L’anima tripartita del popolo russo

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Nel capolavoro “I fratelli Karamazov” Dostoevskij ci racconta l’anima tribolata del popolo russo attraverso le peculiarità distinte dei tre fratelli. 

C’è Ivan: un figlio spirituale dell’illuminismo europeo, che guarda all’Europa come a una cara, vecchia amica a cui ritornare nostalgicamente con il pensiero, sebbene sia ormai per lui un cimitero d’ideali decrepiti. L’Ivan-pensiero è debitore della cultura europea, soprattutto di quella illuministica del Settecento, ha un debito intellettuale nei confronti dei vari Rousseau, ma soprattutto Voltaire, autori che lo hanno profondamente influenzato. Possiamo definirlo il più cerebrale, il più intellettuale dei fratelli Karamazov, che non sono proprio tre ma, se dico di più, rischio di fare spoiler, perciò mi taccio. 

Il secondo fratello di cui vi voglio parlare brevemente è Alësa, quello che piange sopra la tomba del piccolo Iljuša, di cui vi ho detto all’inizio. Lui incarna l’anima mistica del popolo russo. Ancora oggi in Russia la figura del mistico è centrale per capire la religiosità russa a forte vocazione popolare. Alësa è il classico uomo spirituale, come ce l’abbiamo anche noi in Occidente. Pure noi in Italia di mistici ne abbiamo avuti di famosi. Uno su tutti? Nel Duecento abbiamo avuto secondo me il più fenomenale di tutti. Di chi sto parlando? Di San Francesco d’Assisi, ovviamente. 

Poi c’è il terzo dei Karamazov, ovvero Dmitrij, il quale rappresenta invece l’anima viscerale del popolo russo, è il più carnale e sanguigno dei fratelli, quello che si scontra più spesso con il padre e che tutti sospettano di avere compiuto il parricidio. Dmitrij simboleggia ancora oggi l’identikit dell’uomo medio russo, è un uomo come molti, come lo sono la maggior parte di noi: certi giorni è capace di nobili slanci, certi altri può partecipare a una rissa e finire per ammazzare qualcuno a bottiglia te in testa, senza altro motivo apparente se non un accesso d’ira fulmineo e incontrollabile. Dmitrij è veramente “viscerale”, nel senso che “ragiona” con le viscere, non con l’intelletto. Anche da noi in Italia abbiamo tanti Dmitrij in circolazione, tutti i paesi ce li hanno uomini di tale pasta. 

In pratica, ne “I fratelli Karamazov” Dostoevskij dipinge un affresco della Russia dell’Ottocento, che però farà un po’ da viatico alla Russia del Novecento, finanche ispirare quella odierna, per certi aspetti. Ci fa capire meglio la mentalità di questo popolo che è stato capace, piaccia o non piaccia dirlo in questo momento, di grandi cose. Perché diciamocelo: senza la resistenza all’aggressione nazista del popolo russo la Seconda guerra mondiale avrebbe potuto prendere una piega diversa e non so quanto fausta per tutti noi. Intendiamoci, non che nell’allora Unione Sovietica fosse tutto “rosa e fiori”, però Hitler era… Hitler, ci siamo capiti. Per quanto oggi i rapporti tra l’Unione Europea e la Russia siano tesi e non ci permettano di essere troppo obiettivi nei riguardi di questo popolo complesso, dobbiamo perlomeno sforzarci di rimanere obiettivi e riconoscere loro i meriti del passato, aldilà dei torti del presente. Certo, non è che noi italiani, tantomeno i tedeschi e nemmeno i francesi possiamo dichiararci senza macchia, né asserire di non avere mai recitato il ruolo di “cattivi” della storia, che poi “cattivo” per chi? Dipende sempre dal punto di vista. Hai voglia a dire che è tutta colpa di una sola parte… non è mai così facile, giusto nei fumetti forse, ma negli ultimi tempi persino le trame fumettistiche si sono fatte più intricate assecondando forse un’implicita complicazione degli eventi tutt’attorno a noi… 

Quello che voglio dirvi è: trovatemi un popolo che non possa dirsi “complesso”. Ora, Dostoevskij senz’altro ci aiuta a capire le peculiarità dei russi, ma tutto si può dire fuorché che essi siano i soli a vantare un primato di complessità rispetto ad altri popoli. Di fatto l’essere umano è abbastanza simile in tutti i luoghi, fatte salve certe peculiarità che ognuno ha in base – anche e soprattutto – al territorio in cui risiede. La geografia influenza l’anima profonda di un popolo, di ciò sono profondamente convinto. A ogni modo, queste sono le tre anime della Russia e le tre anime dell’uomo russo, secondo Dostoevskij, rappresentate nel meraviglioso affresco che sono appunto “I fratelli Karamazov”. In un certo senso, questo capolavoro dostoevskiano mi ricorda un film di Sergio Leone: “Il buono, il brutto e il cattivo”. Ovviamente il buono del capolavoro dostoevskiano è Alësa, Ivan potrebbe essere il brutto e Dmitrij il cattivo (per com’è ridotta la sua anima imbruttita dall’intelligenza euclidea). Ecco, in questo libro c’è tutto Dostoevskij.

La fede dei capi

La fede (in quel che si va propagandando) è il requisito irrinunciabile per diventare capi, senza non si può assurgere al ruolo di guide politiche. Solo chi ha fede, una fede cieca e assoluta, riesce a muovere, se non le montagne, quantomeno gli eserciti provocando carneficine evitabili (a patto di riuscire a sconfiggere la suggestione delle folle).

I capi devono credere loro per primi alle fandonie, ridicolaggini e insulsaggini che vanno raccontando alle folle giubilanti. Devono possedere una volontà ferrea che compensi la perdita delle volontà degli individui riuniti in una folla. Quindi: la volontà del pastore si estende e viene fatta propria da tutto il gregge. Per fare ciò occorre credere in maniera viscerale a ciò che si dice. Senza questa visceralità il capo non sarebbe tale. Come i migliori piazzisti sanno, per convincere della bontà intrinseca della merce che si sta vendendo, occorre crederci fortemente e prima ancora degli altri a cui si vuol venderla.

“Il più delle volte i capi non sono uomini di pensiero, ma d’azione. Sono poco chiaroveggenti; né potrebbe essere altrimenti, perché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Vengono reclutati soprattutto tra quei nevrotici, esagitati, semi-alienati che vivono al limite della follia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che perseguono, qualunque ragionamento si infrange contro le loro convinzioni. Il disprezzo e le persecuzioni non fanno che eccitarli di più. Interesse personale, famiglia, tutto è sacrificato. Perfino l’istinto di conservazione è distrutto, al punto che il martirio costituisce l’unica ricompensa alla quale quegli individui ambiscano. L’intensità della fede conferisce grande forza di suggestione alle loro parole. La moltitudine dà sempre ascolto all’uomo dotato di forte volontà. Gli individui riuniti in folla perdono la volontà e quindi si rivolgono per istinto verso chi ne possiede una” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, pp. 152-153).

Certo, è facile parlare con il senno di poi, ma è innegabile che Le Bon sembra che si riferisca direttamente a Hitler, Stalin, Mussolini e altri sciagurati loro simili. La fede (in quel che si va propagandando) è il requisito irrinunciabile per diventare capi, senza non si può assurgere al ruolo di guide politiche. Solo chi ha fede, una fede cieca e assoluta, riesce a muovere, se non le montagne, quantomeno gli eserciti provocando carneficine evitabili (a patto di riuscire a sconfiggere la suggestione delle folle). La fede è inoltre la forza motrice che “fa” la Storia. E solo quei capi dotati di una fede incrollabile sono in grado di “fare” la storia. I leader posseggono una “conoscenza istintiva […] dell’anima delle folle” (p. 38) che si trovano a capeggiare.