Dostoevskij contro Machiavelli: il Fine non giustifica mai i Mezzi

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Quello di Raskòl’nikov è il classico ragionamento euclideo che strizza l’occhio alla cruciale domanda fattasi da Machiavelli a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, in una penisola italiana divisa in litigiosi “statarelli”, ognuno dei quali aveva “l’ambizione” di dominare sull’altro, finanche annetterselo. In questo contesto di lotte e intrighi per il potere, il segretario fiorentino si chiese: se il fine giustificasse i mezzi adoperati per ottenerlo. Si rispose che sì, lo era e, seppure non lo scrisse direttamente nel suo capolavoro di filosofia politica “Il Principe”, lo fece capire tra le righe, in modo neanche troppo velato. 

Quello dapprima machiavellico, poi hegeliano è chiaramente un ragionamento che Dostoevskij definirebbe viziato dall’intelligenza euclidea che tanti danni ha fatto, sta facendo e – temo – continuerà a fare in futuro… prima lo capiremo e prima ci risveglieremo a una più illuminata consapevolezza, quella di essere degli esseri umani in mezzo ad altri della nostra specie e di non valere né meno né più di chiunque altro. Questa concezione della vita umana come un qualcosa di sacrificabile per i più alti e nobili fini dei grandi condottieri, quelli che fanno la storia, che possono usarci a loro vantaggio come pedine e schiacciarci senza farsi troppi problemi è la più grande fandonia mai raccontata e mai creduta, ma che – ahimè – ha fatto fin qui girare il mondo e continua a farlo, dal momento in cui prima era il re, ora è lo Stato a dirti: “Vai e combatti e, se serve, muori per la Patria!”. 

Cos’è la “Patria” se non un ideale, che talvolta necessita di un tributo di sangue per essere mantenuto in piedi? Un “ideale” con l’iniziale minuscola, da distinguere da quell’unico Ideale, con l’iniziale maiuscola, che andrebbe difeso strenuamente da tutti gli Stati e dagli uomini di buona volontà: la preservazione della vita, la propria e l’altrui. Fare ciò significherebbe rispettare la fondamentale regola aurea: fai agli altri ciò che vuoi che venga fatto a te (formulazione positiva), non fare agli altri ciò che non vuoi che venga fatto a te (formulazione negativa).

Napoleone e Raskòl’nikov

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Prendiamo Napoleone, quanti “individui” ha mandato a morire? Erano ancora in corso le guerre napoleoniche, mentre era vivo Hegel, che fu coevo di Napoleone. Motivo per cui, senza preoccupazione di venire smentito, dichiaro che Hegel è stato influenzato – e non poco – dalle gesta megalomani di Napoleone. Nonostante il suo non fu un tempo pacifico, Hegel si era autoconvinto di vivere nella migliore delle epoche storiche. E, se il mito del progresso prese così piede, lo dobbiamo proprio a lui, fermamente convinto che ogni epoca futura sarebbe stata migliore della precedente, fino al disvelamento finale dello Spirito assoluto. Concetto, quello di “Spirito assoluto”, dagli evidenti echi cristiani, sebbene l’escatologia hegeliana sia piuttosto ambigua su come finirà la Storia. Mentre per i cristiani la venuta del Giorno del Giudizio è abbondantemente annunciata, anche se “[…] il giorno del Signore verrà come un ladro di notte […]” (1 Tessalonicesi 5,2), per dirlo con le parole di Paolo di Tarso, meglio noto per i cristiani come San Paolo. 

Per Hegel al mondo è come se ci fossero uomini di serie A e uomini di serie B, questi ultimi meritano di venire trattati come, appunto, “carne da cannone” dai primi, che invece la storia la plasmano sulla pelle però dei secondi. Per il proto-esistenzialista Kierkegaard ciò è inconcepibile perché ogni esistenza conta. Per Dostoevskij questi temi esistenziali sono alquanto rilevanti. Non a caso il dostoevskiano Raskòl’nikov, protagonista di “Delitto e castigo”, ammette di “rompersi la testa” con l’assillo su che cosa avrebbe fatto al suo posto un giovane, rampante Napoleone in ascesa se si fosse trovato davanti una vecchia e insignificante usuraia da togliere di mezzo, pur di conseguire la sua storia “monumentale” e raggiungere tutte le vette che ha raggiunto nella vita. Avrebbe esitato oppure l’avrebbe fatta fuori senza esitazione? Raskòl’nikov si risponde che Napoleone avrebbe liquidato la povera vecchia “insignificante” senza indugiare troppo. Salvo poi pentirsene amaramente ed espiare per la sua colpa, dopo avere compiuto il “delitto” riceverà infatti il giusto “castigo”. 

A differenza del suo personaggio, Dostoevskij crede che ogni vita umana conti e di ognuna di esse che osiamo togliere dovremmo rispondere al Padreterno. Poi crede pure che per i colpevoli possa esserci “espiazione”, se c’è reale, sincero pentimento, ammesso che l’anima del peccatore sia contrita nel profondo (contrizione = pentimento sincero).  D’altra parte, Dostoevskij sta dalla parte dei peccatori ed è devoto a Cristo proprio perché il Figlio di Dio non li ha abbandonati, ma li ha voluti redimere. Insomma, c’è speranza per tutti, predica Dostoevskij, però prima ti devi pentire. A ogni modo, la fascinazione per Napoleone non ce l’aveva solo Hegel ma, a tutta evidenza, anche Dostoevskij.

Dostoevskij e Kierkegaard contro Hegel: L’individuo al primo posto

Kierkegaard, filosofo ottocentesco, critica l’ottimismo di Hegel sulla storia, proponendo una filosofia focalizzata sull’individuo piuttosto che sulla collettività. Sottolinea l’importanza della scelta personale e il rischio che le vite vengano sacrificate per fini storici, ritenendo necessaria una riflessione esistenziale simile a quella di Socrate.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Prima ancora degli esistenzialisti del Novecento che vi ho nominato, ce n’è uno dell’Ottocento che merita una menzione speciale da parte mia. Mi riferisco al danese Søren Kierkegaard, ovvero: il filosofo della scelta, per antonomasia. Filosofo anti-hegeliano della prima metà dell’Ottocento, mentre Dostoevskij ha vissuto più la seconda metà dell’Ottocento, che è un periodo più inquieto per la storia del pensiero, a differenza della prima metà che fu un periodo dove c’era tanto ottimismo. Si era da poco usciti dal Settecento, che è stato il “secolo dei lumi”, il secolo del trionfo della ragione. Così nei primi decenni dell’Ottocento prende piede il mito del progresso, che impone la convinzione – per alcuni aspetti condivisibile e per altri discutibile – che gli esseri umani si trovavano nella migliore delle epoche storiche. 

Era infatti convinzione del più grande filosofo d’inizio Ottocento, Hegel, che le epoche future sarebbero state migliori dell’epoca presente, così come la sua epoca era migliore di quelle che l’avevano preceduta. Hegel aveva una visione della storia fin troppo ottimistico-progressista, quando invece un approccio più pragmatico e meno idealista di quello hegeliano ci suggerirebbe quantomeno cautela. Lungo il corso della storia si incontrano frequenti interruzioni e talvolta involuzioni di quello che parrebbe essere un cammino progressivo e migliorativo, “parrebbe” appunto, senza esserlo davvero. Kierkegaard non lo soffriva proprio, Hegel intendo; infatti, porrà l’accento sulle criticità della filosofia hegeliana, che si è occupata delle masse, della collettività, ma non delle singole vite umane.

Hegel non ha remore nel giustificare che alle volte debbano venire immolate sull’altare della Storia delle vite, come nel caso delle guerre. Per Kierkegaard dobbiamo altresì ritornare a focalizzarci sull’individuo, ritornare a fare filosofia alla maniera socratica, una filosofia esistenziale. Già, perché Socrate in un certo senso è stato il primo “esistenzialista” degno di questo nome. Ci ha fatto fare i conti con il senso dell’esistere e sull’importanza di farlo seguendo il proprio pensiero e realizzando il proprio scopo: il suo era quello di filosofare. Perciò, così come aveva sempre vissuto decise che tanto valeva morire, filosofando appunto. Il singolo individuo conta per Kierkegaard, che di Socrate è “figlio”, filosoficamente parlando.

Kierkegaard disprezza e non riesce a capacitarsi della noncuranza con cui Hegel lascia che i grandi condottieri della storia utilizzino per i loro loschi fini di conquista i singoli individui considerati alla stregua di “carne da cannone” e poco gli importa che la storia sia un “banco di macelleria”.

Dostoevskij e l’esistenzialismo

Dostoevskij è visto come un precursore dell’esistenzialismo, con opere come “Memorie dal sottosuolo” considerate filosofiche. L’autore esplora il senso dell’esistenza, la libertà e la morte, collegando le esperienze traumatiche della guerra con le riflessioni esistenziali. La morte, secondo lui e altri filosofi, conferisce significato alla vita.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Dostoevskij viene considerato da molti: uno dei progenitori dell’esistenzialismo. Dostoevskij e l’esistenzialismo è un collegamento per me fin troppo evidente… a tal proposito, è necessario che vi parli di un libricino dostoevskiano che, sebbene breve, non per questo è meno importante di altri, anzi… c’è persino chi sostiene che è il romanzo più filosofico di Dostoevskij, sto parlando di “Memorie dal sottosuolo”, il suo romanzo più “esistenzialista”. Personalmente non sono d’accordo, perché “I fratelli Karamazov” e “I demoni”, per spessore filosofico, gli stanno una spanna sopra. Certo, i gusti sono “gusti”, ognuno è sacrosanto che abbia i suoi, tant’è vero che, nel novero dei libri dostoevskiani filosoficamente superiori, c’è pure chi vi annovera “L’idiota”, che ha secondo me degli spunti favolosi, uno su tutti: l’idea che la bellezza possa avere una valenza salvatrice. Pur tuttavia, gusto mio, lo metto fuori dal podio delle tre opere più filosofiche di Dostoevskij, che sono anche le mie preferite. Ovviamente è una classifica personale la mia, del tutto opinabile, come tutte le “classifiche” basate sul gusto “personale”. A ogni modo, su questo fantomatico podio al terzo posto – medaglia di bronzo – ci metterei “Memorie dal sottosuolo”, come vi dicevo: l’opera di Dostoevskij che rimanda di più all’esistenzialismo… 

Innanzitutto, cos’è l’esistenzialismo? Si tratta di una corrente di pensiero che si diffonderà a cavallo tra le due guerre mondiali. Quindi, quando parliamo di “esistenzialismo”, parliamo degli anni Venti e Trenta del Novecento, quando gli uomini sono usciti da quell’immane carneficina che era stata la Prima guerra mondiale. C’erano entrati tutti contenti in guerra, alcuni pensando che potesse forgiare i popoli, come se la guerra potesse mai essere un “bene”… mah! Pian piano, però, pure i più entusiasti dovettero convincersi di quell’abominio che quella – come ogni altra guerra – fu… aveva ucciso milioni di esseri umani, prodotto mutilati non solo nel fisico ma anche – e soprattutto – nella mente. Persone che erano diventate le ombre di loro stesse e che si sono portate avanti questo trauma per tutta la vita. 

Da questo spaventoso “trauma” emerge una riflessione profonda, esistenziale appunto, che rimette in discussione il senso dell’esistere, ponendo al centro di tutto: un pensiero che doveva fare i conti con la finitezza. E fin qui, niente di nuovo, dato ciò in cui consiste la vita umana. La filosofia si è sempre occupata del nostro complicato rapporto con la finitudine, da Socrate in poi. Il problema però si intensifica e diventa ancora più vibrante quando a morire sono tanti giovani e le cause sono tutto fuorché naturali, perché le armi che li hanno uccisi sono artificialmente create dall’uomo, che è il peggior nemico di sé stesso, come vi ho già detto. 

Nella “Apologia”, dopo essere stato condannato dai suoi concittadini, Socrate stesso si esprime così, cito a memoria: “Io vado a morire e voi a vivere, chi di noi due va verso il meglio è oscuro a tutti, fuori che a dio […]”. Con “dio” qui Socrate/Platone non intende ovviamente il Dio cristiano, è “dio” con la minuscola, non ha nulla a che vedere con quello con la maiuscola dei cristiani. Lo ricordo – ma già lo saprete senz’altro – la filosofia greca viene prima del cristianesimo… a ogni modo, trovo indicativo questo atteggiamento di curiosità di Socrate verso ciò che potrebbe essere la morte. Lo reputo molto sintomatico di una certa indole filosofica di vederla come l’evento culminante della vita, che le conferisce il senso ultimo. Uno dei padri dell’esistenzialismo novecentesco, tanto stimabile come filosofo quanto disprezzabile come uomo (per via delle sue simpatie naziste), sto parlando di Martin Heidegger (l’autore di “Essere e tempo”), teorizza l’essere-per-la-morte. In sintesi, Heidegger sostiene che la nostra vita abbia tanto più senso visto che c’è la morte, perché ogni cosa che facciamo è in funzione di essa, con la quale – dolenti o nolenti – dovremmo tutti farci i conti. Infatti, cos’è la morte se non la realtà ultima della vita? 

Da buon anticipatore dell’esistenzialismo del Novecento, anche Dostoevskij nelle sue opere è costretto a fare i conti – come tutti gli esseri umani – con questa “realtà ultima”, che influenza le nostre azioni in vita. In un certo senso, potremmo dire che la morte sia ciò che ci rende davvero liberi. Eh già, vi è uno stretto nesso tra libertà e morte, una diretta correlazione. Perché? Penso sia a causa della nostra finitudine, connaturata alla nostra vita, al nostro essere cioè costretti a fare quello che secondo gli esistenzialisti si chiama: “scegliere”. Delle parole significative sulla filosofia della scelta le spenderà per esempio Jean-Paul Sartre, l’altro grande esistenzialista del Novecento (autore de “L’Essere e il Nulla” che già dal titolo si capisce quanto scimmiotti “Essere e Tempo” di Heidegger). Un altro esistenzialista degno di nota del Novecento sarà Camus, che è il mio preferito e che intrattiene un legame ancora più esplicito con Dostoevskij (lo citerà spesso nelle sue opere). Anche se Camus è più scrittore che filosofo. Invece Sartre e Heidegger sono più filosofi di razza, sebbene siano più difficili perché più teoretici, però non hanno di certo la stoffa letteraria di Camus, vincitore del premio Nobel per la letteratura. Anche se, a dirla tutta, pure Sartre lo vincerà, ma lo rifiuterà al contempo, il Nobel intendo…

La Libertà Secondo Dostoevskij e Sant’Agostino

La libertà, secondo Dostoevskij e Sant’Agostino, è un concetto complesso che va oltre le scelte quotidiane. Mentre la “libertas minor” rappresenta la libertà terrena, la “libertas maior” è la libertà spirituale che si trova in Cristo. Solo seguendo Cristo si può raggiungere una vera libertà, oltre la finitezza dell’esistenza.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Dopo avervi parlato di “intelligenza euclidea” e “curiosità”, vorrei ora ritornare alla libertà… la “libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber. Per Dostoevskij ha un’altra valenza, anche se l’idea di Gaber non è male… se vi dovessi dire per me, beh, “per me” la libertà è la più bella cosa che ci possa essere. Come ho fatto nel mio libro, “La tragedia della libertà”, voglio anche oggi chiedere aiuto a Sant’Agostino per definirla meglio, questa “bella cosa” che è la libertà. Chiedere aiuto ai grandi pensatori ci facilita la vita, di questo sono convinto.
Ognuno di noi la mattina è libero di… non so, alzarsi dal letto, prepararsi una tazza di caffè, magari correggerla con del latte, inzupparci i biscotti, poi andare al lavoro, prendere una strada X piuttosto che una strada Y. Quella è libertà, okay? Per Agostino d’Ippona – per alcuni “santo” – questa libertà è da considerarsi minore, perché ce n’è un’altra di libertà, ben più grande. Lui infatti distingue una “libertas minor” è una “libertas maior”. La seconda è la più importante e coincide con la libertà in Cristo, quella cristiana, tanto per intenderci.

Sant’Agostino, o Agostino d’Ippona che dir si voglia, prima che essere un filosofo, è stato un teologo. Egli aveva filtrato – con il suo “filtro cristiano” – molti concetti della filosofia di Platone. C’è chi lo considera – a ragion veduta secondo me – il più imprescindibile neoplatonico cristiano. Quindi, ecco, come già accennato, Agostino ci parla di una “libertas maior” che si può trovare soltanto in Cristo. Grosso modo Dostoevskij la pensa come l’Ipponense. La libertà noi la possiamo trovare soltanto scegliendo Cristo, mettendoci sulle sue orme. Perché? La questione non è così complicata: noialtri, in questo mondo, “hic et nunc”, in questa vita, possiamo beneficiare soltanto di una “libertas minor”. Siamo liberi di fare ciò che vogliamo confinati però nella finitezza della nostra esistenza. Se tu credi che tutto finisca qui e ora, rinunci a credere che ci sia un aldilà alla maniera cristiana, puoi considerarti “libero” fino a un certo punto. Questo perché la morte ti rende schiavo della finitezza, che è ciò che ti caratterizza.

Crudeltà gratuita versus Crudeltà necessaria

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

L’uomo non deve temere altri che sé stesso, questo Dostoevskij l’aveva capito molto bene. E ne “I fratelli Karamazov” scrisse pagine bellissime e crudissime al riguardo. Credo che molti di voi avranno figli, nipoti… io ho due figli e ogni volta che penso a quella scena, mi viene in mente una sequenza del film “Novecento” di Bertolucci: una delle più brutali scene che siano mai state girate. In essa si vede un bambino, figlio di contadini, che viene afferrato per i piedi da un sadico fascista, che inizialmente lo fa girare fino – in un crescendo sempre più delirante – a sfracellargli la testa contro un muro.

Dostoevskij, molto prima di Bertolucci, ne “I fratelli Karamazov”, ci racconta di quello che facevano i soldati ottomani nei Balcani, un episodio in particolare, lo cito a memoria con il beneficio di commettere qualche piccola imprecisione, ma prometto che il senso della storia resterà fedele all’originale… c’è Ivan che racconta al fratello Alësa un episodio raccolto dalle cronache del tempo, a quanto pare accaduto durante la repressione ottomana delle insurrezioni bulgare (1876). In questo episodio si parla di soldati ottomani che prendono un bambino molto piccolo, strappandolo alle braccia della madre. I soldati inizialmente ci giocano e lo cullano, ci scherzano con questo bambino, lo accarezzano, lo fanno ridere, lo vezzeggiano insomma. Poi, di punto in bianco, gli sparano in testa e lo uccidono davanti alla madre, senza motivo, solo perché possono. Cos’è questa se non crudeltà gratuita?

Per Dostoevskij non vi sono dubbi su quale sia la creatura più malvagia del creato: l’uomo, che può giungere ad ammazzare un suo simile per puro piacere personale, a differenza delle altre bestie feroci, leoni o squali che uccidono per sopravvivenza, perché devono mangiare. Quelle che noi chiamiamo “belve” se non uccidessero le loro prede, cosa mangerebbero? Loro ammazzano per sopravvivere, non è che un leone può andare al supermercato per comprarsi un chilo di costine di gazzella… il leone deve procacciarsi il cibo e, suo malgrado, mettere fine alla vita delle prede che poi mangerà. Perché? Semplice, è un carnivoro. È crudele? Certo, ma la sua crudeltà è gratuita o necessaria? Direi proprio “necessaria” perché è finalizzata a uno scopo ben preciso: la sua sopravvivenza. Se non mangia, muore. L’uomo invece uccide per il gusto di uccidere, perciò è capace di un livello superiore di crudeltà, che oserei definire “raffinata”. Questo a causa dell’intelligenza euclidea, che Dostoevskij considerava essere il nostro peccato originale alla stregua della curiosità, che è ciò che ha “dannato” Adamo ed Eva.

Intelligenza euclidea e curiosità stimolano le grandi scoperte di cui siamo capaci, ma hanno anche un doloroso rovescio della medaglia: risvegliano le nostre più oscure perversioni.

Dostoevskij: La Tragedia della Libertà

Nove lezioni per inaugurare il Nuovo Anno ispirate a “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” (https://bit.ly/4qddOab) di Marco Apolloni (https://bit.ly/4qeRQnu) – LEZIONE 9

Tema. La lotta contro i propri demoni

“Creature striscianti e insinuanti, come quella descritta da Dostoevskij nelle Memorie dal sottosuolo, se ne stanno rintanate nel cantuccio della loro consolante ragione dialettica, mentre la vita è là fuori e suscita tutto il loro sdegno. Per questo preferiscono ruminare con il pensiero, piuttosto che vivere una vita concreta, autentica. Vivere autenticamente significa sapere accettare la sofferenza quotidiana, rinunciando a costruirsi una campana di vetro protettiva, ma, al contrario, uscendo allo scoperto e affrontando quali che siano le conseguenze, con spirito tenace, da veri lottatori. Ritorno al più fondamentale dei concetti per me (e per Dostoevskij): la dimensione tragica della vita è la lotta. Senza questa, senza la lotta, vivere è la stessa cosa che essere già morti.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 186)

Insegnamento. Lottare contro la propria parte peggiore, ogni giorno; lottare dialetticamente sapendo che il meglio e il peggio che sono in noi, vi saranno sempre; lottare nonostante questo  e, anzi, proprio per “questo”, lottare con ancora più forza e coraggio; lottare insomma tragicamente per affermare la nostra parte migliore, malgrado la coesistenza di quella peggiore in noi, questo è vivere secondo il Bene, o quantomeno provare a farlo. Lottare e sconfiggere provvisoriamente – ogni vittoria è provvisoria in quanto “umani” ci insegna Dostoevskij – il peccatore che è “in noi”, questo è un buon vivere, cercando di far somigliare un po’ di più questo desolato mondo al superiore regno dei cieli, che non sarà mai in terra, anche se “hic et nunc” si potrà sempre tentare di avvicinare il reale al modello ideale offertoci dalla predicazione di Cristo. E non importa la profezia di Isaia 40,3 sul predicare nel deserto, il passo biblico esatto ed estratto dall’Antico Testamento (e citato poi da tutti e quattro gli evangelisti nel Nuovo Testamento), che recita… “Voce di uno che grida nel deserto […]”, passo che poi continua e si esplica meglio: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri […]”. Cos’è infatti questa “via del Signore” se non lottare contro il peggio che vi è noi per fare emergere quanto di meglio altrettanto abbiamo? È una lotta impari, perché il peggio ha mille e più strade per insinuarsi in noi, eppure, sebbene nell’angolino più remoto delle nostre coscienze, resiste sopravvivendo a stento un barlume di meglio che aspetta solo di risvegliarsi ogni volta, perché ogni volta va ridestato in quanto trova sempre il modo di riassopirsi, dopo essere entrato in azione. Perciò la vita è lotta per affermare continuamente il meglio, perché di continuo esso va rinnovato, senza mai stancarsi di risvegliarlo. Riaccendiamo il meglio e spegniamo il peggio che vi è in noi, questo è il monito che dovrebbe governare le nostre vite.

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]

Lezione 8: la ragione è un bluff?

Nove lezioni per inaugurare il Nuovo Anno ispirate a “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” (https://bit.ly/4qddOab) di Marco Apolloni (https://bit.ly/4qeRQnu) – LEZIONE 8

Tema. La ragione è un bluff?

“Inutile spaccare il capello in quattro, tentare di comprendere la Verità è per definizione: velleitario! Poiché essa comprende e non può essere compresa, non del tutto almeno. A volte si lascia intuire, altre è più sfuggente, sempre però come una calamita attrae tutti irresistibilmente a Sé. Ragionare intorno alla Verità è un’aporia logica e onto-logica, giacché la Verità è inesprimibile a parole, la ragione è fatta di pensieri, i pensieri di parole. E le parole di cosa sono fatte? Spirito impalpabile! Dunque, tutti i tentativi di afferrare la Verità con il linguaggio e la ragione sono pressoché vani. La stessa ragione è il più grande misticismo mai inventato dall’uomo.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 185).

Insegnamento. La ragione è una bussola importante, ma – come tutti gli strumenti – può a volte rompersi e non dire il vero. Ragione e verità non sono la stessa cosa. La ragione tenta di Comprendere la verità, mentre la verità tutto comprende; è una finezza intellettuale, ma cruciale per non incombere nel terribile equivoco dell’intelligenza euclidea condannata da Dostoevskij perché divinizza la ragione a scapito della verità che “la” comprende, cioè comprende la ragione stessa. Per rispondere alla domanda iniziale: la ragione non è un bluff, ma non possiamo fidarci solo di essa, per quanto accurata possa sembrarci.    

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]

La lotta contro le distopie: insegnamenti da Dostoevskij

Nove lezioni per inaugurare il Nuovo Anno ispirate a “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” (https://bit.ly/4qddOab) di Marco Apolloni (https://bit.ly/4qeRQnu) – LEZIONE 7

Tema. La lotta alle distopia è necessaria per non cadere nel tranello del “tutto è permesso” teso da Ivan Karamazov

Bisogna: “[…] adottare la decisione tragica della fede, accettando la libertà del male, ma senza arrendersi a essa, bensì lottando per un mondo migliore e in vista del paradiso di là da venire. Per fare ciò occorre lottare contro le distopie – più che utopie – che pretenderebbero di instaurare il paradiso in terra con la violenza indiscriminata e con la malsana logica del tutto è permesso. Tali distopie sono contro Cristo-Verità, in nome della verità teorica, dettata dall’intelligenza euclidea, capace di compiere misfatti inimmaginabili, poiché non conosce limite l’uomo che si pone al di sopra dei suoi simili. Ragion per cui Dostoevskij è con Cristo-Verità anche se questo comporta essere per una verità irrazionale, che vuol dire: incomprensibile razionalmente, poiché comprende la comprensione stessa.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 184)

Insegnamento. La tocco piano: l’irrazionalità è sottovalutata. Cosa intendo? Se una data cosa non è comprensibile razionalmente, non significa che non sia vera. Viviamo in un’epoca iper-scientifica e, da un lato, meno male; d’altro canto, però, non dobbiamo convincerci che tutto sia spiegato o spiegabile razionalmente; farlo significherebbe peccare di “hybris”, per dirla come l’avrebbero detta gli antichi Greci, vale a dire: peccare di una presunzione di sapere, quando invece socraticamente dovremmo convenire con il padre della filosofia occidentale che l’unica cosa che sappiamo con certezza è di non sapere, che non significa arrendersi all’ignoranza, bensì cercare di sapere quanto più ci è concesso senza dimenticare che, per quanto riusciremo a sapere, non sapremo mai abbastanza; chi più saprà, più soffrire per quanto non riuscirà a sapere; questa è la dura condanna di essere “umani”, ovvero creature sofferenti, che fanno della sofferenza il loro pane quotidiano.

La più grande minaccia: l’uomo stesso

Nove lezioni per inaugurare il Nuovo Anno ispirate a “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” (https://bit.ly/4qddOab) di Marco Apolloni (https://bit.ly/4qeRQnu) – LEZIONE 6

Tema. Qual è la più grande minaccia per l’uomo?

“Dostoevskij non ne può più di «questa eterna distruzione». Perciò cerca e trova un «ordine» non «qualsiasi», bensì superiore: Dio, non il Dio Ineffabile, bensì il Dio-uomo. Perché un ordine superiore? Il motivo è che quello inferiore, quello umano, non solo lo ritiene insoddisfacente, ma anche estremamente dannoso. Il regno dell’uomo sull’uomo è l’inferno! Ha prodotto le molteplici aberrazioni di cui la Storia – recente e non – è la drammatica riprova. L’uomo è la più grande minaccia per l’uomo stesso.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 212)

Insegnamento. L’uomo stesso è la più grande minaccia. L’unica creatura nel creato capace di auto estinguersi. Basti pensare alle armi atomiche, tristemente ritornate “in auge” nel dibattito pubblico, di recente.  

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]