La lotta contro le distopie: insegnamenti da Dostoevskij

Nove lezioni per inaugurare il Nuovo Anno ispirate a “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” (https://bit.ly/4qddOab) di Marco Apolloni (https://bit.ly/4qeRQnu) – LEZIONE 7

Tema. La lotta alle distopia è necessaria per non cadere nel tranello del “tutto è permesso” teso da Ivan Karamazov

Bisogna: “[…] adottare la decisione tragica della fede, accettando la libertà del male, ma senza arrendersi a essa, bensì lottando per un mondo migliore e in vista del paradiso di là da venire. Per fare ciò occorre lottare contro le distopie – più che utopie – che pretenderebbero di instaurare il paradiso in terra con la violenza indiscriminata e con la malsana logica del tutto è permesso. Tali distopie sono contro Cristo-Verità, in nome della verità teorica, dettata dall’intelligenza euclidea, capace di compiere misfatti inimmaginabili, poiché non conosce limite l’uomo che si pone al di sopra dei suoi simili. Ragion per cui Dostoevskij è con Cristo-Verità anche se questo comporta essere per una verità irrazionale, che vuol dire: incomprensibile razionalmente, poiché comprende la comprensione stessa.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 184)

Insegnamento. La tocco piano: l’irrazionalità è sottovalutata. Cosa intendo? Se una data cosa non è comprensibile razionalmente, non significa che non sia vera. Viviamo in un’epoca iper-scientifica e, da un lato, meno male; d’altro canto, però, non dobbiamo convincerci che tutto sia spiegato o spiegabile razionalmente; farlo significherebbe peccare di “hybris”, per dirla come l’avrebbero detta gli antichi Greci, vale a dire: peccare di una presunzione di sapere, quando invece socraticamente dovremmo convenire con il padre della filosofia occidentale che l’unica cosa che sappiamo con certezza è di non sapere, che non significa arrendersi all’ignoranza, bensì cercare di sapere quanto più ci è concesso senza dimenticare che, per quanto riusciremo a sapere, non sapremo mai abbastanza; chi più saprà, più soffrire per quanto non riuscirà a sapere; questa è la dura condanna di essere “umani”, ovvero creature sofferenti, che fanno della sofferenza il loro pane quotidiano.

La più grande minaccia: l’uomo stesso

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Tema. Qual è la più grande minaccia per l’uomo?

“Dostoevskij non ne può più di «questa eterna distruzione». Perciò cerca e trova un «ordine» non «qualsiasi», bensì superiore: Dio, non il Dio Ineffabile, bensì il Dio-uomo. Perché un ordine superiore? Il motivo è che quello inferiore, quello umano, non solo lo ritiene insoddisfacente, ma anche estremamente dannoso. Il regno dell’uomo sull’uomo è l’inferno! Ha prodotto le molteplici aberrazioni di cui la Storia – recente e non – è la drammatica riprova. L’uomo è la più grande minaccia per l’uomo stesso.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 212)

Insegnamento. L’uomo stesso è la più grande minaccia. L’unica creatura nel creato capace di auto estinguersi. Basti pensare alle armi atomiche, tristemente ritornate “in auge” nel dibattito pubblico, di recente.  

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]

Lezioni di vita ispirate a Dostoevskij: amore e perdono

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Tema. L’indispensabile amore di sé 

“Amare gli altri, però, è impossibile se non si ama, prima ancora, sé stessi. Il tipo di amore più facile e, al contempo, più difficile. Facile perché è l’istinto di sopravvivenza che spinge ad amarsi; difficile in quanto, conoscendosi bene, si sanno tutte le proprie spregevoli miserie di cui si è capaci e sta tutta qui, in questo sapere, la difficoltà più grande per amare sé stessi. In ogni caso, amarsi si deve ed è possibile solo se si è capaci di perdonarsi per le proprie meschinità. Dunque, arrivando a perdonare sé stessi, si può giungere finalmente a perdonare gli altri per i loro sbagli e quindi amarli per quello che sono. Amare il lato peggiore di sé induce ad amare anche il peggio degli altri. Ecco come quello che sembrava impossibile diventa possibile: amare i nemici. Cristo lo sapeva e per questo ha comandato di amare il prossimo come sé stessi.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 208)

Insegnamento. Solo chi si perdona per le proprie miserie può poi perdonare quelle altrui.

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]

Lezioni sul Principe Myškin e la Bellezza

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Tema. La lezione del principe Myskin sulla bellezza nell’Idiota, ovvero: che rapporto c’è tra bellezza esteriore e interiore?

“Sono note le somiglianze del principe Myškin con la figura di Cristo. Il Salvatore è anche il portatore di quella bellezza abbagliante che discende sulla Terra e che rappresenta un faro per un’umanità disorientata, i cui ideali sono minacciati costantemente dal tarlo insinuante del nichilismo. Nichilisti sono i salotti che frequenta Myškin, dove questa bellezza illuminante viene sbiadita e offuscata da una società corrotta dalle seduzioni dell’intelligenza euclidea, in perenne ricerca di un’insoddisfacente verità teorica. Una verità, cioè, che non soddisfa l’essenza spirituale dell’essere umano. Per questi motivi, Myškin assomiglia anche al Don Chisciotte di Cervantes, oltre che a Cristo. Quindi, in materia di bellezza, si può ritenere Dostoevskij un platonico, per il quale bellezza esteriore e interiore sono un tutt’uno inseparabile, poiché l’esteriorità deve specchiarsi nell’interiorità.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 198)

Insegnamento. La bellezza esteriore è poca cosa senza quella interiore nella quale deve specchiarsi, come pretende Platone e anche Dostoevskij.

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]

Egoismo e Amore: Lezioni Ispirate a Dostoevskij

La terza lezione del ciclo “Nove lezioni per inaugurare il Nuovo Anno” affronta il tema del sano egoismo, evidenziando che amare se stessi è essenziale per poter amare gli altri. L’autore, Marco Apolloni, sottolinea che il riconoscimento del proprio dolore è ciò che ci consente di empatizzare con il prossimo.

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Tema. Può l’egoismo – nella misura in cui non nuoccia ad altri – essere considerato salubre?

“A chi non si ama, non si può chiedere di amare gli altri. Solo partendo da un amore incondizionato per la propria persona si può giungere a uno condizionato per il prossimo, poiché ciò che più commuove nel dolore altrui è che esso è il presentimento del proprio. Un esempio? Ai funerali si versano lacrime vuoi per l’infausto destino toccato ad altri, ma vuoi anche per il nostro (sebbene in anticipo e si spera il più in là possibile). È per egoismo che si piange allora? Sì, un sano egoismo che non può mancare se si vuole riconoscere la possibilità sia teorica sia pratica di un qualsivoglia amore per il prossimo, che comincia e finisce con il tutt’altro che disprezzabile «amore per se stessi», che non a caso lo psicanalista Erich Fromm pone nel gradino appena sotto all’«amore per Dio».” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 191)

Insegnamento. Sì, esiste un sano egoismo, che permette l’amore del prossimo; amore, questo, che comincia amando se stessi.

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]

Lezioni di Compassione: Soffrire Insieme

La seconda lezione di “Nove lezioni per inaugurare il Nuovo Anno” analizza la compassione come fondamentale trait d’union dell’umanità nella sofferenza. Si sottolinea che comprendere il dolore altrui implica riconoscere il proprio, evidenziando l’amore spirituale e l’importanza di speranza e lotta contro il dolore nella vita.

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Tema. Sulla compassione

“La compassione è quella capacità di mettersi nei panni degli altri, di chi è sofferente. Nella altrui sofferenza si riconosce la propria. Nessuno può essere esentato dal soffrire, tanto che l’intera umanità si divide in chi ha sofferto, chi soffre e chi soffrirà. Perciò la compassione è forse il tratto umano più peculiare, lo stesso Cristo ne ha fatto il tesoro più grande di cui l’uomo deve dare prova, amando persino chi vuole il proprio male: i propri nemici. Quindi, non è scorretto dire che l’amore compassionevole può venire inteso come icona di quello spirituale. «Amare spiritualmente è avere compassione, e chi più compatisce più ama». Tuttavia, ciò che si ama negli altri è il riflesso del proprio, più intimo sé. Ergo: una componente egocentrica è imprescindibile in ciascun uomo, poiché, se non si pone al centro di tutto il proprio sé sofferente, non si possono riconoscere le sofferenze altrui, che altrimenti rimarrebbero solo astratte. Si deve dunque intendere la compassione come: passione per il proprio sé. Siccome tutti sono soggetti a patire, tutti possono (e dovrebbero) cum-patire nel senso di patire con, patire insieme. L’amore per il proprio prossimo voluto da Cristo è condizionato da questo «istinto» di fratellanza di tutti gli uomini, i quali sono tutti fratelli nel dolore, che è l’unica, incontrovertibile realtà terrena. Ciò è talmente vero che si potrebbe rivedere e correggere il fortunato detto cartesiano, penso dunque sono, ridefinendolo in questi termini: soffro dunque esisto. Si può dubitare di tutto, tranne della sofferenza, che è la croce che tutti – cristiani e non – devono portare. […] Anche Cristo ha sofferto e la sua sofferenza è esemplare, nel senso che è un esempio al quale rifarsi per meglio sobbarcarsi la propria croce. Oltre l’illusione oppiacea della dialettica farfugliante, c’è la vita nuda e cruda, che può essere sommamente spiacevole, però mai e poi mai: disperante. Almeno per chi spera in Cristo e confida nella Verità onnicomprensiva, che come un manto universale tutto avvolge, riscaldando i cuori in attesa del fatidico Giorno del Giudizio.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, pp. 187-188)

Insegnamento. La vita è sofferenza, ma il soffrire non è fine a se stesso. Perciò bisogna lottare e non perdere mai la speranza, che è l’essenza della vita.

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]

Dostoevskij e la Verità: Un Viaggio Sentimentale

Il contenuto offre una riflessione profonda sulla Verità, evidenziando come essa debba essere sentita piuttosto che solo ragionata. Attraverso l’insegnamento di Dostoevskij, si sottolinea l’importanza del sentimento nella fede, suggerendo che solo attraverso il cuore possiamo accedere a un significato più profondo della vita.

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Tema. Una Verità che va sentita e non ragionata

“In fondo, la Verità, svelataci da Cristo, si può solo pre-sentire, come appunto: un pre-sentimento ancestrale, insito in tutti gli uomini e che li comprende tutti. Insomma, una Verità onnicomprensiva, che va sentita e non ragionata. Da qui la necessità di sentire di più e ragionare di meno. Affinché si possa combattere il misticismo della ragione con il realismo della vita intensamente sentita e perciò vissuta. Infatti, se si vuole intuire ciò che va oltre la ragione, non si può non convenire che il sentimento sia l’unica via per accedere a Cristo-Verità.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 186)

Insegnamento. Dove non arriva il ragionamento, può arrivare il sentimento. Per esempio, in materia di fede, il sentimento è l’unica via per credere. Sentire che non può finire tutto qui, tutto ora; sentire che può esserci uno scopo più grande di noi, di cui noi siamo solo un’infinitesima parte; per tutto questo, il sentimento è la chiave, mentre il ragionamento è il lucchetto; il primo apre porte che il secondo neanche immagina.

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]

Mica bazzecole

Le “IA” o “AI” – che dir si voglia – non cambieranno il mondo, lo hanno già fatto. Al netto delle allucinazioni – se siete anglofobi – o bias – se siete anglofoni – che possono prendere, le intelligenze artificiali sono un potente strumento in grado di fare più bene che male. Si ostinano a non crederlo soltanto coloro che non ne hanno dimestichezza (o chi ne ha e ne è rimasto scottato per qualche motivo personale), quelli che non ne hanno sperimentato le possibilità e tutti quelli che sono soliti criticare una novità a prescindere (spesso, ma non sempre, per via dell’età scritta sulla loro carta d’identità).

Il dilemma è arcinoto: cavalcare il cambiamento o esserne travolti? L’esperienza suggerirebbe di tentare la prima via, evitando come la peste la seconda opzione. La questione è che le intelligenze artificiali pongono numerosi problemi, che a volte ci sembrano erroneamente superare le soluzioni che dovrebbero darci. Uno dei tanti e che – per un “pennivendolo” come me non è certo da poco – è il problema del plagio.

Come in passato è sempre esistito il plagio, nel presente continua a esserci e in futuro ci sarà ancora, solo in forme differenti. Come combatterlo? Come si è sempre fatto, presupponendo l’onestà intellettuale di chi scrive e predisponendo adeguati controlli a carico di chi pubblica (presupporre non basta mai infatti). In ambito accademico/scolastico ed editoriale, quello che sta già cambiando è che si citano sempre più come fonti testuali le intelligenze artificiali che, se ben usate (come del resto accade per tutti gli strumenti frutto dell’ingegno umano), ci semplificano la vita e non provocano scenari da “disaster movie”, alla “Terminator”, tanto per intenderci.

Per “terminarci” ce la facciamo benissimo da soli… di certo, non abbiamo bisogno di aiuti esterni. Basti pensare alle armi atomiche che, sempre più in maniera inquietante, assomigliano alla “pistola” di cui parlava Cechov: finché circolano e proliferano, c’è da preoccuparsi. Sempre Cechov diceva che, se si intravede una pistola in scena, di solito prima o poi qualcuno la userà per sparare. Stesso discorso riguarda tutte le armi, specie quelle che potrebbero porre fine al genere umano. Crearle ha significato – lo sappiamo tutti – scoperchiare il vaso di Pandora. Ora non ci resta che continuare a camminare come equilibristi sul filo del baratro, che sta sotto e tutt’attorno a noi e ci fa l’occhiolino quando guardiamo giù.

Il segreto è guardare avanti e continuare a camminare confidando nel nostro precario equilibrio, il che non ci può fare stare sereni, ma quando mai lo siamo stati? Un tempo senza pericoli non è mai esistito e dubito ci sarà mai. E allora, che fare? Non ci resta che sperare di restare sobri il più a lungo possibile. Se non lo faremo, potremmo estinguere noi stessi e ogni forma di vita sulla Terra, mica bazzecole.

IL DILEMMA MORALE

Si può fare, allora lo faccio? Questo è il dilemma morale di ogni scienziato di fronte alla grandezza e pericolosità di una scoperta che potrebbe cambiare il corso della storia. La risposta dovrebbe essere: no, non sempre almeno. Di solito è invece: chi se ne frega, tanto se non lo farò io, lo farà qualcun altro.

Per questo l’umanità è in serio pericolo, per via della natura umana stessa che flirta ogni giorno con la propria autodistruzione, avvalorando le intuizioni freudiane a proposito della pulsione di morte (Thanatos) che nella psiche di ognuno si contrappone a quella di vita (Eros); più la prima ha la meglio in noi e più le lancette dell’orologio dell’Apocalisse si avvicinano alla mezzanotte.

Freud può e deve essere considerato portatore di una filosofia della storia. A tale proposito, la riflessione freudiana sulle due pulsioni contrapposte e in lotta tra di loro è trasferibile dal piano individuale al piano generale, quello degli Stati che, per far prevalere i loro interessi particolari, flirtano di continuo con l’autodistruzione non solo loro ma di tutta l’umanità, da quando siamo entrati nell’era atomica (nella quale ci troviamo ancora immersi).

Gli Stati si fanno la guerra e cominciano una lotta per la primazia che non si può mai dire né quando né come finirà; lo hanno imparato sulla loro pelle i soldati della Prima guerra mondiale partiti per il fronte convinti dai loro generali che i più fra loro sarebbero tornati a casa per Natale.

Dopo Hiroshima e Nagasaki, come sapevano bene gli illustri firmatari del manifesto Russell-Einstein, la questione cruciale per noi tutti è presto detta: fine di tutte le guerre (mondiali) o fine del genere umano?

(Della filosofia della storia in Freud mi sono indirettamente occupato nel saggio “Eros alato“, Giaconi Editore, Recanati, 2020.)

“Il dio del tennis” in lizza per l’edizione 2022 del Premio Fiesole Narrativa Under 40

Ringrazio per la grande opportunità, che rende onore a una storia di riscatto sportivo; scrivendola, ho voluto nobilitare il valore della lotta contro le avversità, che possono renderci più forti nel momento in cui riusciamo a trovare in noi la forza per superarle (qualora possibile).

COMPIERE LO SCOPO PER CUI SI È AL MONDO, RINGRAZIAMENTO IN TRE PUNTI

1. Lottare per vincere è l’unica cosa che conta e non vincere

Onorato ed emozionato di essere in lizza per l’edizione 2022 del Premio Fiesole Narrativa Under 40 con il mio romanzo “Il dio del tennis”, uscito di recente con Clown Bianco Edizioni.

Ringrazio per la grande opportunità, che rende onore a una storia di riscatto sportivo; scrivendola, ho voluto nobilitare il valore della lotta contro le avversità, che possono renderci più forti nel momento in cui riusciamo a trovare in noi la forza per superarle (qualora possibile).

Lo sport mi ha insegnato il valore del sacrificio, il dovere di sudarsi ogni benedetta vittoria, mai regalata, osando quel colpo in più e confidando nella Fortuna che aiuta gli audaci, come già sapevano i nostri avi Latini.

Avere più voglia di vincere dell’avversario è il lievito madre di ogni vittoria; poi se non si riesce nell’intento, poco importa. L’essenziale è mettercela tutta.

Lo sport – così come la vita – ci insegna che non si può vincere sempre. Lottare per vincere è l’unica cosa che conta e non vincere.

Sono sempre stato affascinato dalle imprese sportive degli outsider, di chi per svariati motivi parte sfavorito e poi finisce per assaporare la vittoria, anche per una sola volta nella vita.

Per qualche comprensibile motivo (forse la capacità di immedesimarsi nel vincitore contro pronostico), chi più vince da favorito, più risulta antipatico. I narratori di sport lo sanno e per questo esaltano le imprese degli sfavoriti. Non c’è niente di più romanzesco che rovesciare il pronostico.

Sarà per questo che, da narratore, non mi riconosco nella logica eccessiva del “vincere” come “l’unica cosa che conta”. Se non vinci, non sei nessuno, perché? Se non lotti, tutt’al più, hai ben poco di cui andare fiero, dico io. Questione di punti di vista.

2. L’unica guerra che merita di essere combattuta

Sono contento di essere stato un tennista e ora di avere anche scritto di tennis, uno sport che annovera un pregio non da poco secondo me. Ti ricorda che chi sta dall’altra parte della rete è solo un “avversario”, perché in fondo non esistono “nemici”, come alcune persone in malafede vorrebbero farci credere per piegarci ai loro giochi di potere. “Armatevi e partite, per Dio, per la patria, per la famiglia”, quanti di noi si sono tramutati in “carne da cannone” lasciandosi abbindolare da simili slogan guerrafondai? Troppi. Era davvero necessario per la migliore sorte dell’umanità? Da antihegeliano convinto non credo. Ciò che condivido invece di Hegel è il modo di rapportarsi col mondo, per come è. Fermo restando, però, che il primo passo verso un sostanziale miglioramento comincia teorizzando un mondo “migliore” alla maniera di Platone, senza dimenticarsi di quello su cui appoggiamo i piedi. Motivo per cui la querelle tra pensatori realisti e idealisti è presto risolta. La ragione è nella via mediana tra questi due opposti, che è anche la via più saggia in quanto più equilibrata.

Ne sanno qualcosa i narratori, consapevoli che le loro storie non reggerebbero senza equilibrio narrativo, così come qualsiasi squadra di qualunque sport non arriverebbe a certi risultati senza avere trovato il proprio equilibrio interno. Vale ugualmente per il tennista migliore, che non può che essere colui che riesce a sviluppare un gioco più equilibrato rispetto ai suoi avversari.

Persino i migliori giocatori si rendono conto di quanto effimera sia la gloria. Un giorno il “migliore” si chiama Sampras, quello dopo Federer, quello dopo ancora Nadal, poi Djokovic e via di questo passo. Riferirsi a qualcuno appellandolo come “migliore” nel suo settore di competenza ha senso solo se si trae da costui un esempio di condotta nella vita di tutti i giorni, pur essendo consapevoli che certe vette non competono a tutti. Alcuni riescono più di altri, mentre unico è il traguardo ingrato che ci attende e che dovrebbe tanto più invitarci a fare la pace, piuttosto che la guerra.

L’unica “guerra” che merita di essere combattuta è quella della vita contro la morte; l’esito della quale appare scontato ma, finché la vita avrà una parola da opporre alla morte, non sarà mai detta l’ultima. Ci aspetta una lotta titanica, quotidiana, incessante… una lotta a perdere, perlomeno se si decide di rimanere in un ambito squisitamente terreno. Questione di scelta personale, materia di fede.

Il “dio” di cui faccio cenno nei capitoli e nel titolo del mio romanzo tennistico “Il dio del tennis” va distinto da quel Dio extra-terreno a cui non mi stanco di credere, pur alla maniera dei filosofi. Per deontologia professionale (ed esistenziale aggiungerei), il mio non può che essere un credo “problematico”, che tiene conto del dubbio e accetta di confrontarsi con esso senza assecondarlo, anche se la tentazione nichilista in certi giorni può apparire forte.

Del resto, cosa pretendere da chi ha intitolato il suo romanzo d’esordio dedicato ai dorati anni universitari “Il circolo dei nichilisti” e fa ammettere all’io narrante protagonista vagamente autobiografico di essere stato un bambino alquanto stravagante, uno di quelli che posando lo sguardo al cielo già si poneva la domanda filosofica per eccellenza: “Perché c’è il tutto anziché il niente?”.

3. L’invenzione in malafede del nemico

Tra il tutto e il niente c’è di mezzo la vita, che amo celebrare nei miei romanzi. “Il dio del tennis” non fa eccezione: è una storia di vita ispirata a nessun tennista in particolare, ma in cui ciononostante si possono identificare svariati giocatori che hanno calcato i campi di tutto il mondo, da quelli meno prestigiosi fino ad arrivare a quelli del gotha del tennis mondiale.

Il protagonista Giovanni è tutto fuorché un vincente. È uno che lotta sia dentro sia fuori dal campo, la sua parabola è simile a quella di molti e le sue vicissitudini somigliano a una giostra impazzita. Un continuo saliscendi con uno scopo ben preciso: la risalita dagli inferi, anabasi, dopo esservi disceso, catabasi. Ogni cosa che vive ha il proprio scopo, dice Aristotele. Allo stesso modo, sono convinto che ogni narrazione debba avere il “proprio scopo”.

A essere sincero, non sono un amante dei finali aperti che lasciano in bocca al lettore un sapore d’incompiutezza. Mi piace credere che Aristotele avesse ragione nel dire che tutti abbiamo uno scopo da portare a termine. Per questo non si possono concepire storie con trame incompiute e, men che meno, con personaggi senz’arte né parte. Per indole non comincio a scrivere un libro se non so come farlo finire e non lascio a metà i personaggi che creo: mi scatenerebbe una rabbia che non saprei gestire, perché da premuroso padre letterario ambisco per loro a vederli più o meno felici, più o meno sistemati.

In un certo senso, credo che si dovrebbero distinguere due aspetti importanti del nostro essere umani, che vuol dire mortali. In quanto tali, da un lato finiamo per capitolare al cospetto del Grande Nemico, la morte appunto, dall’altro chi ci dice che simile Nemico ci sottrae alla vita da incompiuti? Credo che non solo in narrativa possano esserci vite compiute di personaggi, ma che esistano “vite compiute” di persone reali. Poi può anche avverarsi il contrario, sia in narrativa sia nella vita reale. L’amara verità che esistano storie e “vite incompiute”, però, non toglie meno “verità” a quelle storie o vite che riescono a raggiungere un degno compimento.

Ho detto che la vita avrà sempre una parola da opporre alla morte e questa non può che essere: amore. Esso è il più degno “coronamento” di ogni vita e di ogni storia a essa ispirata. Che cos’è l’amore? Credo dovremmo figurarcelo come una scala che dall’amore di sé ci porta alla più alta forma di amore, quella per il tutto o per Dio, a seconda delle proprie convinzioni. Ne risulta qualcosa di molto somigliante a quello che diceva Platone (non a caso sono autore di un saggio il cui titolo è già tutto un programma: “Eros alato”). La tappa intermedia per arrampicarsi in questa “scala” è l’amore per gli altri, ivi compresi i propri avversari.

A tale riguardo, nessuno sport come il tennis ti fa capire quanto “l’altro” sia per noi funzionale. Io non gioco – cioè non mi diverto – a tennis senza l’altro che mi sta di fronte e con il quale pratico degli scambi; lui tira la palla a me e io la tiro a lui, dall’altra parte del campo. Quando vado in battuta non a caso “servo” e l’altro “riceve”, nessuno gioca da solo a tennis a meno che non voglia tirarla contro il muro, ma in questo caso sarebbe peggio che giocare contro il banco al casinò. Il muro vince sempre.

La grandiosità dello sport è che i muri li tira giù e fa giocare assieme persino acerrimi “nemici”, o presunti tali. Lo sport abbatte i muri, crea ponti inaspettati e insperati tra i popoli, tra le persone; permette il dialogo che favorisce a sua volta la distensione dei rapporti. E in tempi di tensioni su scala planetaria, si dovrebbe all’opposto ritornare a un approccio più realista ai problemi. Tale “approccio” negli anni Settanta è stato adottato con successo da Henry Kissinger, stratega della realpolitik “a stelle e strisce”, nonché uno dei fautori di quel capolavoro diplomatico realizzato a cavallo tra il 1971 e il 1972 e passato alla storia come “diplomazia del ping pong”. Quantomeno curioso come questo sport di racchetta abbia reso possibile il clamoroso avvicinamento tra Cina e Stati Uniti, due potenze agli antipodi per concezioni filosofiche e visioni politiche: comunista l’una, capitalista l’altra, ora tornate a essere a dir poco sospettose l’una nei confronti dell’altra. Ripassare la storia non può farci male.

Precondizione di ogni dialogo distensivo è l’essere consapevoli di quella relazione speciale che c’è tra noi e gli altri, che ha spinto numerosi filosofi a riconoscere la natura relazionale dell’essere umano. Per favorire questa benevola inclinazione di pensiero, potrebbe venirci in soccorso proprio il tennis, il più “relazionale” degli sport. Tale relazionalità è tanto vicendevole quanto conflittuale. L’avversario mi pone davanti dei problemi che devo risolvere se non voglio soccombere ad essi e di conseguenza perdere la partita. Tra tutti gli avversari il più tosto da affrontare è quello che ci ritroviamo davanti ogni mattina: quello riflesso nello specchio. Avversario, questo, che possiamo battere come e più di chiunque altro, perché dovremmo conoscerlo meglio di tutti. Il guaio è quando non ci si conosce abbastanza, perché chi non ha una sufficiente conoscenza di sé rischia di rimanere un incompiuto.

In fin dei conti aveva ragione Socrate: conosci te stesso. Più arriveremo a conoscerci, aggiungo io, più soddisfazioni potremo toglierci, nel tennis come nella vita.

Volevo limitarmi a un ringraziamento e, per l’eterogenesi dei fini, ho finito con lo svelare il messaggio che sta dietro al mio romanzo “Il dio del tennis”: lottare ogni giorno per compiere lo scopo per cui si è al mondo.