Vivere è lottare

La tragedia di cui parla Unamuno è la lotta contro i mulini a vento propria del suo eroe preferito, Don Chisciotte (alla cui figura dedica un importante commentario), una lotta impari, senza speranza di successo, velleitaria ma non meno preziosa. La dimensione più propria della vita è agonica, ovvero: una lotta incessante, senza tregua né quartiere contro la natura umana deficitaria, mancante di tempo. Vivere significa lottare. E qual è la nota distintiva del lottatore? Vendere a caro prezzo la propria pelle.

Vivere è lottare, questo è l’insegnamento che ho tratto dalla lettura “Del sentimento tragico della vita”, capolavoro filosofico di Miguel de Unamuno. Perché simpatizzo per Unamuno? Perché, per essere un filosofo, scrive bene e si lascia leggere volentieri. Ergo: mi entusiasma più di altri pensatori, più quotati ma imperdonabilmente contorti. Inoltre, arricchisce di un bel po’ il concetto di “carpe diem” della tradizione latina. Come? Ci aggiunge la passione, il trasporto metafisico che i poeti e i filosofi latini non avevano, beandosi troppo di minimizzare le pericolose passioni.

In particolare, mi attrae la dimensione del tragicomico in Unamuno, che è – a dire il vero – più ottimistica di quanto non sembri a prima vista. Unamuno infatti è sì un pessimista fisico – il suo corpo come quello di tutti piange la sua natura mortale – ma è altresì un ottimista metafisico, ovvero spera ci sia dell’altro dopo questa vita. Non so se lo credeva, ma di sicuro lo sperava. Del resto, è mia convinzione che credere significhi sperare. Io credo perché spero ci sia davvero Chi dicono ci sia lassù nell’alto dei cieli e che questo Qualcuno, che molti chiamano Dio, alla resa dei conti premi chi si è ben comportato in questa vita e punisca chi in questa “valle di lacrime” ha perseguito il male. Lo spero con tutto me stesso. Se no sì che sarebbe davvero ingiusto vivere e insensato morire.

Poi le mie simpatie per Unamuno sono legate anche a un comune amico (l’amico del mio amico è mio amico), il suo nome è Don Chisciotte. Combattere le ingiustizie, i mulini a vento, se ci pensate bene: chi se non un picaro dal cuore grande e dalla testa matta può farlo? Occorre avere un po’ le stesse caratteristiche di Don Chisciotte, generosità e follia, per schierarsi contro i tanti, troppi mulini a vento che la vita ci mette davanti, giorno dopo giorno.

L’atteggiamento di Unamuno è proprio di chi fa i conti con la realtà della vita, non di chi se la svigna e decide di non prendere di petto i tormenti che lo assillano. Evadere è bello, ma poi, tanto, si deve fare ritorno alla dimensione della realtà e questa non è che il tempo limitato e, all’orizzonte, la Nera Mietitrice che inesorabile ci attende. Alcuni potranno obiettare: “Ma che palle ‘sto Unamuno, sempre a pensare alla tragedia che ci portiamo dentro”. Eppure ci sono esempi di come si possa imparare a convivere con il pensiero più intollerabile, quello della nostra dipartita, non di meno amando e assaporando la quintessenza della vita.

La tragedia di cui parla Unamuno è la lotta contro i mulini a vento propria del suo eroe preferito, Don Chisciotte (alla cui figura dedica un importante commentario), una lotta impari, senza speranza di successo, velleitaria ma non meno preziosa. La dimensione più propria della vita è agonica, ovvero: una lotta incessante, senza tregua né quartiere contro la natura umana deficitaria, mancante di tempo. Vivere significa lottare. E qual è la nota distintiva del lottatore? Vendere a caro prezzo la propria pelle. Sono esistiti individui capaci di scendere a patti con la loro condizione umana, che hanno non solo accettato ma fatto proprio, come fosse un punto di forza e non – come sarebbe più ovvio – di debolezza, il più tormentoso dei pensieri. Quale? Quello di dover morire.

Questi individui erano i samurai, guerrieri del Medioevo giapponese al servizio di un daimon, un signore, per il quale erano disposti a tutto, persino a sacrificarsi. Concepivano la loro vita come servizio incessante da concedere fino all’ultimo respiro al proprio signore. Be’, in quanto guerrieri la loro arte era appunto la guerra, si guadagnavano il pane combattendo e chi combatte sa bene – più di altri – che potrebbe morire da un momento all’altro. La morte per un samurai era sempre in agguato, poteva verificarsi tramite una freccia in battaglia o una pugnalata in una zuffa da osteria. Insomma, poteva rimanere ucciso in qualsiasi momento. Motivo per cui aveva imparato a pacificarsi con la sua condizione di essere transeunte. Emblematiche sono le parole dello “Hagakure – Il codice segreto del samurai”: “La via del samurai è la morte”. Parole, queste, vergate dal monaco tibetano Yamamoto Tsunetomo e che riecheggiano ai nostri orecchi come un distillato di saggezza samurai, che fa capire cosa significa vivere una vita fino in fondo e ne condensa la filosofia d’ispirazione heideggeriana per molti aspetti.

In Occidente infatti il filosofo che più si è avvicinato alla filosofia samurai è proprio Heidegger, con il suo: essere-per-la-morte. Secondo Heidegger la morte è l’evento cruciale, che dà senso e autenticità alle nostre altrimenti insensate e inautentiche esistenze. Ragion per cui, che lo si voglia o meno, viviamo in funzione di questo immancabile evento. Diciamo che Heidegger, come sua caratteristica, lo spiega in maniera complicata, Tsunetomo in maniera più immediata, ma sempre allo stesso concetto si riconducono entrambi, seppure con parole diverse.

Per quanto mi riguarda, cerco di vivere lottando per ogni respiro e, devo riconoscere, non saprei vivere altrimenti. Per ognuno, però, c’è una via diversa, un diverso modo di stare al mondo. Anche se, alla resa dei conti: tutte le strade portano alla meta che è l’origine, come aveva indovinato Karl Kraus, con il suo aforisma “l’origine è la meta”. Questa meta fissata da Tsunetomo e da Heidegger è la morte, che va accettata come parte integrante della vita e che a quest’ultima attribuisce il suo significato ultimo o ulteriore, a seconda che si creda oppure no.

Amore è tempo

Può l’amore saziarci allora? Come potrebbe? È impossibile sentirci saziati a causa della materia di cui siamo fatti, che non sono i sogni come pretende Shakespeare (o almeno non soltanto), bensì i secondi, i minuti, le ore, i giorni, gli anni che ci è dato vivere in quanto esseri di e nel tempo. Per questo si può affermare con ragionevole certezza che: essere è tempo e l’amore pure è tempo, in quanto suprema sintesi dell’essere.

Amore è tempo, nel senso che non posso separare l’uno dall’altro, essendo il primo una manifestazione dell’essere, forse la più sublime (di sicuro la più potente), e come tale è intrecciato nel secondo poiché il nostro essere – come ci insegna Heidegger – è fatto di tempo. Prendendo a prestito una metafora dalla fisiologia umana: se l’amore è il cuore pulsante del nostro sentire, il tempo è la gabbia toracica che lo contiene. Oppure, usando una terminologia marxiana: il tempo è la struttura, l’amore la sovrastruttura. Amore e tempo sono due ingredienti della stessa pasta, che messi assieme formano quella prelibatezza chiamata vita, tanto gustosa quanto indigesta. “Gustosa” se la si sa assaporare, amando, non importa se solo se stessi o una persona speciale. “Indigesta” perché digerire il fatto che si deve morire rimane sullo stomaco ai più.

Può l’amore rimarginare la ferita del tempo? Ci può mettere un cerotto, che può reggere per un po’ e poi, come ognuno di noi ben sa, inevitabilmente si stacca. Ecco, la vita amorosa non è altro che uno scollamento graduale ma implacabile da se stessi e/o dalla persona che ci sta accanto e che presto o tardi dovremo lasciare o ci lascerà lei per causa di forza maggiore.

Può l’amore saziarci allora? Come potrebbe? È impossibile sentirci saziati a causa della materia di cui siamo fatti, che non sono i sogni come pretende Shakespeare (o almeno non soltanto), bensì i secondi, i minuti, le ore, i giorni, gli anni che ci è dato vivere in quanto esseri di e nel tempo. Per questo si può affermare con ragionevole certezza che: essere è tempo e l’amore pure è tempo, in quanto suprema sintesi dell’essere.

Per quanto mi riguarda, credo che in amore o si è altruisti, dedicando la propria fedeltà a un’altra persona, oppure si è egoisti, rimanendo fedeli solo a se stessi. Poi c’è una via mediana, intrapresa dai più, della serie: Sto con te ma ti sono fedele nello spirito perché la mia carne copula con chi gli pare. Questa è un’ipocrisia da quattro soldi, perché carne e spirito sono una cosa sola (almeno per me). Io rivendico una certa concezione amorosa che non si basa unicamente sul pur importante amore di sé (chi non si ama non può amare né può essere amato da altri), ma anche e soprattutto su quello per un’altra persona a cui si è liberamente scelto di donare il proprio amore esclusivo. (Per approfondire questo tema, vi rimando alla lettura de “La scelta in amore” di Ortega y Gasset.)

Dimmi chi ami e ti dirò chi sei. Oppure: siamo chi amiamo. Soltanto un amore che sia il riflesso della nostra libera ed esclusiva “scelta” può farci sentire in parte appagati. Certo, da qui a dirci saziati troppo ce ne vuole.

L’essere umano è una creatura insaziabile per definizione e mancante sempre di qualcosa. Mancanza, questa, già espressa da Platone, che nel “Simposio” fa raccontare al personaggio di Aristofane il famoso mito dell’androgino. Mito, questo, che spiega il motivo per cui ci sentiamo incompleti, ovvero perché ci manca la nostra metà, in origine separata al nostro essere, perciò incompleto.

L’uomo come creatura separata è un argomento sviscerato anche dal padre della psicanalisi, Sigmund Freud. Non è un caso che la versione freudiana della teoria dell’iceberg sancisca la vittoria dell’Io e del Super-Io, che, coalizzati, battono 2-1 il solitario Es, con il risultato che il principio di piacere finisce soffocato a vantaggio del principio di realtà. Mi spiego con un esempio.

Se, secondo Freud, non ci accoppiamo tutti con tutti abbandonandoci ai nostri istinti più animaleschi, il più animalesco dei quali è quello sessuale, è tutta colpa o tutto merito – dipende dai punti di vista – del principio di realtà, che ci reprime, rendendoci pertanto dei buoni cittadini/e rispettosi/e l’uno delle mogli/luna dei mariti dell’altro.

Personalmente riconosco a Freud di avere avuto una grande intuizione, riconducibile però a un altro mito platonico, quello dell’auriga – o del carro alato che dir si voglia – enunciato nel “Fedro”. In quest’opera Platone ci parla – come al solito – per metafora degli appetiti dell’anima, le parti della quale sono: un auriga, identificabile con l’Io freudiano; un cavallo bianco simboleggiante la ragione, l’equivalente del Super-Io freudiano; un cavallo nero incarnante la passione, nientemeno che l’Es freudiano. Con questo non è mia intenzione insinuare che Freud abbia plagiato, con la sua teoria dell’iceberg, quella platonica degli appetiti dell’anima presentata nel mito dell’auriga. Dico solo che Platone ha intuito molto di quello che poi Freud avrebbe teorizzato più avanti.

Che significa tutto questo? Che in filosofia l’originalità pura non esiste ed è quantomeno sopravvalutata. Tutto è stato pensato, occorre solo ripensarlo per migliorarlo. Dunque, filosofare è ripensare. Ogni ripensamento rivisita e rinfresca teorie pregresse, imprescindibili seppure bisognose di evolversi. Il procedimento del pensiero filosofico è di tipo evolutivo, tende – e ci aveva visto giusto Hegel – verso un cammino progressivo di emancipazione del genere umano in nome della ragione. Peccato che – e in questo Hegel non ci aveva visto per niente – questo progresso non è unidirezionale, ma direi piuttosto bidirezionale: ci si evolve, è vero, così come è altrettanto vero che ci si può pure – nessuno se lo augura – involvere. Quello che è bene ribadire è che il cammino del pensiero non può fare a meno neanche di una virgola di quanto è già stato pensato. Se c’è una cosa che insegna la filosofia: è che ogni pensiero può e deve essere migliorato ripensandolo, da chi ha l’onore e l’onere di venire dopo. Non c’è filosofo – a mio avviso – che non debba e non possa venire ripensato, compresi e in particolare modo i vari mostri sacri: da Platone ad Aristotele, passando per Hegel o Kant. Ogni filosofo che ha vissuto, che vive o che vivrà sotto al Sole deve e può essere ripensato “in saecula saeculorum”.

Per chiudere vorrei raccontare il mito della nascita di Eros, così come ci viene narrato nel “Simposio” platonico (per chi non lo sapesse, ce n’è pure uno di Senofonte). Eros nasce il giorno della festa di Afrodite, sotto il segno della bellezza, da padre ricchissimo, Espediente, e da madre poveraccia, Penia. Questa vede ‘sto gran pezzo di figliolo, Espediente, e subito se ne innamora. Aspetta con pazienza che tutti siano ubriachi fradici, Espediente compreso, e poi… zac! Gli monta sopra, si dimena un po’ e si fa inseminare. Il frutto di questa cavalcata diviene Eros, il figlio preciso, sputato di ambedue i genitori, che – come tale – eredita alcuni caratteri del padre, altri della madre. Dal primo prende il gusto per le cose belle, dalla seconda la spinta a possederle. Eros infatti ambisce alla conoscenza, questo perché “non” la possiede (anche perché se no che senso avrebbe ricercare una cosa che già si ha?), bensì la brama con tutto se stesso. Per questo motivo è – fra tutti gli dèi – quello che più ricerca la conoscenza, che è la meta implicita ed esplicita del suo pro-tendere.

Perché vi ho raccontato, semplificandolo, confesso, questo mito? Perché la filosofia deve a Eros la sua tensione erotica verso: la conoscenza, la verità, il bene, la giustizia, il bello e chi più ne ha più ne metta. La filosofia nasce con Eros e ha in Eros il suo più degno paladino. L’Eros che Freud chiamerà spirito di vita e opporrà a Thanatos, che è invece spirito di morte. Vita e morte, Eros e Thanatos: la filosofia insegna che sono le due facce della stessa medaglia.

Finché Eros, che è spirito di vita, continuerà a palpitare, fino ad allora la Vita avrà una parola da opporre alla Morte.

Il paradigma della qualità

L’educazione alla qualità e non all’efficienza è ciò che si dovrebbe ritornare a insegnare nelle scuole. Ho usato volutamente il termine “ritornare”, perché questo tipo di educazione è stato usato in passato, nell’antica Atene, da un signore paragonatosi a un “tafano” e – come se non bastasse – anche a una “levatrice”, di cervelli beninteso. Il suo nome ormai consegnato alla posterità è: Socrate.

 

Dopo i passi avanti fatti con il passaggio dalla scuola del programma a quella della programmazione, dalla conoscenza cumulativa alla formazione di specifiche competenze, la scuola italiana è giunta a un bivio e deve scegliere se imboccare la strada maestra della “qualità” o deviare per la ripida scorciatoia della “quantità”. Fallita e si spera ormai tramontata l’idea della scuola-azienda (ma “mai dire mai”, visto che do ragione a Mark Twain e credo anch’io che “la storia non si ripeta ma spesso faccia rima”), introdotta con la riforma Moratti, una scuola neanche a dirlo incentrata sul paradigma dell’efficienza industriale, è giunta l’ora di svoltare verso un paradigma di tutt’altro segno e di nuovo umanista.

La mia impostazione rousseauiana mi fa concepire la formazione come un unicum volto a formare tanto l’individuo di oggi (infante/bambino/ragazzino/ragazzo) quanto il cittadino di domani (futuro elettore o rappresentante politico). Ergo, per formare al meglio nella sua interezza l’educando, ritengo sensato e doveroso promuovere quello che chiamo: il paradigma della qualità. Il fondamento filosofico della stessa l’ho ricavato dal romanziere americano Robert M. Pirsig. Egli ha promosso una metafisica della qualità, che, a mio avviso, può – senza forzature – applicarsi alla didattica.

Il fordismo – da Henry Ford, inventore della catena di montaggio – inteso come esaltazione della quantità, ci ha resi schiavi della produttività a tutti costi. Ribaltando il detto cartesiano, per un fordista dei nostri giorni: “Produci dunque sei”. Una rivalutazione del principio di qualità potrebbe ovviare alla degenerazione prodotta dal principio opposto di quantità. Solo tale rivalutazione può rimettere al centro l’uomo, ormai ridotto alla stregua di automa dedito principalmente alla produzione, al produrre quel surplus, quella eccedenza che Marx ha chiamato “plusvalore”, che è proprio ciò che permette ai capitalisti di arricchirsi. (Non a caso c’è chi ha visto nel marxsismo un nuovo umanesimo, seppure tradito poi – nonostante le resistenze di alcuni ad ammetterlo – dalle scelleratezze perpetrate nei Paesi del socialismo reale.)

Qual è il male della filosofia odierna, o ancora meglio: della didattica filosofica contemporanea? Questo male secondo Pirsig – e anche secondo me – si chiama filosofologia. I filosofologi sono per una concezione “archeologica” della filosofia, che andrebbe secondo loro rintanata nelle accademie, dimore dei filosofologi, i quali più che a filosofare – come avrebbe voluto Kant, promotore del metodo zetetico, da “zetein”, “indagine” – si insegna la filosofologia. Che cos’è? Un continuo rimando di citazioni privo del coraggio di osare argomentare proprio dello spirito originario della filosofia, quella autentica, delle origini tanto per intenderci, la cui incarnazione ci è data dal celebre detto socratico “so di non sapere”. Al contrario i filosofologi sanno troppo e, paradossalmente, pensano troppo poco, o – in alcuni casi addirittura – quasi neanche pensano e si limitano a citare altri più titolati di loro come se da ciò ne derivasse un particolare merito (il merito, se c’è, tutt’al più è dell’autore citato). Insomma, il citazionismo è diventato lo sport più praticato nelle sempre più deserte accademie.

Più che il possesso di qualche conoscenza, la filosofia è ricerca della conoscenza. Si tratta di una ricerca incessante e infaticabile, che è nel dna stesso della materia, detto in termini più “accademici”: nel suo statuto epistemologico. Interessante a tale riguardo è il mito della nascita di Eros, che racchiude il senso profondo della filosofia e del filosofare inteso come continuo cercare mai domo, appagato poiché Eros/filosofia: di certo non arderebbe di amore per la conoscenza, se solo la possedesse.

Nelle scuole servirebbero degli insegnanti di filosofia e non dei filosofologi. Perché chi è che può insegnare se non chi ha dimestichezza e confidenza con una determinata disciplina? Il filosofologo, non facendo lui direttamente filosofia, non può insegnare alcunché a dei liceali, tanto meno a pensare con la loro testa, che – come si evince dalle “Indicazioni ministeriali” – è la competenza più basilare della disciplina filosofica.

Da dove comincerei questo cambiamento di paradigma e – perché no – di passo nell’insegnamento? Partirei dal bandire dal lessico degli studenti i vari “così disse Tizio o Caio”, motivandoli sin da subito ad affermare “così dico” con una certa cognizione di causa. Questo significa farli prendere coscienza delle loro idee, a mio avviso. Va da sé che per farlo i miei studenti dovranno conoscere quelle dei principali pensatori, senza per questo costringerli a scimmiottare i testi o i manuali studiati, per poi, una volta terminata l’interrogazione o il compito in classe, disinteressarsene come se quell’apprendimento non fosse utile per le loro vite. Mi piacerebbe che durante le interrogazioni e i compiti in classe i miei alunni mi spiegassero il tale filosofo o il tale periodo storico con parole loro, facendo un uso ponderato delle citazioni, che nel migliore dei casi denotano una memoria alla Pico della Mirandola, nel peggiore invece un odioso studio “a pappagallo” dei testi. Dunque, auspico che il “così dico” subentri finalmente al “così si dice”, la fase attiva a quella passiva, studiare filosofia ma anche impratichirsi con il filosofare: fare filosofia in prima persona.

Perché questo? Perché lo dico io? No, semplicemente perché lo dice già il “Profilo generale e competenze per l’insegnamento della filosofia”. Si sa, però, un conto è dirlo, un altro è attuarlo. Facendo un’eccezione alla mia regola, ne cito un breve passaggio: “La conoscenza degli autori e dei problemi filosofici fondamentali dovrà aiutare lo studente a sviluppare la riflessione personale, l’attitudine all’approfondimento e la capacità di giudizio critico”.

Va bene studiare i grandi del pensiero, però occorre metterci del proprio. Tradotto: non basta sapere e non basta neanche comprendere, ma occorre trasformare, cioè fare proprio un apprendimento. Un po’ come a voler dire, rielaborando l’undicesima “Tesi su Feuerbach” di Marx: i “filosofologi” si sono limitati a interpretare il mondo, ora si tratta di trasformarlo”.

Come penso di riuscire nell’intento? Facendo mio il metodo argomentativo-critico-decostruttivo che ben si attaglia all’insegnamento della filosofia (e anche della storia). Sono convinto che insegnare a filosofare liberi dalle catene del “così si è sempre detto, fatto, pensato”. Parafrasando Heidegger: la “diceria” è la vera tirannia del pensiero.

Filosofare è ripensare quanto è già stato pensato, non mi stancherò mai di ripeterlo. Motivo per cui: la vera essenza della filosofia è dinamica. Senza un ripensamento radicale, che affondi cioè sino alla radice stessa del problema, non può esserci alcun rinnovamento. E non c’è rinnovamento senza ripensamento.

Insomma, alla fine si ritorna sempre al “conoscere te stesso”; conoscenza di sé che è l’unica conoscenza possibile. Già sarebbe tanto arrivare a conoscersi nell’arco della propria vita. Solo conoscendosi a fondo ci si può riconnettere con il proprio sé più autentico, capire cosa si vuole e provare a ottenerlo.

L’educazione alla qualità e non all’efficienza è ciò che si dovrebbe ritornare a insegnare nelle scuole. Ho usato volutamente il termine “ritornare”, perché questo tipo di educazione è stato usato in passato, nell’antica Atene, da un signore paragonatosi a un “tafano” e – come se non bastasse – anche a una “levatrice”, di cervelli beninteso. Il suo nome ormai consegnato alla posterità è: Socrate.

Pertanto, è l’educazione maieutica socratica il presupposto alla mia didattica della qualità. Perché insegnare deve ritornare a essere concepito come un “compito di salute pubblica”, come una “missione”, per dirlo come Morin, o come una vocazione, per dirlo come lo dico io.

Che tipo di “missione”? Una missione trasmissiva, che “richiede certamente competenza, ma richiede anche, oltre a una tecnica, un’arte”. Quale tecnica, quale arte? Una tecnica, un’arte “che nessun manuale spiega, ma che Platone aveva già indicato come condizione indispensabile di ogni insegnamento: l’eros, che è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi” (“La testa ben fatta”, p. 106).

In definitiva, all’insegnamento è necessaria una pulsione erotica, platonicamente intesa come: “amore per la conoscenza”, che non si possiede, ma a cui si vuol tendere. Come trasmettere questo amore? Con passione e fatica senza dimenticare che, come afferma Platone nel dialogo “Ippia Maggiore”: “Le cose belle sono difficili”. Sia l’amore sia la bellezza – l’uno, Eros, secondo la leggenda platonica viene concepito durante la festa di Afrodite, quindi, nasce sotto il suo segno – richiedono cura, dedizione, impegno, in una parola: consacrazione. Serve amore, tanto amore per consacrarsi alla bellezza, che non so se potrà salvare il mondo come credono alcuni – il più famoso dei quali è Dostoevskij –, di sicuro però credo ci si possa trovare tutti d’accordo nel dire che: senza la bellezza – nell’accezione più ampia possibile, che ben poco ha a che vedere con la cosmesi – il mondo sarebbe un posto ben più misero in cui vivere. Finché c’è bellezza, invece, c’è speranza. Quale? Che il domani possa essere migliore dell’oggi.