Lo stupido multitasking

La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì.

Viviamo in un presente difficile, questo è il destino di ogni generazione; non ce ne è una che non si sia lamentata, più o meno a torto, dello stato di cose ereditato. Tuttavia, non si è troppo piagnucolosi nel constatare che la velocità con cui i cambiamenti, in tutti i settori, si succedono l’uno all’altro sia a dir poco disorientante. L’impressione generale è che si vada sempre più di corsa e, di conseguenza, per stare al passo con i tempi che corrono si vuole fare sempre più cose alla volta. Proprio su quest’ultimo aspetto, i neuroscienziati stanno facendo delle ricerche, i cui esiti sembrano propendere verso l’ipotesi che stiamo diventando tutti – passatemi il termine – un po’ più stupidi.
Lavorare in multitasking è cognitivamente impegnativo, porta a un sovraccarico eccessivo del nostro sistema cerebrale che per questo va in tilt. Le suddette ricerche stanno evidenziando come sia pressoché impossibile fare più cose alla volta – questo significa lavorare in multitasking –, perché sempre e comunque ne faremo una alla volta, che ci piaccia o meno.
Prendiamo il caso di un tizio qualsiasi, me per esempio, visto che una ne faccio e cento ne penso. Alcune volte mi capita di lavorare con quattro o cinque schermi davanti a me: due tablet, uno smartphone e uno, due computer. Bene, quando provo a lavorare in questa maniera mi rendo conto di lavorare male, “a spizzichi e bocconi” per così dire. Faccio un po’ di questo, un po’ di quello, un altro po’ di quell’altro e così via. La verità è che quando mi concentro su una sola cosa per volta, allora sì – mi rendo conto – la faccio a regola d’arte. Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che dovremmo tutti riscoprire – me per primo – il gusto della lentezza, dell’andare più piano, che non sempre significa andare “sani e lontano”, ma spesso sì. Per farlo vi consiglio di familiarizzare con la filosofia, che è più innocua di quanto sembrerebbe a una prima occhiata. Questo perché la filosofia oltre a essere l’arte del dubitare, del porre le domande giuste, è anche l’arte del fare le cose con lentezza: del “prenderla come viene” direbbero i dudeisti memori dell’insegnamento di Drugo, protagonista del film “Il grande Lebowski”.
“Prenderla come viene” significa “prenderla con filosofia”, ovvero assegnando la giusta importanza alle cose che ci accadono, prendere la vita per quello che è: la più sensazionale e supersonica delle montagne russe. Non fai in tempo a salire che devi già scendere. Ed è così per tutti. In questo sta la grande democrazia della vita. C’è una poesia di Antonio De Curtis, in arte Totò, intitolata “La livella”, che incarna l’essenza democratica della vita: sia al ricco sia al povero sempre la stessa sorte tocca.
In attesa della resurrezione dei corpi gloriosi, spero e quindi credo. Sperare è credere. E credere, aveva ragione il filosofo-matematico Blaise Pascal, è un po’ come scommettere. Cosa? La più decisiva delle scommesse: che Dio esiste. Nel caso si vincerebbe tutto, vedi alla voce: salvezza eterna. In caso contrario si perderebbe: niente!
In ultima analisi, filosofare vuol dire proprio: prendersi il tempo che serve. Per scegliere bene e finire per fare la cosa giusta.

“Senza moscioli né pistole”, nuova uscita!

SENZA MOSCIOLI NÉ PISTOLE
(MARCO APOLLONI)

un giallo hard boiled

L’investigatore privato Tarcisio Muzzo è un tipo che o lo si ama o si odia. Smodato, amante degli eccessi, ma sempre genuino e mosso dalla ferrea volontà di spedire nel posto che merita la peggiore feccia in circolazione, sogna di vivere come Magnum P.I., il celebre protagonista dell’omonima serie tv anni Ottanta. La realtà, però, è che le sue giornate scorrono tutte uguali, tra un adolescente disagiato da pedinare e adulteri da cogliere in flagrante. Finché l’indagine sul misterioso suicidio di una giovane universitaria apre scenari inimmaginabili per la tranquilla realtà anconetana. E così, tra un Rosso Conero e un tuffo nelle acque cristalline del litorale marchigiano, tra epiche abbuffate di moscioli – le prelibate cozze di Portonovo – e capatine al night club, Tarcisio si muove nella sorniona vita di provincia; come un eroe improbabile, dotato però di un sottile acume e una sorprendente profondità, capirà che si nasconde ben altro dietro la morte della ragazza e si addentrerà sempre più nelle pieghe oscure dell’animo umano.

***

È STATO DEFINITO

“Un intricato caso da risolvere, un investigatore dallo stile anni Ottanta, una pupa da salvare sono gli ingredienti di questo riuscito hard boiled costiero, baciato dal sole e dal mare della costa marchigiana” Gianluca Morozzi

“Un romanzo veloce con dialoghi convincenti, un esordio felice” Valerio Varesi

“[…] un giallo serrato e contro le regole, con uno stile ironico e tagliente

“Brillante, intelligente, raffinato, vibrante, si comincia a leggerlo, non si riesce a staccarsene e ci si dispiace quando finisce. Da non perdere” Gabriele Ottaviani (convenzionali.wordpress,com)

“[…] un indagine ricca di colpi di scena e suspence” Riviera del Conero Tv

“Davvero bello questo primo thriller di Marco Apolloni. Innanzitutto molto ben scritto. Ambientato nella riviera del Conero mi ha subito attirata. La trama, originale, permeata da una sottile ironia con dei crescendo di suspence e un finale non scontato. Leggendolo, mi ha ricordato, per assonanza, i romanzi noir di Massimo Carlotta […] con un’atmosfera simile. Comunque ve lo consiglio! Ci sarà un secondo romanzo di questo scontroso investigatore?” Viviana Cereghini via Amazon.it

“Scorrevole, appassionante, tiene in sospeso fino alla fine. I personaggi sono descritti con molta cura e la vicenda è coinvolgente… Maggiormente apprezzato il libro anche per l’ambientazione, la regione Marche, dove vivo da qualche anno…” Laura55 via Amazon.it

Filosofia e religione

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda.

Filosofia e religione sono diverse. Come possono l’arte del dubitare – per me la filosofia è più un’arte che una scienza – e la disciplina che più di ogni altra insegna a credere dirsi complementari? In apparenza la loro complementarietà potrebbe sfuggire, lo ammetto. Andando un po’ più a fondo, però, si finisce con lo scoprire che la prima è la via per accedere alla seconda. In che senso? La filosofia c’insegna a ricercare la o le verità, ma nel farlo ci mette in condizioni di ricercare la Verità, come si suole dire: ci colloca già sulla buona strada.
Sia chiaro io credo che ogni strada sia buona per sé e che per ognuno ce ne sia una diversa che, ciononostante – per questo non sono un relativista –, può condurre alla stessa meta. Questa meta per me è Dio, per un altro potrebbe essere il fato, per un altro ancora il caso. Ecco, secondo me tre sono le categorie di assoluti, categorie che la mente umana non può eludere: ovvero ciascuno, vivendo a modo proprio, finisce inevitabilmente per credere in una delle tre. Motivo per cui affermo che la filosofia è la via per arrivare alla religione, perché filosofare significa mettersi in cerca della Verità, ci tengo a precisare: non a trovarla. Va da sé che se uno non cerca, neanche può trovare.
Ebbene è a questo proposito che s’inserisce Dio, il fato o il caso. Questi tre assoluti sono i pilastri del pensiero. Pilastri, questi, che rendono meno vacillanti le fondamenta del nostro vivere. Sono convinto infatti che non si possa vivere senza un principio veritiero, quale che sia quello a cui si scelga di credere.

Tempo ed eterno ritorno

Il sistema del rito, del ripetere una ritualità rassicurante, ha proprio il compito di tranquillizzarci rispetto a quella che è una palese mancanza: la mancanza di tempo. Noi uomini siamo esseri mancanti di tante cose, una su tutte: di tempo. Non ne abbiamo mai abbastanza. Ed ecco che il sistema rituale, che ciascun popolo si dà, cerca – non è detto che ci riesca – di sopperire a questa mancanza.
In questo tentativo di rasserenare, la funzione del mito dell’eterno ritorno è estremamente importante. Sapere che queste sensazioni, questo momento ritorneranno è consolante. Certo, si può obiettare che se questo adesso non è granché, se proprio “adesso” si stesse soffrendo, be’, sapere che ciò si ripeterà è più un incubo che una rassicurazione. Vero. Resta il fatto che le popolazioni antiche trovavano conforto nell’eterna ripetizione data loro dal rito.
Lo stesso sollievo lo trovano oggi i seguaci di ogni religione nel mondo, che si confortano nella ciclica ripetitività del rituale. Si prenda il cristianesimo. Natale e Pasqua arrivano ogni anno. Ciò è confortante, o almeno lo è per un cristiano, perché la ruota gira e il mondo continua ad andare avanti, malgrado i problemi.

Monetizzare il proprio tempo

Fino all’ultimo, si lotta per avere più tempo: più anni, più mesi, più giorni, più minuti, finanche più secondi. Il tempo è l’unico bene di cui non disponiamo, ma che a sua volta dispone di noi, nel senso che siamo – il nostro essere perdura – fino a che non scade il “nostro tempo”, che, in ogni caso, non è mai abbastanza. Sia che si ritorni al Padre o alla polvere, a seconda se si è credenti o atei, siamo sempre “mancanti di tempo”. È questa la nostra mancanza fondamentale, che condiziona ogni nostro – solo all’apparenza – insulso gesto quotidiano.

Fare pace con il tempo non è possibile, neanche per chi ha fede, almeno secondo me. La resurrezione dei corpi gloriosi è una cosa di là da venire, un’acquisizione intellettuale mi viene da dire. Il Giorno del Giudizio è lontano o vicino – chi può dirlo, “come un ladro di notte” verrà, insegna San Paolo –, ma resta comunque una spada di Damocle pendente e non ancora calata. Intanto la nostra vita – anche quella di chi crede che ci sarà una fine gloriosa – è una cosa molto concreta: è una lotta incessante contro il tempo che durerà fino al giorno della nostra dipartita.

Fino all’ultimo, si lotta per avere più tempo: più anni, più mesi, più giorni, più minuti, finanche più secondi. Il tempo è l’unico bene di cui non disponiamo, ma che a sua volta dispone di noi, nel senso che siamo – il nostro essere perdura – fino a che non scade il “nostro tempo”, che, in ogni caso, non è mai abbastanza. Sia che si ritorni al Padre o alla polvere, a seconda se si è credenti o atei, siamo sempre “mancanti di tempo”. È questa la nostra mancanza fondamentale, che condiziona ogni nostro – solo all’apparenza – insulso gesto quotidiano.

Lasciamo perdere per un momento l’aldilà prospettatoci dalla religione. Questa nostra vita, nella sua essenza, uguale per tutti, difetta di tempo. Ciò, anziché convincerci che non è il caso di farci la guerra (visto il nostro essere tutti fratelli nella morte), ci rende ancora più aggressivi gli uni “contro” gli altri, perché si vuole di più e proprio questo “di più” – essenzialmente più potere, nelle sue molteplici accezioni – è a scapito di qualcun altro. Se fossimo tutti degli immortali non credo ci sarebbero le guerre e supereremmo agevolmente ogni sorta d’incomprensione. Andremmo tutti d’amore e d’accordo, ma con i “se” e con i “ma”, lo sappiamo bene, non si va da nessuna parte.

C’è una massima di Benjamin Franklin che sottoscrivo in pieno, “time is money”, tradotta: il tempo è denaro. Non so voi, ma preferisco alleggerirmi il portafoglio, piuttosto che sacrificare il mio limitato serbatoio temporale. Monetizzare il proprio tempo, dunque, non è solo una necessità, ma anche una forma di sanità mentale, se non si vuole vivere nell’autoinganno di credersi: eterni.

Vivere è lottare

La tragedia di cui parla Unamuno è la lotta contro i mulini a vento propria del suo eroe preferito, Don Chisciotte (alla cui figura dedica un importante commentario), una lotta impari, senza speranza di successo, velleitaria ma non meno preziosa. La dimensione più propria della vita è agonica, ovvero: una lotta incessante, senza tregua né quartiere contro la natura umana deficitaria, mancante di tempo. Vivere significa lottare. E qual è la nota distintiva del lottatore? Vendere a caro prezzo la propria pelle.

Vivere è lottare, questo è l’insegnamento che ho tratto dalla lettura “Del sentimento tragico della vita”, capolavoro filosofico di Miguel de Unamuno. Perché simpatizzo per Unamuno? Perché, per essere un filosofo, scrive bene e si lascia leggere volentieri. Ergo: mi entusiasma più di altri pensatori, più quotati ma imperdonabilmente contorti. Inoltre, arricchisce di un bel po’ il concetto di “carpe diem” della tradizione latina. Come? Ci aggiunge la passione, il trasporto metafisico che i poeti e i filosofi latini non avevano, beandosi troppo di minimizzare le pericolose passioni.

In particolare, mi attrae la dimensione del tragicomico in Unamuno, che è – a dire il vero – più ottimistica di quanto non sembri a prima vista. Unamuno infatti è sì un pessimista fisico – il suo corpo come quello di tutti piange la sua natura mortale – ma è altresì un ottimista metafisico, ovvero spera ci sia dell’altro dopo questa vita. Non so se lo credeva, ma di sicuro lo sperava. Del resto, è mia convinzione che credere significhi sperare. Io credo perché spero ci sia davvero Chi dicono ci sia lassù nell’alto dei cieli e che questo Qualcuno, che molti chiamano Dio, alla resa dei conti premi chi si è ben comportato in questa vita e punisca chi in questa “valle di lacrime” ha perseguito il male. Lo spero con tutto me stesso. Se no sì che sarebbe davvero ingiusto vivere e insensato morire.

Poi le mie simpatie per Unamuno sono legate anche a un comune amico (l’amico del mio amico è mio amico), il suo nome è Don Chisciotte. Combattere le ingiustizie, i mulini a vento, se ci pensate bene: chi se non un picaro dal cuore grande e dalla testa matta può farlo? Occorre avere un po’ le stesse caratteristiche di Don Chisciotte, generosità e follia, per schierarsi contro i tanti, troppi mulini a vento che la vita ci mette davanti, giorno dopo giorno.

L’atteggiamento di Unamuno è proprio di chi fa i conti con la realtà della vita, non di chi se la svigna e decide di non prendere di petto i tormenti che lo assillano. Evadere è bello, ma poi, tanto, si deve fare ritorno alla dimensione della realtà e questa non è che il tempo limitato e, all’orizzonte, la Nera Mietitrice che inesorabile ci attende. Alcuni potranno obiettare: “Ma che palle ‘sto Unamuno, sempre a pensare alla tragedia che ci portiamo dentro”. Eppure ci sono esempi di come si possa imparare a convivere con il pensiero più intollerabile, quello della nostra dipartita, non di meno amando e assaporando la quintessenza della vita.

La tragedia di cui parla Unamuno è la lotta contro i mulini a vento propria del suo eroe preferito, Don Chisciotte (alla cui figura dedica un importante commentario), una lotta impari, senza speranza di successo, velleitaria ma non meno preziosa. La dimensione più propria della vita è agonica, ovvero: una lotta incessante, senza tregua né quartiere contro la natura umana deficitaria, mancante di tempo. Vivere significa lottare. E qual è la nota distintiva del lottatore? Vendere a caro prezzo la propria pelle. Sono esistiti individui capaci di scendere a patti con la loro condizione umana, che hanno non solo accettato ma fatto proprio, come fosse un punto di forza e non – come sarebbe più ovvio – di debolezza, il più tormentoso dei pensieri. Quale? Quello di dover morire.

Questi individui erano i samurai, guerrieri del Medioevo giapponese al servizio di un daimon, un signore, per il quale erano disposti a tutto, persino a sacrificarsi. Concepivano la loro vita come servizio incessante da concedere fino all’ultimo respiro al proprio signore. Be’, in quanto guerrieri la loro arte era appunto la guerra, si guadagnavano il pane combattendo e chi combatte sa bene – più di altri – che potrebbe morire da un momento all’altro. La morte per un samurai era sempre in agguato, poteva verificarsi tramite una freccia in battaglia o una pugnalata in una zuffa da osteria. Insomma, poteva rimanere ucciso in qualsiasi momento. Motivo per cui aveva imparato a pacificarsi con la sua condizione di essere transeunte. Emblematiche sono le parole dello “Hagakure – Il codice segreto del samurai”: “La via del samurai è la morte”. Parole, queste, vergate dal monaco tibetano Yamamoto Tsunetomo e che riecheggiano ai nostri orecchi come un distillato di saggezza samurai, che fa capire cosa significa vivere una vita fino in fondo e ne condensa la filosofia d’ispirazione heideggeriana per molti aspetti.

In Occidente infatti il filosofo che più si è avvicinato alla filosofia samurai è proprio Heidegger, con il suo: essere-per-la-morte. Secondo Heidegger la morte è l’evento cruciale, che dà senso e autenticità alle nostre altrimenti insensate e inautentiche esistenze. Ragion per cui, che lo si voglia o meno, viviamo in funzione di questo immancabile evento. Diciamo che Heidegger, come sua caratteristica, lo spiega in maniera complicata, Tsunetomo in maniera più immediata, ma sempre allo stesso concetto si riconducono entrambi, seppure con parole diverse.

Per quanto mi riguarda, cerco di vivere lottando per ogni respiro e, devo riconoscere, non saprei vivere altrimenti. Per ognuno, però, c’è una via diversa, un diverso modo di stare al mondo. Anche se, alla resa dei conti: tutte le strade portano alla meta che è l’origine, come aveva indovinato Karl Kraus, con il suo aforisma “l’origine è la meta”. Questa meta fissata da Tsunetomo e da Heidegger è la morte, che va accettata come parte integrante della vita e che a quest’ultima attribuisce il suo significato ultimo o ulteriore, a seconda che si creda oppure no.

Amore è tempo

Può l’amore saziarci allora? Come potrebbe? È impossibile sentirci saziati a causa della materia di cui siamo fatti, che non sono i sogni come pretende Shakespeare (o almeno non soltanto), bensì i secondi, i minuti, le ore, i giorni, gli anni che ci è dato vivere in quanto esseri di e nel tempo. Per questo si può affermare con ragionevole certezza che: essere è tempo e l’amore pure è tempo, in quanto suprema sintesi dell’essere.

Amore è tempo, nel senso che non posso separare l’uno dall’altro, essendo il primo una manifestazione dell’essere, forse la più sublime (di sicuro la più potente), e come tale è intrecciato nel secondo poiché il nostro essere – come ci insegna Heidegger – è fatto di tempo. Prendendo a prestito una metafora dalla fisiologia umana: se l’amore è il cuore pulsante del nostro sentire, il tempo è la gabbia toracica che lo contiene. Oppure, usando una terminologia marxiana: il tempo è la struttura, l’amore la sovrastruttura. Amore e tempo sono due ingredienti della stessa pasta, che messi assieme formano quella prelibatezza chiamata vita, tanto gustosa quanto indigesta. “Gustosa” se la si sa assaporare, amando, non importa se solo se stessi o una persona speciale. “Indigesta” perché digerire il fatto che si deve morire rimane sullo stomaco ai più.

Può l’amore rimarginare la ferita del tempo? Ci può mettere un cerotto, che può reggere per un po’ e poi, come ognuno di noi ben sa, inevitabilmente si stacca. Ecco, la vita amorosa non è altro che uno scollamento graduale ma implacabile da se stessi e/o dalla persona che ci sta accanto e che presto o tardi dovremo lasciare o ci lascerà lei per causa di forza maggiore.

Può l’amore saziarci allora? Come potrebbe? È impossibile sentirci saziati a causa della materia di cui siamo fatti, che non sono i sogni come pretende Shakespeare (o almeno non soltanto), bensì i secondi, i minuti, le ore, i giorni, gli anni che ci è dato vivere in quanto esseri di e nel tempo. Per questo si può affermare con ragionevole certezza che: essere è tempo e l’amore pure è tempo, in quanto suprema sintesi dell’essere.

Per quanto mi riguarda, credo che in amore o si è altruisti, dedicando la propria fedeltà a un’altra persona, oppure si è egoisti, rimanendo fedeli solo a se stessi. Poi c’è una via mediana, intrapresa dai più, della serie: Sto con te ma ti sono fedele nello spirito perché la mia carne copula con chi gli pare. Questa è un’ipocrisia da quattro soldi, perché carne e spirito sono una cosa sola (almeno per me). Io rivendico una certa concezione amorosa che non si basa unicamente sul pur importante amore di sé (chi non si ama non può amare né può essere amato da altri), ma anche e soprattutto su quello per un’altra persona a cui si è liberamente scelto di donare il proprio amore esclusivo. (Per approfondire questo tema, vi rimando alla lettura de “La scelta in amore” di Ortega y Gasset.)

Dimmi chi ami e ti dirò chi sei. Oppure: siamo chi amiamo. Soltanto un amore che sia il riflesso della nostra libera ed esclusiva “scelta” può farci sentire in parte appagati. Certo, da qui a dirci saziati troppo ce ne vuole.

L’essere umano è una creatura insaziabile per definizione e mancante sempre di qualcosa. Mancanza, questa, già espressa da Platone, che nel “Simposio” fa raccontare al personaggio di Aristofane il famoso mito dell’androgino. Mito, questo, che spiega il motivo per cui ci sentiamo incompleti, ovvero perché ci manca la nostra metà, in origine separata al nostro essere, perciò incompleto.

L’uomo come creatura separata è un argomento sviscerato anche dal padre della psicanalisi, Sigmund Freud. Non è un caso che la versione freudiana della teoria dell’iceberg sancisca la vittoria dell’Io e del Super-Io, che, coalizzati, battono 2-1 il solitario Es, con il risultato che il principio di piacere finisce soffocato a vantaggio del principio di realtà. Mi spiego con un esempio.

Se, secondo Freud, non ci accoppiamo tutti con tutti abbandonandoci ai nostri istinti più animaleschi, il più animalesco dei quali è quello sessuale, è tutta colpa o tutto merito – dipende dai punti di vista – del principio di realtà, che ci reprime, rendendoci pertanto dei buoni cittadini/e rispettosi/e l’uno delle mogli/luna dei mariti dell’altro.

Personalmente riconosco a Freud di avere avuto una grande intuizione, riconducibile però a un altro mito platonico, quello dell’auriga – o del carro alato che dir si voglia – enunciato nel “Fedro”. In quest’opera Platone ci parla – come al solito – per metafora degli appetiti dell’anima, le parti della quale sono: un auriga, identificabile con l’Io freudiano; un cavallo bianco simboleggiante la ragione, l’equivalente del Super-Io freudiano; un cavallo nero incarnante la passione, nientemeno che l’Es freudiano. Con questo non è mia intenzione insinuare che Freud abbia plagiato, con la sua teoria dell’iceberg, quella platonica degli appetiti dell’anima presentata nel mito dell’auriga. Dico solo che Platone ha intuito molto di quello che poi Freud avrebbe teorizzato più avanti.

Che significa tutto questo? Che in filosofia l’originalità pura non esiste ed è quantomeno sopravvalutata. Tutto è stato pensato, occorre solo ripensarlo per migliorarlo. Dunque, filosofare è ripensare. Ogni ripensamento rivisita e rinfresca teorie pregresse, imprescindibili seppure bisognose di evolversi. Il procedimento del pensiero filosofico è di tipo evolutivo, tende – e ci aveva visto giusto Hegel – verso un cammino progressivo di emancipazione del genere umano in nome della ragione. Peccato che – e in questo Hegel non ci aveva visto per niente – questo progresso non è unidirezionale, ma direi piuttosto bidirezionale: ci si evolve, è vero, così come è altrettanto vero che ci si può pure – nessuno se lo augura – involvere. Quello che è bene ribadire è che il cammino del pensiero non può fare a meno neanche di una virgola di quanto è già stato pensato. Se c’è una cosa che insegna la filosofia: è che ogni pensiero può e deve essere migliorato ripensandolo, da chi ha l’onore e l’onere di venire dopo. Non c’è filosofo – a mio avviso – che non debba e non possa venire ripensato, compresi e in particolare modo i vari mostri sacri: da Platone ad Aristotele, passando per Hegel o Kant. Ogni filosofo che ha vissuto, che vive o che vivrà sotto al Sole deve e può essere ripensato “in saecula saeculorum”.

Per chiudere vorrei raccontare il mito della nascita di Eros, così come ci viene narrato nel “Simposio” platonico (per chi non lo sapesse, ce n’è pure uno di Senofonte). Eros nasce il giorno della festa di Afrodite, sotto il segno della bellezza, da padre ricchissimo, Espediente, e da madre poveraccia, Penia. Questa vede ‘sto gran pezzo di figliolo, Espediente, e subito se ne innamora. Aspetta con pazienza che tutti siano ubriachi fradici, Espediente compreso, e poi… zac! Gli monta sopra, si dimena un po’ e si fa inseminare. Il frutto di questa cavalcata diviene Eros, il figlio preciso, sputato di ambedue i genitori, che – come tale – eredita alcuni caratteri del padre, altri della madre. Dal primo prende il gusto per le cose belle, dalla seconda la spinta a possederle. Eros infatti ambisce alla conoscenza, questo perché “non” la possiede (anche perché se no che senso avrebbe ricercare una cosa che già si ha?), bensì la brama con tutto se stesso. Per questo motivo è – fra tutti gli dèi – quello che più ricerca la conoscenza, che è la meta implicita ed esplicita del suo pro-tendere.

Perché vi ho raccontato, semplificandolo, confesso, questo mito? Perché la filosofia deve a Eros la sua tensione erotica verso: la conoscenza, la verità, il bene, la giustizia, il bello e chi più ne ha più ne metta. La filosofia nasce con Eros e ha in Eros il suo più degno paladino. L’Eros che Freud chiamerà spirito di vita e opporrà a Thanatos, che è invece spirito di morte. Vita e morte, Eros e Thanatos: la filosofia insegna che sono le due facce della stessa medaglia.

Finché Eros, che è spirito di vita, continuerà a palpitare, fino ad allora la Vita avrà una parola da opporre alla Morte.