Dostoevskij contro Machiavelli: il Fine non giustifica mai i Mezzi

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Quello di Raskòl’nikov è il classico ragionamento euclideo che strizza l’occhio alla cruciale domanda fattasi da Machiavelli a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, in una penisola italiana divisa in litigiosi “statarelli”, ognuno dei quali aveva “l’ambizione” di dominare sull’altro, finanche annetterselo. In questo contesto di lotte e intrighi per il potere, il segretario fiorentino si chiese: se il fine giustificasse i mezzi adoperati per ottenerlo. Si rispose che sì, lo era e, seppure non lo scrisse direttamente nel suo capolavoro di filosofia politica “Il Principe”, lo fece capire tra le righe, in modo neanche troppo velato. 

Quello dapprima machiavellico, poi hegeliano è chiaramente un ragionamento che Dostoevskij definirebbe viziato dall’intelligenza euclidea che tanti danni ha fatto, sta facendo e – temo – continuerà a fare in futuro… prima lo capiremo e prima ci risveglieremo a una più illuminata consapevolezza, quella di essere degli esseri umani in mezzo ad altri della nostra specie e di non valere né meno né più di chiunque altro. Questa concezione della vita umana come un qualcosa di sacrificabile per i più alti e nobili fini dei grandi condottieri, quelli che fanno la storia, che possono usarci a loro vantaggio come pedine e schiacciarci senza farsi troppi problemi è la più grande fandonia mai raccontata e mai creduta, ma che – ahimè – ha fatto fin qui girare il mondo e continua a farlo, dal momento in cui prima era il re, ora è lo Stato a dirti: “Vai e combatti e, se serve, muori per la Patria!”. 

Cos’è la “Patria” se non un ideale, che talvolta necessita di un tributo di sangue per essere mantenuto in piedi? Un “ideale” con l’iniziale minuscola, da distinguere da quell’unico Ideale, con l’iniziale maiuscola, che andrebbe difeso strenuamente da tutti gli Stati e dagli uomini di buona volontà: la preservazione della vita, la propria e l’altrui. Fare ciò significherebbe rispettare la fondamentale regola aurea: fai agli altri ciò che vuoi che venga fatto a te (formulazione positiva), non fare agli altri ciò che non vuoi che venga fatto a te (formulazione negativa).

Napoleone e Raskòl’nikov

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Prendiamo Napoleone, quanti “individui” ha mandato a morire? Erano ancora in corso le guerre napoleoniche, mentre era vivo Hegel, che fu coevo di Napoleone. Motivo per cui, senza preoccupazione di venire smentito, dichiaro che Hegel è stato influenzato – e non poco – dalle gesta megalomani di Napoleone. Nonostante il suo non fu un tempo pacifico, Hegel si era autoconvinto di vivere nella migliore delle epoche storiche. E, se il mito del progresso prese così piede, lo dobbiamo proprio a lui, fermamente convinto che ogni epoca futura sarebbe stata migliore della precedente, fino al disvelamento finale dello Spirito assoluto. Concetto, quello di “Spirito assoluto”, dagli evidenti echi cristiani, sebbene l’escatologia hegeliana sia piuttosto ambigua su come finirà la Storia. Mentre per i cristiani la venuta del Giorno del Giudizio è abbondantemente annunciata, anche se “[…] il giorno del Signore verrà come un ladro di notte […]” (1 Tessalonicesi 5,2), per dirlo con le parole di Paolo di Tarso, meglio noto per i cristiani come San Paolo. 

Per Hegel al mondo è come se ci fossero uomini di serie A e uomini di serie B, questi ultimi meritano di venire trattati come, appunto, “carne da cannone” dai primi, che invece la storia la plasmano sulla pelle però dei secondi. Per il proto-esistenzialista Kierkegaard ciò è inconcepibile perché ogni esistenza conta. Per Dostoevskij questi temi esistenziali sono alquanto rilevanti. Non a caso il dostoevskiano Raskòl’nikov, protagonista di “Delitto e castigo”, ammette di “rompersi la testa” con l’assillo su che cosa avrebbe fatto al suo posto un giovane, rampante Napoleone in ascesa se si fosse trovato davanti una vecchia e insignificante usuraia da togliere di mezzo, pur di conseguire la sua storia “monumentale” e raggiungere tutte le vette che ha raggiunto nella vita. Avrebbe esitato oppure l’avrebbe fatta fuori senza esitazione? Raskòl’nikov si risponde che Napoleone avrebbe liquidato la povera vecchia “insignificante” senza indugiare troppo. Salvo poi pentirsene amaramente ed espiare per la sua colpa, dopo avere compiuto il “delitto” riceverà infatti il giusto “castigo”. 

A differenza del suo personaggio, Dostoevskij crede che ogni vita umana conti e di ognuna di esse che osiamo togliere dovremmo rispondere al Padreterno. Poi crede pure che per i colpevoli possa esserci “espiazione”, se c’è reale, sincero pentimento, ammesso che l’anima del peccatore sia contrita nel profondo (contrizione = pentimento sincero).  D’altra parte, Dostoevskij sta dalla parte dei peccatori ed è devoto a Cristo proprio perché il Figlio di Dio non li ha abbandonati, ma li ha voluti redimere. Insomma, c’è speranza per tutti, predica Dostoevskij, però prima ti devi pentire. A ogni modo, la fascinazione per Napoleone non ce l’aveva solo Hegel ma, a tutta evidenza, anche Dostoevskij.