Napoleone e Raskòl’nikov

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Prendiamo Napoleone, quanti “individui” ha mandato a morire? Erano ancora in corso le guerre napoleoniche, mentre era vivo Hegel, che fu coevo di Napoleone. Motivo per cui, senza preoccupazione di venire smentito, dichiaro che Hegel è stato influenzato – e non poco – dalle gesta megalomani di Napoleone. Nonostante il suo non fu un tempo pacifico, Hegel si era autoconvinto di vivere nella migliore delle epoche storiche. E, se il mito del progresso prese così piede, lo dobbiamo proprio a lui, fermamente convinto che ogni epoca futura sarebbe stata migliore della precedente, fino al disvelamento finale dello Spirito assoluto. Concetto, quello di “Spirito assoluto”, dagli evidenti echi cristiani, sebbene l’escatologia hegeliana sia piuttosto ambigua su come finirà la Storia. Mentre per i cristiani la venuta del Giorno del Giudizio è abbondantemente annunciata, anche se “[…] il giorno del Signore verrà come un ladro di notte […]” (1 Tessalonicesi 5,2), per dirlo con le parole di Paolo di Tarso, meglio noto per i cristiani come San Paolo. 

Per Hegel al mondo è come se ci fossero uomini di serie A e uomini di serie B, questi ultimi meritano di venire trattati come, appunto, “carne da cannone” dai primi, che invece la storia la plasmano sulla pelle però dei secondi. Per il proto-esistenzialista Kierkegaard ciò è inconcepibile perché ogni esistenza conta. Per Dostoevskij questi temi esistenziali sono alquanto rilevanti. Non a caso il dostoevskiano Raskòl’nikov, protagonista di “Delitto e castigo”, ammette di “rompersi la testa” con l’assillo su che cosa avrebbe fatto al suo posto un giovane, rampante Napoleone in ascesa se si fosse trovato davanti una vecchia e insignificante usuraia da togliere di mezzo, pur di conseguire la sua storia “monumentale” e raggiungere tutte le vette che ha raggiunto nella vita. Avrebbe esitato oppure l’avrebbe fatta fuori senza esitazione? Raskòl’nikov si risponde che Napoleone avrebbe liquidato la povera vecchia “insignificante” senza indugiare troppo. Salvo poi pentirsene amaramente ed espiare per la sua colpa, dopo avere compiuto il “delitto” riceverà infatti il giusto “castigo”. 

A differenza del suo personaggio, Dostoevskij crede che ogni vita umana conti e di ognuna di esse che osiamo togliere dovremmo rispondere al Padreterno. Poi crede pure che per i colpevoli possa esserci “espiazione”, se c’è reale, sincero pentimento, ammesso che l’anima del peccatore sia contrita nel profondo (contrizione = pentimento sincero).  D’altra parte, Dostoevskij sta dalla parte dei peccatori ed è devoto a Cristo proprio perché il Figlio di Dio non li ha abbandonati, ma li ha voluti redimere. Insomma, c’è speranza per tutti, predica Dostoevskij, però prima ti devi pentire. A ogni modo, la fascinazione per Napoleone non ce l’aveva solo Hegel ma, a tutta evidenza, anche Dostoevskij.

Sul prestigio

Come si ottiene il prestigio? Inanellando un successo dopo l’altro. Il prestigio così come si acquista con il successo, allo stesso modo si perde con il suo opposto: l’insuccesso. Basti pensare alla fine di molti dittatori, prima idolatrati dalle folle, poi dalle stesse umiliati nel momento delle loro esecuzioni.

Come si conquista una folla? Affermazione, ripetizione, contagio. Come avviene il “contagio”? Affermazione + ripetizione = contagio, questa è la formula vincente! Una volta messosi in moto l’ingranaggio, l’idea che ha contagiato una folla dilaga fino ad acquistare sempre maggiore prestigio. Quest’ultimo non è altro che una fascinazione, un ammaliamento esercitato da un capo carismatico.

“Il socialista più burbero si emoziona alla vista di un principe o di un marchese; e tali titoli bastano per scroccare a un commerciante tutto quel che si vuole” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 166). Ciò era vero ieri come lo è oggi. Penso alla mia Italia: una repubblica fondata sul prestigio.

Il mantenimento del “prestigio” è questione di talento. Le Bon a proposito di Napoleone: “Il prestigio gli sopravvisse e continuò a crescere. Grazie ad esso un suo oscuro nipote fu eletto imperatore […] Maltrattate gli uomini, massacrateli a milioni, provocate invasioni su invasioni, tutto vi è permesso se possedete un sufficiente grado di prestigio e il talento necessario per mantenerlo” (p. 171).

Come si ottiene il prestigio? Inanellando un successo dopo l’altro. Il prestigio così come si acquista con il successo, allo stesso modo si perde con il suo opposto: l’insuccesso. Basti pensare alla fine di molti dittatori, prima idolatrati dalle folle, poi dalle stesse umiliati nel momento delle loro esecuzioni. Si vedano i vari: Mussolini, Saddam Hussein, Gheddafi e via elencando.

Quali caratteristiche dovrebbe avere un candidato al ruolo di capo politico? “La prima qualità che un candidato deve possedere è il prestigio” (p. 217). Il simile non attrae come candidato. Motivo per cui difficilmente un operaio o un contadino sceglierà un suo pari per rappresentarlo. Le sue scelte con più probabilità ricadranno su qualche figura dotata – o perlomeno “reputata” – di maggiore prestigio.