Un libro-matrioska

Il testo esplora l’importanza de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, evidenziando la sua complessità e la sua relazione con il genere del thriller legale. Viene anche menzionata “La leggenda del Grande Inquisitore”, una storia all’interno dell’opera che confronta Gesù e l’Inquisitore, evidenziando il tormento dell’animo umano.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Vi dicevo del libro sul parricidio, torniamo a quello, perché tanto gira e rigira “I fratelli Karamazov” sono l’alfa e l’omega della poetica romanzesca di Dostoevskij. Ogni discorso che ruota su Dostoevskij, non può prescindere da quest’opera, perché lì dentro trovate tutto, perlomeno “tutto” quello che serve per capire l’anima tormentata di Dostoevskij. È un libro voluminoso che dentro ha tanti libri.

C’è una parte legata al processo che sembra uscita dalla “penna” di John Grisham, quello che ha scritto “Il socio”, uno dei più grandi autori di legal thriller al mondo. Fra i tanti meriti che possiamo riconoscere a Dostoevskij, c’è pure quello di avere anticipato il genere “legal thriller”. Dove? Ne “I fratelli Karamazov” appunto, ma anche in “Delitto e Castigo”, che poi lessi alla fine, più in là negli anni, dopo il tentativo di lettura fallito quando ne avevo solo diciotto; sempre che rimango dell’avviso che “I fratelli Karamazov” restino una spanna sopra agli altri libri di Dostoevskij (e a tutti gli altri libri in generale). In esso si trova un libro nel libro. Siamo al cospetto di una specie di libro-matrioska. Ce le avete presenti le matrioske? Le famose bambole russe dentro le quali trovi tante bambole più piccole? Ebbene, fra le tante bambole de “I fratelli Dostoevskij” ce n’è una intitolata “La leggenda del Grande Inquisitore”. 

Oddio, ho detto davvero “I fratelli Dostoevskij”? Eh sì, buonanotte, volevo dire “I fratelli Karamazov”… è stato evidentemente un lapsus freudiano. Freud c’entra sempre, eh! E tra l’altro cade a pennello visto che parliamo di Dostoevskij, che io almeno considero il quarto maestro del sospetto, gli altri tre sono più unanimemente riconosciuti quali “maestri del sospetto”, mi riferisco a: Marx, Nietzsche e, per l’appunto, Freud stesso. Ripeto, qui il “lapsus” ci voleva proprio. 

Ritorno all’opera nell’opera, ovvero “La leggenda del Grande Inquisitore”, qui abbiamo il più intellettuale dei Karamazov, Ivan, che racconta al più mistico dei fratelli, Alësa, una storia che parla di Gesù che ritorna sulla Terra e viene fatto prigioniero durante il periodo dell’Inquisizione spagnola. Il Gesù di Dostoevskij non dice neanche una parola, ma si limita ad ascoltare il vaniloquio del Grande Inquisitore che assomiglia più a un pazzo nichilista russo. Quest’ultimo rinfaccia al suo principale – credo sia lecito definire tale Gesù agli occhi di un prete – di averli abbandonati e lasciati fare, e loro – i preti – hanno fatto… anche troppo, anche dei danni, come l’Inquisizione appunto. Non vi racconto come si conclude “La leggenda del Grande Inquisitore”, perché vi toglierei il gusto di leggerla. Dico solo che il Gesù dostoevskiano sorprende il Grande Inquisitore con un gesto tanto enigmatico quanto rivoluzionario…