Conosci Te Stesso: La Ricerca del Bene Individuale e Collettivo

Le riflessioni ispirate al testo “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni esplorano temi di Dio, male e libertà, enfatizzando il valore delle domande nella filosofia. Si distingue tra la filosofia morale, che si occupa del singolo, e quella politica, rivolta alla collettività, evidenziando l’importanza del bene comune e la responsabilità del cittadino nella vita politica.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Vi ho parlato di Dio, del male, della libertà e mi rendo conto che le mie parole potrebbero avere ispirato più domande che risposte. Ciò mi rallegra perché sollevare interrogativi è il mestiere del filosofo. Se volete risposte vi consiglio il reparto di libri di “self help” che potete trovare in qualsiasi libreria; lì scoverete tante risposte preconfezionate di cui i filosofi, quelli veri, cresciuti alla scuola di Socrate e Platone non sanno che farci.

Le risposte ognuno può e deve cercarle in sé, ma siccome è faticoso indagare sé stessi, non tutti sono disposti a farlo. Poi, la filosofia non è solo ricerca della verità individuale, però chi già comincia con quella si può considerare a buon punto. Questo tipo di filosofia dal sapore socratico e riconducibile a un’iscrizione sapienziale incisa in qualche tempio a Delfi, poi divenuta un motto ripreso da Socrate, ovvero “conosci te stesso”, risponde al nome di “filosofia morale”. Se però vogliamo allargare la nostra indagine alla verità collettiva, dobbiamo considerare un’altra branca filosofica: la “filosofia politica”.

Quella morale si occupa del bene del singolo individuo, quella politica del bene dell’intera collettività. Entrambe hanno in comune il “bene”, ma declinato in due maniere diverse che sono pur tuttavia collegate. Questo perché c’è un diretto collegamento tra bene del “singolo” e bene della “collettività”. Chi ha una propria idea di bene è sacrosanto che voglia provare quantomeno ad applicarla alla comunità in cui vive, magari interessandosi di politica. Un buon cittadino ha il dovere di dedicarsi alla politica raggiunta la maturità che porta con sé – solitamente – maggiore saggezza ed esperienza, così la pensavano i tre “mostri sacri” della filosofia greca: Socrate, Platone, Aristotele.

Poi, durante l’età ellenistica, con l’entrata in crisi della democrazia e l’affermazione di una politica espansionistica anche in Grecia, con Alessandro Magno, i filosofi di questo periodo si sono rintanati in sé stessi, o tutt’al più nel loro giardino, come Epicuro. Stoicismo, epicureismo, scetticismo, cinismo, finanche eclettismo sono state tutte filosofie di matrice socratica, che hanno dato del loro meglio in ambito morale. I tempi cambiano e, essendo diventata la politica una faccenda pericolosa, molti in età ellenistica hanno pensato bene di “vivere nascosti”, secondo il motto epicureo.

I Tre Problemi di Dostoevskij: Dio, Libertà e Male

Dostoevskij è un autore profondo che affronta tre questioni fondamentali: Dio, libertà e male. Queste tematiche sono interconnesse e fondamentali per comprendere la sua filosofia. La sua scrittura richiede un’esperienza di vita significativa per essere pienamente apprezzata, come dimostra l’approccio dell’autore.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Se ne “I fratelli Karamazov”, come ho detto, “c’è tutto Dostoevskij”, ora si tratta per me di vivisezionare quel “tutto” e sintetizzarvelo a uso e consumo di una vostra migliore comprensione della sua portata filosofica. Comincio con il dire che in Dostoevskij ci sono tre grandi questioni: l’una influenza l’altra e la co-implica. 

Prima di procedere, mi sono ricordato che vi devo dire perché considero Dostoevskij un filosofo. Ebbene, chi sono i filosofi? Sono quelle persone che cercano problemi laddove altri fingono di non vederli per non rovinarsi la loro placida routine. Ecco, i filosofi hanno il “tarlo” di voler problematizzare la realtà, per capirla meglio, per andare sempre più in profondità. Precisato ciò, credo non ci siano dubbi sul fatto che, oltre che essere un meraviglioso scrittore, Dostoevskij sia anche un filosofo degno di nota. 

Dunque, ecco i tre problemi di Dostoevskij: il primo è Dio, il secondo è la libertà, il terzo è il male. Dio è l’assillo nel bene e nel male di tutti i personaggi dostoevskiani, è il loro cruccio più grande, non se lo possono scrollare di dosso, gli atei più che i credenti. Poi c’è la libertà, che per Dostoevskij è una faccenda un po’ più complicata e delicata del libero arbitrio. Infine, abbiamo il terzo problema che è il male e che è strettamente collegato al secondo, la libertà; non che non lo sia anche al primo, Dio, però il male è l’altra faccia della libertà, quella più odiosa, però ineludibile. È fin troppo chiaro che non ci sono soltanto questi tre problemi che vengono sollevati nei romanzi di Dostoevskij, però questi sono per me i tre più significativi, i tre che ci servono per capire la filosofia dostoevskiana. Ho cominciato a parlare raccontandovi come mi sono avvicinato a Dostoevskij, rivelandovi che ai tempi del liceo, quando ero troppo giovane, non l’ho capito, tantomeno ho finito di leggere uno dei suoi capolavori (“Delitto e castigo”). Ebbene, mi sono formato questa idea, ovvero che Dostoevskij sia un autore che, ecco, lo si può capire solo se si sono vissute certe situazioni, solo se si ha vita da analizzare, vita vissuta intendo. E la “vita” è una cosa che la capisci meglio vivendola, non siete d’accordo? Qualcuno di voi potrebbe obiettare: “Hai scoperto l’acqua calda.” E anche fosse? L’acqua calda deve essere riscoperta di continuo, obietterei io.

Filosofia e religione

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda.

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda. In che senso? La filosofia c’insegna a ricercare la o le verità, ma nel farlo ci mette in condizioni di ricercare la Verità, come si suole dire: ci colloca già sulla buona strada.
Sia chiaro io credo che ogni strada sia buona per sé e che per ognuno ce ne sia una diversa che, ciononostante – per questo non sono un relativista –, può condurre alla stessa meta. Questa meta per me è Dio, per un altro potrebbe essere il fato, per un altro ancora il caso. Ecco, secondo me tre sono le categorie di assoluti, categorie che la mente umana non può eludere: ovvero ciascuno, vivendo a modo proprio, finisce inevitabilmente per credere in una delle tre. Motivo per cui affermo che la filosofia è la via per arrivare alla religione, perché filosofare significa mettersi in cerca della Verità, ci tengo a precisare: non a trovarla. Va da sé che se uno non cerca, neanche può trovare.
Ebbene è a questo proposito che s’inserisce Dio, il fato o il caso. Questi tre assoluti sono i pilastri del pensiero. Pilastri, questi, che rendono meno vacillanti le fondamenta del nostro vivere. Sono convinto infatti che non si possa vivere senza un principio veritiero, quale che sia quello a cui si scelga di credere.