La libertà tragica

La riflessione centrale del libro “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni si concentra sulla natura tragica della libertà, che implica la necessità di fare scelte. L’autore sottolinea come, secondo Dostoevskij e Kierkegaard, la libertà non consista nel poter scegliere tutto, ma nel dover scegliere tra alternative limitate, portando a un’esistenza vincolata.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Ritorno con piacere al tema principale del mio libro “La tragedia della libertà” e di queste mie riflessioni: la libertà.

La libertà è tragica perché dobbiamo tragicamente scegliere. Questa è la risposta breve. Se ve l’avessi data subito, mi sarei risparmiato molte parole, ma avrei tolto il gusto dell’arrivarci filosofando, insieme a voi. In filosofia è sempre necessario argomentare. A ogni modo, se qualcuno di voi con la “fissa” per le risposte secche mi chiedesse quale sia allora la libertà tragica di cui vi parlo e che ben si addice con la filosofia espressa nelle opere di Dostoevskij, beh, non esiterei a rispondere: la libertà di scegliere.

Quanto saremo dei Signori con l’iniziale maiuscola, paragonabili a delle divinità, insomma, se potessimo scegliere sia questo, sia quello, invece no: dobbiamo scegliere questo, o quello, come avevano capito bene Dostoevskij e Kierkegaard, “aut aut” appunto.

Dal vicolo cieco delle nostre esistenze non ne usciamo se non scegliendo una e “una” soltanto possibilità piuttosto che l’altra.

Dalla tragedia della vita alla “tragedia della libertà”

La “croce” simboleggia la sofferenza necessaria per la salvezza, evidenziando che il sacrificio è un destino comune. La libertà è intrinsecamente tragica, richiedendo scelte consapevoli. Coloro che temono di scegliere rinunciano alla loro libertà, delegando agli altri il potere decisionale. Essere liberi implica responsabilità verso le proprie scelte.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

La “croce” rappresenta la sofferenza che ciascuno di noi si sobbarca per guadagnarsi la salvezza che passa inevitabilmente per un sacrificio tragico. La tragedia della vita è che dobbiamo sacrificarci tutti, nessuno escluso. E questo destino “tragico” dobbiamo sceglierlo, è questa: “La tragedia della libertà”, che dà il titolo al mio libro. Libertà e tragedia sono un tutt’uno, non ho dubbi. Sono intimamente convinto che la libertà sia tragica, questa è la mia tesi di fondo. Tale insegnamento lo devo senz’altro a Dostoevskij, ma anche al “filosofo della scelta”: Kierkegaard. Il nostro essere costretti a scegliere in ogni istante della nostra esistenza è già di per sé una tragedia, che sa però di libertà. Quale? La “libertà” di scegliere consapevolmente quale possibilità attuare. Una vita filosofica non prescinde da questa “imprescindibile” consapevolezza esistenziale. Laddove altri sono paralizzati dalla scelta, chi vive filosoficamente soppesa bene cosa fare, senza con ciò rinunciare ad agire, in definitiva: a scegliere. 

Ho conosciuto persone che temevano come una pestilenza qualunque scelta. Persone, queste, intrappolate da un’angoscia esistenziale che le rendeva incapaci di vivere, impediva loro di alzarsi dal letto, tanto era il loro “male di vivere”, per dirla con il poeta Eugenio Montale. Individui del genere, che ho incontrato, sono “allergici” alle scelte, eppure scelgono inconsapevolmente, giacché coloro che s’illudono di non scegliere stanno comunque già facendo una scelta, la peggiore di tutte. Quale? Danno agli altri il potere di scegliere per loro e con ciò dimostrano di non voler essere “liberi”. Dunque, sebbene la libertà sia nelle nostre corde: una concreta, quotidiana possibilità per tutti noi, c’è chi fra noi vi rinuncia. Cosa si dovrebbe fare allora? Semplice e difficile allo stesso tempo: ritrovare in sé la forza e il coraggio di scegliere.

Essere liberi significa essere responsabili delle proprie scelte. La libertà non è soltanto “partecipazione”, come cantava Giorgio Gaber. Libertà fa rima con responsabilità, che è un po’ quello che ci insegna la filosofia cristiana. Noi siamo responsabili di ciò che facciamo, sempre.

La scelta in Kierkegaard e Dostoevskij: La Tragedia della Vita

La riflessione esplora il concetto di libertà attraverso le opere di Dostoevskij e Kierkegaard, evidenziando che la vita implica scelte tragiche, poiché gli esseri umani sono limitati. Nonostante le catene fisiche, la mente rimane libera. Una vita guidata dalla filosofia e dalla fede cristiana, secondo questi autori, offre significato e direzione.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Non so quanto Dostoevskij abbia letto di Kierkegaard, quello che “so” è che la tragedia della vita è la scelta, una “scelta” sempre tragica, perché non si può fare tutto in quanto mortali. Dobbiamo obbligatoriamente scegliere una possibilità piuttosto che un’altra. Kierkegaard l’ha risolta così: “Aut aut”, o A o B, AB insieme non è contemplato.

Possiamo scegliere di fare una cosa per volta, una alla “volta”, perché siamo esseri limitati nello spazio e nel tempo. Siamo qui, adesso. E se siamo “qui”, non possiamo essere lì, “adesso”. La simultaneità e l’ubiquità ci sono precluse in quanto umani, cioè “mortali”. Come sapeva bene Kierkegaard (e anche Dostoevskij), la scelta ha sempre a che fare con la libertà: noi siamo liberi di scegliere, nessuno può toglierci una sia pur residuale, infinitesimale libertà. Pure un condannato a morte, che è in catene, può comunque scegliere come salire sul patibolo, se con dignità o meno; pertanto, sta a lui decidere con quale atteggiamento abbandonare le sue spoglie mortali. Perché si può incatenare il corpo di una persona, ma non la sua anima, che qui uso come sinonimo di mente: l’anima-mente è libera. Nessun tiranno può incatenare il pensiero di un condannato. Il pensiero vola libero, perché o è “libero”, o non è. E dato che tutti pensiamo, siamo tutti potenzialmente “liberi”. Il problema è che a volte rinunciamo a pensare, lasciamo che lo facciano altri per noi, che ovviamente pensano bene al loro tornaconto e non ai nostri interessi.

Come sanno bene i filosofi, da Socrate in poi, per essere liberi occorre pensare con la propria testa. I filosofi ti insegnano a essere “libero”, a “pensare” per conto tuo. E in questo sia Kierkegaard sia Dostoevskij sono maestri. Se scelgo sono libero, dunque, e se lo sono, un destino tragico mi attende: sapere di avere un numero limitato di possibilità nella vita. Perciò devo giocarmi bene le mie carte, imparando a scegliere con estrema accuratezza. E come lo imparo? Scegliendo di vivere filosofando, perché una vita guidata dalla bussola della filosofia permette di non smarrirsi nei meandri di un’esistenza vuota e insignificante, un’esistenza che gira su sé stessa senza una meta precisa. Questa meta per Kierkegaard e Dostoevskij è chiara: è cristiana. Il primo la identifica con Dio, perché la scelta migliore che possiamo fare per lui è scegliere una vita religiosa alla maniera di Abramo (sia fatta la Sua volontà). Il secondo la fa coincidere con Cristo, per credere nel Padre occorre passare per il tramite del Figlio, che ha saputo prendere sotto la sua ala protettiva i peccatori promettendo loro la remissione dei loro peccati, se avessero abbandonato tutto e lo avessero seguito.

Ecco che cos’è la vita per un cristiano: seguire Cristo, il suo esempio tragico, quello di chi si è caricato su di sé la propria croce e se l’è portata fino in cima al Golgota.

Napoleone e Raskòl’nikov

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Prendiamo Napoleone, quanti “individui” ha mandato a morire? Erano ancora in corso le guerre napoleoniche, mentre era vivo Hegel, che fu coevo di Napoleone. Motivo per cui, senza preoccupazione di venire smentito, dichiaro che Hegel è stato influenzato – e non poco – dalle gesta megalomani di Napoleone. Nonostante il suo non fu un tempo pacifico, Hegel si era autoconvinto di vivere nella migliore delle epoche storiche. E, se il mito del progresso prese così piede, lo dobbiamo proprio a lui, fermamente convinto che ogni epoca futura sarebbe stata migliore della precedente, fino al disvelamento finale dello Spirito assoluto. Concetto, quello di “Spirito assoluto”, dagli evidenti echi cristiani, sebbene l’escatologia hegeliana sia piuttosto ambigua su come finirà la Storia. Mentre per i cristiani la venuta del Giorno del Giudizio è abbondantemente annunciata, anche se “[…] il giorno del Signore verrà come un ladro di notte […]” (1 Tessalonicesi 5,2), per dirlo con le parole di Paolo di Tarso, meglio noto per i cristiani come San Paolo. 

Per Hegel al mondo è come se ci fossero uomini di serie A e uomini di serie B, questi ultimi meritano di venire trattati come, appunto, “carne da cannone” dai primi, che invece la storia la plasmano sulla pelle però dei secondi. Per il proto-esistenzialista Kierkegaard ciò è inconcepibile perché ogni esistenza conta. Per Dostoevskij questi temi esistenziali sono alquanto rilevanti. Non a caso il dostoevskiano Raskòl’nikov, protagonista di “Delitto e castigo”, ammette di “rompersi la testa” con l’assillo su che cosa avrebbe fatto al suo posto un giovane, rampante Napoleone in ascesa se si fosse trovato davanti una vecchia e insignificante usuraia da togliere di mezzo, pur di conseguire la sua storia “monumentale” e raggiungere tutte le vette che ha raggiunto nella vita. Avrebbe esitato oppure l’avrebbe fatta fuori senza esitazione? Raskòl’nikov si risponde che Napoleone avrebbe liquidato la povera vecchia “insignificante” senza indugiare troppo. Salvo poi pentirsene amaramente ed espiare per la sua colpa, dopo avere compiuto il “delitto” riceverà infatti il giusto “castigo”. 

A differenza del suo personaggio, Dostoevskij crede che ogni vita umana conti e di ognuna di esse che osiamo togliere dovremmo rispondere al Padreterno. Poi crede pure che per i colpevoli possa esserci “espiazione”, se c’è reale, sincero pentimento, ammesso che l’anima del peccatore sia contrita nel profondo (contrizione = pentimento sincero).  D’altra parte, Dostoevskij sta dalla parte dei peccatori ed è devoto a Cristo proprio perché il Figlio di Dio non li ha abbandonati, ma li ha voluti redimere. Insomma, c’è speranza per tutti, predica Dostoevskij, però prima ti devi pentire. A ogni modo, la fascinazione per Napoleone non ce l’aveva solo Hegel ma, a tutta evidenza, anche Dostoevskij.

Dostoevskij e Kierkegaard contro Hegel: L’individuo al primo posto

Kierkegaard, filosofo ottocentesco, critica l’ottimismo di Hegel sulla storia, proponendo una filosofia focalizzata sull’individuo piuttosto che sulla collettività. Sottolinea l’importanza della scelta personale e il rischio che le vite vengano sacrificate per fini storici, ritenendo necessaria una riflessione esistenziale simile a quella di Socrate.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Prima ancora degli esistenzialisti del Novecento che vi ho nominato, ce n’è uno dell’Ottocento che merita una menzione speciale da parte mia. Mi riferisco al danese Søren Kierkegaard, ovvero: il filosofo della scelta, per antonomasia. Filosofo anti-hegeliano della prima metà dell’Ottocento, mentre Dostoevskij ha vissuto più la seconda metà dell’Ottocento, che è un periodo più inquieto per la storia del pensiero, a differenza della prima metà che fu un periodo dove c’era tanto ottimismo. Si era da poco usciti dal Settecento, che è stato il “secolo dei lumi”, il secolo del trionfo della ragione. Così nei primi decenni dell’Ottocento prende piede il mito del progresso, che impone la convinzione – per alcuni aspetti condivisibile e per altri discutibile – che gli esseri umani si trovavano nella migliore delle epoche storiche. 

Era infatti convinzione del più grande filosofo d’inizio Ottocento, Hegel, che le epoche future sarebbero state migliori dell’epoca presente, così come la sua epoca era migliore di quelle che l’avevano preceduta. Hegel aveva una visione della storia fin troppo ottimistico-progressista, quando invece un approccio più pragmatico e meno idealista di quello hegeliano ci suggerirebbe quantomeno cautela. Lungo il corso della storia si incontrano frequenti interruzioni e talvolta involuzioni di quello che parrebbe essere un cammino progressivo e migliorativo, “parrebbe” appunto, senza esserlo davvero. Kierkegaard non lo soffriva proprio, Hegel intendo; infatti, porrà l’accento sulle criticità della filosofia hegeliana, che si è occupata delle masse, della collettività, ma non delle singole vite umane.

Hegel non ha remore nel giustificare che alle volte debbano venire immolate sull’altare della Storia delle vite, come nel caso delle guerre. Per Kierkegaard dobbiamo altresì ritornare a focalizzarci sull’individuo, ritornare a fare filosofia alla maniera socratica, una filosofia esistenziale. Già, perché Socrate in un certo senso è stato il primo “esistenzialista” degno di questo nome. Ci ha fatto fare i conti con il senso dell’esistere e sull’importanza di farlo seguendo il proprio pensiero e realizzando il proprio scopo: il suo era quello di filosofare. Perciò, così come aveva sempre vissuto decise che tanto valeva morire, filosofando appunto. Il singolo individuo conta per Kierkegaard, che di Socrate è “figlio”, filosoficamente parlando.

Kierkegaard disprezza e non riesce a capacitarsi della noncuranza con cui Hegel lascia che i grandi condottieri della storia utilizzino per i loro loschi fini di conquista i singoli individui considerati alla stregua di “carne da cannone” e poco gli importa che la storia sia un “banco di macelleria”.

Dostoevskij e l’Intelligenza Euclidea: Un’Analisi Contemporanea

Il testo “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni riflette sulla curiosità umana e l’intelligenza euclidea, ispirato all’opera di Dostoevskij. Queste caratteristiche, sebbene propulsive per l’innovazione, portano anche a conseguenze negative, come la creazione di armi letali. L’uomo, divinizzandosi, diventa il suo stesso nemico, causando danni irreparabili.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

E cosa ha portato l’uomo a creare un’arma simile? Questa invenzione è stata dettata dalla curiosità umana. Quella stessa “curiosità” che ci ha resi grandi, che ci ha fatto costruire strade, ponti, grattacieli… pensiamoci un attimo, ci rendiamo conto di quello di cui è stato capace l’ingegno umano pilotato dall’istinto primordiale che ci contraddistingue, la curiosità? Essa è figlia dell’intelligenza euclidea, contro cui ce l’aveva parecchio Dostoevskij. Intelligenza euclidea e curiosità non sono peculiarità umane tutte negative, però ci hanno dannato permettendoci la costruzione di armi che potrebbero arrivare a estinguerci.

Per colpa loro, della “intelligenza euclidea” e della “curiosità”, l’uomo è arrivato a divinizzarsi troppo, come nel caso di Kirillov che vuole diventare dio di sé stesso. Ecco, il problema è che l’uomo-dio, ovvero l’uomo che si è auto-divinizzato riesce a fare dei danni incalcolabili, a scavarsi la fossa prima del tempo. Chi è infatti il più grande nemico dell’uomo? L’uomo stesso.

Curiosità e Peccato: Dalla Creazione alla Distruzione

Prima del peccato originale, l’umanità viveva in armonia con Dio, ma questo equilibrio si è rotto. La redenzione è possibile solo attraverso Cristo. La curiosità umana può portare a grandi scoperte, ma anche alla distruzione, come dimostrano le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, mietendo potenzialmente vittime su vasta scala.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Prima del “peccato originale” non esisteva la morte, il primo uomo e la prima donna vivevano nel Giardino dell’Eden in perfetta armonia con Dio. L’essere umano era la creatura prediletta dal Creatore. Dopo quello sciagurato assaggio, però, qualcosa si è irreparabilmente rotto, si è infranto il patto tra uomo e Dio. “Patto”, questo, ristabilitosi soltanto con la venuta di Cristo, il Figlio di Dio. Per un cristiano è molto semplice: la sola salvezza sta in Cristo-Salvatore, chi crede nel Dio fattosi “uomo” per redimere l’umanità intera – erede di Adamo ed Eva – avrà la vita eterna. Per farlo il cristiano deve accettare che non a tutto c’è una risposta. Cosa ci insegna il racconto biblico se non che, quando diamo troppo retta al lato curioso che c’è in noi, sono solo guai.

La curiosità è ciò che ci eleva, ma che può pure condannarci all’autoestinzione spingendoci oltre ogni limite, per esempio, a creare bombe come quelle che sono state sganciate rispettivamente: sulle città giapponesi di Hiroshima, il 6 agosto, e Nagasaki, il 9 agosto del 1945. Armi, queste, oggi ancora più evolute, ossia più letali, che potrebbero mettere fine al genere umano. Con i suoi colleghi fisici del progetto Manhattan, lo scienziato italiano Enrico Fermi scherzava sulla possibilità, bassissima ma presente, che l’utilizzo delle bombe che stavano congegnando avrebbe potuto mettere fine alla vita sulla Terra. Curioso modo di scherzare, “curioso” davvero…

Personaggi Dostoevskiani: Bianchi e Neri a Confronto

Le riflessioni si ispirano al testo “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni e analizzano la visione di Dostoevskij riguardo alla figura di Dio e dell’uomo. Si distingue tra personaggi “neri” e “bianchi”, evidenziando che l’uomo-dio, per i primi, può portare alla follia. La curiosità, vicenda di Adamo ed Eva, segna il peccato originale.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Il risultato di un gesto tanto eclatante? Buttare giù dal piedistallo Dio e metterci l’uomo inteso come uomo-dio, da non confondersi con il Dio-uomo cristiano, che è invece quello in cui crede Dostoevskij. Vedete? Dostoevskij è per Dio che viene prima dell’uomo, a differenza di Kirillov e di altri suoi famigerati personaggi che io definisco “neri”, con cui intendo “negativi”. Infatti, volendo schematizzare, ci sono due tipologie di personaggi dostoevskiani: quelli “neri” appunto e quelli “bianchi”, ovvero “positivi”. Fra questi ultimi rientra Alësa Karamazov, che è uno dei “buoni”, sebbene – come ho già detto – nessuno lo sia del tutto; ribadisco, i “tutti buoni” e i “tutti cattivi” esistono solo nei fumetti. Detto questo, volendo io schematizzare, cioè semplificare per favorire una più ampia comprensione, uso la suddivisione tra personaggi “positivi” e “negativi”, anche se, a cercare bene, si può trovare un elemento “negativo” in quelli cosiddetti “buoni” e “positivo” in quelli cosiddetti “cattivi”.

Il problema dei personaggi “neri” è che per loro l’uomo-dio è ciò in cui intimamente credono, anche se può portarli alla follia; penso non solo all’ingegner Kirillov, ma anche all’intellettuale Ivan Karamazov. Entrambi, sia Kirillov sia Ivan, sono troppo cerebrali e influenzati da un difetto costitutivo che Dostoevskij chiama “intelligenza euclidea”: il peccato originale dell’uomo. Che cos’è? La curiosità che ha dannato Adamo ed Eva (e con essi l’intero genere umano), i quali nel Giardino dell’Eden assaggiarono il frutto proibito dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dio si era raccomandato che non lo facessero e loro non hanno saputo resistere. Hanno ceduto alla tentazione perché “la curiosità” è ciò che più di tutti ci innalza, però è allo stesso tempo anche ciò che ci ha condannato alla morte, che è la risultante del peccato originale, stando alla filosofia cristiana.

Il problema di Dio

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Ora, tornando ai tre problemi sollevati da Dostoevskij, ditemi se sbaglio: non ci toccano tutti da vicino, secondo voi? Secondo me, sì. Come mai? Perché, per esempio, un ateo dovrebbe essere toccato dal problema di Dio? Un ingenuo potrebbe dire: l’ateo nega Dio, dunque perché mai sarebbe così fondamentale per lui tanto da ritenerlo un “problema”? Veniamo alla radice etimologica della parola “ateo”: deriva dal latino “a-theos”, dove la “a” ha funzione privativa e possiamo tradurla con “senza”, mentre “theos” significa appunto Dio, motivo per cui: “ateo” sta a indicare colui che non crede in Dio, un “senzadio” che talvolta viene usato – correttamente – come appropriato sinonimo del termine “ateo” appunto. 

L’etimologia però non risponde al “perché” per un ateo Dio dovrebbe essere un problema. Provo io a rispondere… quando un ateo si oppone con tutto sé stesso all’idea di Dio e dichiara solennemente che per lui Dio non esiste, puntando magari i piedi e invocando di essere fulminato dall’Altissimo, in caso si sbagliasse, come fece Mussolini in un comizio prima di diventare il sodale di Hitler, nonché il di lui compagno di crimini… ecco, un ateo non farebbe mai nulla di così plateale se Dio non fosse un così enorme problema per lui. È come se, negandolo, un ateo confermasse implicitamente a tutti quanto per lui Dio sia un enorme, gigantesco problema, uno di quelli che provi a respingere ma che ti ritorna indietro come un boomerang. Poi, parliamoci chiaro, perché senti tanto il bisogno di negare qualcosa, se non “perché” non riesci a fare a meno di pensarci? Mi domando e mi rispondo: perché – appunto – per te, ateo, Dio dev’essere un “problema”.

C’è un meraviglioso personaggio dostoevskiano, di cui parlo in diverse pagine di questo mio libro su Dostoevskij intitolato “La tragedia della libertà”. Questo personaggio è un ingegnere, non a caso… sapete, anche Dostoevskij da giovane doveva diventare “ingegnere”. Poi, a un certo punto, si stufa e dice: “No, voglio fare altro…” Non è che abbia detto queste esatte parole, piuttosto me lo immagino io, perché qualcosa del genere dovrà pure essersi detto per cambiare idea – come ha fatto – su cosa fare nella vita.

Per nostra immensa fortuna, quest’uomo, Dostoevskij, non è diventato ingegnere, ma si è messo a scrivere romanzi, che lo hanno reso famoso fino a farlo diventare quello che noi abbiamo imparato a conoscere: uno dei più importanti scrittori di tutti i tempi (per me il più importante). E pensare che doveva fare l’ingegnere… questo personaggio emblematico che vi dicevo, ancora non vi ho detto il nome volutamente, ve lo dico adesso: è l’ingegner Kirillov. 

Lui è uno dei protagonisti di un’altra opera di Dostoevskij, che metto al secondo posto delle mie preferenze dostoevskiane: parlo de “I Demoni”. È un romanzo più ostico rispetto a “I fratelli Karamazov”. Quest’ultimo ha un livello di comprensione più immediato, tanto che arriva a tutti, perché “tutti” possono trovarci dentro qualcosa che asseconda i propri gusti. “I demoni” sono decisamente tutt’altra lettura. C’è chi ama, diciamo, una scrittura molto legata alla trama, che pretende che sia avvincente, ne “I fratelli Karamazov” c’è questo e perciò piace così tanto. Ne “I demoni” il discorso cambia. La trama è più lenta, c’è più una componente cerebrale e morbosa; non dico che non sia, a suo modo, “avvincente”, però questo non è ciò che salta all’occhio, non a prima vista almeno.

Quello che più mi ha colpito dell’opera in cui possiamo trovare l’ingegner Kirillov sono i contenuti filosofici che oserei definire “clamorosi”. Tornando a lui, Kirillov è proprio un ateo talmente accanito che – come tutti gli atei del resto – è proprio fissato con Dio. Lui, di Dio, non accetta il fatto che sia l’Altissimo che ha già stabilito la sua sorte ultima. Perciò escogitare un sistema tutto suo per decidere di sé stesso, della sua vita, a dispetto di Dio. Sceglie di uccidersi. Nella sua follia Kirillov racconta a sé stesso che, se si ucciderà, togliendosi la vita, dimostrerà che è lui ad avere il potere, appunto, di vita e di morte su sé stesso; quindi, la sua fine, che è quanto di più “personale” possa esserci, sarà lui a deciderla e non Dio. Che magra consolazione sapere che non sarà Dio a sancire quando fargli esalare il suo ultimo respiro, bensì sarà lui stesso. In che modo? Si sparerà un colpo di pistola in testa. E così uscirà di scena l’ingegner Kirillov, convinto di dimostrare in questo modo che lui è l’unico dio di sé stesso.

I Tre Problemi di Dostoevskij: Dio, Libertà e Male

Dostoevskij è un autore profondo che affronta tre questioni fondamentali: Dio, libertà e male. Queste tematiche sono interconnesse e fondamentali per comprendere la sua filosofia. La sua scrittura richiede un’esperienza di vita significativa per essere pienamente apprezzata, come dimostra l’approccio dell’autore.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Se ne “I fratelli Karamazov”, come ho detto, “c’è tutto Dostoevskij”, ora si tratta per me di vivisezionare quel “tutto” e sintetizzarvelo a uso e consumo di una vostra migliore comprensione della sua portata filosofica. Comincio con il dire che in Dostoevskij ci sono tre grandi questioni: l’una influenza l’altra e la co-implica. 

Prima di procedere, mi sono ricordato che vi devo dire perché considero Dostoevskij un filosofo. Ebbene, chi sono i filosofi? Sono quelle persone che cercano problemi laddove altri fingono di non vederli per non rovinarsi la loro placida routine. Ecco, i filosofi hanno il “tarlo” di voler problematizzare la realtà, per capirla meglio, per andare sempre più in profondità. Precisato ciò, credo non ci siano dubbi sul fatto che, oltre che essere un meraviglioso scrittore, Dostoevskij sia anche un filosofo degno di nota. 

Dunque, ecco i tre problemi di Dostoevskij: il primo è Dio, il secondo è la libertà, il terzo è il male. Dio è l’assillo nel bene e nel male di tutti i personaggi dostoevskiani, è il loro cruccio più grande, non se lo possono scrollare di dosso, gli atei più che i credenti. Poi c’è la libertà, che per Dostoevskij è una faccenda un po’ più complicata e delicata del libero arbitrio. Infine, abbiamo il terzo problema che è il male e che è strettamente collegato al secondo, la libertà; non che non lo sia anche al primo, Dio, però il male è l’altra faccia della libertà, quella più odiosa, però ineludibile. È fin troppo chiaro che non ci sono soltanto questi tre problemi che vengono sollevati nei romanzi di Dostoevskij, però questi sono per me i tre più significativi, i tre che ci servono per capire la filosofia dostoevskiana. Ho cominciato a parlare raccontandovi come mi sono avvicinato a Dostoevskij, rivelandovi che ai tempi del liceo, quando ero troppo giovane, non l’ho capito, tantomeno ho finito di leggere uno dei suoi capolavori (“Delitto e castigo”). Ebbene, mi sono formato questa idea, ovvero che Dostoevskij sia un autore che, ecco, lo si può capire solo se si sono vissute certe situazioni, solo se si ha vita da analizzare, vita vissuta intendo. E la “vita” è una cosa che la capisci meglio vivendola, non siete d’accordo? Qualcuno di voi potrebbe obiettare: “Hai scoperto l’acqua calda.” E anche fosse? L’acqua calda deve essere riscoperta di continuo, obietterei io.