Meglio la democrazia rappresentativa o quella diretta?

Laddove permangono situazioni di crisi economica, marginalità sociale, problemi d’integrazione degli immigrati in fuga dal “climate change” – in prevalenza per problemi di siccità – e da sanguinose guerre nei Paesi di origine, rancore degli autoctoni immiseriti da uno stato d’inflazione perenne con stipendi sempre fermi e prezzi delle merci – anche di prima necessità – in costante aumento, laddove una o più di queste condizioni persiste, allora avrà ancora senso lottare con tutte le proprie forze contro gli intolleranti-ignoranti di cui è pieno il mondo e la cui madre è sempre incinta.

Ha ancora senso la mediazione attuata dalla democrazia rappresentativa?

Profezia di Gustave Le Bon, avveratasi ai giorni nostri: “Quanto agli uomini di Stato, anziché guidare la nazione cercano soltanto di seguirla. Il loro timore dell’opinione pubblica sfiora a volte il terrore e pregiudica la stabilità della loro condotta” (LE BON, G., “Psychologie des foules”, 1895, trad. it. “Psicologia delle folle”, Tea edizioni, Milano, 2004, p. 187).

I politici odierni sono delle banderuole, cambiano opinione a seconda degli umori mutevoli della folla dei loro elettori. Debolezza, questa, che ritroviamo – in una forma più o meno accresciuta – in tutti i governi democratici. Sarò più chiaro: la caccia al consenso rende i politici ostaggi dei loro elettori e delle promesse fatte loro. Con ciò non mi sogno neanche lontanamente di delegittimare il modello della democrazia parlamentare.

Ad ogni modo, non voglio nemmeno mitologizzarlo, poiché di difetti la democrazia ne ha eccome e ammetterli è proprio nel dna di un democratico. Inoltre, tale ammissione può essere un punto di forza se si è disposti a lavorarci sopra per smussare gli angoli e rendere il funzionamento democratico più performante, che non significa eliminare difetti che le appartengono, tutt’al più diminuirli alleviandone gli effetti. Eliminandoli “in toto” si scadrebbe nel suo opposto: la tirannia. E ciò è ampiamente poco auspicabile per una lunga serie di motivi, il più importante dei quali è: uno Stato dominato da un regime tirannico è più aggressivo con i suoi vicini e tende alla sopraffazione molto più di uno Stato democratico. Già solo questo motivo potrebbe bastare per considerare la democrazia il migliore regime di governo possibile.

Questo non vuol dire che chi vive sotto una democrazia, si deve aspettare come ricompensa la kantiana “pace perpetua” a cui si può credere giusto se si è idealisti scriteriati o semplici creduloni. Azioni aggressive possono e – di fatto – sono commesse anche da democrazie in piena regola; basti pensare agli Stati Uniti della dinastia Bush e alle loro guerre di esportazione dei valori democratici, manco fossero degli iPhone da rivendere in tribali Apple Store sperduti nel deserto.

La pace è un periodo momentaneo d’interruzione tra due guerre? Fin qui la storia ha dimostrato la veridicità di tale asserzione. Auspico – come “quasi” tutti credo – che in futuro le cose andranno diversamente, che sapremo fare tesoro degli sbagli madornali compiuti in passato. Vero è che ad oggi non mancano segnali di tensione, che Dio non voglia potrebbero dare vita a nuovi immaginabili – e inimmaginabili – conflitti. Se c’è un dato inconfutabile sulle guerre è che esse sono imprevedibili, o meglio se ne può pure prevedere l’inizio ma non lo svolgimento, tanto meno la fine. Un esempio? Chi mai si sarebbe sognato che l’uccisione dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando potesse innescare un conflitto di caratura mondiale? Tutto questo per dire che il fatto di essere una democrazia, non impedisce di essere una “democrazia in guerra”, per quanto essa resti il più “pacifico” dei regimi di governo.

Piuttosto un governante democratico tende a fidarsi della diplomazia in misura maggiore di un governante despota. Perciò auguro lunga vita alla democrazia, fermo restando che tutti gli esperimenti di esportazione della medesima sono stati e temo saranno: fallimentari. Un Paese dev’essere maturo al punto giusto per far sì che i semi democratici s’innestino e diano frutto. In caso non lo sia e si voglia forzargli la mano rendendolo a tutti i costi “democratico”, si rischia di fare solo danni, peggiorando la situazione anziché migliorarla. È realpolitik la mia, niente più che sano realismo.

Mi permetto una considerazione generale: la democrazia in sé non è in crisi, anzi. È la democrazia rappresentativa a vacillare. Al contrario gode di ottima salute l’ideale rousseauiano di democrazia diretta, che, però, in quanto “ideale” credo sia destinato a non attecchire sul “reale”, se non scendendo – e di molto – a necessari compromessi. Fare politica senza stringere patti, alleanze, senza mediare fra le parti è impensabile. Poiché la politica è essenzialmente mediazione.

Da realista, quale sono, non credo nella piena efficienza della democrazia diretta. Quella rappresentativa è più attuabile, anche se rimane un compromesso, tutto sommato però accettabile se gli organismi di controllo funzionano.

Ciò detto, sono democratico? Certo, ma anche realista. Un ottimista può essere molto più pericoloso e può fare molti più danni di un pessimista. Quanto può essere ottuso l’ottimismo e quanti danni possa fare ce lo hanno insegnato bene – a loro spese – i leader europei, i quali, a cavallo tra il primo e il secondo conflitto mondiale, si fecero abbindolare dalle promesse hitleriane e le cose poi andarono come tutti ben sappiamo.

Tornando alla domanda iniziale: la mia risposta è senz’altro affermativa, ha senso eccome la democrazia rappresentativa, pur con tutte le sue innegabili e – senza dubbio – migliorabili criticità. La mediazione in politica è fondamentale e una modalità alternativa alla democrazia non ce la possiamo permettere, a meno che non vogliamo il ritorno degli “ismi” del Novecento, di cui non so voi ma io ne ho piene le tasche e che guai a dare per morti. Laddove permangono situazioni di crisi economica, marginalità sociale, problemi d’integrazione degli immigrati in fuga dal “climate change” – in prevalenza per problemi di siccità – e da sanguinose guerre nei Paesi di origine, rancore degli autoctoni immiseriti da uno stato d’inflazione perenne con stipendi sempre fermi e prezzi delle merci – anche di prima necessità – in costante aumento, laddove una o più di queste condizioni persiste, allora avrà ancora senso lottare con tutte le proprie forze contro gli intolleranti-ignoranti di cui è pieno il mondo e la cui madre è sempre incinta.

In ultima analisi, che dire della democrazia diretta se non che è una bella utopia. Il fatto che sia bella, però, non la rende meno utopica.