Volere è davvero potere?

Malgrado la componente casualistica, fatalistica o divina dimostrino la precaria e fragile condizione impressa nella filigrana delle nostre esistenze, non possiamo né dobbiamo prescindere dalla componente volontaristica. Altrimenti significherebbe arrendersi senza lottare, quando la lotta è precisamente la condizione necessaria e ineludibile dello stare al mondo. Al contrario, credo che abbiamo bisogno di sviluppare una volontà ponderata, non onnipotente, commisurata al nostro essere creature a cui è dato un certo tempo – per agire e patire, agire è patire – e abitanti un certo spazio.

Volere è davvero potere? Mi è stato obiettato di tenere troppo in conto il detto baconiano “volere è potere”. Rispondo con quella che a me sembra un’ovvietà: se non vuoi, nemmeno puoi. Non è che puoi senza volere. È tecnicamente difficile, per non dire impossibile; anche se i pubblicitari dell’Adidas risponderebbero sulle rime di un loro famoso spot che “impossible is nothing”. Non so voi, ma ripensando alla mia vita, non posso non convenire che quello che ho, ce l’ho proprio perché l’ho fortemente voluto. Per questo do ragione all’affermazione di Francis Bacon, pur non condividendone l’accezione prometeica (da Prometeo, quello che rubò il fuoco sacro agli dèi per favorire il genere umano e inaugurò così l’èra della tecnica). Direi piuttosto d’interpretare – ogni comprensione non può che essere un’interpretazione soggettiva – l’affermazione baconiana più in chiave psicologico-motivazionale.  Ergo per me: volere – il più delle volte, non sempre – è davvero potere.

Dalla volontà baconiana il passo per arrivare alla volontà di potenza nietzscheana non è breve, ma neppure troppo lungo. Nel mio libro “Filosofi da Oscar” mi avventuro in una disamina del capolavoro nietzscheano, “Così parlò Zarathustra”, in particolare della sezione dell’opera intitolata “La visione e l’enigma”. Qui espongo quella che è secondo me la peculiarità della volontà di potenza nietzscheana intesa come “affermazione suprema della vita, che rifugge il tanfo sepolcrale di un vissuto passivo, parassitario”; Nietzsche infatti “valorizza la vita, in quanto valore accorpante tutti gli altri” (“Filosofi da Oscar”, pp. 48-49). Cos’altro aggiungere se non che: il segreto della volontà come di tutte le cose è nella misura, nel “giusto mezzo” direbbe Aristotele. Perciò volere è bene, eccedere però ci porta dritti ad Auschwitz, a compiere cioè le più nefande aberrazioni in nome di una volontà onnipotente.

Mi viene in mente l’immagine montaliana della storia; immagine, questa, applicabile anche alla storia individuale, non solo a quella universale; la storia dipinta come una catena di anelli che non sempre tengono. Ciò per dire che qualcosa che ci sovrasta e che ci sfugge c’è e – ho motivo di credere – ci sarà sempre. Che sia il caso, il fato o Dio non importa, poiché si tratta di parole diverse che indicano lo stesso, identico dato di fatto, la precarietà e fragilità dell’essere umano.

Malgrado la componente casualistica, fatalistica o divina dimostrino la precaria e fragile condizione impressa nella filigrana delle nostre esistenze, non possiamo né dobbiamo prescindere dalla componente volontaristica. Altrimenti significherebbe arrendersi senza lottare, quando la lotta è precisamente la condizione necessaria e ineludibile dello stare al mondo. Al contrario, credo che abbiamo bisogno di sviluppare una volontà ponderata, non onnipotente, commisurata al nostro essere creature a cui è dato un certo tempo – per agire e patire, agire è patire – e abitanti un certo spazio.

A proposito della sciagurata volontà di potenza nietzscheana, mi viene da dire che il bello – e anche il più grande limite – di Nietzsche è che ciascuno può fornire una chiave interpretativa differente del suo pensiero. A ogni modo, se la potenza dev’essere sopraffazione della altrui volontà per affermare ed espandere la propria, be’, allora credo sia meglio – nel senso di meno dannoso – un pensatore “impotente”. La volontà di sopraffazione è sempre e comunque becera, lo dico pur essendo un grande estimatore di Nietzsche. Ciò non toglie che pure i grandi possono prendere delle “grandi” cantonate. Comunque, riflettendo su Nietzsche, non si può non tenere presente il delicato rapporto tra pensiero e patologia; a volte, nei suoi scritti, a emergere non è tanto la sua genialità quanto la sua condizione patologica.

Detto questo, come mia abitudine, da ogni filosofo, Nietzsche compreso, cerco di prendere quello che per me è il meglio, mettendo da parte ciò che ritengo non lo sia. La volontà di potenza “non” è quanto di “meglio” può offrire la filosofia nietzscheana. Di Nietzsche preferisco prendermi altro, per esempio: la concezione dell’amare il proprio destino, o “amor fati”.

Diventare ciò che si è

Uno dei consigli più utili e azzeccati – almeno secondo me – che Nietzsche ci dà è: divenire ciò che siamo. Realizzare cioè la nostra potenza; ciò che si è in potenza appunto. Purché ciò, però, non comporti sopraffare il potenziale altrui; di contro, la volontà di potenza è uno dei più grandi abbagli di Nietzsche. Occorre semmai competere con la potenza dell’altro per affermare la propria; affermazione, questa, che non coincide con sopraffazione.

Dopotutto due o tre intuizioni sensate “Federico” Nietzsche ce le ha avute. Attenzione, però, il pensiero nietzscheano – come per stessa ammissione dell’autore – è dinamite pura. Ergo: va maneggiato con cura. E oltre a essere dinamitardo, a volte – aggiungo io – va preso con le molle e non come oro colato tutto quello che dice. Cosa, questa, che andrebbe fatta peraltro con qualsiasi filosofo. Essere filosofo infatti non significa essere infallibile, al contrario vuole dire confessare apertamente la propria fallibilità, il famoso “so di non saperesocratico.

Uno dei consigli più utili e azzeccati – almeno secondo me – che Nietzsche ci dà è: divenire ciò che siamo. Realizzare cioè la nostra potenza; ciò che si è in potenza appunto. Purché ciò, però, non comporti sopraffare il potenziale altrui; di contro, la volontà di potenza è uno dei più grandi abbagli di Nietzsche. Occorre semmai competere con la potenza dell’altro per affermare la propria; affermazione, questa, che non coincide con sopraffazione.

In questo decisivo punto sta il mio scarto con il Nietzsche-pensiero, la cui filosofia apprezzo in molti passaggi, pur senza condividerla in toto, anzi. Per questo e per altri aspetti siamo ai lati opposti della barricata. Un esempio su tutti? Lui è un feroce aristocratico, io un incallito democratico.

Riforma della scuola o riformatori da riformare?

A parole – giusto quelle – i politici sembrerebbero cantare tutti o quasi la stessa canzone: chi non investe sulla Scuola, non investe sul futuro del proprio Paese. Peccato, però, che l’attuale classe politica, perlomeno nell’Italia degli ultimi anni, di fatto non fa più politica (intesa come il Bene comune), piuttosto tira a campare (fa il bene proprio).

Mentre tutti parlano di sciopero, oggi, una domanda mi sorge spontanea: e se, anziché riformare la Scuola, riformassimo i riformatori? (Il signore della foto parlerebbe di rottamazione…) Alcuni cambiamenti nascondono dei peggioramenti. Un esempio? Le ultime riforme della Scuola. Questo succede quando si vuole far passare, con un bieco tranello del Legislatore: il messaggio di un riformismo progressista orgogliosamente sbandierato, quando in realtà dietro c’è solo un miope disegno di taglio indiscriminato. Laddove ci sono comparti, come la Scuola, che, più che di tagli, necessiterebbero di continui investimenti.

A parole – giusto quelle – i politici sembrerebbero cantare tutti o quasi la stessa canzone: chi non investe sulla Scuola, non investe sul futuro del proprio Paese. Peccato, però, che l’attuale classe politica, perlomeno nell’Italia degli ultimi anni, di fatto non fa più politica (intesa come il Bene comune), piuttosto tira a campare (fa il bene proprio).

Il problema della politica italiana è che a forza di vivacchiare, delle uova oggi (accalappiare consensi), si è scordata della gallina domani (come si governa). E Dio solo sa quanto la nostra malridotta Italia ha bisogno di galline domani. Quindi, ricapitolando: cos’è che secondo me manca alla politica italiana, oggi? Un orizzonte ideale al quale aggrapparsi per combattere la miseria del reale, che, di questo passo, può solo peggiorare.

La forza (benefica) delle illusioni

Dunque, secondo me, non tutte le illusioni vengono per nuocere; alcune sono indispensabili per vivere. Un esempio? Prendiamo Freud, uno dei tre “maestri del sospetto” (gli altri due sono Marx e Nietzsche), stando a Derrida. Dei tre è forse quello che ci va giù più duro nel condannare le illusioni. La sua intera teoria psicanalitica che cos’è se non un’illusione di controllo? Freud si è illuso di poter vivere senza illusioni rendendo l’uomo consapevole dei suoi limiti “in quanto uomo”. E che cos’è questa consapevolezza – appunto – se non un’illusione di controllo? L’illusione di chi si sente in pieno controllo del proprio destino, quando poi tutti – in cuor nostro – sappiamo bene che è il caso, il fato o Dio ad avere il controllo sulle nostre vite. E se persino Freud, il paladino dei disillusi, s’illudeva, non c’è che arrendersi all’evidenza: l’illusione ci è necessaria per non impazzire, vista la realtà fondamentalmente inaccettabile della vita, la morte. Piaccia o meno tutti abbiamo bisogno d’illuderci per non spararci un colpo in testa alla maniera di Kirillov, uno dei protagonisti dei “Demoni” di Dostoevskij. D’altronde se non ci si potesse illudere, che senso avrebbe vivere?

L’uomo acquisisce la consapevolezza del proprio essere “nel” tempo la prima volta che fa esperienza della morte. La morte di una persona a noi vicina, o anche di un animale domestico, perfora il “velo di Maya” delle illusioni. Anche se questa consapevolezza deve durare il tempo di un bagliore, poiché per poter vivere – checché se ne dica – ciascuno di noi ha bisogno di alimentare la più dolce e irreale delle illusioni: pensare alla morte come se fosse una cosa a noi “estranea”, che riguarda solo gli altri. Perché questo? Il pensiero della nostra morte ci è intollerabile.

Dunque, secondo me, non tutte le illusioni vengono per nuocere; alcune sono indispensabili per vivere. Un esempio? Prendiamo Freud, uno dei tre “maestri del sospetto” (gli altri due sono Marx e Nietzsche), stando a Derrida. Dei tre è forse quello che ci va giù più duro nel condannare le illusioni. La sua intera teoria psicanalitica che cos’è se non un’illusione di controllo? Freud si è illuso di poter vivere senza illusioni rendendo l’uomo consapevole dei suoi limiti “in quanto uomo”. E che cos’è questa consapevolezza – appunto – se non un’illusione di controllo? L’illusione di chi si sente in pieno controllo del proprio destino, quando poi tutti – in cuor nostro – sappiamo bene che è il caso, il fato o Dio ad avere il controllo sulle nostre vite. E se persino Freud, il paladino dei disillusi, s’illudeva, non c’è che arrendersi all’evidenza: l’illusione ci è necessaria per non impazzire, vista la realtà fondamentalmente inaccettabile della vita, la morte. Piaccia o meno tutti abbiamo bisogno d’illuderci per non spararci un colpo in testa alla maniera di Kirillov, uno dei protagonisti dei “Demoni” di Dostoevskij. D’altronde se non ci si potesse illudere, che senso avrebbe vivere?

Inoltre, le illusioni sono anche importanti per alzare l’asticella dei propri obiettivi. A dare retta alla magra realtà, tutti ci dovremmo accontentare della solita minestra riscaldata. Ecco, le illusioni sono il pepe che dà sapore alla vita. Ovvio che ogni tanto tocca pure fare i conti con la realtà. Ma solo “ogni tanto”, troppo spesso non fa bene e, di sicuro, non aiuta.

L’eccesso è sempre sbagliato, sia esso di realtà o d’illusioni. In questo mi rifaccio ad Aristotele e predico anch’io la via mediana come la più opportuna.

Per chiudere il cerchio del mio ragionamento: la vita è troppo amara senza la dolcezza zuccherosa delle illusioni.

Talento, genio e teoria del flusso

Pensando a certi geni che volano alti sulle ali della loro arte, mi è venuto in mente lo studio di uno psicologo dal nome impronunciabile: Mihály Csíkszentmihályi, ideatore della teoria del flusso. Questi analizzando il “modus operandi” degli artisti, si accorse che, talmente presi dalla loro arte, si dimenticavano di tutto – persino dei loro bisogni primari: mangiare, dormire, eccetera – per lunghissimi periodi di tempo. Csíkszentmihályi definì questo tipo di attività: “autotelica”, ossia che trova già in sé il suo scopo, la sua raison d’etre.

“Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può” diceva Ernest Hello ripreso poi da Carmelo Bene, che aggiunse su se stesso: “Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento”. Bell’aforisma, che invita alla riflessione. Il genio è un essere umano molto abile. Dunque: vista la sua natura immanente – non è certo un dio, tutt’al più un essere umano che ci azzecca più degli altri –, se non vorrebbe nulla, non potrebbe nulla, ma rimarrebbe uno dei tanti – troppi – geni incompresi che ci sono a questo mondo. Mia opinione, opinabilissima peraltro.

Pensando a certi geni che volano alti sulle ali della loro arte, mi è venuto in mente lo studio di uno psicologo dal nome impronunciabile: Mihály Csíkszentmihályi, ideatore della teoria del flusso. Questi analizzando il “modus operandi” degli artisti, si accorse che, talmente presi dalla loro arte, si dimenticavano di tutto – persino dei loro bisogni primari: mangiare, dormire, eccetera – per lunghissimi periodi di tempo. Csíkszentmihályi definì questo tipo di attività: “autotelica”, ossia che trova già in sé il suo scopo, la sua raison d’etre.

Da romanziere e anche ex sportivo mi è capitato di sperimentarla. Queste attività autoteliche ci fanno vivere dei momenti di grazia nei quali si è concentrati corpo e anima in quello che si sta facendo. In simili momenti tutto trova giustificazione in sé e ci si sente completamente immersi in quello che si sta facendo.

Perché tiro in ballo questo? Perché mi convince poco l’aforisma di Hello. Perché anche il genio o il talento che vive immerso in questo transitorio stato di grazia autotelica, prima o poi, subisce un brusco risveglio. Per esempio, sempre stando ai risultati dello studio di Csíkszentmihályi: finita la propria tela, consumatasi la propria attività autotelica, l’artista poi quasi se ne disinteressa, come se nemmeno l’avesse creata lui o, comunque, non le dà un’importanza commisurata allo sforzo compiuto per realizzarla. A causa di questi “bruschi risvegli”, quindi, credo che momenti di autocoscienza ce li abbiano tutti, geni compresi o incompresi, che poi – detto fra noi – sempre geni sono.

Esercizio di critica e autocritica per il nuovo anno

Esiste un modo per sgonfiare l’ego ed essere meno io-centrici. Trovate dieci valide ragioni per criticare il vostro libro o film o serie preferita. Fatto questo, trovate altrettanti motivi per criticare voi stessi. A quale scopo? Tutto può essere criticato, tutti possono essere criticati, ma criticare non significa distruggere qualcosa o qualcuno (non necessariamente almeno), bensì capire che niente, nessuno è perfetto. Occorre prendere consapevolezza di ciò che ci sta attorno e di sé. Per farne cosa? Migliorare il mondo e migliorarsi.

Iperspecialismo vs. Inter-poli-trans-disciplinarità

Opponendosi all’iperspecialismo, Morin formula il concetto di inter-poli-trans-disciplinarità. Quest’ultima promuove confini deboli tra le discipline, negando quelli forti. I confini deboli permettono degli attraversamenti tra i saperi, che, in un contesto di complessità, possono rivelarsi preziosi. Sempre grazie ai confini deboli possono nascere delle sinergie tra le discipline, dal greco “syn” che vuol dire “con”, “insieme”. Un agire sinergico non implica mettere insieme due cose, ma sovrapporle al fine di creare qualcosa di più funzionale.

Secondo Edgar Morin la compartimentazione dei saperi ha prodotto l’incapacità di dialogare tra le discipline. La capacità di dialogare è altresì il requisito indispensabile per andare oltre la complessità. La conseguenza più nefasta di questa incapacità di “andare oltre” – necessaria a risolvere problemi concreti – è l’iperspecialismo.

Opponendosi all’iperspecialismo, Morin formula il concetto di inter-poli-trans-disciplinarità. Quest’ultima promuove confini deboli tra le discipline, negando quelli forti. I confini deboli permettono degli attraversamenti tra i saperi, che, in un contesto di complessità, possono rivelarsi preziosi. Sempre grazie ai confini deboli possono nascere delle sinergie tra le discipline, dal greco “syn” che vuol dire “con”, “insieme”. Un agire sinergico non implica mettere insieme due cose, ma sovrapporle al fine di creare qualcosa di più funzionale.

“Non è sufficiente […] essere all’interno di una disciplina per conoscere tutti i problemi che la concernono” (in: La testa ben fatta, p. 112). A tal proposito: “Accade anche che uno sguardo ingenuo da amatore, estraneo alla disciplina, o addirittura a ogni disciplina, risolva un problema la cui soluzione era invisibile in seno alla disciplina” (p. 113). È il caso del metereologo Wegener, scopritore della teoria della deriva dei continenti (1912).

Sulla scia dell’insegnamento di Morin, accetto l’idea di “dominio” disciplinare, mentre respingo fermamente quella di “campo” disciplinare. Il dominio infatti fa proprio il concetto della inter-poli-trans-disciplinarità, che non ha paura delle contaminazioni disciplinari e le ritiene – anzi – arricchenti.