Dostoevskij: Ortodossia vs Cattolicesimo

Dostoevskij riflette sulla differenza tra cristianesimo ortodosso e cattolico, vedendo nel primo un focus più cristocentrico e meno interessato al potere. Il vero pentimento e la salvezza eterna sono centrali nel suo pensiero, mentre la visione cattolica, secondo lui, si avvicina al nichilismo. La lotta tra queste due interpretazioni del cristianesimo segna la sua opera.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Pentirsi sinceramente di un peccato è il primo passo, valutare la sincerità del pentimento spetta a Dio, per il peccatore Dostoevskij è così che funziona. È questo il cristianesimo che lui ha in mente: risanato e più “a immagine e somiglianza” di Cristo, quello dell’ortodossia tanto per intenderci, che ha un occhio di riguardo per chi commette i peccati. Solo così è per lui possibile confidare nella salvezza eterna. Per Dostoevskij l’altro cristianesimo, quello con sede a Roma, in Vaticano, assomiglia più al nichilismo del Grande Inquisitore della Leggenda contenuta nel suo capolavoro, “I fratelli Karamazov”. Cristianesimo-salvifico contro cristianesimo-nichilista, ortodossia contro cattolicesimo, questa è la lotta intestina alla cristianità, secondo Dostoevskij, il quale è convinto che la superiorità dell’ortodossia consista nel suo essere più cristocentrica del più politico cattolicesimo.

L’ortodossia è sempre stata più focalizzata sulla centralità di Cristo e parallelamente più disinteressata alle dinamiche di potere con il quale, va detto, si è sempre trovato a suo agio il cattolicesimo. L’ortodossia si direbbe che sia rimasta più fedele al Cristo dei “Vangeli”, quello che dice: “Rendete a Cesare le cose che sono di Cesare, e a Dio le cose che sono di Dio.” Citazione, questa, che compare in: Matteo 22,21; Marco 12,17; Luca 20,25. Il cristocentrismo ortodosso a cui è affezionato Dostoevskij è quello del Cristo pantocratore, circonfuso da un’aureola luminosa e trionfatore sulla morte. È il Cristo dell’iconografia bizantina, per intenderci. Con la vittoria sulla morte Cristo ottiene anche lo scacco sul male, che è una derivazione della morte poiché risultato del “peccato originale”; senza quest’ultimo né morte né male ci sarebbero stati nel mondo, essendoci l’una, dunque, “la morte”, allora c’è l’altro, “il male”.

Un libro-matrioska

Il testo esplora l’importanza de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, evidenziando la sua complessità e la sua relazione con il genere del thriller legale. Viene anche menzionata “La leggenda del Grande Inquisitore”, una storia all’interno dell’opera che confronta Gesù e l’Inquisitore, evidenziando il tormento dell’animo umano.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Vi dicevo del libro sul parricidio, torniamo a quello, perché tanto gira e rigira “I fratelli Karamazov” sono l’alfa e l’omega della poetica romanzesca di Dostoevskij. Ogni discorso che ruota su Dostoevskij, non può prescindere da quest’opera, perché lì dentro trovate tutto, perlomeno “tutto” quello che serve per capire l’anima tormentata di Dostoevskij. È un libro voluminoso che dentro ha tanti libri.

C’è una parte legata al processo che sembra uscita dalla “penna” di John Grisham, quello che ha scritto “Il socio”, uno dei più grandi autori di legal thriller al mondo. Fra i tanti meriti che possiamo riconoscere a Dostoevskij, c’è pure quello di avere anticipato il genere “legal thriller”. Dove? Ne “I fratelli Karamazov” appunto, ma anche in “Delitto e Castigo”, che poi lessi alla fine, più in là negli anni, dopo il tentativo di lettura fallito quando ne avevo solo diciotto; sempre che rimango dell’avviso che “I fratelli Karamazov” restino una spanna sopra agli altri libri di Dostoevskij (e a tutti gli altri libri in generale). In esso si trova un libro nel libro. Siamo al cospetto di una specie di libro-matrioska. Ce le avete presenti le matrioske? Le famose bambole russe dentro le quali trovi tante bambole più piccole? Ebbene, fra le tante bambole de “I fratelli Dostoevskij” ce n’è una intitolata “La leggenda del Grande Inquisitore”. 

Oddio, ho detto davvero “I fratelli Dostoevskij”? Eh sì, buonanotte, volevo dire “I fratelli Karamazov”… è stato evidentemente un lapsus freudiano. Freud c’entra sempre, eh! E tra l’altro cade a pennello visto che parliamo di Dostoevskij, che io almeno considero il quarto maestro del sospetto, gli altri tre sono più unanimemente riconosciuti quali “maestri del sospetto”, mi riferisco a: Marx, Nietzsche e, per l’appunto, Freud stesso. Ripeto, qui il “lapsus” ci voleva proprio. 

Ritorno all’opera nell’opera, ovvero “La leggenda del Grande Inquisitore”, qui abbiamo il più intellettuale dei Karamazov, Ivan, che racconta al più mistico dei fratelli, Alësa, una storia che parla di Gesù che ritorna sulla Terra e viene fatto prigioniero durante il periodo dell’Inquisizione spagnola. Il Gesù di Dostoevskij non dice neanche una parola, ma si limita ad ascoltare il vaniloquio del Grande Inquisitore che assomiglia più a un pazzo nichilista russo. Quest’ultimo rinfaccia al suo principale – credo sia lecito definire tale Gesù agli occhi di un prete – di averli abbandonati e lasciati fare, e loro – i preti – hanno fatto… anche troppo, anche dei danni, come l’Inquisizione appunto. Non vi racconto come si conclude “La leggenda del Grande Inquisitore”, perché vi toglierei il gusto di leggerla. Dico solo che il Gesù dostoevskiano sorprende il Grande Inquisitore con un gesto tanto enigmatico quanto rivoluzionario…