Il bicchiere inesistente di Woody

Mezzo pieno o mezzo vuoto, allora? Così come la luce ha bisogno delle tenebre, il pieno ha bisogno del vuoto, il liscio del ruvido, eccetera. Immaginate il nostro istinto nichilista come una parte inscindibile di noi, è ineliminabile, non ci possiamo fare niente, dobbiamo accettarla ma allo stesso tempo combatterla. In poche parole: dobbiamo fare in modo che a prevalere sia la parte di noi che non getta la spugna. Quella parte convinta che, alla resa dei conti, la luce la spunterà sulle tenebre, così come il pieno sul vuoto e il liscio sul ruvido e via discorrendo.

Chi non si è mai posto la domanda: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Per Woody Allen il bicchiere nemmeno esiste. Vi farò una confessione: sono ossessionato dalla domanda perché c’è il tutto anziché il nulla. Dopo attenta riflessione, sono arrivato alla conclusione – ve la faccio semplice – che siamo tutti nichilisti, a giorni alterni. Ci sono giorni in cui non hai la forza di alzarti dal letto e fisseresti inebetito il soffitto del tutto privo della forza di re-agire; altri in cui sei adrenalina pura e il tuo motore interiore gira che è una meraviglia. Per nostra fortuna sono più i giorni sì dei giorni no. Motivo per cui tiriamo avanti la baracca, speranzosi nel domani.

Già, “speranza”, una parola che contiene infinite promesse, quante però mantenute? Poche, nella migliore delle ipotesi, ma per quelle “poche” val bene la pena vivere e patire; del resto, vivere è patire. Malgrado la miseria dei nostri giorni – ma non vorrei sembrare troppo nichilista –, si deve pur “sperare”, perché non resta altro da fare. Sperare è la “condicio sine qua non” che ci tiene in vita. Tutto si riduce alla fine: a sperare di vedere sorgere una nuova alba e così via giorno dopo giorno.

Mezzo pieno o mezzo vuoto, allora? Così come la luce ha bisogno delle tenebre, il pieno ha bisogno del vuoto, il liscio del ruvido, eccetera. Immaginate il nostro istinto nichilista come una parte inscindibile di noi, è ineliminabile, non ci possiamo fare niente, dobbiamo accettarla ma allo stesso tempo combatterla. In poche parole: dobbiamo fare in modo che a prevalere sia la parte di noi che non getta la spugna. Quella parte convinta che, alla resa dei conti, la luce la spunterà sulle tenebre, così come il pieno sul vuoto e il liscio sul ruvido e via discorrendo.

Certo, un monaco buddista obietterebbe che il segreto per la felicità intesa come completa realizzazione di sé è lo svuotamento. Ma, per quanto stimi il pensiero orientale, non me la sento di dare troppa corda al concetto di “svuotamento”. Sono un occidentale impregnato di filosofia, che è una creazione del nostro Occidente greco-latino e, se devo dirla tutta, ne vado fiero. Sono fiero della mia matrice filosofica occidentale. Anche se a volte pensare per paradossi credo possa essere di qualche utilità. In definitiva, concepisco la vita come lotta incessante contro i nostri due istinti contrapposti: Eros da una parte, che è istinto di vita, e Thanatos dall’altra, che è invece istinto di morte.

Pessimismo, ovvero, realismo

Un certo pessimismo è sano, perché ci tiene con i piedi ben piantati per terra, ci cura dalla sindrome del Padreterno che ce n’è uno – almeno per me – e non milioni di milioni. Trovo interessante il modo di concepire la storia proprio di Tolstoj, il quale, romanzando la figura del generale russo Kutuzov (fautore dell’annientamento progressivo dell’esercito napoleonico grazie a una tattica attendista), veicola l’idea che l’atteggiamento proprio di chi fa la storia è fatalistico. Il punto è questo: siccome non siamo noi a dominare gli eventi, piuttosto è il contrario, tanto vale lasciare andare le cose così come il fato, il caso o Dio vuole che vadano.

Un certo pessimismo è sano, perché ci tiene con i piedi ben piantati per terra, ci cura dalla sindrome del Padreterno che ce n’è uno – almeno per me – e non milioni di milioni. Trovo interessante il modo di concepire la storia proprio di Tolstoj, il quale, romanzando la figura del generale russo Kutuzov (fautore dell’annientamento progressivo dell’esercito napoleonico grazie a una tattica attendista), veicola l’idea che l’atteggiamento proprio di chi fa la storia è fatalistico. Il punto è questo: siccome non siamo noi a dominare gli eventi, piuttosto è il contrario, tanto vale lasciare andare le cose così come il fato, il caso o Dio vuole che vadano.

I romantici credono nel fato, gli scienziati nel caso, i mistici in Dio. Poco importa come lo si chiama, sempre a un concetto superiore e travalicante l’umana piccolezza si fa riferimento. Nietzsche – che, per quanto critica il Romanticismo, si può considerare un romantico, seppure “sui generis” – usa il termine “amor fati” per descrivere il suo fatalismo. Con la loro hit “Let it be”, i Beatles dicono più o meno la stessa cosa.

È pessimistico questo modo di vedere le cose? Forse, o forse è soltanto realistico. A dirla tutta, mi definirei più un realista che un pessimista, che poi: dire che l’uomo è soverchiato da forze più grandi di lui ed è libero solo entro certi limiti è un po’ come riscoprire l’acqua calda. Tuttavia, a volte, un po’ di sana “acqua calda” fa bene all’anima. Concepito in questi termini, allora sì che il pessimismo, o realismo che dir si voglia, può essere salutare per l’uomo.

Prendo a esempio il caso emblematico delle guerre. Gli idealisti, in malafede o ingenui (spero più la seconda), credono nella “pace perpetua” di kantiana memoria. Dunque, sono fiduciosi che altre carneficine mondiali non verranno compiute, perché si sa – dopo Hiroshima e Nagasaki – finalmente gli esseri umani hanno capito la lezione e non commetteranno più gli stessi sbagli. La politica di deterrenza nucleare dà e continuerà a dare i suoi frutti pacifici. Certo, come no, credeteci pure, pensano i realisti. In fondo un realista dice semplicemente le cose come stanno e in materia di conflitti: la guerra è la regola, la pace è l’eccezione. “La pace è l’intervallo tra due guerre”, per dirlo con il celebre aforisma di Jean Giraudoux; intervallo che può essere più o meno lungo. Basta aprire qualsiasi manuale di storia per capire chi ha ragione, se gli idealisti o i realisti. Come diceva mio nonno: “La ragione si dà ai fessi”. Da realista, in questo caso, non ci tengo ad avere ragione, anzi. Spero con tutto me stesso che non si combatteranno più guerre cosiddette “mondiali” (quelle “locali” non si sono mai interrotte), ma a un livello più razionale non mi stupirei se dovessimo ricadere nel medesimo errore. E una cosa è certa, tra idealisti e realisti, i secondi – più pragmatici – hanno fatto molto più dei primi e delle loro belle parole per assicurare una pace duratura. Da qui però a darla per scontata ce ne vuole e sarebbe un errore imperdonabile, oltretutto dalle conseguenze catastrofiche.

La storia è “magistra vitae”, diceva Cicerone. A mio avviso, a vedere la cocciutaggine degli uomini, la storia non è maestra di niente; eppure dagli errori passati si dovrebbe trarre un qualche insegnamento. Parafrasando Einstein: non so se verrà mai combattuta una terza guerra mondiale, ma se dovesse capitare so per certo con quali armi verrebbe combattuta la quarta, con le clave di pietra. Prima ho detto che sono tra quelli che ritengono sacra e inviolabile la vita umana, ma ci tengo a precisare che questo principio morale – non saprei come altro definirlo – non si applica a coloro che non ritengono sacra e inviolabile la vita altrui. C’è un detto latino che dice: “Vuoi la pace, preparati alla guerra”. Lo condivido in pieno. Con chi vuole il mio annientamento non credo di avere la forza morale di un Gandhi. La non violenza è tanto bella quanto inapplicabile per me. Se tu mi attacchi io ti rispondo: “Mors tua vita mea”. E a pensarla così sono in buona compagnia, persino lo Stato del Vaticano è per l’autodifesa, se attaccato.

Meglio la democrazia rappresentativa o quella diretta?

Laddove permangono situazioni di crisi economica, marginalità sociale, problemi d’integrazione degli immigrati in fuga dal “climate change” – in prevalenza per problemi di siccità – e da sanguinose guerre nei Paesi di origine, rancore degli autoctoni immiseriti da uno stato d’inflazione perenne con stipendi sempre fermi e prezzi delle merci – anche di prima necessità – in costante aumento, laddove una o più di queste condizioni persiste, allora avrà ancora senso lottare con tutte le proprie forze contro gli intolleranti-ignoranti di cui è pieno il mondo e la cui madre è sempre incinta.

Ha ancora senso la mediazione attuata dalla democrazia rappresentativa?

Profezia di Gustave Le Bon, avveratasi ai giorni nostri: “Quanto agli uomini di Stato, anziché guidare la nazione cercano soltanto di seguirla. Il loro timore dell’opinione pubblica sfiora a volte il terrore e pregiudica la stabilità della loro condotta” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 187).

I politici odierni sono delle banderuole, cambiano opinione a seconda degli umori mutevoli della folla dei loro elettori. Debolezza, questa, che ritroviamo – in una forma più o meno accresciuta – in tutti i governi democratici. Sarò più chiaro: la caccia al consenso rende i politici ostaggi dei loro elettori e delle promesse fatte loro. Con ciò non mi sogno neanche lontanamente di delegittimare il modello della democrazia parlamentare.

Ad ogni modo, non voglio nemmeno mitologizzarlo, poiché di difetti la democrazia ne ha eccome e ammetterli è proprio nel dna di un democratico. Inoltre, tale ammissione può essere un punto di forza se si è disposti a lavorarci sopra per smussare gli angoli e rendere il funzionamento democratico più performante, che non significa eliminare difetti che le appartengono, tutt’al più diminuirli alleviandone gli effetti. Eliminandoli “in toto” si scadrebbe nel suo opposto: la tirannia. E ciò è ampiamente poco auspicabile per una lunga serie di motivi, il più importante dei quali è: uno Stato dominato da un regime tirannico è più aggressivo con i suoi vicini e tende alla sopraffazione molto più di uno Stato democratico. Già solo questo motivo potrebbe bastare per considerare la democrazia il migliore regime di governo possibile.

Questo non vuol dire che chi vive sotto una democrazia, si deve aspettare come ricompensa la kantiana “pace perpetua” a cui si può credere giusto se si è idealisti scriteriati o semplici creduloni. Azioni aggressive possono e – di fatto – sono commesse anche da democrazie in piena regola; basti pensare agli Stati Uniti della dinastia Bush e alle loro guerre di esportazione dei valori democratici, manco fossero degli iPhone da rivendere in tribali Apple Store sperduti nel deserto.

La pace è un periodo momentaneo d’interruzione tra due guerre? Fin qui la storia ha dimostrato la veridicità di tale asserzione. Auspico – come “quasi” tutti credo – che in futuro le cose andranno diversamente, che sapremo fare tesoro degli sbagli madornali compiuti in passato. Vero è che ad oggi non mancano segnali di tensione, che Dio non voglia potrebbero dare vita a nuovi immaginabili – e inimmaginabili – conflitti. Se c’è un dato inconfutabile sulle guerre è che esse sono imprevedibili, o meglio se ne può pure prevedere l’inizio ma non lo svolgimento, tanto meno la fine. Un esempio? Chi mai si sarebbe sognato che l’uccisione dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando potesse innescare un conflitto di caratura mondiale? Tutto questo per dire che il fatto di essere una democrazia, non impedisce di essere una “democrazia in guerra”, per quanto essa resti il più “pacifico” dei regimi di governo.

Piuttosto un governante democratico tende a fidarsi della diplomazia in misura maggiore di un governante despota. Perciò auguro lunga vita alla democrazia, fermo restando che tutti gli esperimenti di esportazione della medesima sono stati e temo saranno: fallimentari. Un Paese dev’essere maturo al punto giusto per far sì che i semi democratici s’innestino e diano frutto. In caso non lo sia e si voglia forzargli la mano rendendolo a tutti i costi “democratico”, si rischia di fare solo danni, peggiorando la situazione anziché migliorarla. È realpolitik la mia, niente più che sano realismo.

Mi permetto una considerazione generale: la democrazia in sé non è in crisi, anzi. È la democrazia rappresentativa a vacillare. Al contrario gode di ottima salute l’ideale rousseauiano di democrazia diretta, che, però, in quanto “ideale” credo sia destinato a non attecchire sul “reale”, se non scendendo – e di molto – a necessari compromessi. Fare politica senza stringere patti, alleanze, senza mediare fra le parti è impensabile. Poiché la politica è essenzialmente mediazione.

Da realista, quale sono, non credo nella piena efficienza della democrazia diretta. Quella rappresentativa è più attuabile, anche se rimane un compromesso, tutto sommato però accettabile se gli organismi di controllo funzionano.

Ciò detto, sono democratico? Certo, ma anche realista. Un ottimista può essere molto più pericoloso e può fare molti più danni di un pessimista. Quanto può essere ottuso l’ottimismo e quanti danni possa fare ce lo hanno insegnato bene – a loro spese – i leader europei, i quali, a cavallo tra il primo e il secondo conflitto mondiale, si fecero abbindolare dalle promesse hitleriane e le cose poi andarono come tutti ben sappiamo.

Tornando alla domanda iniziale: la mia risposta è senz’altro affermativa, ha senso eccome la democrazia rappresentativa, pur con tutte le sue innegabili e – senza dubbio – migliorabili criticità. La mediazione in politica è fondamentale e una modalità alternativa alla democrazia non ce la possiamo permettere, a meno che non vogliamo il ritorno degli “ismi” del Novecento, di cui non so voi ma io ne ho piene le tasche e che guai a dare per morti. Laddove permangono situazioni di crisi economica, marginalità sociale, problemi d’integrazione degli immigrati in fuga dal “climate change” – in prevalenza per problemi di siccità – e da sanguinose guerre nei Paesi di origine, rancore degli autoctoni immiseriti da uno stato d’inflazione perenne con stipendi sempre fermi e prezzi delle merci – anche di prima necessità – in costante aumento, laddove una o più di queste condizioni persiste, allora avrà ancora senso lottare con tutte le proprie forze contro gli intolleranti-ignoranti di cui è pieno il mondo e la cui madre è sempre incinta.

In ultima analisi, che dire della democrazia diretta se non che è una bella utopia. Il fatto che sia bella, però, non la rende meno utopica.

Le parole sono sopravvalutate

Le parole sono infide, ingannevoli, non hanno peso. Le azioni, quelle sì invece, pesano come macigni. Poi si dovrebbe sempre pensare prima di parlare (ecco perché la raccomandazione di contare almeno fino a dieci), purtroppo però non sempre si ha la lucidità per farlo.

Le parole sono importanti? A sentire il regista Nanni Moretti sì, secondo me sì e no. Se si desse retta a tutte le parole che si dicono, scoppierebbe una guerra ogni minuto nel mondo. Dunque, non sono così importanti e, soprattutto, non sono vincolanti, non per me almeno. Sono il primo ad ammettere che ne dico tante, forse anche troppe di sciocchezze e non vorrei essere giudicato in base a quello che ho detto, ma mi piacerebbe esserlo sulla base di ciò che ho fatto o non fatto (a volte anche “non fare” è un “fare”).
Le parole sono infide, ingannevoli, non hanno peso. Le azioni, quelle sì invece, pesano come macigni. Poi si dovrebbe sempre pensare prima di parlare (ecco perché la raccomandazione di contare almeno fino a dieci), purtroppo però non sempre si ha la lucidità per farlo.
In definitiva: viva le azioni, abbasso le parole!

Come s’insegna la storia?

Reputo utile l’esercizio d’insegnamento di una storia “come se” dovessero viverla i ragazzi. Della serie: come vi comportereste se foste dei sanculotti e faceste fatica a procurare un tozzo di pane per i vostri figli? Vi ribellereste? L’assaltereste o no la Bastiglia? Tagliereste o no la testa al re che ha tramato per far saltare le vostre di teste, tessendo una tela di alleanze con le potenze straniere per restaurare l’ancien regime? Oppure se foste dei cittadini della Germania hitleriana, vi opporreste alle politiche razziali o piuttosto le sosterreste con l’azione o l’inazione (che è la stessa cosa, cambia solo la forma di sostegno)?

In occasione del giorno della memoria, vorrei parlarvi di una modalità alternativa d’insegnamento della storia.

A mio avviso, i ragazzi devono capire che bisogna contestualizzare, immedesimarsi nei panni di chi la storia l’ha vissuta sulla sua pelle, da vittima o da carnefice o da entrambe le cose; e non limitarsi a discettare su di essa trattandola come materia inerte, poiché la storia vive e pulsa dentro di noi.

Reputo utile l’esercizio d’insegnamento di una storia “come se” dovessero viverla i ragazzi. Della serie: come vi comportereste se foste dei sanculotti e faceste fatica a procurare un tozzo di pane per i vostri figli? Vi ribellereste? L’assaltereste o no la Bastiglia? Tagliereste o no la testa al re che ha tramato per far saltare le vostre di teste, tessendo una tela di alleanze con le potenze straniere per restaurare l’ancien regime? Oppure se foste dei cittadini della Germania hitleriana, vi opporreste alle politiche razziali o piuttosto le sosterreste con l’azione o l’inazione (che è la stessa cosa, cambia solo la forma di sostegno)?

Ovvio che di puro esercizio speculativo si tratta, ma quanto meno costringe i ragazzi a osservare quel preciso argomento storico da un altro punto di vista, più impegnato e meno distaccato, con una lente d’ingrandimento soggettiva, non più soltanto oggettiva, che poi quello dell’oggettività o imparzialità in storia è un mito. Per questo può rivelarsi una buona idea servirsi dell’ausilio della “cinestoria”, ovvero del cinema al servizio della storia, proponendo alla classe delle scene selezionate di film significativi; scene ricche di pathos, di epicità, di spunti, capaci di riscaldare gli animi facilmente infiammabili degli alunni. Una volta accesa la fiammella dell’interesse, sarà più facile – non automatico, certo – far appassionare alla materia storica il grosso della classe.

Assodato che la capacità di contestualizzare sia una competenza primaria di chi studia la storia, altra competenza fondamentale della disciplina storica è saper attualizzare, che significa comprendere quei nessi che ci portano dalla storia di ieri alla cronaca di oggi. Per esempio: sicurezza e libertà, perché la prima è sulla bocca dei politici di destra e la seconda su quella dei loro colleghi di sinistra? Da dove discendono queste due differenti visioni politiche? Con lo studio della storia i ragazzi impareranno che deriva tutto da Hobbes e Rousseau, due filosofi. E non è un caso se nei licei italiani a insegnare la storia nel secondo biennio e nel quinto anno siano dei professori di filosofia. Questo perché il legame tra storia e filosofia va ben al di là di Hegel e di Ministri dell’Istruzione hegeliani – vedi il fascista nonché idealista Giovanni Gentile –, risale alla notte dei tempi. La filosofia serve a dare un senso agli eventi storici, che altrimenti sarebbero un’insensata elencazione di fatti slegati che mancano di un filo rosso necessario a orientarsi fra di essi.

In definitiva, credo che la filosofia sia la bussola della storia.

Accettazione stoica e amor fati superomistico

Sia negli stoici sia in Nietzsche vi è un’accettazione della propria condizione. Tuttavia quella degli stoici è un’accettazione passiva, subìta.

Esiste una relazione di vicinanza tra il modo di accettare il fato degli stoici e quello di Nietzsche? No, non credo. Lo stoicismo è fin troppo imparentato con il cristianesimo, la cui “morale” viene definita da Nietzsche senza mezzi termini “da schiavi”. La concezione superomistica nietzscheana è di ben altra pasta. Sia negli stoici sia in Nietzsche vi è un’accettazione della propria condizione. Tuttavia quella degli stoici è un’accettazione passiva, subìta. Basta leggere i “Pensieri” di Marco Aurelio o le “Lettere a Lucilio” di Seneca per desumerlo.

L’amor fati di Nietzsche è invece, dapprima, scelta consapevole, volontaria del proprio destino e, successivamente, legittimazione-accettazione dello stesso. Nietzsche elegge il destino a missione da compiere, a qualunque costo; ragion per cui accettarlo è una scelta volontaria, superomistica appunto. È il Superuomo stesso che si fa carico del destino prescelto, qualsiasi esso sia. Sta qui la grandezza e l’originalità del Superuomo, almeno dal punto di vista del suo teorizzatore.

Volere è davvero potere?

Malgrado la componente casualistica, fatalistica o divina dimostrino la precaria e fragile condizione impressa nella filigrana delle nostre esistenze, non possiamo né dobbiamo prescindere dalla componente volontaristica. Altrimenti significherebbe arrendersi senza lottare, quando la lotta è precisamente la condizione necessaria e ineludibile dello stare al mondo. Al contrario, credo che abbiamo bisogno di sviluppare una volontà ponderata, non onnipotente, commisurata al nostro essere creature a cui è dato un certo tempo – per agire e patire, agire è patire – e abitanti un certo spazio.

Volere è davvero potere? Mi è stato obiettato di tenere troppo in conto il detto baconiano “volere è potere”. Rispondo con quella che a me sembra un’ovvietà: se non vuoi, nemmeno puoi. Non è che puoi senza volere. È tecnicamente difficile, per non dire impossibile; anche se i pubblicitari dell’Adidas risponderebbero sulle rime di un loro famoso spot che “impossible is nothing”. Non so voi, ma ripensando alla mia vita, non posso non convenire che quello che ho, ce l’ho proprio perché l’ho fortemente voluto. Per questo do ragione all’affermazione di Francis Bacon, pur non condividendone l’accezione prometeica (da Prometeo, quello che rubò il fuoco sacro agli dèi per favorire il genere umano e inaugurò così l’èra della tecnica). Direi piuttosto d’interpretare – ogni comprensione non può che essere un’interpretazione soggettiva – l’affermazione baconiana più in chiave psicologico-motivazionale.  Ergo per me: volere – il più delle volte, non sempre – è davvero potere.

Dalla volontà baconiana il passo per arrivare alla volontà di potenza nietzscheana non è breve, ma neppure troppo lungo. Nel mio libro “Filosofi da Oscar” mi avventuro in una disamina del capolavoro nietzscheano, “Così parlò Zarathustra”, in particolare della sezione dell’opera intitolata “La visione e l’enigma”. Qui espongo quella che è secondo me la peculiarità della volontà di potenza nietzscheana intesa come “affermazione suprema della vita, che rifugge il tanfo sepolcrale di un vissuto passivo, parassitario”; Nietzsche infatti “valorizza la vita, in quanto valore accorpante tutti gli altri” (“Filosofi da Oscar”, pp. 48-49). Cos’altro aggiungere se non che: il segreto della volontà come di tutte le cose è nella misura, nel “giusto mezzo” direbbe Aristotele. Perciò volere è bene, eccedere però ci porta dritti ad Auschwitz, a compiere cioè le più nefande aberrazioni in nome di una volontà onnipotente.

Mi viene in mente l’immagine montaliana della storia; immagine, questa, applicabile anche alla storia individuale, non solo a quella universale; la storia dipinta come una catena di anelli che non sempre tengono. Ciò per dire che qualcosa che ci sovrasta e che ci sfugge c’è e – ho motivo di credere – ci sarà sempre. Che sia il caso, il fato o Dio non importa, poiché si tratta di parole diverse che indicano lo stesso, identico dato di fatto, la precarietà e fragilità dell’essere umano.

Malgrado la componente casualistica, fatalistica o divina dimostrino la precaria e fragile condizione impressa nella filigrana delle nostre esistenze, non possiamo né dobbiamo prescindere dalla componente volontaristica. Altrimenti significherebbe arrendersi senza lottare, quando la lotta è precisamente la condizione necessaria e ineludibile dello stare al mondo. Al contrario, credo che abbiamo bisogno di sviluppare una volontà ponderata, non onnipotente, commisurata al nostro essere creature a cui è dato un certo tempo – per agire e patire, agire è patire – e abitanti un certo spazio.

A proposito della sciagurata volontà di potenza nietzscheana, mi viene da dire che il bello – e anche il più grande limite – di Nietzsche è che ciascuno può fornire una chiave interpretativa differente del suo pensiero. A ogni modo, se la potenza dev’essere sopraffazione della altrui volontà per affermare ed espandere la propria, be’, allora credo sia meglio – nel senso di meno dannoso – un pensatore “impotente”. La volontà di sopraffazione è sempre e comunque becera, lo dico pur essendo un grande estimatore di Nietzsche. Ciò non toglie che pure i grandi possono prendere delle “grandi” cantonate. Comunque, riflettendo su Nietzsche, non si può non tenere presente il delicato rapporto tra pensiero e patologia; a volte, nei suoi scritti, a emergere non è tanto la sua genialità quanto la sua condizione patologica.

Detto questo, come mia abitudine, da ogni filosofo, Nietzsche compreso, cerco di prendere quello che per me è il meglio, mettendo da parte ciò che ritengo non lo sia. La volontà di potenza “non” è quanto di “meglio” può offrire la filosofia nietzscheana. Di Nietzsche preferisco prendermi altro, per esempio: la concezione dell’amare il proprio destino, o “amor fati”.