Meglio essere amati o temuti?

La parola d’ordine per il “principe saggio” è dipendere da sé e dalle proprie forze, non confidare che altri possano risolvere i suoi problemi, dimostrarsi risoluto, forte e – perché no – crudele all’occorrenza.

Inevitabile sorge il dilemma: “[…] se sia meglio essere amati piuttosto che temuti, o se sia meglio esser temuti piuttosto che amati” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 159). Continua Machiavelli: “La risposta è che si vorrebbe essere l’una e l’altra cosa, ma poiché è difficile mettere insieme le due cose, risulta molto più sicuro, dovendo scegliere, esser temuti piuttosto che amati” (p. 161). Perché? Il motivo è da ricercarsi nel pessimismo antropologico di Machiavelli, che più che “pessimismo” vero e proprio andrebbe considerato: realismo. Ovvero: l’uomo è tutto fuorché buono. Se alcune volte sembra tentato dal bene e lo compie anche, questa è da ritenersi un’eccezione, che non cambia la regola, ossia il male ha più forza di attrattiva del bene per l’uomo. Lo conferma in maniera inequivocabile Machiavelli stesso dicendo: “Gli uomini hanno meno timore di colpire uno che si faccia amare, piuttosto che uno che si faccia temere. L’amore è infatti sorretto da un vincolo di riconoscenza che gli uomini, essendo malvagi, possono spezzare ogniqualvolta faccia loro comodo. Il timore, invece, è sorretto dalla paura di essere punito, che non ti abbandona mai” (p. 161). Farsi temere è bene, farsi odiare no, dunque.

Sempre Machiavelli rintuzza il suo affondo nei confronti della bontà cristiana aggiungendo: “Il principe deve farsi temere in modo tale che, pur senza farsi amare, gli riesca tuttavia di non farsi odiare. Si può essere temuti e allo stesso tempo non odiati. E anzi il principe riuscirà sempre a raggiungere questo risultato se rispetterà i beni dei suoi cittadini e dei suoi sudditi, nonché le loro donne […] Si astenga soprattutto dal prendere la roba degli altri, perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio” (p. 161). Insomma, si perdona meglio un assassino di un ladro, stando a Machiavelli. È senz’altro ovvio, ancorché non per tutti scontato, che queste parole di Machiavelli vadano soppesate e contestualizzate all’interno di una più ampia cornice storica machiavellica più di quanto Machiavelli stesso sia mai stato; con l’espressione “machiavellica” s’intende la banalizzazione che di Machiavelli si è fatto nel corso dei secoli, tramutandolo in quello che “non” è mai stato, almeno non personalmente, ovvero, una sorta di genio del male, ispiratore – seppure non esecutore – di mille e più efferatezze. Machiavelli è non colpevole dall’accusa di avere agito in vita da “machiavellico”.

Si è detto volutamente non colpevole piuttosto che innocente. Questo perché l’innocenza è un’altra cosa rispetto alla non colpevolezza. Chi può davvero definirsi “innocente”? Oltretutto, bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato di “innocenza”. In un senso stretto, dal momento che si viene al mondo, nessuno è del tutto innocente. Secondo la vulgata cristiana: il peccato originale è una palla al piede che tutti ci trasciniamo dietro nel nostro cammino di vita. Poi senz’altro dipende da noi risultare più o meno peccatori, ovvero: più o meno malvagi. Con un esercizio di tutt’altro che sterile retorica, si potrebbe riutilizzare – e rovesciare – il celebre argomento di Sant’Agostino sul male, da lui definito un deficit di bene. Come? Facile, sostenendo che il bene è nient’altro che una carenza di male. Come si può ben vedere, la questione dell’innocenza di qualcuno è cosa ben più astratta, che interessa più la metafisica che la filosofia politica, che tratta degli uomini, di quello che “sono” e non di ciò che “dovrebbero essere”.

Machiavelli precisa che “[…] gli uomini, mentre amano secondo la volontà loro, temono secondo la volontà del principe” (p. 165). Motivo per cui: “Un principe saggio […] deve fondarsi su quel che dipende dalla volontà sua, non dalla volontà altrui. Deve soltanto cercare di non farsi odiare, come ho già detto” (p. 165). La parola d’ordine per il “principe saggio” è dipendere da sé e dalle proprie forze, non confidare che altri possano risolvere i suoi problemi, dimostrarsi risoluto, forte e – perché no – crudele all’occorrenza. L’essenziale è che la crudeltà non sia gratuita, ma sempre ben motivata da una causa di forza maggiore.

La crudeltà quanto basta

La conditio sine qua non per condurre vittoriosamente degli uomini in battaglia è farsi rispettare da essi e per rendere possibile ciò la crudeltà è solo un mezzo in vista di un fine più grande: la vittoria.

Nel capitolo diciassette de “Il principeMachiavelli ammette l’idea di una crudeltà necessaria (in politica). La prende da lontano cominciando col dire: “[…] ogni principe deve desiderare di essere giudicato clemente, e non crudele” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 159). Poi però prosegue: “Tuttavia deve badare a non far cattivo uso della clemenza. Cesare Borgia era ritenuto crudele; cionondimeno la sua crudeltà riportava l’ordine in Romagna, la unificava, la pacificava e la rendeva fedele. Si vedrà che alla fine il Borgia fu più umano dei Fiorentini i quali, per evitare di essere crudeli, lasciarono che le fazioni provocassero la rovina di Pistoia” (p. 159).

Come dev’essere allora un buon principe, intendendo con “buono” uno che sopra ogni altra cosa voglia fare il bene del suo popolo e non solo il proprio? La risposta ce l’ha Machiavelli ed è: “Infliggendo un piccolo numero di punizioni esemplari, risulterà più umano di coloro i quali, per eccessiva umanità, lasciano scoppiare disordini da cui derivano uccisioni o rapine. Queste, di solito, colpiscono l’insieme dei cittadini, mentre le condanne del principe colpiscono il singolo individuo” (p. 159). Quelli a essere più soggetti a questa “crudeltà necessaria” – sebbene ponderata – sono gli “Stati nuovi”, che sono per loro stessa natura più instabili e inclini – quindi – a ricorrere alla violenza come extrema ratio per sanare conflitti interni che potrebbero minarne l’unità.

Oltretutto per un principe che intende suscitare il rispetto delle truppe una certa dose di crudeltà ben distillata non solo è necessaria ma anche richiesta, perché: “Senza questa reputazione non gli sarebbe possibile tener uniti gli eserciti e indurli a combattere.” Un condottiero del passato che teneva alla reputazione di venire considerato “crudele” era Annibale. Tale reputazione “[…] fece sì che i soldati lo considerassero sempre venerabile e terribile. Senza la crudeltà, le altre sue capacità politiche non sarebbero bastate a ottenere questo risultato. Gli storici, alquanto sconsideratamente, ammirano il risultato e nello stesso tempo condannano la prima causa di esso” (p. 163). Il successo di un’impresa bellica quasi sempre è stato ottenuto con mezzi poco raffinati e i condottieri – come Annibale – non si sono fatti scrupoli di adoperarli per raggiungere il loro scopo. La conditio sine qua non per condurre vittoriosamente degli uomini in battaglia è farsi rispettare da essi e per rendere possibile ciò la crudeltà è solo un mezzo in vista di un fine più grande: la vittoria.

In conclusione, la crudeltà è necessaria per Machiavelli? Quanto basta, come nelle ricette di cucina.

Meritatelo!

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Sarebbe bello che i propri studenti capissero la differenza fra tenere una lezione scimmiottando il manuale di testo, apponendovi qua e là dei commenti integrativi, e preparare una lezione personalizzata, con tanto di materiali curati e selezionati dal docente, che invitino a una riflessione davvero filosofica sui testi degli autori in programma. Sarebbe davvero bello far capire quanto lavoro occulto ci sia dietro a una lezione del secondo tipo e quanto più comodo, facile e poco stimolante sia invece erogare una prestazione del primo tipo neanche si avesse davanti un’utenza acefala che non necessita di essere formata in maniera consapevole e responsabile.

Trovo mortificante fare la solita lezioncina con tanto di schemini alla lavagna preconfezionati neanche si stesse lavorando su regole di grammatica da mandare a memoria per poi essere applicate. Educare a pensare – meglio sarebbe se con la propria testa – non è cosa facile, crederlo significherebbe svilire la missione stessa della filosofia. Se si vuole la pappetta pronta, la solita minestrina riscaldata, be’ sapete che dico: non è da me che l’avrete!

Fare lezione alla maniera tradizionale, manco ci si trovasse al cospetto di vasi da riempire, non è nel mio stile e se lo facessi mi sembrerebbe di rubare lo stipendio. Lo saprei fare e lo potrei anche fare, ma non lo voglio fare, c’è differenza; una differenza sottile che non tutti possono capire né sono sicuro approvano, non m’importa; non vado in giro a dire agli altri come fare il loro mestiere e altrettanto non vorrei che si facesse con me. Se ciascuno pensasse al suo il mondo sarebbe un posto migliore, così la vedo io.

Credo sia controproducente far passare il messaggio di faciloneria a scuola, ovvero: che la vita sia tutto un continuo scherzo, un gioco da non prendere con la giusta dose di serietà e non invece qualcosa di dannatamente serioso, difficoltoso, perché no. Le difficoltà non si possono sempre svicolare. Magari si potessero zigzagare le traversie della nostra complicata esistenza di esseri umani. A ogni modo, non so quanto possa aiutare i nostri studenti un’eccessiva dose di faciloneria, temo piuttosto che possa danneggiarli. Ci troviamo già ogni giorno a scontrarci con una realtà complessa, come fior d’intellettuali ci hanno più volte fatto notare (penso soprattutto a Edgar Morin). Ragion per cui: non abituare i nostri studenti alle inevitabili difficoltà/complessità che si troveranno a dover fronteggiare usciti da scuola, credo che più che fare loro un favore si faccia loro un torto; non tutto è facile, anzi, niente lo è. Tutto va guadagnato con il sudore della propria fronte, meritato. Si fa tanto un gran parlare di merito, ma quanti di noi docenti sono disposti a rendersi antipatici agli occhi dei loro studenti pur di scovarlo e premiarlo in quelli che davvero se lo meritano? Non è facile, insegnare è tutt’altro che facile, direi che oltre a essere un lavoro è anche una vocazione e io questa vocazione la sento eccome. Perciò, quando le circostanze mi costringono a fare – malgrado non ne abbia voglia – il duro con i miei studenti, non mi sottraggo perché so che è di preciso: il mio dovere.

La vita è un cammino faticoso, non è una passeggiata spensierata. Bisogna sforzarsi, impegnarsi, studiare molto, altro che poco, per ricavarne poi in futuro qualche soddisfazione e, cosa non da meno, comprendere meglio, più in profondità, il presente che si sta vivendo; non basta abituarsi a fare il minimo indispensabile, bisogna fare di più e farlo meglio. Io lo so questo, perciò voglio insegnarlo ad altri. Quando i miei attuali ed ex studenti mi riconoscono questo sforzo sono lieto e mi rammarico invece quando non se ne accorgono, ma non demordo e paziento. Quello dell’insegnante è anche e soprattutto un lavoro di pazienza, paragonabile all’instancabile acqua che scava la roccia.

Ricordo con affetto una mia ex quarta. Il primo mese con loro è stata una lotta senza quartiere, voci di corridoio di miei colleghi mi avevano riportato lamentele sul fatto che fossi con loro troppo esigente, poi però è accaduto qualcosa di bello, che mi ha sorpreso in positivo: hanno cominciato a farsi via via più attenti, disciplinati, studiosi, appassionati alle mie lezioni. All’inizio dell’anno scorso mi hanno inviato una mail che – non mi vergogno a dire – mi ha fatto piangere di commozione. Quei ragazzi che non avevano più bisogno di catturare la mia benevolenza, visto che non ero più il loro professore e tanto più insegnavo in un’altra provincia, mi hanno ringraziato per tutto quello che ho dato loro, non solo in termini di nozioni culturali ma anche in termini umani, di quanto il mio insegnamento sia stato capace di avere un impatto sulle loro vite. Anche altre classi mi hanno dimostrato affetto, ma non fanno testo, perché nelle classi cosiddette facili insegnare è talmente un piacere che neanche sembra un lavoro. Invece questo riconoscimento palesatomi da una classe tutt’altro che facile, mi ha convinto sempre più di avere scelto la professione giusta.

Fra gli insegnamenti che vorrei impartire ai miei ragazzi c’è quello di abituarli a sapersela cavare fuori dall’ambiente protetto delle aule scolastiche, molto simile a quella giungla senza esclusione di colpi che aveva paventato nella sua concezione dello stato di natura Thomas Hobbes; una giungla dove chi ha dei meriti, se non si arrende, poi alla fine qualche soddisfazione riesce a togliersela. Per farcela – però – devo abituarli alle cose difficili. Lo diceva anche Platone nel testo intitolato “Ippia Maggiore”: “Le cose belle sono difficili”. Abituare chi si educa alle cose difficili, significa abituarli alla bellezza e alla complessità della vita, dove nessuno ti regala niente e tutto va meritato. L’imperativo categorico per uno studente? Meritatelo!

Il dovere di schierarsi

Se c’è una cosa che insegna la storia è che: ogni status quo ha i giorni contati. In storia la stasi è solo mera apparenza. Anche quando le bocce sembrano ferme, in realtà si muovono, anche fosse in maniera impercettibile.

Schierarsi è bene, restare neutrali è male. Perché? Lo spiega Machiavelli: “E succederà sempre che chi non è amico ti chiederà di esser neutrale, e chi ti è amico ti chiederà di dichiarar guerra. I prìncipi indecisi, per evitare i pericoli presenti, decidono il più delle volte di restare neutrali, e il più delle volte precipitano” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 203).

In caso di situazione incerta, la neutralità sarà sempre l’opzione più sconsigliabile. Infatti, anche si andasse in guerra e si perdesse, nulla vieta che non si possa risorgere insieme al proprio alleato sconfitto. Nella benaugurata ipotesi in cui si vincesse, si avrebbe tutto l’apprezzamento e il sostegno dell’alleato vincitore e insieme ci si difenderebbe meglio da eventuali – e possibili – attacchi futuri.

Se c’è una cosa che insegna la storia è che: ogni status quo ha i giorni contati. In storia la stasi è solo mera apparenza. Anche quando le bocce sembrano ferme, in realtà si muovono, anche fosse in maniera impercettibile. Il corso della storia è in continuo movimento. “Se dirò all’attimo: fermati dunque! sei così bello! allora mi potrai gettare in catene, allora andrò volentieri in rovina” fa dire Goethe al suo Faust, che così dicendo spera di rimandare all’infinito la capitolazione. L’attimo storico è inarrestabile così come quello faustiano.

Il fluire eracliteo del fiume è la metafora che meglio azzecca l’andamento mutevole della storia. Per cui si può dire che in storia: nulla è certo, tranne il cambiamento.

Il potere della suggestione

Il popolo si lascia comandare solo da quel principe che esercita su di esso un ascendente. Fondamentale – in tal senso – è per il principe avere il potere di “[…] suggestionare la massa” (p. 117), chi ne è sguarnito non può esercitare l’onere e l’onore del comando.

Contro il volere popolare non è possibile governare. Per costruire il proprio potere “[…] su fondamenta solide” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 117) è necessario portare dalla propria parte il popolo, sia nel caso in cui grazie a esso si è preso il potere sia se lo si è conquistato grazie ai nobili.

Il popolo si lascia comandare solo da quel principe che esercita su di esso un ascendente. Fondamentale – in tal senso – è per il principe avere il potere di “[…] suggestionare la massa” (p. 117), chi ne è sguarnito non può esercitare l’onere e l’onore del comando. Di suggestione delle masse da parte dei capi ne parla Gustave Le Bon ne “La psicologia delle folle”, uno dei testi più letti e studiati – guarda caso proprio insieme a “Il principe” di Machiavelli – dai politici del Novecento, dittatori compresi.

La suggestione è impossibile senza la seduzione, motivo per cui un buon principe dev’essere un seduttore. Come si seduce? Con le lusinghe. Per esempio, si prenda un caso emblematico della nostra attualità politica, il reddito di cittadinanza; è chiaro che chi lo proporrà, lusingando così una larga fetta della popolazione disoccupata, con una tale esca, come effetto immediato otterrà una valanga di consensi in suo favore; certo, se poi costui non rispetterà le promesse fatte, in tempo di democrazia 2.0 ne pagherà il prezzo perdendo tutto il credito politico accumulato e si precluderà la possibilità di venire rieletto. Altri esempi potrebbero essere: promettere posti di lavoro, estendere i diritti civili alle minoranze, diminuire il carico fiscale dello Stato, eccetera.

Tante sono le lusinghe da adoperare in politica, quelle di oggi diverse da quelle di ieri; anche perché oggi i cittadini non sono più sudditi in tante parti del mondo; ragion per cui sono più smaliziati, conoscono i loro diritti e li rivendicano, ne chiedono di continuo l’estensione. Comunque, mutatis mutandis, cambia la forma ma non la sostanza: le lusinghe attecchiscono sul popolo come la ruggine al ferro.

Da Machiavelli a Nietzsche

Per Machiavelli il principe non deve farsi troppi scrupoli nel prendere decisioni dalla moralità discutibile, quantomeno secondo l’usuale morale cristiana; così come per Nietzsche il Superuomo deve andare al di là del bene e del male cristianamente inteso.

Machiavelli riporta alcuni episodi tra cui uno particolarmente utile per comprendere i talenti di Cesare Borgia, il suo principe ideale. Si narra che “[…] non fidandosi della Francia e di altre forze estranee e non volendo correr rischi con esse, decise di ricorrere agli inganni.” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 93.) Famigerato rimane il tranello teso a Paolo Orsini, che Machiavelli riporta restando fedele agli eventi. “Il duca colmò costui di cortesie e lo rassicurò fornendogli danaro, abiti e cavalli, tanto che gli Orsini finirono, per dabbenaggine, col consegnarsi nelle sue mani in Sinigaglia. Cesare Borgia uccise i capi del partito degli Orsini, compreso Paolo, e costrinse i partigiani a diventargli amici. Pose in tal modo fondamenta assai buone al suo potere” (p. 93).

Cosa insegna l’inganno teso contro gli Orsini presso la rocca di Senigallia? Per la morale cristiana suscita riprovazione un simile modo di agire tanto spietato e vigliacco, invece Machiavelli pare sciogliersi come un ghiacciolo al sole nel raccontare questa che lui reputa una prodezza da fuoriclasse della politica dei suoi tempi. Questo perché per Machiavelli morale e politica non sono compatibili. Quel che è certo per lui è che il talento politico di un eccellente principe non si misura sul grado cristiano di bontà, quasi a voler suggerire l’idea che la bontà è un lusso che un consumato politicante non può permettersi.

Per essere incisivi in politica occorre talvolta essere spietati e all’occorrenza vigliacchi, perché l’insegnamento tratto dalla lettura de “Il principe” di Machiavelli è che: “il fine giustifica i mezzi” adoperati per ottenerlo. Per quanto di questa frase non vi è traccia ne “Il principe”. A ogni modo, è innegabile che alcuni passi dell’opera – fra tutti i capitoli diciotto e diciannove – si prestino a trasmettere una filosofia “amorale”, che Nietzsche definirebbe da Superuomo.

A questo proposito, il collegamento tra il principe ideale vagheggiato da Machiavelli e lo “Übermensch” nietzscheano è tutt’altro che infondato. Per Machiavelli il principe non deve farsi troppi scrupoli nel prendere decisioni dalla moralità discutibile, quantomeno secondo l’usuale morale cristiana; così come per Nietzsche il Superuomo deve andare al di là del bene e del male cristianamente inteso. Infatti, sia Machiavelli sia Nietzsche ritengono che per fare la storia e non limitarsi a subirla si debba avere: una condotta inflessibile pur di raggiungere i propri scopi politici secondo il primo e pur di accrescere la propria volontà di potenza per il secondo.

Apologia di Cesare Borgia

Ognuno ha i propri modelli di riferimento, è indubbio quale sia quello di Machiavelli: Cesare Borgia, duca di Valentinois e per questo detto il Valentino.

“Coloro i quali, da semplici cittadini, diventano prìncipi soltanto grazie alla fortuna, lo diventano con poca fatica, ma devono poi penare per restare al potere” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 87). Ognuno ha i propri modelli di riferimento, è indubbio quale sia quello di Machiavelli: Cesare Borgia, duca di Valentinois e per questo detto il Valentino. Vero è però, stando a Machiavelli, che più si fatica a conquistare il potere e più agevolmente lo si conserva. Ciò è stato “vero” non solo per Cesare Borgia, ma anche per Francesco Sforza divenuto – per suoi meriti – duca di Milano.

A ogni buon conto, i rovesci della fortuna si abbattono pure sui grandi uomini, duca di Valentinois compreso. Infatti, morto il padre Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia), Cesare perse conquiste e fama, anche se aveva usato “[…] tutti gli accorgimenti degli uomini saggi e capaci […]”. Tanta è la stima nei confronti del Valentino, che Machiavelli usa per descriverlo queste parole, che si commentano da sole, “[…] non saprei quali precetti migliori dare a un principe nuovo, se non prendendo come esempio Cesare Borgia. Se i mezzi adoprati non gli giovarono, non fu per sua colpa, ma per una straordinaria ed estrema malvagità della sorte” (p. 89).

La commossa partecipazione di Machiavelli alla vicenda umana del Valentino – non proprio un tenero agnellino – suggerisce questo adagio: la fortuna dà e toglie con uguale arbitrio. Come già sapevano gli eroi della grande tragedia greca: lottare contro la sorte è una missione persa in partenza e al massimo si può sperare in qualche vittoria di Pirro, che non serve di certo a impedire l’inesorabile sconfitta finale. Titanismo viene definito quell’atteggiamento eroico insito in quegli uomini che, malgrado le avversità della vita, si sono battuti senza risparmiarsi fino alla fine; “titanismo” che deriva dalla mitologia greca, di preciso dal racconto mitologico della bruciante sconfitta dei Titani, figli ribelli degli dèi Olimpi (che li sconfissero). Illustre esempio in tal senso è stato Cesare Borgia, il quale soffriva del “mal francese”, la sifilide, che ogni giorno di più contribuì non solo a scavargli la fossa, ma gli rese – oltretutto – più arduo il cammino che ce lo accompagnò.

Ecco altre parole al miele usate da Machiavelli nei riguardi del Valentino: “Nel duca c’erano tanto feroce ardimento e tanta capacità politica […]” (p. 99). Tanto meglio avrebbe potuto fare se non fosse stato per tre fattori: la fortuna avversa manifestatasi attraverso la consistenza degli eserciti nemici; la breve vita del papa suo padre; le sue precarie condizioni di salute. Il paragrafo tredici del capitolo sette de “Il principe” è una plateale sviolinata delle qualità di Cesare Borgia, di cui Machiavelli tesse le lodi sopra ogni altro principe. Nel paragrafo quattordici dello stesso capitolo, però, Machiavelli addebita al Valentino un errore: avere puntato sul candidato sbagliato per l’elezione papale dopo la morte del padre, favorendo il cardinale Della Rovere, poi divenuto Giulio II. Quest’ultimo aveva dei conti in sospeso con Cesare e glieli fece pagare a caro prezzo.

L’arte della dissimulazione

Potrebbe sembrare paradossale il ragionamento di Machiavelli, ma a pensarci bene presenta una logica inoppugnabile. Se aiuti qualcuno a diventare più potente non attui una mossa saggia, perché potresti spingerlo a usare contro di te quello stesso potere che gli hai offerto su un piatto d’argento.

Machiavelli prende come modello negativo il re di Francia, Luigi XII, il quale “cedette la Romagna al papa e Napoli alla Spagna allo scopo di evitare una guerra” e con ciò ignorò il basilare principio per cui: “[…] non si deve mai far nascere un disordine per evitare una guerra, perché non la si evita, ma la si rimanda a proprio svantaggio” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 67). Potrebbe sembrare paradossale il ragionamento di Machiavelli, ma a pensarci bene presenta una logica inoppugnabile. Se aiuti qualcuno a diventare più potente non attui una mossa saggia, perché potresti spingerlo a usare contro di te quello stesso potere che gli hai offerto su un piatto d’argento. Perché questo? Machiavelli non si spinge a dirlo, forzando un po’ il testo è verosimile supporre che sia proprio per la natura vorace del potere, che non è mai pago di sé.

Viene in mente un saggio adagio attribuito a Charles Maurice de Talleyrand-Périgord: un camaleontico uomo politico francese, il quale, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, non si fece scrupoli a cambiare casacca servendo la monarchia, poi la Rivoluzione francese, poi Napoleone, poi di nuovo la monarchia. Tale “adagio” è ritornato in auge nel Novecento per essere stato riproposto dal politico italiano Giulio Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Già, perché chi ce l’ha è ben contento e con grande difficoltà se ne allontana, mentre chi lo ha perduto o non lo ho mai toccato con mano è pronto a tutto per riaverlo o averlo.

La stigmatizzazione di Luigi XII offre a Machiavelli lo spunto per ricavare un altro prezioso principio a cui attenersi pena il fallimento, ovvero: “[…] chi determina l’ascesa di un altro va in rovina, poiché questa ascesa è stata da lui determinata o con l’astuzia o con la forza, e l’una e l’altra sono sospette a chi è diventato potente” (p. 69). Non che questo principio abbia bisogno di ulteriori spiegazioni tant’è già di per sé esplicativo. A ogni modo, se ne potrebbe ricavare un generale insegnamento: meglio non strafare mostrandosi astuti o forti, al contrario è bene mostrarsi meno astuti e meno forti di quanto non si è in realtà, così da sviare i nemici – potenziali e non – dalle proprie reali intenzioni. In questo modo, quando gli avversari si renderanno conto di avere davanti degni rivali dotati di grande astuzia o forza sarà per loro troppo tardi per correre ai ripari.

Idealisti vs. realisti, seconda parte

Idealismo e realismo possono ugualmente fare male o bene, a seconda delle situazioni; non c’è una terza via, o figurarsi il mondo per quello che dovrebbe essere, oppure accettarlo per quello che è.

Il fine giustifica o no i mezzi per raggiungerlo? Gira e rigira si ritorna sempre alla frase incriminata e – verosimilmente – mai pronunciata da Machiavelli. Di sicuro non l’ha mai scritta, ma se l’ha detta oppure no in qualche conversazione privata è questione di lana caprina. Mentre inevasa e cruciale rimane la questione se sia o meno buona cosa adoperare ogni mezzo per realizzare il proprio fine. Leggendo “Il principe” di Machiavelli si direbbe di sì, che è lecito agire in un certo modo in vista di un certo risultato; ma, se sul piano teorico la questione parrebbe risolversi, su quello concreto, tangibile ci vorrebbe il Superuomo di Nietzsche per applicarlo. E da Nietzsche all’interpretazione nietzscheana di Hitler il passo è breve e conduce ad Auschwitz e alle altre abominevoli fabbriche della morte del Novecento, dove per raggiungere un degenerato fine sono stati adoperati mezzi abominevoli.

Per ogni esempio, però, se ne può portare uno contrario. Infatti: se il Presidente americano Woodrow Wilson non fosse stato così miope nel suo idealistico programma in undici punti, forse nella Germania dilaniata dal rancore e dalle macerie della Prima guerra mondiale non sarebbe mai sorto un Adolf Hitler. Perché? Semplice, se le potenze vincitrici non avessero umiliato quelle vinte i vaniloqui dell’imbianchino mancato sarebbero rimasti tali e – magari – non avrebbero attecchito su un popolo allo stremo e in attesa del Salvatore di turno (poi rivelatosi una iattura inimmaginabile).

Idealismo e realismo possono ugualmente fare male o bene, a seconda delle situazioni; non c’è una terza via, o figurarsi il mondo per quello che dovrebbe essere, oppure accettarlo per quello che è. Machiavelli abbraccia la seconda ipotesi, perciò afferma che: “Ognuno dirà che sarebbe cosa lodevolissima se […] un principe possedesse soltanto qualità buone, che rispettino i canoni della bontà cristiana. Ma non è possibile averle né rispettarle […] perché la condizione umana non lo consente […] Tutto considerato, ci sono qualità aventi l’apparenza di virtù, che conducono il principe alla rovina, e qualità aventi l’apparenza di vizi, che lo conducono invece alla sicurezza e al benessere” (MACHIAVELLI, N., “Il principe”, 1532, Bur Rizzoli, Milano, a cura di Piero Melograni, 1999, p. 153).

Ipotesi di storia controfattuale, ovvero: come sarebbe andato il corso della storia se, per esempio, qualcuno avesse liquidato il Führer quand’era ancora un aspirante pittore con l’ambizione di entrare alla Accademia delle Belle Arti di Vienna? S’immagini di avere una macchina del tempo e, armati di una pistola e della consapevolezza delle morti e delle sofferenze causate da quell’uomo, si avesse la possibilità di puntare l’arma e premere il grilletto per estirpare quell’unica vita in cambio di milioni di altre vite. Come comportarsi? Premere o no il grilletto facendo a seconda: un dispetto alla propria coscienza o un favore all’umanità? Un fedele discepolo di Machiavelli non vi è dubbio che: premerebbe il grilletto.

Postilla semiseria

Il club dei realisti è composto da: Aristotele, l’antenato; Niccolò Machiavelli, il peso massimo della categoria; Richelieu, lo stratega più che cardinale (cattolico di facciata alleatosi con i protestanti per vincere la guerra dei Trent’anni in nome della “ragion di Stato” francese); Thomas Hobbes, il più lupesco dei filosofi; Georg Wilhelm Friedrich Hegel (non ha colpe per il nome tanto lungo), il filosofo della storia che ha sempre ragione (anche quando essa ha palesemente torto); Otto von Bismarck, l’inventore della Germania (e dei problemi da essa causati nel Novecento); Henry Kissinger, il tedesco d’America (o americano di Germania), Segretario di Stato statunitense e anche Premio Nobel per la pace nel 1973 che si è guadagnato per avere risolto il conflitto vietnamita. Omissioni volute: i più grandi condottieri della storia, Alessandro Magno, Cesare, Napoleone (solo per citare i tre più famosi in Occidente).

Il club degli idealisti vanta nientemeno che: Platone, il progenitore; Marco Giunio Bruto, il più illustre dei cesaricidi che nell’atto di assassinare Cesare pare disse, “sic semper tyrannis”, “così sempre ai tiranni”, per il suo ideale repubblicano non si curò di sporcarsi le mani di sangue; Agostino, o Sant’Agostino per i suoi correligionari, il più platonico dei cristiani; Immanuel Kant, il filosofo che ha fatto uscire l’umanità dalla caverna platonica; Woodrow Wilson, il Presidente statunitense che voleva accontentare tutti ma ha finito per scontentare “tutti” (la conferenza di pace di Versailles del 1919 è stata la sua Caporetto); Barack Obama, il Presidente che ha fatto finire l’America dalla padella dei McDonald’s al ciuffo di The Donald. Omissioni volute: i peggiori dittatori della storia, Hitler, Stalin, Mussolini (solo per citare quelli novecenteschi, che per realizzare i loro ideali adoperarono mezzi aberranti, specie i primi due).