I Tre Problemi di Dostoevskij: Dio, Libertà e Male

Dostoevskij è un autore profondo che affronta tre questioni fondamentali: Dio, libertà e male. Queste tematiche sono interconnesse e fondamentali per comprendere la sua filosofia. La sua scrittura richiede un’esperienza di vita significativa per essere pienamente apprezzata, come dimostra l’approccio dell’autore.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Se ne “I fratelli Karamazov”, come ho detto, “c’è tutto Dostoevskij”, ora si tratta per me di vivisezionare quel “tutto” e sintetizzarvelo a uso e consumo di una vostra migliore comprensione della sua portata filosofica. Comincio con il dire che in Dostoevskij ci sono tre grandi questioni: l’una influenza l’altra e la co-implica. 

Prima di procedere, mi sono ricordato che vi devo dire perché considero Dostoevskij un filosofo. Ebbene, chi sono i filosofi? Sono quelle persone che cercano problemi laddove altri fingono di non vederli per non rovinarsi la loro placida routine. Ecco, i filosofi hanno il “tarlo” di voler problematizzare la realtà, per capirla meglio, per andare sempre più in profondità. Precisato ciò, credo non ci siano dubbi sul fatto che, oltre che essere un meraviglioso scrittore, Dostoevskij sia anche un filosofo degno di nota. 

Dunque, ecco i tre problemi di Dostoevskij: il primo è Dio, il secondo è la libertà, il terzo è il male. Dio è l’assillo nel bene e nel male di tutti i personaggi dostoevskiani, è il loro cruccio più grande, non se lo possono scrollare di dosso, gli atei più che i credenti. Poi c’è la libertà, che per Dostoevskij è una faccenda un po’ più complicata e delicata del libero arbitrio. Infine, abbiamo il terzo problema che è il male e che è strettamente collegato al secondo, la libertà; non che non lo sia anche al primo, Dio, però il male è l’altra faccia della libertà, quella più odiosa, però ineludibile. È fin troppo chiaro che non ci sono soltanto questi tre problemi che vengono sollevati nei romanzi di Dostoevskij, però questi sono per me i tre più significativi, i tre che ci servono per capire la filosofia dostoevskiana. Ho cominciato a parlare raccontandovi come mi sono avvicinato a Dostoevskij, rivelandovi che ai tempi del liceo, quando ero troppo giovane, non l’ho capito, tantomeno ho finito di leggere uno dei suoi capolavori (“Delitto e castigo”). Ebbene, mi sono formato questa idea, ovvero che Dostoevskij sia un autore che, ecco, lo si può capire solo se si sono vissute certe situazioni, solo se si ha vita da analizzare, vita vissuta intendo. E la “vita” è una cosa che la capisci meglio vivendola, non siete d’accordo? Qualcuno di voi potrebbe obiettare: “Hai scoperto l’acqua calda.” E anche fosse? L’acqua calda deve essere riscoperta di continuo, obietterei io.

Un libro-matrioska

Il testo esplora l’importanza de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, evidenziando la sua complessità e la sua relazione con il genere del thriller legale. Viene anche menzionata “La leggenda del Grande Inquisitore”, una storia all’interno dell’opera che confronta Gesù e l’Inquisitore, evidenziando il tormento dell’animo umano.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Vi dicevo del libro sul parricidio, torniamo a quello, perché tanto gira e rigira “I fratelli Karamazov” sono l’alfa e l’omega della poetica romanzesca di Dostoevskij. Ogni discorso che ruota su Dostoevskij, non può prescindere da quest’opera, perché lì dentro trovate tutto, perlomeno “tutto” quello che serve per capire l’anima tormentata di Dostoevskij. È un libro voluminoso che dentro ha tanti libri.

C’è una parte legata al processo che sembra uscita dalla “penna” di John Grisham, quello che ha scritto “Il socio”, uno dei più grandi autori di legal thriller al mondo. Fra i tanti meriti che possiamo riconoscere a Dostoevskij, c’è pure quello di avere anticipato il genere “legal thriller”. Dove? Ne “I fratelli Karamazov” appunto, ma anche in “Delitto e Castigo”, che poi lessi alla fine, più in là negli anni, dopo il tentativo di lettura fallito quando ne avevo solo diciotto; sempre che rimango dell’avviso che “I fratelli Karamazov” restino una spanna sopra agli altri libri di Dostoevskij (e a tutti gli altri libri in generale). In esso si trova un libro nel libro. Siamo al cospetto di una specie di libro-matrioska. Ce le avete presenti le matrioske? Le famose bambole russe dentro le quali trovi tante bambole più piccole? Ebbene, fra le tante bambole de “I fratelli Dostoevskij” ce n’è una intitolata “La leggenda del Grande Inquisitore”. 

Oddio, ho detto davvero “I fratelli Dostoevskij”? Eh sì, buonanotte, volevo dire “I fratelli Karamazov”… è stato evidentemente un lapsus freudiano. Freud c’entra sempre, eh! E tra l’altro cade a pennello visto che parliamo di Dostoevskij, che io almeno considero il quarto maestro del sospetto, gli altri tre sono più unanimemente riconosciuti quali “maestri del sospetto”, mi riferisco a: Marx, Nietzsche e, per l’appunto, Freud stesso. Ripeto, qui il “lapsus” ci voleva proprio. 

Ritorno all’opera nell’opera, ovvero “La leggenda del Grande Inquisitore”, qui abbiamo il più intellettuale dei Karamazov, Ivan, che racconta al più mistico dei fratelli, Alësa, una storia che parla di Gesù che ritorna sulla Terra e viene fatto prigioniero durante il periodo dell’Inquisizione spagnola. Il Gesù di Dostoevskij non dice neanche una parola, ma si limita ad ascoltare il vaniloquio del Grande Inquisitore che assomiglia più a un pazzo nichilista russo. Quest’ultimo rinfaccia al suo principale – credo sia lecito definire tale Gesù agli occhi di un prete – di averli abbandonati e lasciati fare, e loro – i preti – hanno fatto… anche troppo, anche dei danni, come l’Inquisizione appunto. Non vi racconto come si conclude “La leggenda del Grande Inquisitore”, perché vi toglierei il gusto di leggerla. Dico solo che il Gesù dostoevskiano sorprende il Grande Inquisitore con un gesto tanto enigmatico quanto rivoluzionario…