula “prestigio”, di giocata in giocata. Ciononostante, sono persuaso che, con un pizzico di spirito critico in più, si possa arrivare ad ammettere – in tutta onestà – che un gesto tecnico può essere bello, persino degno dell’appellativo di “capolavoro”, indipendentemente da chi lo compie. Perché, non so a voi, ma a me nessuno può farmi il lavaggio del cervello convincendomi che l’ultimo e più brutto dei tiri di Messi, in virtù del maggiore prestigio dell’autore, va considerato migliore – a prescindere – del più incredibile dei gol da centrocampo di un Giaccherini qualsiasi.

In definitiva, credo che il prestigio occorra sudarselo, giorno per giorno, e che non sia soltanto questione di palmares. È questo il bello dello sport, così come della vita: dimostrare sul campo che si merita la vittoria più dell’avversario, così come ogni giorno di essere più forte delle avversità.

Insipido quanto inefficace conservatorismo

Prima della Rivoluzione francese le persone morivano lo stesso a sciami per i più futili motivi e le folle – come entità storicamente costituita – non esistevano ancora. Motivo per cui incolpare di tutti i mali del mondo la Rivoluzione francese e fingersi ciechi per non vedere il grande balzo in avanti fatto fare dalla stessa all’umanità in materia di diritti significa: essere stolti o semplicemente conservatori, il che è lo stesso. Pretendere di conservare le vecchie parrucche così come le vecchie abitudini cos’è infatti se non cieca stoltezza? Il progresso inteso come cambiamento continuo rinvia all’eracliteo fiume dove bagnandosi ogni volta non ci si bagna mai nella medesima acqua e come si potrebbe vista l’incessante mutevolezza delle cose?

Il sottotitolo della “Psicologia delle folle” potrebbe essere “Critica distruttiva della Rivoluzione francese”, non a caso G. Le Bon – l’autore – così si esprime: “Per scoprire che non si può riformare una società da cima a fondo seguendo i dettami della ragione pura, fu necessario massacrare molti milioni di uomini e sconvolgere l’intera Europa per vent’anni” (p. 145). Facile ribattere: senza la stessa, a quest’ora saremmo dei sudditi in balia dei capricci di reucci più o meno illuminati, purtroppo – il più delle volte – “meno” che “più”.

È vero, la violenza delle folle rivoluzionarie si è rivelata spaventosa finanche raccapricciante, ma non addebiterei i morti ammazzati alla follia delle folle, semmai dell’uomo in quanto strano animale sadomasochista, dominato cioè da una componente autodistruttiva che la psicanalisi freudiana ha ribattezzato spirito “thanatico”, da Thanatos personificazione maschile della Morte secondo i Greci; lo stesso spirito può essere detto anche “nichilistico”, a dimostrazione di quanto cambiando una parola non cambi però la sostanza della stessa.

Prima della Rivoluzione francese le persone morivano lo stesso a sciami per i più futili motivi e le folle – come entità storicamente costituita – non esistevano ancora. Motivo per cui incolpare di tutti i mali del mondo la Rivoluzione francese e fingersi ciechi per non vedere il grande balzo in avanti fatto fare dalla stessa all’umanità in materia di diritti significa: essere stolti o semplicemente conservatori, il che è lo stesso. Pretendere di conservare le vecchie parrucche così come le vecchie abitudini cos’è infatti se non cieca stoltezza? Il progresso inteso come cambiamento continuo rinvia all’eracliteo fiume dove bagnandosi ogni volta non ci si bagna mai nella medesima acqua e come si potrebbe vista l’incessante mutevolezza delle cose?

La biologia è la più grande amica del pensiero di Eraclito: si nasce, si cresce, s’invecchia, si muore. Con buona pace di Parmenide e di chi come lui s’immagina l’essere come fissità, l’essere è transeunte, ovvero: per adesso è, fra poco… staremo a vedere. Questo per dire che non ci è dato scegliere se accettare oppure no il cambiamento, così come non si può decidere se vivere o morire poiché vivere sottintende anche morire e, in quest’ottica, vivere è pure cambiare, passare cioè da uno stato dell’essere a un altro fino all’inevitabile epilogo. Perché? Morire non è che un passaggio da uno stato della materia a un altro, dall’essere viventi all’essere parte del tutto, seppure accontentandosi della condizione di polvere cosmica, ovvero polvere siamo e, come c’insegna la Bibbia, polvere torneremo a essere, questa è la nostra essenza da brividi, al solo pensarci. Si veda anche il ciclo buddistico di morti e rinascite tanto simile al principio della termodinamica: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Niente muore davvero e se lo dice anche la scienza… crediamogli. Non per questo, però, ci dobbiamo sentire più consolati a diventare qualcos’altro e, quindi, continuare a perdurare come materia cosmica; giacché, tornando allo stato essenziale di polvere, non è che ci si può continuare a considerare vivi…

Così come l’uomo biologicamente diviene altro, le idee che da lui scaturiscono non possono essere da meno. Perciò cambiano anche se poi – come ha ben intuito Le Bon e anche Tomasi di Lampedusa – non cambiano mai per davvero. Cambiano il nome, non il significato. Un barlume di consolazione lo si può ricavare dal tentativo di progredire effettuato dalla strana creatura umana, che, pur mirando al meglio tante volte, sono più le volte che fa cilecca e compie il peggio. Le rivoluzioni sono imperfette, così come le religioni, idem qualunque altra invenzione umana, perché l’uomo non è perfetto, perfettibile però sì, quantomeno ci prova, bisogna riconoscerglielo.

La Rivoluzione francese aspramente criticata da Le Bon, non differisce di una virgola da questa logica incentrata sull’errore e sull’errare caratterizzante l’animale uomo. Nelle sue mille imperfezioni e crudeltà – la ghigliottina e la guerra su tutte – gli eventi del 1789 e successivi hanno portato a cambiamenti significativi nella vita delle persone, tutt’altro che negativi. Il più significativo dei quali è avere reso gli individui: più adulti, padroni nel bene e nel male del loro destino politico più di quanto non lo fossero nell’ancien régime, dei cittadini pensanti e non soltanto dei sudditi adoranti, con dei diritti e – non dimentichiamolo – dei doveri ben precisi.

Nell’analizzare l’opera di Le Bon occorre secondo me salvare la bontà di alcune intuizioni sul funzionamento psicologico delle folle – la storia purtroppo gli ha dato ampiamente ragione – e buttare a mare certe considerazioni propagandistiche in chiave antiprogressista, sintomo di un insipido quanto inefficace conservatorismo.

Il problema della “volontà di potenza”

[…] ritengo la filosofia nietzscheana un pensiero a uso e consumo del singolo, non delle masse.
La storia ci ha insegnato che quando si è tentato sciaguratamente di applicare il pensiero nietzscheano alle masse ne sono emersi tutti i punti negativi, che in fin dei conti sono riscontrabili in tutte le filosofie. Il nazismo dunque ha strumentalizzato per i suoi fini distorti Nietzsche.

Diventare ciò che si è” significa nietzscheanamente realizzare la propria “volontà di potenza”, oltrepassare il ponte che dall’uomo proietta al Superuomo, ovvero divenendo a tutti gli effetti: il dio di se stesso. E se ognuno è il proprio dio, non c’è bisogno del Dio nei cieli e per ogni uomo c’è una morale propria che gli si addice. Per questo Nietzsche apre la breccia al relativismo dei valori della nostra epoca, da alcuni ritenuto una liberazione, gli anticristiani che vedono nietzscheanamente nel cristianesimo l’origine di tutti i mali dell’uomo, e da altri invece un’aberrazione, i cristiani o coloro che sono idealmente vicini alle istanze cristiane. A chi vada la ragione è da vedere, anche se, abbracciando una visione relativistica dell’esistenza, si potrebbe dire che la ragione vada sia agli uni sia agli altri, in quanto con alcuni funziona di più una certa visione del mondo, mentre con altri un’altra, è relativo appunto, dipende dal singolo. Motivo per cui ritengo la filosofia nietzscheana un pensiero a uso e consumo del singolo, non delle masse.
La storia ci ha insegnato che quando si è tentato sciaguratamente di applicare il pensiero nietzscheano alle masse ne sono emersi tutti i punti negativi, che in fin dei conti sono riscontrabili in tutte le filosofie. Il nazismo dunque ha strumentalizzato per i suoi fini distorti Nietzsche. Badate bene, non voglio dire che lo abbia snaturato. Di certo qualcosa della filosofia nietzscheana è compatibile con la perversione nazista (soprattutto per quanto concerne il concetto di “volonta di potenza” mi vien da dire), però credo ci sia fra le righe una parte del pensiero nietzscheano che si possa e si debba salvare. A cosa mi riferisco? Alla valenza che esso ha per il singolo individuo, lo stimolo vitalistico che le parole di Nietzsche riescono a infondere nel lettore non del tutto sprovveduto, ovvero quello capace di farsi ispirare dal genio “sano” e perdonare il folle “malato”. Sanità e malattia sono infatti due categorie imprescindibili che si devono tenere in debito conto se si vuole meglio comprendere, cioè abbracciare, la complessità nietzscheana.
In ultima analisi, ciò che dico è molto semplice: c’è un Nietzsche “sano” che credo vada tutelato come patrimonio dell’umanità e un Nietzsche “malsano” che ritengo vada compatito. Perché? Non so voi, ma io ho un rispetto enorme per le persone che soffrono sia a livello fisico sia psichico e Nietzsche credo si possa ragionevolmente dire che abbia sofferto abbastanza nella sua vita. Ragion per cui se in alcune delle sue pagine a prevalere è più il livore della genialità, da uomo a uomo, non mi sento – in tutta franchezza – di fargliene una colpa.

Contro la morale idealistica kantiana

Bestia irriconoscibile questo “buon senso”, tutti ne parlano e per tutti è relativo. C’è un buon senso per ogni individuo e, per di più, non ce ne è uno per ognuno che valga per tutte le stagioni, di solito cambia a seconda della convenienza del momento. Io posso parlare di cosa significa per me avere “buon senso” qui e ora, che, nel mio piccolo, cerco di possedere e applicare, ma faccio fatica a pensarne uno dalla valenza universale, intendendo con ciò: universalmente valido.

Quando sento nominare il cosiddetto “buon senso” metto mano non alla pistola come diceva Goebbels quando sentiva parlare di cultura, ma toccare ferro per fare i debiti scongiuri, be’, quello sì. Perché? Chi stabilisce cos’è “buon senso” e cosa no invece? Bestia indecifrabile questo “buon senso”, tutti ne parlano e per tutti è relativo. C’è un buon senso per ogni individuo e, come se non bastasse, non ce ne è uno che valga per tutte le stagioni (di solito cambia a seconda della convenienza del momento). Io posso parlare di cosa significa per me avere “buon senso” qui e ora, ma faccio fatica a pensarne uno dalla valenza universale, intendendo con ciò: universalmente valido.
Persino applicare sempre il biblico, sacrosanto e condivisibile comandamento “non uccidere”, scritto a caratteri cubitali sulle tavole della Legge che Dio – secondo la tradizione – ha consegnato a Mosè, può risultare tutt’altro che semplice. Come mai? Si dia il caso che qualcuno ci punti una pistola contro ed esploda dei colpi, che riusciamo per miracolo a schivare. Al contempo ci è data un’arma e la possibilità di usarla per difenderci, sparando prima che questo “qualcuno” non ci stenda con una pallottola ben calibrata. Chi, a queste condizioni, rifiuterebbe la legittima difesa, ovvero lottare per avere salva la vita e chi altresì accetterebbe il suo destino di agnellino sacrificale senza colpo ferire? Io non saprei come reagirei (né vorrei mai saperlo), però qualche dubbio credo che mi sfiorerebbe la mente. Del resto anche lo Stato del Vaticano è per la reazione difensiva in caso di attacco armato ai suoi danni, il che è tutto dire.
Qui, quindi, non contesto tanto la bontà del “non uccidere” in sé e per sé, che peraltro fa parte della regola aurea comune a tutte le religioni, quanto l’universale validità della sua applicazione concreta in tutte le possibili e immaginabili situazioni che la vita potrebbe porci davanti. Motivo per cui reputo quantomeno “presuntuoso” propagandare ancora oggi come universalmente validi e comunemente accettabili “imperativi categorici” dal sapore kantiano che, seppure favolosi sul piano teorico, alla prova dei fatti si rivelano – per usare un eufemismo – di “difficile applicazione”. Ancor più dopo il sanguinoso Novecento che ci siamo lasciati alle spalle (non che i secoli precedenti siano stati più pacifici).
Dopo “non uccidere”, si prenda un altro “imperativo categorico” che fa un po’ acqua da tutte le parti: dire sempre la verità. Siamo sicuri che funzioni in ogni circostanza? Si veda il caso – esempio già sdoganato da altri in ambiente anglosassone che reputo efficace – di una ragazza che scappa da un inseguitore munito di coltello che vuol “farle la festa”, nel senso peggiore del termine. La ragazza riesce a far perdere le tracce di sé imboccando uno dei due sentieri nel bosco. Coincidenza vuole che noi brava gente che crede nell’imperativo categorico kantiano di dire sempre la verità veniamo interpellati dal tipo poco raccomandabile che sta inseguendo la fanciulla. Oltretutto abbiamo chiaramente assistito alla scena affacciati alla nostra finestra di casa posta giusto sul limitare del bosco in questione, perciò siamo a conoscenza della pericolosità del tipo. Se siamo kantiani fino in fondo e crediamo in una morale dal respiro universalistico dovremmo dire bene la verità all’inseguitore che ce l’ha magari pure chiesta con modi gentili, ovvero sentiremmo come un dovere civico irrinunciabile quello di dire che la fuggiasca – poco importa che, con tutta probabilità, stia scappando da un pazzo omicida per salvarsi la vita – ha imboccato il sentiero a destra anziché quello a sinistra e pazienza se, dicendo la verità al brutto ceffo, condanneremmo a morte certa o quasi la poveretta.
Chi come me e tutti quelli – sono in buona compagnia – che non credono nella troppo ambiziosa, idealistica morale kantiana si rendono conto che mentire a volte può letteralmente: salvare delle vite. Ragion per cui sostengo e continuerò a sostenere fino allo sfinimento che a volte avere un pensiero troppo coerente – in ambito morale e non solo – è stupido. Bisogna avere il coraggio di essere incoerenti con i propri principi, che, sul piano della vita morale di un uomo, devono essere relativistici e non universalistici. Questo perché il realismo relativistico salva molte più vite dell’idealismo universalistico e a insegnarcelo è la storia che non è vero che non è maestra di niente, è solo che noi siamo cattivi scolari. Un esempio? Prendiamo i capi di Stato vittoriosi al termine del Primo conflitto mondiale. La dottrina morale idealistica del Presidente americano Woodrow Wilson & soci in politica internazionale dopo la Prima è stata la principale – seppure non l’unica – causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale, ancora più sanguinosa e catastrofica della precedente. Perché? Hanno affamato la Germania costringendola a pagare pesanti risarcimenti di guerra e, di conseguenza, reso possibile l’ascesa di Adolf Hitler, con tutto quel che ne è derivato in termini di vite umane irrimediabilmente perdute.

L’umanesimo necessario

Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via.

“Poiché il numero degli eletti è limitato, quello dei malcontenti è per forza immenso. Questi ultimi sono pronti a tutte le rivoluzioni, quali ne siano i capi o gli scopi. Con l’acquisizione di conoscenze inutilizzabili l’uomo si trasforma sempre in un ribelle” (“Psicologia delle folle”, TEA, Milano, 2009, p. 126). Queste parole potrebbe averle scritte qualsiasi Ministro dell’Istruzione degli ultimi vent’anni di storia repubblicana italiana, invece sono di Gustave Le Bon. A sentirli ripetono sempre tutti la stessa ricetta – onde conservare il potere e lo status quo presente, a loro vantaggioso – e cioè miglior cosa sarebbe “sostituire gli odiosi manuali e i pietosi concorsi con un’istruzione professionale capace di riportare la gioventù verso i campi, gli opifici e le imprese coloniali oggi trascurati” (p. 126). La solita solfa, insomma: l’eterno ritorno del conservatorismo in materia d’istruzione. Della serie: alla fine quasi che era meglio Giovanni Gentile e la sua riforma della scuola datata 1923.
Governo che viene, riforma del sistema scolastico che se ne va per lasciare il posto all’ideologia dominante, di ideali ormai neanche a parlarne. E che dire degli scenari odierni e futuri? Scenari da “disaster movie” fantascientifico sembrerebbero unanimi nel confermarci quanto i lavori di cosiddetta “bassa manovalanza” saranno sempre più svolti da macchine, robot o androidi, poco importa. Per questo si fa un “gran parlare” di redditi di cittadinanza o di dignità, che poi sempre della stessa cosa si tratta e sempre la stessa ineludibile domanda pongono: in che modo i manovali di “domani”si guadagneranno il pane? Un massiccio incremento di droghe e criminalità saranno – con tutta probabilità – i seri effetti collaterali che i governanti futuri si dovranno preparare a contrastare con efficacia se non vorranno esserne travolti. Per non parlare degli scenari geopolitici che potrebbero vedere nazioni farsi la guerra per accaparrarsi le migliori tecnologie.
Siccome è piuttosto assodato quanto il domani cominci nell’oggi, più tardi si getteranno le basi per risolvere questi problemi e meno chances si avranno per uscirne con le ossa tutte intere. Secondo me – e non solo – un modo ci sarebbe: ritornare a credere e investire su un’istruzione umanistica, ultimamente tanto bistrattata ma che costituisce il “grillo parlante”, la “voce della coscienza”, la “bussola” che permette a quella tecnico-scientifica di non smarrire la via. Una scoperta scientifica o un’innovazione tecnologica è una cosa grandiosa, può segnare un grande balzo in avanti per l’umanità. Chi lo mette in dubbio? Io no di certo. Tuttavia sia la scienza sia la tecnologia senza una visione globale manca di un elemento essenziale: ciò che esattamente permette a una data innovazione di essere fruita, fatta propria e utilizzata per il meglio.
Un esempio? Si prenda una pistola. Può risultare una strepitosa invenzione finalizzata a difendersi dai malintenzionati che vogliono farci del male. Come può – del resto – anche essere la peggiore delle invenzioni umane, se usata da uno studente squilibrato per fare strage dei suoi compagni e compagne. Tutto dipende dal “fine”– “telos” avrebbero detto i Greci – per cui una cosa viene fatta. Senza un fine preciso, quale che sia, a seconda delle proprie convinzioni, si è – scusate il gioco di parole – “finiti”. Inutile girarci intorno, la scienza, la tecnologia hanno un baco costitutivo: hanno poca o talvolta nessuna dimestichezza con la “finalità”, che è invece pane per i denti dei cultori delle “humanae litterae”, che di finalità, quale che sia, se ne intendono e parecchio, avendoci costruito i loro plurimillenari giacimenti di sapere.

Amore è tempo

Può l’amore saziarci allora? Come potrebbe? È impossibile sentirci saziati a causa della materia di cui siamo fatti, che non sono i sogni come pretende Shakespeare (o almeno non soltanto), bensì i secondi, i minuti, le ore, i giorni, gli anni che ci è dato vivere in quanto esseri di e nel tempo. Per questo si può affermare con ragionevole certezza che: essere è tempo e l’amore pure è tempo, in quanto suprema sintesi dell’essere.

Amore è tempo, nel senso che non posso separare l’uno dall’altro, essendo il primo una manifestazione dell’essere, forse la più sublime (di sicuro la più potente), e come tale è intrecciato nel secondo poiché il nostro essere – come ci insegna Heidegger – è fatto di tempo. Prendendo a prestito una metafora dalla fisiologia umana: se l’amore è il cuore pulsante del nostro sentire, il tempo è la gabbia toracica che lo contiene. Oppure, usando una terminologia marxiana: il tempo è la struttura, l’amore la sovrastruttura. Amore e tempo sono due ingredienti della stessa pasta, che messi assieme formano quella prelibatezza chiamata vita, tanto gustosa quanto indigesta. “Gustosa” se la si sa assaporare, amando, non importa se solo se stessi o una persona speciale. “Indigesta” perché digerire il fatto che si deve morire rimane sullo stomaco ai più.

Può l’amore rimarginare la ferita del tempo? Ci può mettere un cerotto, che può reggere per un po’ e poi, come ognuno di noi ben sa, inevitabilmente si stacca. Ecco, la vita amorosa non è altro che uno scollamento graduale ma implacabile da se stessi e/o dalla persona che ci sta accanto e che presto o tardi dovremo lasciare o ci lascerà lei per causa di forza maggiore.

Può l’amore saziarci allora? Come potrebbe? È impossibile sentirci saziati a causa della materia di cui siamo fatti, che non sono i sogni come pretende Shakespeare (o almeno non soltanto), bensì i secondi, i minuti, le ore, i giorni, gli anni che ci è dato vivere in quanto esseri di e nel tempo. Per questo si può affermare con ragionevole certezza che: essere è tempo e l’amore pure è tempo, in quanto suprema sintesi dell’essere.

Per quanto mi riguarda, credo che in amore o si è altruisti, dedicando la propria fedeltà a un’altra persona, oppure si è egoisti, rimanendo fedeli solo a se stessi. Poi c’è una via mediana, intrapresa dai più, della serie: Sto con te ma ti sono fedele nello spirito perché la mia carne copula con chi gli pare. Questa è un’ipocrisia da quattro soldi, perché carne e spirito sono una cosa sola (almeno per me). Io rivendico una certa concezione amorosa che non si basa unicamente sul pur importante amore di sé (chi non si ama non può amare né può essere amato da altri), ma anche e soprattutto su quello per un’altra persona a cui si è liberamente scelto di donare il proprio amore esclusivo. (Per approfondire questo tema, vi rimando alla lettura de “La scelta in amore” di Ortega y Gasset.)

Dimmi chi ami e ti dirò chi sei. Oppure: siamo chi amiamo. Soltanto un amore che sia il riflesso della nostra libera ed esclusiva “scelta” può farci sentire in parte appagati. Certo, da qui a dirci saziati troppo ce ne vuole.

L’essere umano è una creatura insaziabile per definizione e mancante sempre di qualcosa. Mancanza, questa, già espressa da Platone, che nel “Simposio” fa raccontare al personaggio di Aristofane il famoso mito dell’androgino. Mito, questo, che spiega il motivo per cui ci sentiamo incompleti, ovvero perché ci manca la nostra metà, in origine separata al nostro essere, perciò incompleto.

L’uomo come creatura separata è un argomento sviscerato anche dal padre della psicanalisi, Sigmund Freud. Non è un caso che la versione freudiana della teoria dell’iceberg sancisca la vittoria dell’Io e del Super-Io, che, coalizzati, battono 2-1 il solitario Es, con il risultato che il principio di piacere finisce soffocato a vantaggio del principio di realtà. Mi spiego con un esempio.

Se, secondo Freud, non ci accoppiamo tutti con tutti abbandonandoci ai nostri istinti più animaleschi, il più animalesco dei quali è quello sessuale, è tutta colpa o tutto merito – dipende dai punti di vista – del principio di realtà, che ci reprime, rendendoci pertanto dei buoni cittadini/e rispettosi/e l’uno delle mogli/luna dei mariti dell’altro.

Personalmente riconosco a Freud di avere avuto una grande intuizione, riconducibile però a un altro mito platonico, quello dell’auriga – o del carro alato che dir si voglia – enunciato nel “Fedro”. In quest’opera Platone ci parla – come al solito – per metafora degli appetiti dell’anima, le parti della quale sono: un auriga, identificabile con l’Io freudiano; un cavallo bianco simboleggiante la ragione, l’equivalente del Super-Io freudiano; un cavallo nero incarnante la passione, nientemeno che l’Es freudiano. Con questo non è mia intenzione insinuare che Freud abbia plagiato, con la sua teoria dell’iceberg, quella platonica degli appetiti dell’anima presentata nel mito dell’auriga. Dico solo che Platone ha intuito molto di quello che poi Freud avrebbe teorizzato più avanti.

Che significa tutto questo? Che in filosofia l’originalità pura non esiste ed è quantomeno sopravvalutata. Tutto è stato pensato, occorre solo ripensarlo per migliorarlo. Dunque, filosofare è ripensare. Ogni ripensamento rivisita e rinfresca teorie pregresse, imprescindibili seppure bisognose di evolversi. Il procedimento del pensiero filosofico è di tipo evolutivo, tende – e ci aveva visto giusto Hegel – verso un cammino progressivo di emancipazione del genere umano in nome della ragione. Peccato che – e in questo Hegel non ci aveva visto per niente – questo progresso non è unidirezionale, ma direi piuttosto bidirezionale: ci si evolve, è vero, così come è altrettanto vero che ci si può pure – nessuno se lo augura – involvere. Quello che è bene ribadire è che il cammino del pensiero non può fare a meno neanche di una virgola di quanto è già stato pensato. Se c’è una cosa che insegna la filosofia: è che ogni pensiero può e deve essere migliorato ripensandolo, da chi ha l’onore e l’onere di venire dopo. Non c’è filosofo – a mio avviso – che non debba e non possa venire ripensato, compresi e in particolare modo i vari mostri sacri: da Platone ad Aristotele, passando per Hegel o Kant. Ogni filosofo che ha vissuto, che vive o che vivrà sotto al Sole deve e può essere ripensato “in saecula saeculorum”.

Per chiudere vorrei raccontare il mito della nascita di Eros, così come ci viene narrato nel “Simposio” platonico (per chi non lo sapesse, ce n’è pure uno di Senofonte). Eros nasce il giorno della festa di Afrodite, sotto il segno della bellezza, da padre ricchissimo, Espediente, e da madre poveraccia, Penia. Questa vede ‘sto gran pezzo di figliolo, Espediente, e subito se ne innamora. Aspetta con pazienza che tutti siano ubriachi fradici, Espediente compreso, e poi… zac! Gli monta sopra, si dimena un po’ e si fa inseminare. Il frutto di questa cavalcata diviene Eros, il figlio preciso, sputato di ambedue i genitori, che – come tale – eredita alcuni caratteri del padre, altri della madre. Dal primo prende il gusto per le cose belle, dalla seconda la spinta a possederle. Eros infatti ambisce alla conoscenza, questo perché “non” la possiede (anche perché se no che senso avrebbe ricercare una cosa che già si ha?), bensì la brama con tutto se stesso. Per questo motivo è – fra tutti gli dèi – quello che più ricerca la conoscenza, che è la meta implicita ed esplicita del suo pro-tendere.

Perché vi ho raccontato, semplificandolo, confesso, questo mito? Perché la filosofia deve a Eros la sua tensione erotica verso: la conoscenza, la verità, il bene, la giustizia, il bello e chi più ne ha più ne metta. La filosofia nasce con Eros e ha in Eros il suo più degno paladino. L’Eros che Freud chiamerà spirito di vita e opporrà a Thanatos, che è invece spirito di morte. Vita e morte, Eros e Thanatos: la filosofia insegna che sono le due facce della stessa medaglia.

Finché Eros, che è spirito di vita, continuerà a palpitare, fino ad allora la Vita avrà una parola da opporre alla Morte.