La Libertà Secondo Dostoevskij e Sant’Agostino

La libertà, secondo Dostoevskij e Sant’Agostino, è un concetto complesso che va oltre le scelte quotidiane. Mentre la “libertas minor” rappresenta la libertà terrena, la “libertas maior” è la libertà spirituale che si trova in Cristo. Solo seguendo Cristo si può raggiungere una vera libertà, oltre la finitezza dell’esistenza.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Dopo avervi parlato di “intelligenza euclidea” e “curiosità”, vorrei ora ritornare alla libertà… la “libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber. Per Dostoevskij ha un’altra valenza, anche se l’idea di Gaber non è male… se vi dovessi dire per me, beh, “per me” la libertà è la più bella cosa che ci possa essere. Come ho fatto nel mio libro, “La tragedia della libertà”, voglio anche oggi chiedere aiuto a Sant’Agostino per definirla meglio, questa “bella cosa” che è la libertà. Chiedere aiuto ai grandi pensatori ci facilita la vita, di questo sono convinto.
Ognuno di noi la mattina è libero di… non so, alzarsi dal letto, prepararsi una tazza di caffè, magari correggerla con del latte, inzupparci i biscotti, poi andare al lavoro, prendere una strada X piuttosto che una strada Y. Quella è libertà, okay? Per Agostino d’Ippona – per alcuni “santo” – questa libertà è da considerarsi minore, perché ce n’è un’altra di libertà, ben più grande. Lui infatti distingue una “libertas minor” è una “libertas maior”. La seconda è la più importante e coincide con la libertà in Cristo, quella cristiana, tanto per intenderci.

Sant’Agostino, o Agostino d’Ippona che dir si voglia, prima che essere un filosofo, è stato un teologo. Egli aveva filtrato – con il suo “filtro cristiano” – molti concetti della filosofia di Platone. C’è chi lo considera – a ragion veduta secondo me – il più imprescindibile neoplatonico cristiano. Quindi, ecco, come già accennato, Agostino ci parla di una “libertas maior” che si può trovare soltanto in Cristo. Grosso modo Dostoevskij la pensa come l’Ipponense. La libertà noi la possiamo trovare soltanto scegliendo Cristo, mettendoci sulle sue orme. Perché? La questione non è così complicata: noialtri, in questo mondo, “hic et nunc”, in questa vita, possiamo beneficiare soltanto di una “libertas minor”. Siamo liberi di fare ciò che vogliamo confinati però nella finitezza della nostra esistenza. Se tu credi che tutto finisca qui e ora, rinunci a credere che ci sia un aldilà alla maniera cristiana, puoi considerarti “libero” fino a un certo punto. Questo perché la morte ti rende schiavo della finitezza, che è ciò che ti caratterizza.

Dostoevskij e l’Intelligenza Euclidea: Un’Analisi Contemporanea

Il testo “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni riflette sulla curiosità umana e l’intelligenza euclidea, ispirato all’opera di Dostoevskij. Queste caratteristiche, sebbene propulsive per l’innovazione, portano anche a conseguenze negative, come la creazione di armi letali. L’uomo, divinizzandosi, diventa il suo stesso nemico, causando danni irreparabili.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

E cosa ha portato l’uomo a creare un’arma simile? Questa invenzione è stata dettata dalla curiosità umana. Quella stessa “curiosità” che ci ha resi grandi, che ci ha fatto costruire strade, ponti, grattacieli… pensiamoci un attimo, ci rendiamo conto di quello di cui è stato capace l’ingegno umano pilotato dall’istinto primordiale che ci contraddistingue, la curiosità? Essa è figlia dell’intelligenza euclidea, contro cui ce l’aveva parecchio Dostoevskij. Intelligenza euclidea e curiosità non sono peculiarità umane tutte negative, però ci hanno dannato permettendoci la costruzione di armi che potrebbero arrivare a estinguerci.

Per colpa loro, della “intelligenza euclidea” e della “curiosità”, l’uomo è arrivato a divinizzarsi troppo, come nel caso di Kirillov che vuole diventare dio di sé stesso. Ecco, il problema è che l’uomo-dio, ovvero l’uomo che si è auto-divinizzato riesce a fare dei danni incalcolabili, a scavarsi la fossa prima del tempo. Chi è infatti il più grande nemico dell’uomo? L’uomo stesso.

La Curiosità Umana: Un Vantaggio o una Condanna?

Il testo “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni analizza l’ambivalenza della curiosità umana, ispirata da Dostoevskij. Da un lato spinge l’umanità a creare, dall’altro porta alla costruzione di armi distruttive. Questa “intelligenza euclidea” porta l’uomo a divinizzarsi, con conseguenze catastrofiche. In definitiva, l’uomo è il suo peggior nemico.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

E cosa ha portato l’uomo a creare un’arma simile? Questa invenzione è stata dettata dalla curiosità umana. Quella stessa “curiosità” che ci ha resi grandi, che ci ha fatto costruire strade, ponti, grattacieli… pensiamoci un attimo, ci rendiamo conto di quello di cui è stato capace l’ingegno umano pilotato dall’istinto primordiale che ci contraddistingue, la curiosità? Essa è figlia dell’intelligenza euclidea, contro cui ce l’aveva parecchio Dostoevskij. Intelligenza euclidea e curiosità non sono peculiarità umane tutte negative, però ci hanno dannato permettendoci la costruzione di armi che potrebbero arrivare a estinguerci.

Per colpa loro, della “intelligenza euclidea” e della “curiosità”, l’uomo è arrivato a divinizzarsi troppo, come nel caso di Kirillov che vuole diventare dio di sé stesso. Ecco, il problema è che l’uomo-dio, ovvero l’uomo che si è auto-divinizzato riesce a fare dei danni incalcolabili, a scavarsi la fossa prima del tempo. Chi è infatti il più grande nemico dell’uomo? L’uomo stesso.

Personaggi Dostoevskiani: Bianchi e Neri a Confronto

Le riflessioni si ispirano al testo “La tragedia della libertà” di Marco Apolloni e analizzano la visione di Dostoevskij riguardo alla figura di Dio e dell’uomo. Si distingue tra personaggi “neri” e “bianchi”, evidenziando che l’uomo-dio, per i primi, può portare alla follia. La curiosità, vicenda di Adamo ed Eva, segna il peccato originale.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Il risultato di un gesto tanto eclatante? Buttare giù dal piedistallo Dio e metterci l’uomo inteso come uomo-dio, da non confondersi con il Dio-uomo cristiano, che è invece quello in cui crede Dostoevskij. Vedete? Dostoevskij è per Dio che viene prima dell’uomo, a differenza di Kirillov e di altri suoi famigerati personaggi che io definisco “neri”, con cui intendo “negativi”. Infatti, volendo schematizzare, ci sono due tipologie di personaggi dostoevskiani: quelli “neri” appunto e quelli “bianchi”, ovvero “positivi”. Fra questi ultimi rientra Alësa Karamazov, che è uno dei “buoni”, sebbene – come ho già detto – nessuno lo sia del tutto; ribadisco, i “tutti buoni” e i “tutti cattivi” esistono solo nei fumetti. Detto questo, volendo io schematizzare, cioè semplificare per favorire una più ampia comprensione, uso la suddivisione tra personaggi “positivi” e “negativi”, anche se, a cercare bene, si può trovare un elemento “negativo” in quelli cosiddetti “buoni” e “positivo” in quelli cosiddetti “cattivi”.

Il problema dei personaggi “neri” è che per loro l’uomo-dio è ciò in cui intimamente credono, anche se può portarli alla follia; penso non solo all’ingegner Kirillov, ma anche all’intellettuale Ivan Karamazov. Entrambi, sia Kirillov sia Ivan, sono troppo cerebrali e influenzati da un difetto costitutivo che Dostoevskij chiama “intelligenza euclidea”: il peccato originale dell’uomo. Che cos’è? La curiosità che ha dannato Adamo ed Eva (e con essi l’intero genere umano), i quali nel Giardino dell’Eden assaggiarono il frutto proibito dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dio si era raccomandato che non lo facessero e loro non hanno saputo resistere. Hanno ceduto alla tentazione perché “la curiosità” è ciò che più di tutti ci innalza, però è allo stesso tempo anche ciò che ci ha condannato alla morte, che è la risultante del peccato originale, stando alla filosofia cristiana.

Lezione 8: la ragione è un bluff?

Nove lezioni per inaugurare il Nuovo Anno ispirate a “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” (https://bit.ly/4qddOab) di Marco Apolloni (https://bit.ly/4qeRQnu) – LEZIONE 8

Tema. La ragione è un bluff?

“Inutile spaccare il capello in quattro, tentare di comprendere la Verità è per definizione: velleitario! Poiché essa comprende e non può essere compresa, non del tutto almeno. A volte si lascia intuire, altre è più sfuggente, sempre però come una calamita attrae tutti irresistibilmente a Sé. Ragionare intorno alla Verità è un’aporia logica e onto-logica, giacché la Verità è inesprimibile a parole, la ragione è fatta di pensieri, i pensieri di parole. E le parole di cosa sono fatte? Spirito impalpabile! Dunque, tutti i tentativi di afferrare la Verità con il linguaggio e la ragione sono pressoché vani. La stessa ragione è il più grande misticismo mai inventato dall’uomo.” (“La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij” https://bit.ly/4qddOab di Marco Apolloni https://bit.ly/4qeRQnu, p. 185).

Insegnamento. La ragione è una bussola importante, ma – come tutti gli strumenti – può a volte rompersi e non dire il vero. Ragione e verità non sono la stessa cosa. La ragione tenta di Comprendere la verità, mentre la verità tutto comprende; è una finezza intellettuale, ma cruciale per non incombere nel terribile equivoco dell’intelligenza euclidea condannata da Dostoevskij perché divinizza la ragione a scapito della verità che “la” comprende, cioè comprende la ragione stessa. Per rispondere alla domanda iniziale: la ragione non è un bluff, ma non possiamo fidarci solo di essa, per quanto accurata possa sembrarci.    

[Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia su fede, verità e limite della ragione, ispirata al pensiero di Dostoevskij.]