[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]
In un tempo, come il nostro, in cui tutti si “parlano addosso” e si sentono “primedonne”, la filosofia è il più efficace antidoto contro la vanagloria del nostro tempo, perché la vita non assomiglia alle nostre bacheche “social” dove tutto è “rosa e fiori”, ma è solo apparenza. Oggi più che mai i tre “mostri sacri” della filosofia antica – Socrate, Platone e Aristotele – credo abbiano un mucchio di cose da insegnare, per esempio: come “dialogare” per raggiungere un punto d’incontro con gli altri. Grazie al “dialogo” ci si può capire, con il “parlarsi addosso” si finisce soltanto per fare confusione e, perciò, alla fin fine non si comprende cosa muove realmente gli altri. E il risultato è drammatico: più guerra, meno pace.
Il solipsismo delle menti alimenta il solipsismo degli Stati, che più si isolano, più diventano “solipsisti”, più “se la cantano e se la suonano” raccontandosi quanto sono belli e bravi, più si convincono follemente quanto gli altri siano brutti e cattivi. Per solipsismo intendo quell’atteggiamento filosofico deleterio di chi riesce solo ad affermare sé stesso e a risolvere ogni realtà esterna – gli altri, per esempio – nel suo pensiero, con la conseguenza dagli esiti potenzialmente nefasti: un uomo siffatto vede solo sé stesso, mentre gli altri non li “vede” proprio. Immaginate quanti danni potrebbe fare uno Stato corrispondente a un uomo del genere, uno Stato solipsista è tutto focalizzato su di sé e gli altri Stati li considera meno di zero. Da qui a volerseli prendere il passo è breve, basta solo che possa: “Posso, allora me li prendo”, così “sragiona” chi pensa alla maniera dell’uomo, nonché Stato, “solipsista”. Prendersi qualcuno o qualcosa con violenza è tollerabile, dato che l’unica realtà sono “io” e tutto mi ruota attorno.
Inutile – ma per sicurezza lo faccio lo stesso – sottolineare l’importanza dell’aprirsi agli altri, del rendersi conto di essere solo una parte del tutto, che non vuole dire convincersi di non essere importanti, tutti noi lo siamo, perlomeno per noi stessi e per le persone che ci vogliono bene. Ecco, se si vuole bene a sé stessi è utile ricercare la verità politica con gli altri, in un pacifico spirito di dialogo e partecipazione, perché solo così si scongiura il pericolo dei conflitti, che generano morti evitabili.
La morte è l’unica certezza della vita, in quanto ne è il rovescio della medaglia, non è saggio da parte nostra facilitarle il compito, al contrario: suggerisco di renderle più complicato il lavoro… e fin quando avremo le forze per farlo, mettiamole i “bastoni fra le ruote” ritardandola il più a lungo possibile. Interessarsi alla politica non significa dimostrare altruismo, è altresì un atto di egoismo intelligente, perché gli interessi della collettività coincidono con i miei stessi “interessi”, poiché è interesse di tutte le parti in causa vivere più che si può e in serenità. Ciò è possibile solo se lo si fa in pace. Ed essa, la pace intendo, va costruita ogni giorno, con i nostri pensieri che generano le nostre azioni.
La pace ci serve perché ci allunga la vita e ne migliora di gran lunga la qualità, da quella interiore a quella che riguarda gli Stati.